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La guerra del terzo millennio

dicembre 7, 2011

Alberto Stabile per “la Repubblica”

Beirut. L´immenso altipiano dove regnano miseria e paura, abitato soltanto da pastori nomadi e da contrabbandieri, è avvolto nel silenzio appena incrinato dal lontano ronzio di un motore. Il cielo è un lastra di opaline. Le capre, in cerca di cibo, infilano il muso bianco e nero fra le rocce. Nulla deve essere sembrato più alieno a questo angolo di mondo del grande uccello di metallo grigio che, volteggiando senza direzione sulle sue enormi ali, è andato a schiantarsi, sabato scorso, sulla terra arida del Balucistan, al confine tra l´Iran e l´Afghanistan. Eppure questo è l´ultimo fotogramma di una guerra che coinvolge mezzo continente, grandi potenze militari, eserciti, laboratori, scienziati. Mezzi del secolo scorso, come l´esplosivo, o la polvere da sparo, e congegni avveniristici. Una guerra micidiale e spietata, come tutte le guerre, ma anche silenziosa, chirurgica e mirata come non se ne sono mai viste. Le bombe, il sangue, i morti arriveranno dopo.
È la guerra del terzo millennio quella che ha visto la contraerea iraniana abbattere l´aereo spia americano Rq-170 Sentinel, il gioiello dell´industria aeronautica Lockheed, dalle caratteristiche tuttora segrete, ma da tempo considerato il campione riconosciuto fra gli UAN (Unmanned aereal vehicle), aerei senza pilota, volgarmente detti drone, ma questo, a differenza degli altri, dotato della tecnologia stealth che lo rende invisibile ai radar.
Subito gli Stati Uniti si sono affrettati a far sapere, tramite il comando delle forze Nato in Afghanistan che potrebbe trattarsi di un drone di cui i controllori a terra avevano perso le tracce mentre era impegnato in una missione nei cieli dell´Afghanistan. Ma non è stato precisato di che tipo di aereo si trattava. E in ogni caso, hanno subito ribattuto alcuni esperti occidentali, la Nato non avrebbe bisogno di impiegare un aereo così sofisticato e prezioso contro i Taliban, che non hanno né radar, né aviazione, né contraerea. Conclusione: il velivolo abbattuto, o precipitato per un qualche guasto (la versione ufficiale di Teheran non è suffraga da immagini, né da prove certe) era impegnato in una missione di spionaggio contro l´Iran e, verosimilmente, contro il programma nucleare iraniano.
Perché, fra i tanti conflitti “a bassa intensità”, che si combattono nel mondo, e che vedono impegnate le maggiori potenze, direttamente, o tramite comodi alleati, siano essi regimi clientelari o milizie assoldate alla bisogna, propri agenti catapultati oltre le linee nemiche, o killer professionisti eterodiretti, lo scontro che vede contrapporsi Stati Uniti e Israele, da una parte, e l´Iran dall´altra, è sicuramente il più manifesto, eclatante e gravido di conseguenze, vista la posta in gioco. Ed è, innanzitutto, uno scontro per l´egemonia che il possesso (o non possesso) della bomba atomica da parte dell´Iran può facilitare o allontanare per sempre.
A dimostrazione che in questa guerra sommersa c´è un filo rosso che collega tutto, basti pensare che la storia dell´aereo-spia ha riacceso i fari sulla misteriosa esplosione che il 12 novembre scorso ha praticamente raso al suolo il centro di esperimenti balistici non molto lontano da Teheran, dove, a quanto pare, venivano testati missili a lungo raggio capaci di colpire Israele e non soltanto Israele. Fra le perdite provocate dalla esplosione devastante, il capo del programma, Hassan Teherani Moghaddam, un quadro di alto profilo dei Guardiani della Rivoluzione, vicino alla guida spirituale, Ali Khamenei che, infatti, ha officiato il suo funerale, ed altre 17 persone, fra cui sicuramente tecnici ed esperti non facilmente sostituibili. Quale segreto, ci si è chiesti subito, veniva custodito in quella base? L´analisi delle foto satellitari del sito distrutto hanno spinto alcuni analisti americani ad ipotizzare che lì si stava sperimentato, per la prima volta, un nuovo tipo di carburante solido, per i missili a lungo raggio, la cui tecnologia sarebbe in qualche modo approdata in Iran nonostante l´embargo cui da anni è sottoposto il regime degli Ayatollah.
La caratteristica principale di questo “solid fuel” sarebbe quella di permettere il lancio degli ordigni in tempi enormemente più brevi che se venissero alimentati da carburante liquido. Il che, deducono gli esperti implicherebbe che, in caso di attacco aereo israeliano o americano, o di entrambi, attacco ipoteticamente diretto contro le centrali atomiche, per bloccare il programma nucleare di Teheran, le forze armate iraniane sarebbe in grado di indirizzare la loro risposta missilistica contro gli obbiettivi nemici (oltre a Israele hanno posto nel mirino “gli interessi americani nella regione del Golfo”) prima ancora che l´attacco venga portato a termine. Teheran, grazie alle sue nuove acquisizioni in campo missilistico, non perderebbe quella che viene definita la sua “deterrenza”.
Nella guerra del terzo millennio chi possiede la tecnologia ha un vantaggio di partenza sugli avversari. Di conseguenza è d´importanza strategica impedire che il nemico acquisisca certe tecnologie. Uno dei successi che vengono attribuiti all´ex capo del Mossad israeliano, Meir Dagan, è di essere riuscito a “rallentare il passo” della ricerca iraniana verso la realizzazione dell´atomica. Questi non sono argomenti che le autorità israeliane hanno l´abitudine di commentare. Ma sono le stese autorità iraniane ad attribuire ai servizi segreti israeliani, ed al Mossad in particolare, la moria che ha colpito scienziati nucleari e tecnici iraniani impegnati nella concretizzazione del piano di arricchimento dell´uranio. Almeno cinque negli ultimi due anni, uccisi con metodi diversi. Il più ingegnoso: due killer in motocicletta che si affiancano alla automobile della vittima designata e vi attaccano un ordigno dotato di un magnete, che esploderà da lì a poco. Allo steso fine è stato utilizzato anche il super virus Stuxnet che, attaccando i computer del laboratorio nucleare di Natanz hanno imposto alle turbine iraniane una perdita di potenza del 30 per cento. Anche qui, nessuna rivendicazione esplicita.
Alla fine, a parte le indagini sul terreno, l´arsenale tecnologico è quello che ha permesso agli Stati Uniti la cattura e l´uccisione di Osama Bin Laden. Quello stesso tipo di aereo-spia di cui l´Iran vanta l´abbattimento, l´Rq-170 Sentinel, ha svolto decine di missioni nella zona di Abbottabad, in Pakistan, dove si era rifugiato il fondatore di Al Qaeda. Ed è altamente probabile che le sue potenti telecamere abbiano ripreso l´intera irruzione delle forze speciali americane nel covo, inviando le immagini nel famoso studio della Casa Bianca dove Barack Obama, Hillary Clinton, Biden e gli altri consiglieri hanno potuto seguire tutta l´operazione in diretta. E se lì, nel Waziristan, il drone americano ha smesso di operare, è perché i militari di Islamabad, sentendosi a loro volta spiati dagli alleati americani, hanno protestato, seppure a cose fatte, con Washington.
L´aereo senza pilota della Lockheed andrà presto a far parte dell´arsenale della Corea del Sud nella sua schermaglia infinita contro la Corea del Nord. Finché, inevitabilmente, non sarà rimpiazzato da qualcosa di ancora più invisibile, sofisticato e letale. E chissà che, di questo passo, diventata una corsa capace di scavare fossati incolmabili tra schiere nemiche, la guerra non possa un giorno assegnare la vittoria prima ancora di combattere.

Diritti Globali

I Mujaheddin del popolo, dissidenti iraniani in pericolo

novembre 17, 2011

Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2010

I Mujaheddin del popolo sono ospitati in Iraq, nel campo di Ashraf. Dal 2009 il clima è cambiato e il premier al Maliki pretende che se ne vadano entro il 31 dicembre. I dissidenti vogliono lo status di rifugiato politico per poi andare in Occidente. L’impegno degli Usa

Luca Attanasio per “Limes

Nel 1985, i vari leader della resistenza antikhomeinista ospitati in Europa furono invitati a lasciare al più presto le capitali che fino a quel momento avevano garantito loro asilo.

La Guida Suprema aveva emesso una sorta di fatwa minacciando di scatenare attentati contro i paesi che avessero continuato ad accogliere Massoud Rajavi, presidente dei Mujaheddin del popolo, Bani Sadr, primo presidente della Repubblica islamica dell’Iran deposto dopo poco più di un anno dal regime, e i loro seguaci.

Rajavi e Sadr, all’epoca a Parigi, assieme a molti altri alloggiati in altre città d’Europa furono quindi costretti a fuggire. Trovare paesi disposti a ricevere nei propri confini dissidenti così “scomodi” non fu impresa semplice. Per quello che potrebbe apparire uno scherzo della geopolitica, l’unico Stato che dichiarò la sua disponibilità a offrire rifugio a Rajavi e un migliaio di Mujaheddin fu quello con cui l’Iran era in guerra da ormai cinque anni: l’Iraq.

A 90 chilometri a nord di Baghdad, e non lontano dal confine iraniano, sorse il Campo Ashraf, una sorta di cittadella destinata a ricevere dissidenti iraniani da tutto il mondo. I 36 chilometri quadrati in pieno deserto in breve si trasformarono in un prodigio dell’architettura, dell’ingegneria e della tecnologia divenendo punto di riferimento per molti oppositori del regime degli ayatollah.

Nel momento di maggior splendore, prima della seconda guerra del Golfo, il campo, perfettamente autonomo dal punto di vista economico, con un territorio intensamente coltivato e micro imprese che permettono commercio con i villaggi vicini, è arrivato a contare fino a seimila abitanti. Per anni ha fornito acqua, elettricità e tecnologia a tutta l’area circostante.

Retto da un originale esperimento di democrazia partecipativa, con un consiglio direttivo eletto ogni due anni attualmente formato interamente da donne, Ashraf vive di leggi scritte e di regole tramandate. Nel periodo di permanenza, che può durare decenni, non ci si sposa, non si fanno figli, si svolgono principalmente attività di opposizione politica e, fino al 2004, militare. Con l’entrata degli americani, infatti, in cambio di un’assicurata protezione gli abitanti furono invitati a consegnare tutte le armi.

Da quando si è cominciato a parlare di “exit strategy”, però, gli ashrafiani hanno cominciato a essere fortemente preoccupati. “Da quel momento in poi” spiega Mahmoud Hakamian, rappresentante della resistenza iraniana in Italia “ci siamo trovati tra due fuochi. Da una parte il nemico di sempre, il governo iraniano, dall’altra il nuovo avversario, Al Maliki, salito al potere anche grazie all’appoggio di Teheran che non vede l’ora di liberarsi di noi”.

Nel luglio del 2009 sono cominciati i raid dell’esercito iracheno all’interno del campo. L’ultimo, l’8 aprile 2011, ha fatto 37 morti e 350 feriti. “I soldati delle forze di sicurezza irachene, circa 2.500, alcuni dei quali – riprende Hakamian – parlavano in farsi, sono entrati incontrastati con carri armati e ruspe. Le ultime armi le abbiamo consegnate agli americani nel 2004. Abbiamo capito che l’esperienza di Ashraf sta per finire, ma chiediamo almeno che i 3.800 abitanti non vengano gettati in pasto al regime”.

Per evitare di essere rimandati in Iran o in luoghi dove la vulnerabilità sarebbe massima, i residenti hanno elaborato una proposta: chiedono di venire riconosciuti rifugiati politici dall’Onu e di ottenere il permesso di raggiungere l’Europa o l’America. Le Nazioni unite sono pronte ad accogliere le istanze degli abitanti di Ashraf ma il governo iracheno, che considera il campo un’occupazione abusiva di suolo e non ne riconosce la legittimità, vuole che le operazioni di riconoscimento si svolgano a Baghdad.

“Per noi è una trappola” dichiara ancora Hakamian. “Una volta fuori dal campo, le garanzie cesserebbero. La soluzione migliore sarebbe istituire una zona extraterritoriale a ridosso del campo dove i funzionari dell’Onu possano venire a svolgere le pratiche di asilo per i residenti”.

Il tempo stringe. Al Maliki pretende lo sgombero del campo entro il 31 dicembre prossimo. “Per trovare una soluzione ci resta poco più di un mese. Se non vorranno accettare le nostre proposte, sappiano che piuttosto che farci ammazzare in Iran resisteremo fino all’ultimo residente”. È il grido di Hassan, un giovane gravemente ferito durante il raid dell’8 aprile, ora in Italia per la riabilitazione.

La speranza degli abitanti di Ashraf risiede tutta nelle parole del segretario di Stato americano Hillary Clinton, pronunciate nel corso di un’audizione al Congresso lo scorso 27 ottobre: “Siamo estremamente preoccupati per gli sviluppi della situazione del Campo Ashraf. Stiamo facendo ogni sforzo affinché nessuno dei residenti venga trasferito in luoghi dove la propria vita sarebbe in pericolo e per permettere all’Onu di svolgere il proprio lavoro”.

La guerra segreta fra Iran ed Egitto

maggio 31, 2011

Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”

Guerra di 007 tra Egitto e Iran. La sicurezza egiziana ha fermato sabato sera Qassem Al Husseini, un diplomatico iraniano al Cairo accusato di spionaggio. Per il funzionario, rilasciato ieri, scatterà l’espulsione. Da Teheran hanno cercato di ridimensionare l’incidente, ma hanno acceso le loro «antenne» . Perché l’arresto di Qassem Al Husseini può far saltare qualcosa di più serio. La spia non era, infatti, da sola. Gli iraniani – secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche al Corriere – si sono mossi fin dai primi giorni di aprile dopo l’annuncio che Egitto e Iran sono pronti a ristabilire i rapporti diplomatici interrotti nel 1980. Una svolta storica che i mullah hanno accompagnato con una seconda iniziativa. Riservata. Teheran vuole allargare la presenza della sua intelligence in Nord Africa e ha mobilitato l’Armata Qods, il braccio clandestino dei pasdaran. Il suo comandante, Ghassem Soleimani, ha attivato diversi operativi destinati ad agire in Egitto e passato direttive precise al rappresentante iraniano al Cairo Mojtaba Imani, convocato di gran fretta a Teheran. A un ufficiale della Qods, inviato con la classica copertura diplomatica, è stato affidato il compito di gestire il network. Era Al Husseini? O lui aveva solo un ruolo esplorativo? Gli 007 iraniani – secondo gli ordini di Soleimani -devono sfruttare l’apertura egiziana per ampliare il traffico d’armi in favore dei palestinesi di Hamas a Gaza. Un team di agenti ha studiato come favorire il transito del materiale che arriva in Sudan dall’Iran e poi prosegue verso la striscia palestinese grazie alla filiera del contrabbando. Tre elementi sudanesi – uno di loro è conosciuto come «l’esperto» – si sono trasferiti di recente nella penisola del Sinai per coordinare l’invio delle armi insieme. Altrettanto importante il ruolo di alcuni pasdaran fino a poche settimane fa basati a Khartum e ora arrivati in Egitto. L’altra missione degli agenti è l’infiltrazione nel tessuto politico egiziano e la diffusione dell’ideologia khomeinista. La rivolta contro il regime ha creato opportunità che Teheran non vuole farsi sfuggire. Ci sono tanti giovani delusi da quanto è accaduto e gli iraniani hanno molto da offrire. Consigli, aiuti e, se necessario, fondi. Per il «piano Egitto» l’Armata Qods – sostengono le medesime fonti diplomatiche -avrebbe un budget di diversi milioni di dollari. Un piccolo tesoro per una grande operazione.

Informazione Corretta

Stregoni e spiriti maligni, il nuovo incubo degli ayatollah

maggio 10, 2011

In Iran, con l’accusa di aver stabilito contatti con i Ginn, con gli spiriti e con le creature soprannaturali, sono stati arrestati i più stretti collaboratori di Mahmud Ahmadinejad, tra cui il consuocero e candidato a succedergli, Esfandiar Rahim-Mashei (articolo pubblicato su la Repubblica il 09/5/2011)

Bijan Zarmandili, da “Limes

Non più i filo-occidentali, “Gharbi”, i riformisti,“reformi”, oppure i non-intimi, “Nakhodi”: i nuovi nemici dell’Ayatollah Ali Khamenei, la Guida della rivoluzione, sono i “Khorafati”, cioè i superstiziosi, in altre parole gli stregoni. Con l’accusa di aver stabilito contatti con i Ginn, con gli spiriti e con le creature soprannaturali, sono stati arrestati i più stretti collaboratori di Mahmud Ahmadinejad, tra cui il consuocero e candidato a succedergli, Esfandiar Rahim-Mashei. Gli endemici scontri tra le opposte fazioni in seno della Repubblica islamica assumono dunque valenze metafisiche e rischiano di produrre caos e melodrammi farseschi. (more…)

Il fotoreporter Attar: «Il mio Iran senza luce»

aprile 8, 2011

Fabrizio Mastrofini per “Avvenire”

«La mia fotografia è un modo di riflettere, che proviene dalla vita e si dirige verso la meditazione». Così spiega la sua opera il fotografo di origine iraniana Abbas Attar, classe 1944, che a Roma in questi giorni ha parlato per la prima volta della professione che svolge, presentando una selezione delle foto scattate in giro per il mondo, dal Medio Oriente all’Iran, all’India, alla Mongolia, dove negli ultimi anni è stato impegnato in un lavoro di ricerca sulle religioni. È di base a Parigi e lavora per l’agenzia Magnum.

Come imposta il suo lavoro?
«Lo dividerei in tre fasi distinte. La prima, quella delle fotografie, è segnata dalla spontaneità, dal contatto con la realtà e dalla ricerca del modo migliore per rappresentarla. La seconda fase è quella della scelta delle fotografie e della riflessione: dalle migliaia di istantanee scattate occorre scegliere una sequenza di alcune decine che dia un’idea della o delle situazioni. La terza fase per me ha un carattere meditativo, in quanto si tratta di comporre la sequenza scelta in maniera che corrisponda a quello che voglio davvero esprimere. Se dovessi sintetizzare, direi che nel mio caso l’espressione migliore è: scrivere con la luce». (more…)

Non uccidete le mie idee faccio film per il vero Iran

novembre 24, 2010

Jafar Panahi, da “La Repubblica”

Negli ultimi giorni ho rivisto i miei film preferiti, ma alcuni, tra i più belli della storia del cinema, non ho avuto modo di vederli. La sera del 1° marzo sono penetrate in casa mia, mentre io e il collega Rasoulof eravamo intenti a girare quello che doveva essere un film socialmente impegnato, persone che si sono identificate come agenti dei Servizi di intelligence e che hanno arrestato me, Rasoulof e altri membri della troupe senza mandato. Hanno confiscato la mia collezione di film e non me l´hanno più restituita. Di questi film ha parlato soltanto il procuratore incaricato che mi ha chiesto: «Che cosa sono questi film osceni che colleziona?». (more…)

Leggere Kant a Teheran

novembre 19, 2010

Gli ayatollah ospitano la Giornata Mondiale della Filosofia, ma il mondo si divide: è giusto parlare nel Paese che nega la libertà?

Maurizio Assalto per “La Stampa”

Il filosofo, spiega Platone nel Fedro, è quella persona che «desidera» la sapienza, e la desidera proprio perché non la possiede; al contrario degli dèi, che non sono filosofi ma sapienti. Degli dèi o, potremmo aggiungere, dei loro ministri sulla terra, sapienti per proprietà transitiva.

La questione è: può un simposio di filosofi, cioè a dire del pensiero che si vorrebbe laico, riunirsi in un Paese teocratico, dove la verità non è un fatto di libero confronto ma discende direttamente dall’alto, prendere o lasciare? Può la libertà intellettuale addentrarsi nella tana del lupo inturbantato, e non per rivolgersi alle sue vittime ma su invito del lupo stesso, accolta con tutti gli onori? (more…)

La sorte dell’Iraq: un nuovo Libano

novembre 12, 2010

Alberto Negri per “Il Sole 24 Ore

L’Iraq, scrive il quotidiano di Beirut al Nahar, si è trasformato in un nuovo Libano: incapace di costituire un governo in assenza di una decisione proveniente dall’estero. I retroscena sembrano confermarlo. Il viaggio di al-Maliki a Teheran, dove ha incontrato la Guida Suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, è stato decisivo per ottenere il sostegno dei suoi padrini politici che hanno organizzato a Qom un faccia a faccia con Muqtada Sadr convincendo il giovane e influente mullah iracheno a dare il suo via libera.

La coalizione sciita, perno del nuovo governo, è stata fatta tra Teheran e i 120 chilometri di deserto che dividono la capitale e il Vaticano degli ayatollah. Ahmadinejad intanto aveva ottenuto l’assenso del presidente siriano Assad su una candidatura che aveva già ricevuto la benedizione del leader libanese degli Hezbollah Hassan Nasrallah.
Alla triangolazione Iran-Siria-Libano si è aggiunto un altro tassello importante: la Turchia. Ankara ha sostenuto al-Maliki perché Teheran è un partner di prima grandezza, al punto da proporre Istanbul come sede del negoziato nucleare. Non solo: dagli iraniani e da Maliki i turchi hanno ottenuto l’impegno a tenere sotto controllo i curdi del Pkk. La Turchia non trascura neppure gli aspetti economici: l’interscambio con Teheran ormai ha superato quello con Washington. Forse è azzardato parlare di un asse Iran-Turchia ma si è avuta un’altra conferma della nuova proiezione regionale di Ankara tra Europa e grande Medio Oriente. (more…)

Khamenei a Qom, un anno dopo

ottobre 30, 2010

La Guida suprema si è recato in visita alla città santa di Qom per riconfermare le proprie credenziali religiose ed il supporto unitario del clero al governo di Ahmadinejad. Missione compiuta

Nima Baheli per “Limes

La scorsa settimana la Guida suprema iraniana ha visitato la città santa di Qom: tale visita, straordinaria per molte ragioni – a partire dal costo stimato in oltre un milione di dollari – aveva l’obiettivo di ripristinare le credenziali religiose.

L’Ayatollah Khamenei non scendeva a Qom da più di un anno, ovvero da quando, avendo esplicitamente sostenuto Ahmadinejad alle elezioni presidenziali di giugno 2009, si pose in netto contrasto con la maggior parte degli alti prelati della città santa iraniana.

Marja-e Taqlid (Fonti di Emulazione) Hossein Ali Montazeri e Yusuf Sanei avevano preso la guida spirituale del Movimento Verde mentre altri Gran Ayatollah quali Asadollah Bayat Zanjani e Mohammad Ali Dastgheib criticavano aspramente il governo e la stessa Guida Suprema per la sua discesa in campo.

L’importanza del viaggio è stata enfatizzata anche da alcune calcolate azioni precedenti la visita. Sono stati chiusi senza alcuna spiegazione ufficiale i siti web di tre importanti prelati dissenzienti: i Gran Ayatollah Bayat Zanjani, Dastgheib, e Sanei. (more…)

Iran: Ahmadinejad e la diplomazia parallela

settembre 15, 2010

Il presidente iraniano tenta la strada del parallelismo politico. In particolare Ahmadinejad si sta concentrando sugli affari esteri. Le sue decisioni potrebbero portare ad una frattura all’interno del governo

Nima Baheli, da “Limes

La scorsa settimana 122 parlamentari hanno scritto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per avvertirlo dei rischi del “parallelismo in politica estera”, chiedendogli inoltre di rivedere le nomine di quattro “Rappresentanti Speciali”. Imperterrito il presidente ha agito con decisione evidenziando l’esigenza di nominarne altri due per l’Africa e il Sud America.

Ma chi sono costoro e quale “logica” vi è dietro questo ulteriore scontro che vede contrapposte le varie anime dell’establishment conservatore iraniano?

Ma andiamo per gradi. Il 24 agosto, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha nominato quattro nuovi rappresentanti diplomatici: Esfandiar Rahim Masha’i, Rappresentante Speciale per il Medio Oriente, Hamid Baqha’i Rappresentante Speciale per gli affari asiatici, Mohammad-Mehdi Akhoundzadeh Rappresentante Speciale per gli affari del Mar Caspio, e Abolfazl Zohrehvand Rappresentante Speciale per l’Afghanistan.

Non è la prima volta che un presidente iraniano nomina dei rappresentanti speciali in base all’articolo 127 della Costituzione. Già Khatami e Rafsanjani ne avevano nominati per il Mar Caspio e per l’Afghanistan al fine di dare maggior peso alle delegazioni iraniane allora impegnate in negoziati. (more…)

La mega fornitura di armi americane ai sauditi da 60 miliardi preoccupa l’Iran ma non Israele

settembre 13, 2010

Gianandrea Gaiani per “Il Sole 24 Ore

Frutto di lunghi negoziati e di un difficile bilanciamento tra le esigenze del cliente e le priorità di Washington , il nuovo programma di forniture militari statunitensi all’Arabia Saudita da 60 miliardi di dollari verrà discusso e presumibilmente approvato dal Congresso entro i prossimi giorni. Molte le ragioni dietro alla volontà della Casa Bianca di fornire ai sauditi 84 nuovi cacciabombardieri Boeing F-15 Silent Eagle, l’ammodernamento di altri 70 velivoli dello stesso tipo ma dell’ormai superata versione C oltre al rinnovo della componente elicotteri stico destinata alle operazioni terrestri con 70 Ah-64 Apaches da combattimento, 72 Black Hawks multiruolo e 36 Little Birds da osservazione/ricognizione. (more…)

L’amico scomodo di Ahmadinejad

settembre 11, 2010

Il consigliere più fidato del presidente iraniano sta aggravando la spaccatura tra l’ala militare e quella religiosa del regime

Nell’articolo: “Se qualcuno abbandona l’islam”, ha detto l’ayatollah Muhammad Taqi Mesbah Yazdi, “noi lo avvertiamo. Poi, se continua, lo picchiamo” […..] Non si tratta semplicemente di uno scontro tra conservatori e riformisti, bensì di una faida interna ai conservatori. Khamenei ha cercato di arginarla, senza grandi successi. E lo stesso Mashai avrebbe detto che è solo questione di tempo “prima che certe persone chiamino Ahmadinejad un apostata”

da “ilpost

La definizione “amico scomodo” è dell’Economist, che lo descrive e ne racconta la storia, e già questo di per sé è insolito. Solitamente è il presidente iraniano a essere l’amico scomodo di qualcuno, una volta di Lula e un’altra di Medvedev, e bisogna essere veramente scomodi per arrecare imbarazzi a un uomo politico estremista e controverso come Ahmadinejad.

Lui si chiama Esfandiar Rahim Mashai, è un vecchio amico di Ahmadinejad ed è il suo consigliere più fidato. L’Economist racconta come il suo ruolo sia stato cruciale nell’estate del 2009, quando la rielezione di Ahmadinejad portò alle proteste di piazza a Teheran e all’onda verde. Da tempo era nota la spaccatura nell’ala conservatrice del regime, tra i sostenitori della via militare e quelli della via religiosa, tra gli uomini più vicini al Presidente e quelli più vicini all’Ayatollah. Mashai fu fondamentale nel riunire i conservatori dietro Ahmadinejad. (more…)

«Domani ti impicchiamo». Finta esecuzione per Sakineh

settembre 2, 2010

Il figlio Sajad denuncia la nuova tortura e dice al mondo: «Finché la sosterrete non l’uccideranno»

Nell’articolo: E non solo: i ministri Franco Frattini e Mara Carfagna ieri hanno lanciato «un’azione senza precedenti per mobilitare le coscienze» […..] Come finirà questa storia, che sta coinvolgendo sempre più persone, celebrità, perfino governi a partire da quello francese? «L’Iran ormai non può più uccidere Sakineh, sta cercando una via d’uscita e per ora manda solo segnali di confusione e divisione interna»

Cecilia Zecchinelli per “Il Corriere della Sera”

«Prepàrati, prima della preghiera dell’alba sarai impiccata», hanno annunciato i secondini a Sakineh Mohammadi Ashtiani sabato notte. Lei ha abbracciato le compagne di cella, scritto un breve testamento, certo pensato ai figli, agli amici, alla sua sfortunata vita: 43 anni di cui gli ultimi quattro nel braccio della morte di Tabriz. Ma il muezzin intona l’invito a pregare, le ore passano e Sakineh resta viva.

Una finta esecuzione, sottile e spietata tortura. Non è una novità nella Repubblica Islamica: i 53 ostaggi all’ambasciata Usa la sperimentarono nel 1980, tre anni fa toccò ai 15 militari inglesi sconfinati in acque iraniane. E da Dostoevskij nella Russia zarista agli iracheni nel carcere «americano» di Abu Ghraib la tecnica è stata anche altrove provata come devastante. (more…)

Risse di regime nei palazzi di Teheran

agosto 25, 2010

Nell’articolo: Il 9 agosto, nel corso di una visita in Siria, Ali Akbar Velayati, importante consigliere di Khamenei (da sempre critico nei confronti di Ahmadinejad) ha dichiarato che l’Iran è disposto a trattare con gli Stati Uniti sul programma nucleare. La settimana seguente, un portavoce del ministero degli Esteri ha detto che Teheran non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in negoziati. Il doppio linguaggio della diplomazia iraniana non è certo una novità, ma ora la cacofonia è un sintomo di confusione che nuoce all’immagine della Repubblica islamica

da “Il Foglio”

“Kheili asabani”, ossia molto arrabbiato. Così lo descrivono le cronache iraniane delle ultime settimane. L’ayatollah Khamenei è stanco di giocare il ruolo di paciere nelle continue faide tra conservatori pragmatici e falchi. “Ho lanciato un serio monito ai nostri funzionari affinché non rendano pubbliche le loro divergenze di opinione”, ha annunciato a favore di telecamera. Come se, un anno fa, non avesse rinunciato alla sua sbandierata equidistanza tra fucili e turbanti. Ora Khamenei prova a riconquistare l’aplomb del pater familias costringendo i suoi riottosi eredi a siglare la pace. Pochi giorni dopo il richiamo alla solidarietà nazionale, avrebbe riunito il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, e il capo del Parlamento, Ali Larijani. E’ seguita una conferenza stampa tutta sorrisi, buoni propositi e pacche sulle spalle. Ma pochi sono pronti a scommettere sulla riconciliazione. (more…)

In Libano si prepara la guerra: la farà Hezbollah in nome dell’Iran

luglio 15, 2010

Nell’articolo: L’ultimo accordo fra Iran e Siria parla di una fabbrica di M600 finanziata dagli ayatollah in territorio siriano: Assad se ne può tenere la metà, ma deve consegnare il resto agli Hezbollah. La fonte è francese, Intelligence on line, e in genere è affidabile

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale”

Al nord: appena accadde, precisamente quattro anni fa ieri, noi giornalisti partimmo uno a uno verso il confine settentrionale. Viaggiavamo lenti oltre la valle del Giordano lungo una strada su cui già rollavano in file insuperabili i carri armati e mezzi corazzati di vario genere. Oltre Kiriat Shmone. Nella cittadina di Metulla, dove i carri armati occupavano la parte suburbana che bordeggiava con il Libano, verdeggiante, morbido, ma irto di postazioni di Hezbollah, chi fece in tempo prenotò una stanza nell’albergo locale. Io trovai posto poco lontano in un bed and breakfast senza rifugio, ma con una buona colazione. Era iniziata una guerra che non è mai finita se non nel suo aspetto più evidente, quello dei razzi che piovevano su Israele e che ci scoppiavano fra i piedi, facendo crateri nelle strade di comunicazione, distruggendo case e scuole fino ad Acco e a Haifa, incendiando i boschi di conifere orgoglio di Israele. (more…)

La BP e l’Asse del Male

luglio 7, 2010

Original Version: BP and the Axis of Evil

La BP, la compagnia petrolifera responsabile del disastro ambientale del Golfo del Messico, ha compiuto altri danni, non meno gravi, nella sua storia; essa contribuì fra l’altro a determinare gli eventi che avrebbero portato al golpe anglo-americano del 1953 in Iran – scrive il documentarista britannico Adam Curtis

da Medarabnews

La BP è attualmente accusata della distruzione della fauna e della costa dell’America, ma se si guarda al passato si scopre che la BP ha fatto qualcosa di ancora più grave ai danni dell’America.

La BP ha dato al mondo l’Ayatollah Khomeini.

Ovviamente ci sono molti fattori che hanno portato alla Rivoluzione iraniana, ma nel 1951 la Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) – che sarebbe poi diventata la British Petroleum (BP) – e il suo azionista di maggioranza, il governo britannico, cospirarono per distruggere la democrazia e instaurare in Iran un regime controllato dall’Occidente. La collera che ne risultò e la repressione che ne seguì furono tra le cause principali della Rivoluzione iraniana del 1978-79 – dalla quale emerse il regime islamista dell’Ayatollah Khomeini. (more…)

Perché l’Iran continuerà a bombardare l’Iraq

giugno 24, 2010

Original Version: Why Iran will continue to shell Iraq

Nell’articolo: Le incursioni oltreconfine (compresi i bombardamenti) hanno rappresentato nel tempo un modo conveniente, da parte degli stati vicini, per inviare sottili messaggi agli attori politici iracheni. Ciò include il rammentare loro i limiti del successo che possono ottenere, soprattutto con il ritiro delle truppe americane

La tattica delle incursioni militari oltreconfine permette a paesi vicini dell’Iraq, come l’Iran e la Turchia, di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di compromettere i progressi economici di Baghdad senza ricorrere ad una guerra aperta – scrive l’analista Ranj Alaaldin,  analista esperto di questioni di sicurezza e di affari mediorientali presso la London School of Economics and Political Science; nell’ambito dei suoi abituali viaggi in Medio Oriente, si è recato recentemente in Iraq per una serie di missioni di ricerca, da Medarabnews

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Nel corso dell’ultimo mese, l’Iran ha continuamente e instancabilmente bombardato i villaggi al confine con il Kurdistan iracheno, provocando la fuga di migliaia di persone, ferendone molte e perfino uccidendo una quattordicenne.

Il motivo apparente di questi attacchi sarebbe quello di colpire il “Partito per la vita libera del Kurdistan”, un movimento militante curdo-iraniano noto come Pejak. Ad ogni modo, la decisione di mandare al confine unità militari e di stabilire basi (secondo fonti curde) potrebbe far parte di una più ampia strategia iraniana per mantenere una presenza fisica di lunga durata in territorio curdo. Sicuramente rappresenta una provocazione che l’Iran può giustificare sulla base della minaccia posta dal Pejak, ma le ragioni potrebbero andare ben oltre. (more…)

Intervista all’americano che ospitò Ahmadinejad «Basta con le sanzioni»

giugno 22, 2010

Richard W. Bulliet. Studia l’Islam politico da una vita. Tre anni fa, ha invitato Mahmud Ahmadinejad alla Columbia University di New York. Il controverso professore americano spiega perché – secondo lui – non dobbiamo temere il regime

Nell’articolo: Il presidente iraniano secondo loro sarebbe convinto che l’attacco contro Israele aprirebbe la strada al ritorno del dodicesimo imam, il Mahdi. E dato che Ahmadinejad non si muove in modo irrazionale, le classiche regole del gioco non hanno più valore. Ma è una teoria priva di fondamento.

Luigi Spinola per “Il Riformista

«Vi stupirà sapere che in molti, anche qui alla Columbia University, mi considerano oggettivamente complice dell’imperialismo» si lamenta con civetteria Richard W. Bulliet. È l’eredità lasciata all’università newyorkese da Edward Said, lo studioso palestinese teorico dell’Orientalismo. «Sei americano? Il tuo sguardo non può che essere determinato da una visione neo-coloniale». Anche se le tue posizioni sono eterodosse» sintetizza. E quelle del professor Richard W. Bulliet, decano del Middle East Institute della Columbia, lo sono parecchio. È stato lui, nel settembre 2007, a invitare Mahmud Ahmadinejad all’Università per un confronto con gli studenti che fece molto discutere. Bulliet assicura di non avere nessuna simpatia per il presidente iraniano ma lo considera «un politico molto abile, anche qui se la cavò bene».

All’incontro con un piccolo gruppo di europei, Bulliet si presenta con la tenuta d’ordinanza da professore liberal americano: senza cravatta e tazza di caffè in mano. La sua porta stampata l’immagine dell’Ayatollah Khomeini. Bulliet è stato un precursore nello studio dell’Islam politico contemporaneo. A metà degli anni 70, quando sulla ribalta c’è ancora il nazionalismo laico, scommette che l’islamismo sarebbe diventato il vero protagonista della scena mediorientale. E a suo modo di vedere un protagonista positivo, perché, sostiene, «che ci piaccia o meno, la speranza di democratizzazione è legata all’Islam politico, l’opposizione ai vecchi regimi della regione sta lì». È un alternativa però – riconosce – che può essere rischiosa. «Diciamo che alcuni Stati, come l’Egitto o l’Arabia Saudita, per noi americani sono come certe banche: “too big to fail”». Ma considera l’Iran un caso diverso: «Confesso che la rivoluzione mi ha affascinato. Poi è degenerata ma sono ancora convinto che ci sia un potenziale democratico nella Repubblica Islamica che verrà fuori. Ma qui in America, perfino un basso livello di ostilità nei confronti dell’Iran è visto con sospetto». (more…)

Riad apre il cielo ai jet di Israele contro l’Iran

giugno 13, 2010

Fonti americane nel Golfo: l’Arabia Saudita è pronta a garantire un corridoio aereo verso Teheran in caso di attacco alle installazioni nucleari degli ayatollah. Anche Giordania ed Egitto preoccupate dei piani atomici di Ahmadinejad

Nell’articolo: Che le sanzioni siano un’opzione incerta sembra dimostrato dal fatto che Usa, Francia e Inghilterra abbiano simulato il 9 giugno l’attacco a obiettivi su terra dalla nave Henry Truman, dalla Charles De Gaulle e da una base britannica: il campo militare di Canjuers vicino a Tolone simulava un obiettivo iraniano

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale

Nel compleanno delle sanguinose elezioni iraniane, il Times di Londra ha impacchettato un bel regalo per Mahmoud Ahmadinejad: è la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe compiuto test significativi nel campo aeronautico e della difesa missilistica. Avrebbe sperimentato la disattivazione dei sistemi di scrambling, ovvero di messa in avaria di meccanismi utili a chi viola il suo spazio, e quella dei sistemi missilistici destinati a colpire qualsiasi velivolo si azzardi a sorvolare il regno sunnita. Lo scopo è evidente: consentire a Israele di utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, paese che non riconosce Israele, aprendo una scorciatoia verso il bombardamento delle strutture atomiche iraniane. Sarebbe stato anche previsto il rifornimento in volo dei jet. In caso di attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane, infatti, gli obiettivi distano circa 2.250 chilometri, un’immensità se non si accorcia la strada passando per il Nord dell’Arabia saudita.  (more…)

La predilezione del jihad per i sacrifici umani e i ‘Ragazzi del Paradiso

giugno 11, 2010

Nell’articolo: L’esempio più famoso di questa nuova forma di sacrificio umano ha avuto luogo nel 2004, quando un bambino palestinese di undici anni fu pagato un dollaro per portare un pacco attraverso i controlli di sicurezza israeliani. Il bambino non lo sapeva, ma il pacco conteneva una bomba che sarebbe stata fatta esplodere con un telecomando

da “Il Foglio”

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono 300 mila i bambini pronti a morire da soldati in guerre religiose, etniche, regionali.Ma dei figli del jihad, arruolati o giustiziati in tenera età, né Amnesty né altre ong umanitarie si è mai occupata. Il Daily Times, giornale sempre addentro all’intelligence militare britannica, ha rivelato che cinquemila bambini pachistani e afghani sono stati addestrati dai talebani per portare a termine attentati kamikaze. Questi “Ragazzi del Paradiso”, come si chiamano nella narrativa islamista, sono l’altra faccia dei bambini afghani assassinati in questi anni di guerriglia terroristica. (more…)

Cina e Stati Uniti si confrontano in Medio Oriente

giugno 2, 2010

Original Version: China, US jostle in Middle East

Richard Javad Heydarian per “Medarabnews

Questo secolo ha visto emergere la Cina come il principale sfidante allo status di superpotenza degli Stati Uniti. In modo drammatico, la Cina sta cominciando a stabilire la sua presenza nella regione altamente strategica, e ricca di risorse energetiche, del Medio Oriente, stringendo forti legami con le potenze regionali e cominciando gradualmente a sfidare l’egemonia israelo-americana nella regione. Grazie a decenni di rapidissima crescita economica, e accelerando la modernizzazione militare, la Cina ha ora sia la necessità che la capacità di impegnarsi in Medio Oriente.

Confinata ai margini durante la Guerra Fredda, la leadership cinese ha finalmente individuato una finestra di opportunità per fare il proprio ingresso nella politica regionale ed espandere le proprie esportazioni militari. Nel corso degli anni ‘80, la Cina criticò in maniera crescente il disinteresse sovietico ad assistere le “potenze revisioniste” regionali come la Siria contro gli alleati degli Stati Uniti. Di conseguenza, essa cercò di guadagnare influenza nella regione, stringendo forti legami con le principali potenze antiamericane dell’area.

Il Medio Oriente è stato teatro dei conflitti della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La regione diventerà un campo di battaglia nel conflitto del XXI secolo tra una Cina in ascesa e la potenza stagnante degli Stati Uniti? (more…)

In Iraq si trascina un pericoloso vuoto politico

maggio 29, 2010

Original Version: Deadly power vacuum drags on in Iraq

La coalizione al-Iraqiya guidata dell’ex premier Iyad Allawi, pur essendo riuscita a riconfermare la propria vittoria elettorale dopo il riconteggio dei voti, rischia di non riuscire a formare il governo, sia a causa dell’intesa stretta dal primo ministro uscente al-Maliki con l’Alleanza Nazionale Irachena, sia perché i suoi deputati potrebbero essere decimati dagli attentati, come lascia temere il recente assassinio di Lagaidi – scrive il giornalista siriano Sami Moubayed, analista politico siriano, direttore della rivista Forward;  risiede a Damasco

da Medarabnews

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L’impasse post-elettorale in Iraq ha preso una tragica piega questa settimana quando l’assassinio di un deputato della coalizione al-Iraqiya dell’ex primo ministro Iyad Allawi ha visto ridursi lo stretto margine di maggioranza di quest’ultimo ad un solo seggio. L’omicidio è avvenuto appena un giorno dopo che al-Iraqiya era uscita vittoriosa dal riconteggio delle schede elettorali e da un tentativo di interdire alcuni dei suoi candidati.

Quando lunedì scorso qualcuno ha sparato a Bashar Hamid al-Lagaidi nella città settentrionale di Mosul, la quota di seggi spettante alla coalizione al-Iraqiya è scesa a 90 (su un totale di 325 seggi), solamente un seggio in più rispetto agli 89 ottenuti alle elezioni parlamentari dello scorso marzo dall’Alleanza per lo Stato di Diritto del primo ministro uscente Nuri al-Maliki.

Senza dubbio si è trattato di un duro colpo per al-Iraqiya, dopo che la scorsa settimana questa coalizione era uscita vittoriosa in occasione del riconteggio manuale di 2,5 milioni di schede a Baghdad ed aveva visto reintegrati diversi suoi candidati eletti, dopo che un’agenzia governativa li aveva squalificati per presunti legami con il fuorilegge partito baathista. Molti analisti avevano creduto di trovarsi finalmente di fronte alla conclusione della lunga impasse iniziata con le elezioni e prolungatasi per 11 settimane. (more…)

La Russia e la sfida iraniana

maggio 28, 2010

Original Version: The Iran challenge

Il recente raffreddamento nelle relazioni fra Russia e Iran è solo l’ultimo episodio di un rapporto travagliato la cui storia ha più di un secolo, durante il quale l’Iran si è trovato al centro delle ambizioni contrastanti delle grandi potenze coloniali tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, e poi delle due superpotenze dell’era della Guerra Fredda; ecco come vede questo rapporto l’analista russo Dmitry Kosyrev

da “Medarabnews

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Giorni fa, Russia e Cina hanno raggiunto un accordo con gli Stati Uniti e gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per imporre sanzioni leggermente più dure contro l’Iran a causa del suo programma nucleare. Questo evento ha coinciso grosso modo con l’anniversario di un evento epocale nella storia delle relazioni russo-iraniane: il 20 maggio 1920, i due paesi si riconobbero l’un l’altro ufficialmente.

Studiando la storia che ne seguì, si è colpiti da una strana tendenza: gli anniversari più importanti sono spesso accompagnati da tensioni. È come se l’Iran fosse una sfida inviata dall’alto per mettere alla prova la determinazione diplomatica della Russia.

Il riconoscimento diplomatico seguì all’affermazione del dominio sovietico sull’Azerbaigian, quando le imprese iraniane iniziarono a premere sul loro governo per ottenere il permesso di lavorare con i sovietici. Nel 1917, Mosca fece all’Iran un dono raro ritirandosi dal trattato (con la Gran Bretagna (N.d.T.) ) di spartizione delle sfere di influenza  in Persia (Iran). Il 26 febbraio 1921, a seguito del riconoscimento diplomatico, la Russia e l’Iran firmarono un accordo con il quale la Russia sovietica cedeva tutti i beni precedentemente posseduti dal regime imperiale russo, compresi porti, strade, banche e altro ancora. Se la Gran Bretagna, l’attore più influente in Iran, aveva del tutto dei sentimenti non negativi nei confronti di Lenin e Trotsky, questa propaganda anti-coloniale sicuramente ne fece piazza pulita. (more…)

Non usiamo l’Olocausto come metro di paragone per la bomba nucleare iraniana

maggio 16, 2010

Original Version: Don’t use the Holocaust to define an Iranian nuclear bomb

Fare un’analogia tra l’attuale minaccia iraniana e l’Olocausto vuol dire tracciare un paragone distorto tra passato e presente, che può solo portare ad una catastrofe senza precedenti – scrive l’ex ministro israeliano Shlomo Ben-Ami,  vicepresidente del Toledo International Centre for Peace, ed  autore di “Scars of War, Wounds of Peace: The Israeli-Arab Tragedy”

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Impregnati dalla loro storia spesso tragica, gli ebrei hanno la tendenza a nutrire profondo rispetto per il loro passato. Ma il passato, specialmente se non è maneggiato con cura, può essere il nemico del futuro, e distorcere il modo in cui interpretiamo le sfide del presente. Quest’affermazione si applica certamente all’analogia che i leader israeliani si ostinano a tracciare tra la distruzione degli ebrei d’Europa durante l’Olocausto e la minaccia allo stato ebraico rappresentata da un Iran nucleare.

Anche quest’anno il Giorno di Commemorazione dell’Olocausto a Gerusalemme ha visto i leader israeliani competere l’uno con l’altro per alimentare la cupezza dello stato d’animo nazionale e l’isteria pubblica in merito alle intenzioni dell’Iran.

Il presidente Shimon Peres, che, diversamente dal primo ministro Benjamin Netanyahu, è scettico riguardo all’utilità di un attacco alle installazioni nucleari iraniane, ha parlato della “minaccia di sterminio” con cui Israele deve confrontarsi. Anche il ministro della difesa Ehud Barak, un pensatore solitamente freddo e razionale, ha scelto Yad Mordechai, un kibbutz che prende il nome da Mordechai Anilewitz, il leader della rivolta del ghetto di Varsavia, per mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale contro “chi nega l’Olocausto, primo fra tutti il presidente iraniano, che invita alla distruzione del popolo ebraico”. (more…)

Iran: una frattura ideologica nel cuore dell’Islam

maggio 10, 2010

Original Version: An ideological split at the heart of Islam

Il Movimento Verde dell’Iran è definito da un Islam di libertà, un modello rifiutato da Khomeini dopo la rivoluzione del 1979 – scrive il ricercatore iraniano Mahmood Delkhasteh, editorialista e ricercatore indipendente; ha insegnato all’ American University—Central Asia (in Kirghizistan) e alla Kingston University (in Gran Bretagna); attualmente sta lavorando a un nuovo libro basato sulla sua tesi di dottorato, “Islamic Discourses of Power and Freedom in the Iranian Revolution, 1979-81”

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L’attuale situazione in Iran è sia il risultato che la reazione ad una complessa combinazione di repressione socio-politica e corruzione economica. Ma essa si esprime attraverso una gamma di discorsi differenti – nazionalisti e di sinistra, certamente – ma in maniera ancor più significativa tramite discorsi islamici che leggono la rivolta come una lotta tra un Islam di potere, rappresentato dal regime al governo in Iran, e un Islam di libertà, rappresentato dai molti pensatori musulmani che vi si oppongono. 

Questa tensione ha radici teologiche e filosofiche che affondano nei secoli, in particolar modo attraverso i dibattiti sul significato di tawhid (la dottrina dell’unicità di Dio (N.d.T.) ). L’interpretazione di questo concetto teologico è una distinzione cruciale tra il sistema dell’Islam “fondato sul potere” e quello dell’Islam “fondato sulla libertà”. Nell’Islam fondato sul potere, il tawhid esprime una convinzione monoteistica nella quale Dio è considerato un essere onnipotente che instaura una relazione di tipo padrone-servo con i credenti. La paura è l’elemento caratterizzante di questa fede, che collega il più potente al più debole in un rapporto di obbedienza. In questo sistema le persone non hanno “diritti”; tutto ciò che esiste è il loro “dovere”. In questa accezione di tawhid, i credenti sono quindi intesi come creature guidate dal dovere, che possono giungere alle porte del paradiso solo obbedendo alle autorità religiose – le uniche ritenute capaci di decifrare la parola di Dio – e compiendo i propri doveri nel modo in cui è stato stabilito da queste autorità. (more…)

L’eccessivo allarmismo a proposito della minaccia iraniana

maggio 8, 2010

di Stephen M. Walt, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Harvard

Original Version: The Inflated Threat from Iran

Già in passato segnalai che la prospettiva di una guerra preventiva contro l’Iran non sarebbe svanita solo perché Barack Obama era divenuto presidente. L’argomento si è ripresentato negli ultimi giorni, in risposta a quello che appare come un memorandum eccessivamente allarmistico del Segretario alla Difesa Robert Gates, e ad alcune osservazioni  da parte del capo degli Stati Maggiori Congiunti USA, l’Ammiraglio Michael Mullen, dopo un discorso alla Columbia University. In particolare, Mullen ha evidenziato che un’azione militare contro l’Iran potrebbe ritardare “di parecchio” il conseguimento iraniano di una piena capacità nucleare, sebbene abbia anche aggiunto che questa sarebbe solo “l’ultima risorsa”, e abbia fatto capire di non preferire quest’opzione.   (more…)

Ahmadinejad dice: grazie America

aprile 22, 2010

Trent’anni di politica estera americana nei confronti dell’Iran hanno rafforzato il regime, invece di indebolirlo; al posto di Ahmadinejad, non direste grazie all’America? – scrive l’analista americano Immanuel Wallerstein, insegnante alla Yale University ed è autore del libro “The Decline of American Power: The U.S. in a Chaotic World” (New Press)

Le relazioni fra Iran e Stati Uniti sono turbolente da circa 60 anni. Prima della seconda guerra mondiale lo Shah dell’Iran, Reza Pahlavi, cercò di destreggiarsi fra le richieste e le pressioni esterne provenienti da Gran Bretagna, URSS e Germania. Allo scoppio della guerra egli dichiarò la neutralità dell’Iran. Questo portò a un’invasione congiunta anglo-sovietica nel 1941. I due stati alleati costrinsero lo Shah ad abdicare in favore del figlio.

Le forze sovietiche rimasero nell’Iran settentrionale, e nel 1946 reclamarono una concessione petrolifera nel paese. I britannici consideravano l’Iran parte della loro sfera d’influenza e controllavano l’estremamente redditizia Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Era cominciata la Guerra Fredda, e gli inglesi non erano intenzionati ad accettare una simile richiesta.  Le forze sovietiche si ritirarono dall’Iran, grossomodo perché questo rientrava implicitamente negli accordi di Yalta sulla spartizione delle sfere d’influenza.

Comunque, nel 1951 Mohammad Mossadegh, leader di un partito nazionalista, divenne Primo Ministro e nazionalizzò l’AIOC – una mossa a cui lo Shah, Mohammad Reza Pahlavi, era contrario. Nello scontro fra i due, Mossadegh ottenne appoggio popolare sufficiente per isolare lo Shah e costringerlo a un esilio di fatto.

In quel momento, in effetti i britannici stavano “passando il testimone”, dovunque in Medio Oriente, agli Stati Uniti. Avvenne così che la CIA organizzò un golpe in Iran il 16 agosto del 1953 e fece in modo che lo Shah tornasse a Teheran e riassumesse il completo controllo politico. La nazionalizzazione dell’industria petrolifera venne annullata, e il monopolio britannico ripristinato.  (more…)

L’iraniano a Ginevra

aprile 15, 2010

Il 1° febbraio 1979, alle ore nove, un jumbo dell’Air France apparve nel cielo di Teheran, sorvolando le cime innevate dei Monti Alborz. Su quell’aereo c’è l’ayatollah Khomeini, il “profeta disarmato”. Fu così che prese inizio la Rivoluzione islamica in Iran. Anche Mohammad Sajjadi era su quel volo e fu al fianco di Khomeini fin dalla villetta di Neauphle-le-Chateau, alla periferia di Parigi. “Manderò davanti al tribunale del popolo tutti i traditori e i corrotti sulla terra”, disse Khomeini in quel giardino. “Costruiremo insieme una nuova società”. Trent’anni dopo, Sajjadi è stato scelto dal presidente iraniano Ahmadinejad per rappresentare l’Iran all’Onu sulla questione dei diritti umani. Finora Teheran ha goduto dello status di “osservatore” nel Consiglio dei diritti umani di Ginevra, ma a maggio ha ottime possibilità di conquistare un seggio come “membro” che vota le risoluzioni. (more…)

Vi insegno i miei errori

marzo 25, 2010

Da trentadue anni lavoro su quanto ho sbagliato nelle mie entusiastiche corrispondenze da Teheran sulla Rivoluzione iraniana guidata dall’ayatollah Khomeini, pubblicate sul quotidiano Lotta Continua e trasmesse da Radio Popolare di Milano. Ne ripropongo una cernita, in presa diretta col passato.Un errore soltanto non ammetterò mai, anche se oggi va di moda affermare che fu tale: la Rivoluzione contro lo scià Reza Pahlevi non soltanto era giusta, ma indispensabile. Il regime dello scià era autoritario, antidemocratico e feroce (fonti attendibili calcolano 100 mila oppositori imprigionati, quattromila torturati, cinquemila uccisi, spesso senza processo, e non meno di otto-diecimila vittime della repressione delle manifestazioni nel 1978-79), ma era innanzitutto un regime rigido. Era, essenzialmente, un regime stupido. Era talmente infarcito di corruzione e ferocia da essere incapace della minima flessibilità riformista, della minima manovra politica che, fatta per tempo, l’avrebbe salvato. Un regime che non comprese che il suo progetto modernista era fallito, che aveva coinvolto solo un’esile patina di privilegiati, ma non era condiviso da un popolo rimasto profondamente islamico.Un regime che a fronte del contraccolpo provocato dalla fortissima contrazione dei consumi, dopo il boom del prezzo del petrolio del 1973, e del disagio sociale conseguente, seppe soltanto mettere in campo l’esercito a sparare sulla folla. Un regime che non sapeva cosa fosse la politica e che la confondeva con il comando imperiale. Un regime che lavorò con la sua rigidità feroce e sanguinaria ad allargare il consenso popolare nei confronti di Khomeini, anche nei settori più laici e filoccidentali della società iraniana. (more…)

Così i giornali e i giornalisti si ribellano alla censura in Iran

marzo 21, 2010

Per il ministro della Cultura, Mohammed Hosseini, in Iran “non c’è alcuna censura, però, se si commettono degli errori, bisogna risponderne secondo le leggi vigenti”. Dal giugno scorso in Iran si sbaglia facilmente. In otto mesi, fino alla vigilia di Nowruz, il capodanno persiano, la festa più importante dell’anno le cui celebrazioni iniziano questa sera, 110 giornalisti sono finiti in carcere per aver calpestato le linee rosse del regime: hanno “oltraggiato il leader supremo”, “fomentato l’instabilità con notizie false”, “collaborato con i nemici dell’Iran”. Venti pubblicazioni sono state censurate, otto hanno chiuso i battenti. Secondo Mohammed Ali Ramin, consigliere del presidente Mahmoud Ahmadinejad, ispiratore della Conferenza sull’Olocausto, promosso al ministero della Cultura e alla commissione di Vigilanza sui media, i giornali puniti “non rispettavano l’etica giornalistica, violavano i regolamenti, pubblicavano materiale superficiale e propagavano materialismo”. (more…)

Elezioni irachene all’ombra dello scontro Iran-Usa

marzo 3, 2010

La prima metà del 2009 era stata relativamente tranquilla per l’Iraq. Episodi salienti erano stati le elezioni provinciali di gennaio, il ritiro delle truppe americane dalle città irachene alla fine di giugno, ed una sensibile diminuzione della violenza nel paese.

Le elezioni provinciali avevano segnato una battuta d’arresto per i partiti di ispirazione più apertamente settaria, e l’affermazione dell’Alleanza per lo Stato di diritto, la nuova lista guidata dal primo ministro Nuri al-Maliki che intendeva proporsi come blocco politico di orientamento nazionale e non settario. Queste consultazioni avevano inoltre sancito l’accettazione del processo politico da parte dei sunniti, i quali avevano in precedenza boicottato in massa le elezioni legislative del 2005.

Tutto ciò aveva spinto alcuni a ritenere che l’Iraq si stesse avviando verso la normalizzazione del processo politico, lasciandosi alle spalle gli anni più bui della contrapposizione settaria e della guerra civile.

Tuttavia, nessuna delle ragioni profonde alla base della crisi irachena – dalla questione curda, alla necessità di una riconciliazione tra sunniti e sciiti, al tema federalismo e della distribuzione delle risorse del paese, al problema delle ingerenze straniere – ha trovato una risposta adeguata nel corso dell’anno passato.

L’approssimarsi delle nuove elezioni legislative, inizialmente previste per il gennaio 2010, ha – com’era prevedibile – riacutizzato i conflitti latenti nel paese, dapprima con le estenuanti trattative per la nuova legge elettorale, che hanno determinato fra l’altro il rinvio dell’appuntamento elettorale al 7 marzo, e poi con l’annuncio, a metà gennaio, dell’esclusione di oltre 500 candidati dalle liste elettorali a seguito della cosiddetta campagna di “debaathificazione”. (more…)

Iran, colpo grosso dell’intelligence

febbraio 25, 2010

Arrestato il leader del gruppo armato sunnita Jundallah, attivo nel Sistan-Baluchistan

E’ finita a soli 26 anni la breve, ma intensa, vita da leader guerrigliero di Abdol Malek Rigi. Il capo di Jundallah (I Soldati di Dio), gruppo armato sunnita attivo nella provincia del Sistan-Baluchistan iraniano, è stato arrestato il 23 febbraio 2010.

Dinamica incerta. In realtà sembra che sia stato fermato qualche giorno prima. Perché in questa vicenda l’unica certezza è che Rigi è adesso nelle mani della magistratura della Repubblica Islamica, ma sul come ci sia finito le ipotesi sono almeno tre.
La prima, quella ufficiale, è presentata da Heidar Moslehi, ministro dell’Intelligence iraniano, che ne corso di una conferenza stampa ha annunciato l’arresto del leader del gruppo sunnita. Rigi si trovava su un aereo in volo dal Pakistan a Dubai, meta di transito verso il Kyrghizstan. Caccia dell’aviazione militare iraniana hanno intercettato il volo, sul quale fonti d’intelligence iraniana avevano garantito la presenza di Rigi, e l’hanno costretto ad atterrare per consegnare il passeggero, ricercato numero uno in Iran. Atterraggio avvenuto a Bandar Abbas. Come conferma della dinamica un paio di foto: nella prima Rigi è in un aereo, con una mascherina per gli occhi, nell’altra sende da un aereo senza insegne identificative, stretto tra quattro uomini dei corpi speciali iraniani a volto coperto. Per il network al-Jazeera, però, l’arresto è avvenuto settimana scorsa in Pakistan, come frutto della collaborazione tra Islamabad e Teheran nella lotta al separatismo dei baluci, che vivono nella zona di confine tra i due paesi. Ultima ipotesi quella che ha presentato la televisione al-Alam, secondo la quale Rigi è stato arrestato al confine tra Afghanistan e Pakistan. (more…)

Iran: sono le banche il tallone d’achille di Teheran

febbraio 23, 2010

Lo scorso gennaio, Mahmoud Bahhmani, governatore della banca centrale iraniana, ha rilasciato dichiarazioni allarmate circa lo stato di salute del sistema finanziario del suo Paese, all’80% di proprietà statale. Sotto il peso di ben 48 miliardi di dollari di prestiti non onorati – circa il 25% del totale dei prestiti emessi – le banche iraniane rischiano l’ingresso in un tunnel che porterebbe dritto, dritto ad una crisi economica sistemica.

Più o meno in contemporanea a queste dichiarazioni alcuni resoconti provenienti dalla stampa locale riportavano di difficoltà e di disordini verificatesi in alcune filiali bancarie di Teheran e Isfahan, prese d’assalto dai correntisti. La decisione del governo di limitare a 15.000 dollari il ritiro giornaliero dai conti correnti bancari, effetto dell’applicazione di una serie di norme anti-riciclaggio decise dal parlamento nel corso del 2009, tutto ha fatto tranne che tranquillizzare gli animi e ha dato ulteriore forza a preoccupazioni ed ipotesi di “quasi bancarotta”, pure prontamente contestata dai più alti esponenti del sistema bancario in mano pubblica. (more…)

I Khomeini contro il regime in Iran. Dalle ginocchia del nonno all’opposizione

febbraio 12, 2010

Gli occhi dell’Iran erano puntati su di loro il 6 giugno 1989, giorno del funerale di Khomeini, quando una folla cupa ed eccitata, che si flagellava la schiena con una specie di gatto a nove code dalle punte d’acciaio, si accanì sul corpo dell’imam per appropriarsi di un lembo del sudario. I figli del fondatore della Repubblica islamica furono presto messi da parte, esiliati e perseguitati dal clero sciita guidato dalla Guida suprema Khamenei. Scomparsi i figli del fondatore (uno ucciso dallo Shah, l’altro forse dagli ayatollah), oggi è la schiera dei suoi nipoti a portare con orgoglio il nome del padre dell’Iran rivoluzionario.

Il primo giornale che ha notato il paradosso della linea di successione di Khomeini nemica dell’attuale regime di Teheran è stato New Republic la scorsa estate. “Khamenei contro Khomeini”, titolava la prestigiosa rivista americana. Ieri mattina il regime ha fatto arrestare Zahra Eshraqi, nipote di Khomeini, oggi all’opposizione del regime militar-religioso che ha represso le manifestazioni a partire dal giugno scorso. Un mese fa si era parlato di una fuga della famiglia Khomeini. Destinazione: Najaf, la città santa sciita in Iraq, dove risiede il clero sciita antikhomeinista guidato dall’ayatollah Ali al Sistani. La famiglia Khomeini aveva persino minacciato di chiudere la storica moschea di Jamaran, situata vicino all’abitazione di Khomeini, per le celebrazioni del trentunesimo anniversario della Rivoluzione. (more…)

Il flusso di soldi tra Italia e Iran è quattro volte quello del 2001

febbraio 7, 2010

«Berlusconi è un amico d’Israele, certo. Ma è anche un uomo d’affari». Sul presidente del Consiglio italiano, che proprio questa settimana ha trascorso tre giorni a Gerusalemme in visita di Stato, il giornalista israeliano Menachem Gantz non sembra avere dubbi. «Da una parte – dice al Riformista Gantz, inviato a Roma di Yedioth Ahronot (il quotidiano più diffuso in Israele) – si dichiara vicino a Israele, dall’altra è leader di un Paese che ha il business più grande d’Europa con l’Iran». E questo malgrado la comunità internazionale si stia muovendo in direzione di pesanti sanzioni economiche contro la Repubblica islamica, per cercare di ostacolarla nella sua corsa verso il nucleare. (more…)

Armi, spie, enti e cultura: l’offensiva iraniana in Afghanistan

febbraio 6, 2010

Il regime di Teheran muove parecchi fili in Afghanistan e mai come ora sta raccogliendo i frutti di una semina che è cominciata anni fa. L’Iran ha una lunga frontiera con l’Afghanistan e molti afghani sono sciiti. E’ immediato, dunque, pensare che Teheran abbia le mani in pasta nella fase di instabilità che sta vivendo l’Afghanistan. E’ evidente anche l’accresciuto interesse: più Washington è impantanata in territorio afghano e meno ha possibilità di intervenire in alcun modo in Iran.

Nutrire il terrorismo, dunque, è missione prioritaria per la Repubblica islamica iraniana. L’Iran rappresenta il corridoio per il passaggio di uomini e armamenti in Afghanistan e in Pakistan, e resta attivo nonostante l’impegno delle forze internazionali. La base di Ansar, nel nord est dell’Iran, è punto nevralgico per tutto ciò. La zona di Herat, in Afghanistan, è un crocevia di smistamento delle armi benedette dai Mullah. (more…)

Mehdi Khalaji ci racconta l’arresto del padre ayatollah

gennaio 15, 2010

In Iran non esistono più intoccabili. Il 12 gennaio quattro agenti del ministero dell’Intelligence hanno fatto irruzione nella casa dell’ayatollah Mohammed Taqi Khalaji a Qom e lo hanno arrestato. Vicino alle posizioni dei grandi ayatollah Montazeri e Sanaei e all’ex presidente Mohammed Khatami, Khalaji ha vissuto da protagonista la rivoluzione del 1979. “Agitatore di folle”, ospite frequente delle prigioni dello scià, Khalaji è stato un fedele interprete del verbo khomeinista. Il giorno del gran ritorno dell’imam a Qom fu lui ad accoglierlo in trionfo a nome della cittadinanza. Oratore carismatico, Khalaji non ha mai ricoperto incarichi pubblici. In questi mesi ha spesso invocato clemenza nei confronti dei manifestanti e considerazione per le loro istanze. (more…)

” Amato: Teheran non s’addice ai filosofi “

gennaio 15, 2010

Una difesa della filosofia, poiché per dirla con Gorgia la parola è un signore potentissimo, e una difesa della democrazia. Anche in Iran. Giuliano Amato ha preso carta e penna e ha scritto una lettera all’Unesco perché non si tenga a Teheran, proprio a Teheran, la Giornata mondiale della Filosofia. In calce all’appello, perché di questo si tratta, anche la firma di Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano e intervistatore prediletto di Isaiah Berlin, di cui in Italia si può leggere il pamphlet Leggendo Gandhi a Teheran (Marsilio), che già nel titolo rivela il profilo di musulmano «fante di pace», come di lui dice proprio Amato. Da ex presidente del Consiglio, da padre nobile della sinistra riformista non solo italiana, da docente di casa nelle università d’oltreoceano, l’attuale presidente della Treccani avrebbe potuto rivolgersi direttamente alla Farnesina, e creare un caso politico. Il che avrebbe probabilmente aperto il fianco alle inesauste polemiche sulle inanità politiche che accompagnano gli organismi multiculturali e multilaterali sin dalla Società delle Nazioni, senza raggiungere lo scopo. (more…)

Iran: fisico ucciso, le tre piste e i “soliti sospetti”

gennaio 12, 2010

I responsabili dell’uccisione di Massud Alì Mohammed hanno scelto con cura il bersaglio. Perché la figura dello scienziato si presta a molte interpretazioni. E la sua morte violenta può nascondere tanti scenari. Se poi si aggiunge il “clima” iraniano di questi mesi, dove notizie vere si fondano con manipolazioni, l’attentato sembra il “delitto perfetto”. Non c’è una sola pista, ma molte. Con smentite da parte di tutti gli accusati e precisazioni che fanno il gioco di chi ha piazzato la moto-bomba. Ognuno può facilmente attribuire la responsabilità all’avversario.

IL REGIME – Per gli oppositori, Massud Alì Mohammadi è stato ucciso dal regime, in quanto membro del movimento riformista. E a sostegno dell’accusa, sostengono che lo scienziato aveva firmato un appello in favore di Mussawi, il leader della contestazione. La tesi dei dissidenti troverebbe conferma nella campagna di intimidazione scatenata dal potere e affidata agli apparati repressivi. Intelligence interna, pasdaran, basji e nuove unità hanno scatenato la caccia al nemico interno. Uccidono oppure inscenano il “suicidio”. In questo caso, poi, potrebbero indirizzare i sospetti sugli 007 dei paesi occidentali o sugli oppositori. (more…)

Che cosa succede se anche un bassiji pensa al mutuo da pagare

gennaio 9, 2010

C’è una crepa nel corpo che difende il regime d’Iran. Propaganda della piazza? Anche, ma c’è un dato dirompente

Prima dei pasdaran e dei bassiji a infastidire le ragazze iraniane ci pensava il laat. Bullo di quartiere con molto tempo tra le mani, il laat più che tormentare – come i suoi ben più sinistri successori – infastidiva come un qualsiasi supermacho con un’alta opinione di sé. Fiero di essere un figlio della strada in tempi in cui tutti aspiravano ad aggiungere un “Doktor-Professor” prima del nome, il laat dominava la piazza o la borgata con un misto di arroganza ed equanimità. Di famiglia umile e religiosa, il laat si considerava un musulmano osservante, senza per questo sentirsi costretto a rinunciare all’alcol o alle signore. In un’epoca in cui le distinzioni di classe erano proibitive, il massimo a cui potesse aspirare un laat era compiere il salto carismatico a jahel, diventare un piccolo boss di zona: in entrambi i casi, in misura maggiore o minore, il laat teneva le fila di un numero imprecisato di attività illegali o ai margini del consentito, compiacendosi del suo ascendente e giocando di volta in volta il ruolo del paciere e dell’incendiario. Nelle pellicole prerivoluzionarie è una presenza fissa, il burino con le vocali aperte, il vestito nero di pessima fattura, la camicia senza collo, il borsalino e il fazzoletto bianco da agitare come un feticcio, l’inventore – o piuttosto l’ispiratore – della danza del jahel, un insieme di movimenti  rotatori con cui chiudere in modo irriverente le feste dei ragazzi di città.

Quando arriva la rivoluzione il laat, con la sua energia e la facilità a menar le mani, ha le carte in regola per entrare a far parte dell’ordine nuovo. Ma come per tante altre categorie di iraniani ne sperimenterà prima la ferocia e poi il grigiore. Nella Repubblica islamica non c’è spazio per la sua stravagante anarchia. I komiteh, i comitati rivoluzionari, gli strappano il controllo del territorio. Il laat sarà reclutato tra i bassiji e i pasdaran. Nell’immaginario è superato da altri protagonisti e la sua figura di delinquentello impudente e involontariamente comico sarà sostituito da uomini meno inclini al ballo e al sorriso. (more…)

Le relazioni storiche tra i fratelli musulmani e l’Iran

gennaio 8, 2010

La crisi yemenita e la ribellione Houthi nel paese hanno messo in luce le divergenze esistenti fra le differenti branche dei Fratelli Musulmani e l’Iran – scrive il giornalista Nabil al-Bukairi

Il rapporto con la politica yemenita
Il rapporto tra l’Iran come nazione e i Fratelli Musulmani come gruppo religioso rappresenta una delle principali complessità del fronte politico della penisola araba, in cui ogni crisi politica coinvolge l’Iran, completamente o almeno in parte.

Questa complessità è il risultato dell’estrema suscettibilità dei regimi arabi nei confronti del gruppo, e del senso di (in)sicurezza che dimostrano nel trattare con esso. In questo contesto, la guerra tra il governo yemenita e i ribelli Houthi, che si è estesa fino a coinvolgere l’Arabia Saudita e, di conseguenza l’Iran, non è estranea alla complessità del rapporto tra l’Iran e i Fratelli Musulmani.

I comunicati stampa dei Fratelli Musulmani in Egitto e in Siria in merito agli sviluppi dello sconfinamento Houthi in terra saudita hanno sollevato un’enorme discussione sul rapporto tra l’Iran e i Fratelli Musulmani. Il comunicato egiziano esortava il re dell’Arabia Saudita Abdullah a porre immediatamente fine alla guerra contro i ribelli Houthi, incoraggiandolo ad accrescere i suoi sforzi per raggiungere un accordo tra le due parti yemenite in conflitto. Alcuni hanno interpretato questo atteggiamento come un sostegno ai ribelli Houthi, e quindi come un sostegno all’Iran. (more…)

La Guardia Rivoluzionaria iraniana e il futuro della Repubblica Islamica

gennaio 3, 2010

L’accademico Ali Ansari traccia una storia della Guardia Rivoluzionaria iraniana e del suo ruolo crescente ai vertici del potere, identificando le premesse che hanno portato alla crisi che sta attualmente attraversando l’Iran

Il Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC) fu costituito nella foga della Rivoluzione Islamica, una forza paramilitare volontaria di devoti rivoluzionari dedicata alla difesa degli ideali di questa insurrezione contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi, che sarebbe stato detronizzato a vantaggio di una Repubblica Islamica. L’IRGC era destinata a fornire un contrappeso popolare alle forze armate regolari, che erano ampiamente viste come una creazione del governo dello scià, e fedele alla sua causa.

L’IRGC era un’istituzione disordinata, che supplì alla sua mancanza di organizzazione con lo zelo rivoluzionario. Quando iniziò la guerra Iran-Iraq, l’IRGC fu in gran parte responsabile della capacità iraniana di smussare gli attacchi di Baghdad e di opporre una dura resistenza nei primi mesi del conflitto. Fu questa immagine di resistenza che ben presto si tradusse nella mitologia della Guardia Rivoluzionaria, sia per i suoi affiliati che per l’opinione pubblica: i membri dell’IRGC erano i difensori di un paese in guerra, l’unica barriera tra la vittoria e la disfatta. (more…)

L’ayatollah depresso

dicembre 28, 2009

Un ex seminarista di Qom diventato scrittore in America ci spiega perché Khamenei vede nero

C’è un detto che dal ’79 cattura la doppia morale degli iraniani. “Prima della rivoluzione si beveva in pubblico e si pregava in privato, ora preghiamo in pubblico e beviamo in privato”. Da sei mesi a questa parte le regole sono saltate. In Iran si urla quello che prima si sussurrava. I bassiji seguitano a usare i manganelli, moltiplicano le contromanifestazioni, inaugurano presidi nelle scuole, ma i contestatori non si arrendono, sovvertono le ricorrenze del regime e gridano “mercenari”, mentre stivali lucidi li pestano in una nebbia di lacrimogeni. Non ci sono molti dati razionali a cui aggrapparsi.
I prossimi due mesi Moharram e Sahar, sono centrali nel calendario sciita e offriranno ai ribelli suggestioni, luoghi e date che di per sé evocano la rivolta. La morte del grande ayatollah Montazeri caricherà questi giorni speciali di ulteriori significati, anche se la protesta resta frammentata, Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi sono leader accidentali, l’apparato di sicurezza è poderoso e la copertura internazionale tiepida. Eppure qualcosa di impalpabile sta cambiando, l’asticella del politicamente corretto continua a scivolare in avanti. “I bastioni del regime stanno tremando”, titola perentorio l’Economist. (more…)

L’esercito iraniano in Iraq, occupato pozzo petrolifero

dicembre 19, 2009

 Alla diri­genza iraniana piacciono le provocazioni. I seguaci del pre­sidente Ahmadinejad pensano di trarne dei vantaggi, di com­pattare i ranghi davanti agli av­versari e di mostrare coraggio. Così l’ultima sortita l’hanno ri­servata al vicino Iraq. Un repar­to militare ha occupato un’im­portante installazione petroli­fera al confine tra i due Paesi. Con un’incursione, preceduta nei giorni scorsi da manovre si­mili, i soldati si sono imposses­sati del Pozzo numero 4 di Fakka, 230 chilometri a sud est di Bagdad. Un mini blitz effet­tuato senza sparare un colpo ma dal valore simbolico: tanto è vero che gli invasori — so­stengono gli iracheni — han­no piantato una bandiera ira­niana sulle strutture per rimar­care che è roba loro. (more…)

Le sanzioni all’Iran e il dilemma del Pakistan

dicembre 15, 2009

L’imposizione di ulteriori sanzioni all’Iran potrebbe rivelarsi inefficace vista la riluttanza del Pakistan a controllare il lungo e poroso confine che separa i due paesi – scrive il giornalista pakistano Irfan Hussein

Mentre il mondo è sempre più vicino ad imporre pesanti sanzioni all’Iran, in un ultimo disperato tentativo di ostacolare le ambizioni nucleari del paese, l’establishment pakistano rimugina sulle opzioni a sua disposizione.

La realtà è che, con un’India ostile al confine orientale ed una guerra che infuria su entrambi i lati del confine con l’Afghanistan, l’ultima cosa di cui il Pakistan avrebbe bisogno è un Iran indispettito ad Ovest. Ulteriori sanzioni dell’ONU imporrebbero un fardello intollerabile sui rapporti fra Pakistan e Iran.

Tali rapporti si sono recentemente inaspriti a causa dell’attacco terroristico di Jundullah che ha ucciso più di 40 iraniani, compresi alcuni importanti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria. Sulla scia dell’atrocità compiuta dal gruppo estremista sunnita, l’Iran ha accusato il Pakistan di dare rifugio ai killer obbedendo al volere americano, ed ha minacciato di esercitare il proprio diritto di perseguire i colpevoli al di là del confine. Il consistente appoggio fornito dal Pakistan ai Talebani sunniti è stato per anni uno dei motivi di  maggior frizione fra Islamabad e Teheran. (more…)