Posts Tagged ‘india’

L’India scopre il terrorismo fatto in casa

settembre 12, 2011

Carta di Laura Canali

L’attentato al palazzo dell’Alta Corte di Delhi è solo l’ultimo di una serie di attacchi rivendicati da gruppi terroristi nati in Pakistan che hanno fatto proseliti in India. La strategia dell’Isi in Balucistan

Francesca Marino per “Limes

L’attentato al palazzo dell’Alta Corte di Delhi – il secondo in poco più di un mese in territorio indiano – riporta all’attenzione della più grande democrazia del mondo, di recente occupata soltanto dai problemi di corruzione della classe politica e dai digiuni dell’attivista gandhiano Anna Hazare, la minaccia piùo meno costante del terrorismo. Con una variante, però, rispetto al copione seguito negli ultimi anni.

L’attentato è stato rivendicato dall’Harkat-ul Jihadi al-Islami (HuJi), gruppo di matrice pakistana, attivo prima in Kashmir e poi in tutta l’India negli anni scorsi, legato ad Al Qaida e al fantomatico gruppo degli Indian Mujahidin, sigla di una delle organizzazioni-fantasma della Lashkar-i-Toiba. La mail che ha rivendicato l’attentato sarebbe stata inviata da un cyber-cafè di Srinagar, nel Kashmir indiano. E questo è, in realtà, il nocciolo della questione. (more…)

La tregua tra India e Pakistan sopravvive agli attentati

luglio 18, 2011

Carta di Laura Canali

Nessuno a New Delhi ha incolpato pubblicamente il Pakistan degli attentati di settimana scorsa. Dietro al basso profilo, l’importanza del rapporto con gli Usa e la partita sul futuro dell’Afghanistan. Chi sono i mandanti?

Francesca Marino per “Limes

Appurato che le tre bombe esplose lo scorso 13 luglioa Mumbai non erano il preludio a un altro attacco in grande stile come quello del 26 novembre 2008, le notizie relative all’accaduto sono prontamente scomparse dai giornali. Non soltanto, abbastanza comprensibilmente, da quelli stranieri. Ma anche, e questo è già meno comprensibile, dai quotidiani e dai settimanali indiani – se si escludono le polemiche con relativo dibattito a diversi livelli scatenate dalla discussione sul fallimento (l’ennesimo) dell’intelligence indiana.


La quale si dimostra ancora una volta, secondo i detrattori, completamente incapace di reagire in maniera efficace a quella che è da sempre una minaccia costante e consolidata alla sicurezza nazionale. Grandi assenti, sulle prime pagine dei giornali e nelle dichiarazioni di politici di ogni livello, anche le abituali accuse più o meno dirette nei confronti del Pakistan e del terrorismo usato da Islamabad come mezzo privilegiato di politica estera. Le dichiarazioni, fin dall’inizio, sono state estremamente caute. (more…)

Ex Birmania, gli interessi delle multinazionali di Cina e India dietro le repressioni

luglio 9, 2011

I due potenti vicini si contendono le risorse e gli appalti in Myanmar. Tra le conseguenze della costruzione di grandi infrastrutture volute dal governo c’è la devastazione dei territori delle etnie autoctone. Che spesso insorgono, ma vengono represse militarmente dai generali di Yangon

Sonny Evangelista per “Il Fatto

Ci sono gli interessi delle grandi multinazionali indiane, cinesi, thailandesi ad alimentare il conflitto civile contro le minoranze etniche che dilania il Myanmar. Con i progetti di grandi opere infrastrutturali che il governo dell’ex Birmania ha avviato per incentivare lo sviluppo del paese ma anche per mortificare, in nome del progresso, le comunità indigene. Esemplare l’ultimo caso della diga e della centrale idroelettrica cinese sull’Irrawaddy, nel Nord del paese, che ha scatenato la reazione del popolo di etnia kachin: da qui la repressione militare su vasta scala, che include abusi e violenze sui civili, con metodi da “pulizia etnica”.

D’altro canto l’alto tasso di conflittualità interna, sostengono gli analisti, è una manna per i generali di Yangon, legittima il loro potere e il loro ruolo, che risulta così indispensabile per la tenuta della nazione e per la stabilità interna. Non per niente i generali non hanno mai cercato di tradurre in pratica l’accordo politico fondamentale raggiunto a metà degli anni ’90 con 17 eserciti riconducibili ad altrettante popolazioni indigene. Tale politica bellicista, inoltre, smentisce la origini stesse dell’Unione Birmana che nel 1947, in piena era post coloniale, nacque come stato federale, risultato della volontaria unione fra differenti gruppi etnici. (more…)

‘L’Italia si adegui, i Brics sono più di un acronimo’

giugno 18, 2011

Brasile, Russia, India, Cina e ora Sudafrica stanno dimostrando che c’è un’alternativa di successo al modello economico occidentale, e si stanno organizzando anche politicamente. L’Italia nei loro confronti è molto in ritardo. Il parere del senior economist dell’Ocse

Niccolò Locatelli per “Limes

Andrea Goldstein è senior economist dell’Ocse. Il suo ultimo libro, “Bric – Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale“, analizza l’ascesa di questi paesi.


LIMES: Perchè i Bric, ora Brics con l’ingresso del Sudafrica, sono più di un acronimo? Quali elementi hanno in comune?
GOLDSTEIN: 
I Bric sono una metafora dell’emergere di una nuova geografia economica; la loro caratteristica comune più importante è quella di essere grandi paesi: occupano il 26% della superficie terrestre, su cui vive il 42% della popolazione mondiale. Sono anche la metafora del sopravvento della sfera economico-finanziaria sulla politica: basti pensare che l’acronimo è stato coniato da un economista della banca d’affari Goldman Sachs, e qualche anno dopo i rispettivi capi di Stato hanno cominciato a riunirsi. Infine, sono una metafora dei costi e delle opportunità che apre la globalizzazione. Oggi rappresentano più del 14% del prodotto interno lordo mondiale. (more…)

Il puzzle indiano dopo le elezioni

maggio 19, 2011

Dopo 34 anni, i comunisti indiani perdono clamorosamente le elezioni nel Bengala Occidentale. Visto in controluce, il risultato elettorale lascia intravedere le crescenti contraddizioni sociali di quella che si avvia a diventare una delle maggiori potenze economiche del mondo.

di Marco Zerbino, da “Micromega

Un lungo periodo elettorale, che ha coinvolto quattro stati e circa 140 milioni di elettori, si è concluso pochi giorni fa in India. Ad attirare l’attenzione dei (pochi) media occidentali che hanno dato la notizia – oltre al fatto che le consultazioni hanno visto un grande protagonismo di alcune donne impegnate in politica come Mamata Banerjee, leader del partito Trinamool Congress, e l’ex attrice Jayalalithaa, tornata al potere sull’onda dell’ottimo risultato elettorale ottenuto nello stato del Tamil Nadu – è stata soprattutto la sconfitta dei comunisti in alcuni stati che questi governavano da diverso tempo. Entità amministrative come il West Bengala e il Kerala, in effetti, hanno costituito per decenni un esempio, pressoché unico al mondo, di governi a guida comunista democraticamente eletti e particolarmente longevi. Basti pensare che Buddhadeb Bhattacharjee, il sessantasettenne leader del Partito Comunista dell’India-Marxista, era alla guida del Bengala Occidentale dal 2000, ma il suo predecessore, Jyoti Basu, anch’egli appartenente al Cpi-M si era insediato per la prima volta nel 1977. In un altro dei loro storici bastioni, il Kerala, i comunisti hanno governato a fasi alterne sin dall’inizio degli anni ’70, mentre ora dovranno cedere la guida dello stato al Partito del Congresso Nazionale Indiano.  (more…)

Kashmir, come una piccola Palestina

settembre 14, 2010

Claudio Gallo per “La Stampa

Al di là del furore scatenato tra le masse islamiche dai roghi più o meno reali del Corano, in Kashmir tutte le proteste confluiscono nell’unica protesta contro il dominio indiano, in favore dell’indipendenza. L’aggressione alla scuola cristiana accade dopo tre mesi dai tumulti indipendentisti in cui la polizia ha ucciso almeno 70 persone. Si può dire che India e Pakistan abbiano cominciato a litigare per il Kashmir prima ancora di esistere sulla carta geografica, continuando poi attraverso quattro guerre.

Nel 1947 il maharaja del Kashmir Hari Singh decise di aderire alla Repubblica indiana (nonostante il suo principato fosse per quasi l’80 per cento musulmano) promettendo però un referendum. La consultazione popolare, fatta propria da diverse risoluzioni dell’Onu, non fu mai indetta dai governanti indiani che, citando gli accordi di Simla con Islamabad (1972), sostengono che il nodo vada affrontato bilateralmente e non a livello internazionale. Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine. Lo scorso mese le parole di Syed Ali Geelani, il patriarca del movimento islamista, erano suonate come un’inattesa speranza. Col volto severo e ieratico, l’«uomo che non si piega» aveva esortato i manifestanti a «combattere pacificamente». «Sedetevi davanti ai poliziotti e dite loro: sono qui, sparate». La non violenza alla Gandhi non sembra aver fatto molti proseliti nelle valli del Kashmir.

Sonia Gandhi e il sari rosso che fa «tremare» l’India

giugno 7, 2010

Nell’articolo: «Non si può danneggiare la reputazione di una persona impiegando informazioni immaginarie»

da “Il Sole 24 Ore

L’ultima volta che la possibile pubblicazione di un libro in India ha fatto tanto scalpore è stato nel 1988, quando Salman Rushdie diede alle stampe i suoi “Versetti satanici”. In quella occasione il governo di New Delhi intervenne per mettere al bando il volume e disinnescare le possibili proteste della numerosa comunità musulmana del paese. Questa volta in ballo c’è molto meno, di fatto solo i malumori del Congress Party e del suo presidente Sonia Gandhi. Ma l’animosità con cui il principale partito di governo si sta opponendo alla pubblicazione de “Il sari rosso“, la biografia romanzata della propria leader, non lascia ben sperare per l’uscita in tempi brevi del volume in India. (more…)

Perché le idee cattive scacciano le buone

giugno 7, 2010

Nell’articolo: Il Partito comunista cinese ha emesso nel 1981 la sua diagnosi sulla gestione di Mao: «Ha commesso errori di enorme portata e lunga durata e, lontano dal condurre una corretta analisi su diversi problemi, ha confuso ciò che era giusto con ciò che era invece sbagliato e ha scambiato il popolo con il nemico. In questo consiste la sua tragedia»

Moisès Naim per “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Graziella Filipuzzi) 

La necrofilia è l’attrazione sessuale per i cadaveri. La necrofilia ideologica è invece l’amore cieco per idee ormai defunte. Si tratta di una patologia che risulta essere più diffusa nella sua versione politica che in quella sessuale. Accendete la tv stasera e vi troverete davanti a un qualche politico appassionatamente innamorato di idee che già sono state sperimentate e hanno fallito. Oppure assisterete alla difesa di idee la cui falsità è stata dimostrata con prove inconfutabili.

Come tutte le patologie, la malattia presenta casi più leggeri, al limite della comicità, e altri estremi e pericolosi. Prendiamo i seguaci di Mao. «Il comunismo è il sistema più completo, progressista, rivoluzionario e razionale della storia dell’umanità. Il sistema ideologico e sociale comunista è il solo ad essere intriso di giovinezza e vitalità», scriveva Mao Tse-Tung nel Libro Rosso. (more…)

I maoisti, una spina nel fianco dell’India

maggio 19, 2010

Luca Miele per “Avvenire

C’è nel cuore dell’India un colosso che fattura più di aziende all’avanguardia come Exide, Cesc o Hindustan Motors: è l’”impero maoista”. Una multinazionale del terrore con un volume d’affari all’anno – secondo un’inchiesta del Times of India – pari ad almeno 260 milioni di euro, che prospera grazie «a droga, saccheggi, rapine, riscatti». E soprattutto «al mercato delle estorsioni». Negli Stati in cui i ribelli spadroneggiano, ogni sacco di patate, ogni carico di camion, ogni stipendio ha il suo un prezzo, la sua percentuale. Nello Jharkhand, ad esempio, il “tasso corrente” è di 5 rupie per sacco di verdure, di un crore per un acro di terra coltivati a papaveri. Una rete tentacolare che sfrutta ogni attività economica. Chi non paga rischia la vita. In questo modo si finanzia la guerriglia. E si mette sotto attacco quell’entità-galassia di 1,4 miliardi di abitanti, 28 Stati, 626 distretti che costituisce la più grande (e composita) democrazia al mondo. 

Risale a lunedì un devastante attentato contro un pullman di linea nello Stato del Chhattisgarh, che ha fatto 35 morti. Da ieri invece è massima allerta in cinque Stati indiani per uno sciopero di 48 ore proclamato dai ribelli maoisti. La sicurezza è stata rafforzata in Orissa, Bihar, Bengala Occidentale, Jharkhand e Chhattisgarh dove i ribelli hanno lanciato una mobilitazione generale.  (more…)

E’ già “made in Cindia” la locomotiva del mondo

gennaio 29, 2010

di Federico Rampini

Un decennio è “un tempo infinito” per fare previsioni, dice l’economista Kenneth Rogoff rispondendo al sondaggio organizzato da Repubblica tra gli esperti riuniti al World Economic Forum. Non sembrano dello stesso parere i dirigenti di Pechino e New Delhi. Per i ritmi di aumento degli investimenti nella ricerca scientifica, la Cina e l’India hanno superato di slancio gli Stati Uniti.

Intanto Barack Obama, alle prese con una destra populista che cavalca la rivolta anti-tasse e anti-Stato, è costretto a tagliare i fondi all’istruzione. La California, un tempo la punta avanzata dell’innovazione, riduce le borse di studio e l’offerta di corsi universitari. Se è vero che “il decennio si prepara adesso”, come ci ha detto il commissario europeo Joaquin Almunia, l’Occidente è partito sul piede sbagliato. E’ indicativo il fatto che quest’anno a Davos i “malati” sotto osservazione sono Spagna, Grecia, Lettonia: tutti paesi dell’Unione europea, due dei quali sono membri anche dell’Eurozona. Lontani sembrano i tempi in cui la bancarotta di uno Stato sovrano poteva minacciare solo paesi emergenti, era un virus endemico in America latina o nel sudest asiatico. (more…)

India: la sfida dei maoisti

gennaio 20, 2010

Perché i maoisti indiani si chiamano Naxaliti. La storia e l’evoluzione del movimento nato con la partenza degli inglesi ma che ha compiuto il salto di qualità nel 2004. Le rivendicazioni dei contadini e dei gruppi tribali. I legami internazionali.

Il movimento naxalita indiano e la relativa guerriglia hanno origini lontane. Nascono difatti quando gli inglesi lasciarono l’India, e gli Stati del nord-est rifiutarono l’invito di Nehru a entrare nell’Unione indiana. Sono stati in origine particolarmente attivi in Assam, Nagaland, Manipur e Mizoram dove, alleati del gruppo indipendentista di Angami Zapu Phizo, agivano come squadra di guastatori per la Naga Army secondo il motto: “Il potere politico scaturisce dalla canna del fucile”. Finanziati e addestrati prima dal Pakistan orientale – l’attuale Bangladesh – e poi dalla Cina, col tempo hanno cambiato di segno per diventare ufficialmente i difensori dei diritti dei poveri e delle caste basse nelle zone rurali. (more…)

Il giornale con 56 milioni di lettori

novembre 29, 2009
JULIEN BOUISSOU
NEW DELHI
A qualche metro da un capannone inondato da tempeste di polvere, le erbacce incolte mostrano ancora il segno del peso dei corpi che sono caduti lì, tramortiti dai colpi di spranga e martello. Assassinati. Le loro grida perse nella notte.

E’ lì, nell’estrema periferia di New Delhi, che un ragazzo di quattordici anni e i suoi genitori, appena arrivati da un povero villaggio del Rajastan, sono stati uccisi.

Lalit Vijay solleva i materassi coperti di polvere, apre i cassetti, scatta delle foto con il telefonino. «Tutte le volte la stessa storia: la polizia passa, e gli indizi rimangono inosservati. Sono a corto di organico e vanno sempre di fretta», spiega il giovane giornalista che ha già ritrovato, due giorni prima, un cellulare che apparteneva a una delle vittime.

E’ una nuova inchiesta che comincia per Lalit Vijay: in sella alla sua moto e con un foglio di carta sempre infilato nella tasca posteriore dei suoi jeans, non si perde mai un caso interessante. Ha visto tanti di quei cadaveri che è diventato vegetariano, scherza. Le sue inchieste finiscono sulle pagine del giornale più letto al mondo: il Dainik Jagran, con le sue 240 edizioni locali, pubblica ogni giorno più di 10 mila articoli. I suoi mille giornalisti hanno le porte spalancate, dappertutto: la gente chiama prima loro della polizia. (more…)

Perchè non far entrare l’India nell’organizzazione della Conferenza Islamica?

ottobre 22, 2009

imagesL’India, pur comprendendo al suo interno la seconda comunità musulmana più popolosa del mondo, non fa parte dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC). La ragione è dovuta essenzialmente ai dissidi fra India e Pakistan legati alla questione del Kashmir. Tuttavia, forse è il momento di trovare all’interno dell’OIC un consenso per conferire all’India quantomeno uno status di osservatore nell’organizzazione – sostiene Abdulaziz Sager

Mentre l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) entra nel quarto decennio della sua esistenza, si avverte l’esigenza di riflettere sul perdurante isolamento dell’India, paese che vanta la più grande popolazione musulmana al mondo dopo l’Indonesia.

Con i suoi 57 paesi in quattro continenti, che rappresentano 1,5 miliardi di persone e un PIL complessivo di circa 7.000 miliardi di dollari, l’OIC è il secondo raggruppamento inter-governativo dopo le Nazioni Unite.

Il raggruppamento si definisce come “la voce collettiva del mondo musulmano”, e mira a “salvaguardare e tutelare gli interessi del mondo musulmano promuovendo la pace internazionale e l’armonia tra i popoli”.

Alla vigilia della sua storica visita in India nel 2006, il re dell’Arabia Saudita Abdullah bin Abdul Aziz dichiarò che “l’India dovrebbe avere uno status di osservatore presso l’OIC”, e che sarebbe “utile” che il Pakistan proponesse la candidatura dell’India. (more…)

Tata: “Investite in India”

luglio 23, 2009

images«L’Occidente non ceda al protezionismo, ma il nostro Paese ha un enorme mercato interno»

GIANLUCA PAOLUCCI
TORINO
Credo che questa crisi abbia portato con sé molte pressioni protezionistiche e questo rallenta l’espansione di un paese come l’India. Ma l’India ha un formidabile mercato interno ancora da sviluppare, con grandi opportunità anche per le imprese occidentali grazie alle riforme avviate e alla maggiore apertura del sistema economico». Ratan Tata il mercato interno indiano lo conosce bene, forse meglio di chiunque altro. Il suo gruppo produce tè e software, acciaio e energia elettrica, auto e assicurazioni. Oltre a gestire hotel, fornire servizi di consulenza, operare nel mercato delle telecomunicazioni. Tra i suoi molti incarichi c’è anche quello di consigliere del gruppo Fiat, circostanza che lo porta un paio di volte all’anno in Italia, a Torino, per presenziare di persona e non in teleconferenza ai cda della società. Lontano mille chilometri dall’immagine che si potrebbe avere dell’uomo a capo di uno dei più grandi conglomerati industriali del pianeta, è al lavoro per riuscire a riportare allo splendore originario l’Hotel Taj Mahal di Mumbai devastato dagli attacchi terroristici del novembre scorso in tempo per il primo anniversario di quei fatti e accetta di rispondere ad alcune domande prima di prendere un aereo per gli Usa. (more…)

Il Pakistan, stretto tra l’India e i Talebani

giugno 25, 2009

imagesIl problema di molti indiani e pakistani è che, accecati dalla contrapposizione fra i due paesi, non vedono i mali che attanagliano le rispettive società in cui vivono. Tuttavia la vecchia abitudine di puntare il dito al di là del confine serve a poco, oltre che a distogliere l’attenzione dai pressanti problemi interni

 

Stando all’articolo di Kapil Komireddi, la fine del Pakistan sarebbe “inevitabile” perché, sin dalla sua fondazione, il paese è stato all’origine di divisioni ed estremismo. Questa non è una teoria nuova. Praticamente ogni analista occidentale, a cui adesso si è felicemente aggiunto un coro di osservatori indiani inspiegabilmente privi del contesto regionale e storico, ritiene che lo stato del Pakistan, contrastato da autentici estremisti al suo interno, sia la peggiore minaccia in assoluto per la pace e la sicurezza internazionale. (more…)