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Il luogo comune dell’industria manifatturiera

agosto 29, 2010

Nell’articolo: Il dibattito su produzione di semiconduttori contro produzione di patate ha poi sollevato un altro aspetto. Molti di quelli a favore dei semiconduttori sostenevano che in base al prodotto lavorato si determina la prospettiva di diventare un ignorante produttore di patate o un brillante modernizzatore, produttore di semiconduttori. Ho voluto definire questa teoria come un errore quasi-marxista. Proprio Marx enfatizzava infatti il ruolo essenziale dei mezzi di produzione. Da parte mia, credo invece che si potrebbero produrre semiconduttori, scambiarli con patatine da sgranocchiare davanti alla TV diventando degli idioti. O al contrario, si potrebbero invece produrre patatine, scambiarle con semiconduttori per computer e diventare maghi del PC!

Jagdish Bhagwati (professore di economia e giurisprudenza presso la Columbia University ed è inoltre ricercatore senior in economia internazionale presso il Consiglio per le relazioni estere)  per “Il Sole 24 Ore

Tempo fa gli economisti avevano accantonato l’erronea teoria di Adam Smith secondo la quale l’industria manifatturiera dovrebbe essere prioritaria nell’economia di un paese. Nel secondo volume de “La ricchezza delle nazioni” Smith condanna infatti il lavoro degli ecclesiastici, degli avvocati, dei fisici, dei letterati di ogni genere; dei giocatori, dei buffoni, dei musicisti, dei cantanti e dei ballerini d’opera, ecc., considerandolo improduttivo. Se da un lato potremmo concordare con Smith (e Shakespeare) sull’inutilità degli avvocati, non possiamo, dall’altro, dire lo stesso per Olivier, Falstaff e Pavarotti. Ciò nonostante, il feticismo per l’industria manifatturiera si ripresenta immancabilmente e, sulla scia dell’ultima crisi, gli Stati Uniti ne sono la sua più recente manifestazione.

Nella Gran Bretagna della metà degli anni ’60, Nicholas Kaldor, economista di Cambridge di livello mondiale e consulente con un forte ascendente del partito laburista, lanciò l’allarme sul processo di deindustrializzazione. Secondo la sua teoria, lo spostamento, in atto al tempo, del valore aggiunto dall’industria manifatturiera ai servizi avrebbe provocato gravi danni in quanto l’attivià manifatturiera, al contrario del settore dei servizi, seguiva un processo di avanzamento tecnologico. Riuscì persino a spingere il laburista James Callaghan, al tempo Ministro del Tesoro, ad introdurre nel 1966 una tassa sull’occupazione selettiva che imponeva un’imposta maggiore sugli impieghi del settore dei servizi rispetto a quelli del settore manifatturiero. Tale misura fu poi rivista nel 1973, non appena ci si accorse dell’impatto che la tassa avrebbe avuto sull’industria turistica che produceva un’ampia disponibilità di valuta estera, al tempo estremamente necessaria.

L’argomentazione di Kaldor si basava sulla premessa, sbagliata, per cui i servizi non erano in grado di progredire dal punto di vista tecnologico. Tale prospettiva rispecchiava, senza dubbio, un empirismo occasionale basato sui negozietti e gli uffici postali di quartiere che i professori inglesi trovavano fuori dai college di Oxbridge. Una realtà tuttavia in contrasto con gli enormi cambiamenti tecnologici dell’attività di commercio al dettaglio, e, in un secondo tempo, dell’industria delle telecomunicazioni, che portò in tempi brevi al servizio FedEx, al fax, ai telefoni cellulari e ad Internet. (more…)