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I Mujaheddin del popolo, dissidenti iraniani in pericolo

novembre 17, 2011

Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2010

I Mujaheddin del popolo sono ospitati in Iraq, nel campo di Ashraf. Dal 2009 il clima è cambiato e il premier al Maliki pretende che se ne vadano entro il 31 dicembre. I dissidenti vogliono lo status di rifugiato politico per poi andare in Occidente. L’impegno degli Usa

Luca Attanasio per “Limes

Nel 1985, i vari leader della resistenza antikhomeinista ospitati in Europa furono invitati a lasciare al più presto le capitali che fino a quel momento avevano garantito loro asilo.

La Guida Suprema aveva emesso una sorta di fatwa minacciando di scatenare attentati contro i paesi che avessero continuato ad accogliere Massoud Rajavi, presidente dei Mujaheddin del popolo, Bani Sadr, primo presidente della Repubblica islamica dell’Iran deposto dopo poco più di un anno dal regime, e i loro seguaci.

Rajavi e Sadr, all’epoca a Parigi, assieme a molti altri alloggiati in altre città d’Europa furono quindi costretti a fuggire. Trovare paesi disposti a ricevere nei propri confini dissidenti così “scomodi” non fu impresa semplice. Per quello che potrebbe apparire uno scherzo della geopolitica, l’unico Stato che dichiarò la sua disponibilità a offrire rifugio a Rajavi e un migliaio di Mujaheddin fu quello con cui l’Iran era in guerra da ormai cinque anni: l’Iraq.

A 90 chilometri a nord di Baghdad, e non lontano dal confine iraniano, sorse il Campo Ashraf, una sorta di cittadella destinata a ricevere dissidenti iraniani da tutto il mondo. I 36 chilometri quadrati in pieno deserto in breve si trasformarono in un prodigio dell’architettura, dell’ingegneria e della tecnologia divenendo punto di riferimento per molti oppositori del regime degli ayatollah.

Nel momento di maggior splendore, prima della seconda guerra del Golfo, il campo, perfettamente autonomo dal punto di vista economico, con un territorio intensamente coltivato e micro imprese che permettono commercio con i villaggi vicini, è arrivato a contare fino a seimila abitanti. Per anni ha fornito acqua, elettricità e tecnologia a tutta l’area circostante.

Retto da un originale esperimento di democrazia partecipativa, con un consiglio direttivo eletto ogni due anni attualmente formato interamente da donne, Ashraf vive di leggi scritte e di regole tramandate. Nel periodo di permanenza, che può durare decenni, non ci si sposa, non si fanno figli, si svolgono principalmente attività di opposizione politica e, fino al 2004, militare. Con l’entrata degli americani, infatti, in cambio di un’assicurata protezione gli abitanti furono invitati a consegnare tutte le armi.

Da quando si è cominciato a parlare di “exit strategy”, però, gli ashrafiani hanno cominciato a essere fortemente preoccupati. “Da quel momento in poi” spiega Mahmoud Hakamian, rappresentante della resistenza iraniana in Italia “ci siamo trovati tra due fuochi. Da una parte il nemico di sempre, il governo iraniano, dall’altra il nuovo avversario, Al Maliki, salito al potere anche grazie all’appoggio di Teheran che non vede l’ora di liberarsi di noi”.

Nel luglio del 2009 sono cominciati i raid dell’esercito iracheno all’interno del campo. L’ultimo, l’8 aprile 2011, ha fatto 37 morti e 350 feriti. “I soldati delle forze di sicurezza irachene, circa 2.500, alcuni dei quali – riprende Hakamian – parlavano in farsi, sono entrati incontrastati con carri armati e ruspe. Le ultime armi le abbiamo consegnate agli americani nel 2004. Abbiamo capito che l’esperienza di Ashraf sta per finire, ma chiediamo almeno che i 3.800 abitanti non vengano gettati in pasto al regime”.

Per evitare di essere rimandati in Iran o in luoghi dove la vulnerabilità sarebbe massima, i residenti hanno elaborato una proposta: chiedono di venire riconosciuti rifugiati politici dall’Onu e di ottenere il permesso di raggiungere l’Europa o l’America. Le Nazioni unite sono pronte ad accogliere le istanze degli abitanti di Ashraf ma il governo iracheno, che considera il campo un’occupazione abusiva di suolo e non ne riconosce la legittimità, vuole che le operazioni di riconoscimento si svolgano a Baghdad.

“Per noi è una trappola” dichiara ancora Hakamian. “Una volta fuori dal campo, le garanzie cesserebbero. La soluzione migliore sarebbe istituire una zona extraterritoriale a ridosso del campo dove i funzionari dell’Onu possano venire a svolgere le pratiche di asilo per i residenti”.

Il tempo stringe. Al Maliki pretende lo sgombero del campo entro il 31 dicembre prossimo. “Per trovare una soluzione ci resta poco più di un mese. Se non vorranno accettare le nostre proposte, sappiano che piuttosto che farci ammazzare in Iran resisteremo fino all’ultimo residente”. È il grido di Hassan, un giovane gravemente ferito durante il raid dell’8 aprile, ora in Italia per la riabilitazione.

La speranza degli abitanti di Ashraf risiede tutta nelle parole del segretario di Stato americano Hillary Clinton, pronunciate nel corso di un’audizione al Congresso lo scorso 27 ottobre: “Siamo estremamente preoccupati per gli sviluppi della situazione del Campo Ashraf. Stiamo facendo ogni sforzo affinché nessuno dei residenti venga trasferito in luoghi dove la propria vita sarebbe in pericolo e per permettere all’Onu di svolgere il proprio lavoro”.

L’enigma del ritiro americano dall’Iraq

giugno 5, 2011

Original Version: لغز الانسحاب الأميركي من العراق

Così come l’accordo di sicurezza del 2008  tra Washington e Baghdad fu circondato dal mistero e dalla segretezza, lo stesso mistero attorno al ritiro americano continua a predominare oggi; ma è probabile che gli USA manterranno diverse migliaia di soldati in Iraq anche dopo il 2011 – scrive l’analista iracheno Abdel Hussein Shaaban,  intellettuale ed accademico iracheno; nei suoi scritti si è occupato di democrazia e diritti umani, riforme e questioni della società civile

da “Medarabnews

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“Attenti, che il tempo a Washington sta per scadere”. Questa è la frase che il segretario alla difesa americano Robert Gates rivolse ai responsabili iracheni per spingerli ad affrettarsi a chiedere una proroga della permanenza delle truppe USA in Iraq, nel corso di un’improvvisa visita a Baghdad nell’aprile 2011, in coincidenza con l’8° anniversario dell’invasione dell’Iraq.

Secondo l’accordo firmato da Baghdad e Washington nel novembre del 2008, le forze americane si sarebbero dovute ritirare dall’Iraq in base a un calendario che si sarebbe completato con la fine del 2011. In effetti, in base alla decisione del presidente americano Barack Obama, è stato completato il ritiro di 91.000 soldati nell’agosto del 2010, ma un dibattito a livello iracheno ed americano ha cominciato a contrapporre al completamento del ritiro la possibile permanenza di alcune migliaia di soldati americani dopo il termine previsto dall’accordo, cosa che richiederebbe una nuova intesa per regolamentare giuridicamente la permanenza di tali forze. (more…)

La sorte dell’Iraq: un nuovo Libano

novembre 12, 2010

Alberto Negri per “Il Sole 24 Ore

L’Iraq, scrive il quotidiano di Beirut al Nahar, si è trasformato in un nuovo Libano: incapace di costituire un governo in assenza di una decisione proveniente dall’estero. I retroscena sembrano confermarlo. Il viaggio di al-Maliki a Teheran, dove ha incontrato la Guida Suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, è stato decisivo per ottenere il sostegno dei suoi padrini politici che hanno organizzato a Qom un faccia a faccia con Muqtada Sadr convincendo il giovane e influente mullah iracheno a dare il suo via libera.

La coalizione sciita, perno del nuovo governo, è stata fatta tra Teheran e i 120 chilometri di deserto che dividono la capitale e il Vaticano degli ayatollah. Ahmadinejad intanto aveva ottenuto l’assenso del presidente siriano Assad su una candidatura che aveva già ricevuto la benedizione del leader libanese degli Hezbollah Hassan Nasrallah.
Alla triangolazione Iran-Siria-Libano si è aggiunto un altro tassello importante: la Turchia. Ankara ha sostenuto al-Maliki perché Teheran è un partner di prima grandezza, al punto da proporre Istanbul come sede del negoziato nucleare. Non solo: dagli iraniani e da Maliki i turchi hanno ottenuto l’impegno a tenere sotto controllo i curdi del Pkk. La Turchia non trascura neppure gli aspetti economici: l’interscambio con Teheran ormai ha superato quello con Washington. Forse è azzardato parlare di un asse Iran-Turchia ma si è avuta un’altra conferma della nuova proiezione regionale di Ankara tra Europa e grande Medio Oriente. (more…)

L’America non può restare: ma si rischia la guerra civile

agosto 13, 2010

Nell’articolo: Basti ricordare che gli iracheni non sono stati neppure in grado di promulgare una legge petrolifera per spartirsi i proventi del greggio. L’impasse è terrificante

Lorenzo Cremonesi per “Il Corriere della Sera”

«Lo sapevano tutti. È noto da tempo che il ritiro americano dall’Iraq era inevitabile. Come del resto è quasi inevitabile l’implosione del Paese una volta che i soldati americani se ne saranno andati». John Fisher Burns (65 anni, due premi Pulitzer) parla con l’esperienza di decenni da inviato per il New York Times nelle zone calde del pianeta: Cina e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, Africa, il Pakistan dei golpe militari, Afghanistan talebano e soprattutto cinque lunghi anni (2002-2007) da capo ufficio per la sede di Bagdad. Così commenta per telefono da Londra le prospettive del futuro iracheno.
Dunque non ha senso chiedere agli americani di restare?
«Non ne ha più. Il meccanismo è ormai avviato, lo dettano esigenze militari e tabelle politiche. Da molto tempo ormai gli Stati Uniti hanno scelto tra la necessità di perseguire i propri interessi e quella di evitare la guerra civile in Iraq. Il paradosso è che da sette anni, dopo l’invasione Usa del marzo 2003, gli iracheni pagano un prezzo altissimo. E ora rischiano di pagarne uno anche peggiore con il ritiro». (more…)

Perché l’Iran continuerà a bombardare l’Iraq

giugno 24, 2010

Original Version: Why Iran will continue to shell Iraq

Nell’articolo: Le incursioni oltreconfine (compresi i bombardamenti) hanno rappresentato nel tempo un modo conveniente, da parte degli stati vicini, per inviare sottili messaggi agli attori politici iracheni. Ciò include il rammentare loro i limiti del successo che possono ottenere, soprattutto con il ritiro delle truppe americane

La tattica delle incursioni militari oltreconfine permette a paesi vicini dell’Iraq, come l’Iran e la Turchia, di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di compromettere i progressi economici di Baghdad senza ricorrere ad una guerra aperta – scrive l’analista Ranj Alaaldin,  analista esperto di questioni di sicurezza e di affari mediorientali presso la London School of Economics and Political Science; nell’ambito dei suoi abituali viaggi in Medio Oriente, si è recato recentemente in Iraq per una serie di missioni di ricerca, da Medarabnews

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Nel corso dell’ultimo mese, l’Iran ha continuamente e instancabilmente bombardato i villaggi al confine con il Kurdistan iracheno, provocando la fuga di migliaia di persone, ferendone molte e perfino uccidendo una quattordicenne.

Il motivo apparente di questi attacchi sarebbe quello di colpire il “Partito per la vita libera del Kurdistan”, un movimento militante curdo-iraniano noto come Pejak. Ad ogni modo, la decisione di mandare al confine unità militari e di stabilire basi (secondo fonti curde) potrebbe far parte di una più ampia strategia iraniana per mantenere una presenza fisica di lunga durata in territorio curdo. Sicuramente rappresenta una provocazione che l’Iran può giustificare sulla base della minaccia posta dal Pejak, ma le ragioni potrebbero andare ben oltre. (more…)

La predilezione del jihad per i sacrifici umani e i ‘Ragazzi del Paradiso

giugno 11, 2010

Nell’articolo: L’esempio più famoso di questa nuova forma di sacrificio umano ha avuto luogo nel 2004, quando un bambino palestinese di undici anni fu pagato un dollaro per portare un pacco attraverso i controlli di sicurezza israeliani. Il bambino non lo sapeva, ma il pacco conteneva una bomba che sarebbe stata fatta esplodere con un telecomando

da “Il Foglio”

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono 300 mila i bambini pronti a morire da soldati in guerre religiose, etniche, regionali.Ma dei figli del jihad, arruolati o giustiziati in tenera età, né Amnesty né altre ong umanitarie si è mai occupata. Il Daily Times, giornale sempre addentro all’intelligence militare britannica, ha rivelato che cinquemila bambini pachistani e afghani sono stati addestrati dai talebani per portare a termine attentati kamikaze. Questi “Ragazzi del Paradiso”, come si chiamano nella narrativa islamista, sono l’altra faccia dei bambini afghani assassinati in questi anni di guerriglia terroristica. (more…)

Il Pentagono arresta la fonte di Wikileaks

giugno 7, 2010

Il Pentagono ha arrestato un soldato ventiduenne che avrebbe passato il “Collateral Murder” a Wikileaks. Il video mostrava l’uccisione di civili da parte di soldati americani a Baghdad, nel 2007

da “ilpost“, clicca e guarda il video

Due mesi fa Wikileaks — il sito diventato celebre per aver pubblicato diversi documenti e filmati riservati — ha postato “Collateral Murder”, il video di un’azione militare statunitense a Baghdad, del 2007, che ha portato alla morte di due membri dello staff dell’agenzia giornalistica Reuters e di un afgano disarmato, oltre a ferite gravi a due bambini. Il caso ha fatto parlare molto di sé, sia per il contenuto — la facilità con la quale i soldati sparano sulla gente — sia per la modalità di diffusione. Wikileaks è stato spesso criticato per i modi oscuri al limite (a volte oltre) della legalità. (more…)

In Iraq si trascina un pericoloso vuoto politico

maggio 29, 2010

Original Version: Deadly power vacuum drags on in Iraq

La coalizione al-Iraqiya guidata dell’ex premier Iyad Allawi, pur essendo riuscita a riconfermare la propria vittoria elettorale dopo il riconteggio dei voti, rischia di non riuscire a formare il governo, sia a causa dell’intesa stretta dal primo ministro uscente al-Maliki con l’Alleanza Nazionale Irachena, sia perché i suoi deputati potrebbero essere decimati dagli attentati, come lascia temere il recente assassinio di Lagaidi – scrive il giornalista siriano Sami Moubayed, analista politico siriano, direttore della rivista Forward;  risiede a Damasco

da Medarabnews

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L’impasse post-elettorale in Iraq ha preso una tragica piega questa settimana quando l’assassinio di un deputato della coalizione al-Iraqiya dell’ex primo ministro Iyad Allawi ha visto ridursi lo stretto margine di maggioranza di quest’ultimo ad un solo seggio. L’omicidio è avvenuto appena un giorno dopo che al-Iraqiya era uscita vittoriosa dal riconteggio delle schede elettorali e da un tentativo di interdire alcuni dei suoi candidati.

Quando lunedì scorso qualcuno ha sparato a Bashar Hamid al-Lagaidi nella città settentrionale di Mosul, la quota di seggi spettante alla coalizione al-Iraqiya è scesa a 90 (su un totale di 325 seggi), solamente un seggio in più rispetto agli 89 ottenuti alle elezioni parlamentari dello scorso marzo dall’Alleanza per lo Stato di Diritto del primo ministro uscente Nuri al-Maliki.

Senza dubbio si è trattato di un duro colpo per al-Iraqiya, dopo che la scorsa settimana questa coalizione era uscita vittoriosa in occasione del riconteggio manuale di 2,5 milioni di schede a Baghdad ed aveva visto reintegrati diversi suoi candidati eletti, dopo che un’agenzia governativa li aveva squalificati per presunti legami con il fuorilegge partito baathista. Molti analisti avevano creduto di trovarsi finalmente di fronte alla conclusione della lunga impasse iniziata con le elezioni e prolungatasi per 11 settimane. (more…)

Al-Zawahiri chiama alla guerra santa in Iraq. Contro gli sciiti

maggio 27, 2010

Il leader di al-Qaeda accusa loro di aver ucciso i leader dell’organizzazione e di complottare con gli Usa

Christian Elia per “Peacereporter

”I comandanti di al-Qaeda in Iraq, Abu Omar al-Baghdadi e Abu Ayyub al-Masri, sono stati uccisi dagli sciiti alleati dei crociati. Non sono stati solo gli americani a ucciderli, ma anche gli sciiti, eredi di quelli che in passato sono sempre stati alleati dei crociati e ci hanno sempre tradito, aiutando i miscredenti a occupare le nostre terre”.

Messaggi in codice. Un delirio, certo. Ma guai a sottovalutare queste parole. Perché a pronunciarle è Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano ritenuto il braccio destro di Osama bin Laden. Il testo, un audio di 25 minuti, intitolato Elegia dei due capi, è stato diffuso ieri nella galassia dei siti web legati all’estremismo islamico. Al-Zawahiri, che per molti ha ormai preso il posto dello stesso Osama molto malato, è comunque sempre stato l’ideologo dell’Islam più violento. Non parla mai a caso, ogni singolo vocabolo dei suoi messaggi è scelto con cura. Pieno di sottintesi e di messaggi impliciti. Al-Zawahiri, come sempre, si esprime su un fatto di cronaca molto tempo dopo. In questo caso commenta la morte di al-Baghdadi e al-Masri, avvenuta in Iraq il 17 aprile scorso e resa pubblica il 19 aprile seguente dal premier Nouri al-Maliki in diretta tv. ”I capi di al Qaeda, Abu Omar al Baghdadi e Abu Ayyub al Masri, sono stati uccisi due giorni fa nei pressi del lago Tharthar in un attacco congiunto degli iracheni e degli americani contro una abitazione” – dichiarò al-Maliki a reti unificate, tentando di rovesciare con il colpo a sorpresa il risultato elettorale del 7 marzo precedente che lo vedeva sconfitto – il blitz è stato condotto nella provincia di Salaheddin dall’intelligence irachena con il supporto dei servizi Usa”. Il premier iracheno mostra le foto dei due uomini prima e dopo la morte. E lo stesso Pentagono successivamente conferma la notizia.
Secondo al-Maliki, i due «stavano pianificando una serie di attentati da eseguire nei prossimi giorni contro le chiese di Baghdad e si nascondevano in un covo nella provincia di al-Anbar”. (more…)

Elezioni irachene all’ombra dello scontro Iran-Usa

marzo 3, 2010

La prima metà del 2009 era stata relativamente tranquilla per l’Iraq. Episodi salienti erano stati le elezioni provinciali di gennaio, il ritiro delle truppe americane dalle città irachene alla fine di giugno, ed una sensibile diminuzione della violenza nel paese.

Le elezioni provinciali avevano segnato una battuta d’arresto per i partiti di ispirazione più apertamente settaria, e l’affermazione dell’Alleanza per lo Stato di diritto, la nuova lista guidata dal primo ministro Nuri al-Maliki che intendeva proporsi come blocco politico di orientamento nazionale e non settario. Queste consultazioni avevano inoltre sancito l’accettazione del processo politico da parte dei sunniti, i quali avevano in precedenza boicottato in massa le elezioni legislative del 2005.

Tutto ciò aveva spinto alcuni a ritenere che l’Iraq si stesse avviando verso la normalizzazione del processo politico, lasciandosi alle spalle gli anni più bui della contrapposizione settaria e della guerra civile.

Tuttavia, nessuna delle ragioni profonde alla base della crisi irachena – dalla questione curda, alla necessità di una riconciliazione tra sunniti e sciiti, al tema federalismo e della distribuzione delle risorse del paese, al problema delle ingerenze straniere – ha trovato una risposta adeguata nel corso dell’anno passato.

L’approssimarsi delle nuove elezioni legislative, inizialmente previste per il gennaio 2010, ha – com’era prevedibile – riacutizzato i conflitti latenti nel paese, dapprima con le estenuanti trattative per la nuova legge elettorale, che hanno determinato fra l’altro il rinvio dell’appuntamento elettorale al 7 marzo, e poi con l’annuncio, a metà gennaio, dell’esclusione di oltre 500 candidati dalle liste elettorali a seguito della cosiddetta campagna di “debaathificazione”. (more…)

Il Natale difficile dei cristiani iracheni

dicembre 28, 2009

Come a rafforzare il concetto di primigenio radicamento e conseguente pieno diritto ad abitare questa terra, alcuni cristiani caldei d’Iraq sostengono che gli artefici del primo, importante esperimento di melting pot, inevitabilmente foriero di problemi geopolitici, siano stati proprio gli Assiro-Caldei, antichi abitanti dell’Iraq, quando deportarono a Babilonia in massa gli ebrei (597-587 a.C), costringendoli all’esilio e all’assimilazione di usi e tradizioni religiose, ma anche favorendo contaminazioni in entrambe le direzioni. La questione investe i campi teologico, spirituale, storico, archeologico e, ovviamente, non la si vuole affrontare in questa sede.

Di certo vi è che fede, identità,
geografia e politica si avvolgono inestricabilmente in Iraq e la questione dell’appartenenza a un popolo diventa terribilmente complessa. Nel caso dei cristiani, in cerca di una legittimazione etnica come quelle concesse a Curdi, Sunniti, Sciiti, Yazidi, Turcomanni e Armeni, ma anche territoriale, la situazione, se possibile, si aggroviglia ulteriormente.

Con il regime di Saddam Hussein i cristiani avevano imparato a convivere, protetti anche dalla pesante presenza di Tareq Aziz, cristiano caldeo, al governo. L’arrivo degli americani a Baghdad e la fine della dittatura sono coincisi con l’inizio di un incubo per i seguaci di Gesù, piombati nel baratro della persecuzione. Eserciti locali o bande al libro paga di gruppi sunniti o sciiti imperversano, come è noto, su tutto il territorio iracheno. Molti di questi rivolgono la propria criminale attenzione in special modo ai cristiani. Dal 1 agosto 2004, – prima bomba anti-cristiana contro la chiesa di Sant’Elia a Baghdad – al novembre scorso – uccisione del sedicenne armeno Rami Khatchik e distruzione della chiesa di Sant’Efraim a Mosul – una serie micidiale di attentati si sono succeduti in molte città e villaggi, portando il computo dei morti a oltre i 1.200, per tacere dei feriti, i rapimenti, gli allontanamenti forzati, estorsioni e minacce di ogni tipo. (more…)

L’esercito iraniano in Iraq, occupato pozzo petrolifero

dicembre 19, 2009

 Alla diri­genza iraniana piacciono le provocazioni. I seguaci del pre­sidente Ahmadinejad pensano di trarne dei vantaggi, di com­pattare i ranghi davanti agli av­versari e di mostrare coraggio. Così l’ultima sortita l’hanno ri­servata al vicino Iraq. Un repar­to militare ha occupato un’im­portante installazione petroli­fera al confine tra i due Paesi. Con un’incursione, preceduta nei giorni scorsi da manovre si­mili, i soldati si sono imposses­sati del Pozzo numero 4 di Fakka, 230 chilometri a sud est di Bagdad. Un mini blitz effet­tuato senza sparare un colpo ma dal valore simbolico: tanto è vero che gli invasori — so­stengono gli iracheni — han­no piantato una bandiera ira­niana sulle strutture per rimar­care che è roba loro. (more…)

Siccità: la catastrofe ambientale dell’Iraq

dicembre 17, 2009

La siccità e le dissennate politiche idriche dei paesi confinanti con l’Iraq stanno riducendo alla sete questo paese, determinando una situazione ambientale ed umanitaria gravissima – riferisce il corrispondente Salah Hemeid

Per secoli, gli iracheni hanno solo dovuto scavare piccoli canali e usare semplici pompe per irrigare i verdi campi dell’Iraq, che si estendevano per decine di migliaia di acri di terra fertile. Gli antichi greci e romani chiamavano la regione adesso occupata dal moderno stato dell’Iraq “Mesopotamia”, ovvero la Terra dei Due Fiumi, e durante l’epoca islamica il paese divenne famoso come la “Terra Nera”, in riferimento alle coltivazioni che, come riportano i libri di storia, davano sostentamento a circa 30 milioni di persone.  

Tuttavia nell’Iraq odierno, nonostante questo passato, non è soltanto l’acqua per l’irrigazione a scarseggiare. Le risorse idriche servono per produrre elettricità, e manca persino l’acqua corrente; numerosi esperti ritengono che questa situazione potrà solo peggiorare negli anni a venire.

Anche se le cose stanno così, diversamente dagli episodi di violenza che oggi dominano l’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’Iraq, poco o nessun interesse viene dedicato a questa situazione tragica che minaccia la stessa esistenza di una delle civiltà più antiche del mondo. (more…)

Le compagnie USA restano indietro nella corsa al petrolio iracheno

dicembre 14, 2009

Nell’asta che in questo fine settimana ha aggiudicato i più importanti contratti petroliferi degli ultimi anni in Iraq le compagnie americane hanno avuto un ruolo inaspettatamente marginale – riferisce il corrispondente del Washington Post Ernesto Londoño

Le compagnie cinesi, russe ed europee si sono aggiudicate il diritto, in questo fine settimana, a sviluppare importanti giacimenti petroliferi in Iraq, mentre le società statunitensi hanno fatto una magra figura alle aste irachene che hanno rappresentato la prima grande incursione delle compagnie petrolifere straniere nel paese negli ultimi quattro decenni.

Le compagnie, che si sono assicurate 10 contratti nelle aste tenutesi questo fine settimana e nel mese di giugno, si preparano a ricavare profumati guadagni, ma la loro è una scommessa rischiosa.

L’Iraq possiede la terza riserva accertata di greggio al mondo, ma il paese resta pericolosamente instabile, soffre di una cronica corruzione, e di una politica litigiosa che ha impedito l’approvazione di nuove leggi per regolamentare il settore.

Delle sette compagnie statunitensi che si erano registrate alle aste, solo una è emersa come il principale partner in un consorzio che ha vinto un contratto. Un’altra impresa statunitense ha una quota di minoranza in un altro contratto. (more…)

I ladri di Baghdad

ottobre 19, 2009

imagesAll’ombra di un governo debole e corrotto, potenti gruppi mafiosi prosperano nel “nuovo” Iraq – scrive l’analista britannico James Denselow

Nell’ultimo mese, numerosi incidenti di elevato impatto hanno evidenziato quello che il General Maggiore Qassim al-Moussawi, principale portavoce dell’esercito iracheno a Baghdad, ha descritto come l’insorgere di “una frenesia di crimine violento” in Iraq. Scrivendo sul Times, Richard Kerbaj ha spiegato come “ognuno stia cercando un modo rapido per fare soldi in Iraq, ma nessuno più dei rivoltosi e dei banditi”. Sicuramente, gli attuali livelli di crimine in Iraq riflettono l’istituzionalizzazione della criminalità, la quale potrebbe compromettere lo sviluppo a lungo termine del paese.   

Il percorso che ha portato all’emergere di potenti gruppi mafiosi non ha avuto inizio con l’invasione del 2003. Dopo la guerra del Golfo del 1990-91, e la limitazione della sovranità territoriale dell’Iraq attraverso la creazione di “no-fly zones” e l’imposizione di sanzioni, Saddam ha cercato di mantenere il  controllo del paese dando maggior potere a tribù e famiglie a lui fedeli. Il razionamento dei beni attraverso le pratiche clientelari e la corruzione nel programma oil-for-food (petrolio in cambio di cibo) ha incoraggiato pratiche illecite che sarebbero fiorite e diventate molto più sanguinose dopo l’invasione del 2003. (more…)

Una guerra fatta di errori

agosto 20, 2009
imagesBARBARA SPINELLI
Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba. (more…)

Doppio gioco

luglio 31, 2009

imagesLa polizia irachena attacca i militanti dissidenti iraniani in Iraq. Che accusano Baghdad e gli Usa di sacrificarli al dialogo con Teheran

La fine di Camp Ashraf sembra vicina. Dopo gli incidenti dei giorni scorsi, nei quali sono morti otto militanti iraniani, il governo iracheno è deciso a estradare verso il Pakistan tutti i membri del gruppo Mujahidin e-Khalq (Mek), i ‘combattenti del popolo’, dissidenti iraniani.Attacco ai mujahidin. Il campo, che occupa una vasta area nel governatorato di Dyala, nell’Iraq meridionale, esiste dalla fine della guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta. Il regime di Saddam, nella speranza di riprendere prima o poi il conflitto con la Repubblica Islamica, offrì appoggio finanziario, politico e logistico al gruppo Mek, braccio armato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, il network degli oppositori che durante la guerra avevano appoggiato il regime laico di Saddam contro la teocrazia iraniana. Anche solo per aver combattuto i loro stessi fratelli, in un conflitto che è costato la vita a due milioni di persone, il Mek è diventato la bestia nera del regime di Teheran. Dal 1988 al 2003, quando il regime di Saddam è stato rovesciato dall’invasione della Coalizione guidata dagli Usa, il Mek ha potuto contare su un rifugio sicuro. Nel campo, circondato da un’elegante cancellata nera con una serie di statue di leoni dorati, vivono 3500 militanti del Mek, non tutti guerriglieri. Gli Usa hanno disarmato i miliziani all’interno del campo nel 2003, ma avevano lasciato in piedi la struttura, perché l’amministrazione Bush non ha mai abbandonato la speranza di rovesciare il regime iraniano e il Mek poteva tornare utile ai piani d’invasione o di destabilizzazione.Da quando il governo iracheno guidato dal premier Nuri al-Maliki ha preso il controllo del territorio, invece, le cose sono cambiate. (more…)

L’Iraq in balia dei big del petrolio

luglio 1, 2009

imagesNel giorno in cui l’esercito Usa ha completato il ritiro dalle città irachene a Baghdad si sono svolte le gare per l’assegnazione dei contratti per dieci giacimenti petroliferi e di gas. Ma è stato un mezzo passo falso, perché i giganti del greggio chiedono migliori condizioni prima di farsi avanti con gli investimenti necessari. (more…)

Baghdad LA SPERANZA

giugno 25, 2009

images«Eravamo abituati a 50, 60 bombe al giorno, oggi ce ne sono state tre». Incontro con il ministro degli interni Jawad al Bolani, che parla delle nuove sfide dell’Iraq: il lavoro, il rapporto tra le persone, un futuro migliore

Lunedì è stata una giornata di fuoco come non se ne vedevano da tempo a Baghdad: bombe a Karrada, in pieno centro, alla periferia nord di Shaab e ad Abu Ghraib, numerose le vittime. Nonostante queste bombe gli abitanti di Baghdad non si sentono più minacciati dal terrorismo come negli anni scorsi, ma l’avvicinarsi del ritiro delle truppe americane dalle città ha innescato nuovi scontri per affermare il controllo del territorio. L’eliminazione di al Qaeda da parte dei gruppi sunniti del risveglio non è ancora definitivo. (more…)

L’Iraq si prepara alla partenza degli americani

giugno 23, 2009

ABJXVDJCAN2PWIXCADKBE8UCAKPYE5BCA1QT53ECA5PAFV8CABBJEQ1CA78CQI3CACWB28TCAJDVB9NCA4EYM1MCA7S5C4LCA0DRHF7CAIW4ZGKCADMM2B4CA1SZU7QCAAEIVYICAJANEEPCAYJQPC8Si avvicina rapidamente la data in cui le truppe americane si ritireranno dalle città irachene, e già il panorama politico del paese si sta preparando alla fase successiva all’occupazione

 

Ci sono poche pattuglie americane per le strade di Baghdad, e presto non ce ne sarà più nessuna. Tra pochi giorni, il 30 giugno, le forze militari statunitensi si ritireranno dalla città irachena. L’occupazione iniziata sei anni fa sta finendo. Molti sono i segnali che rivelano che l’influenza degli Stati Uniti in Iraq sta lentamente diminuendo. (more…)

A COSA è SERVITA LA GUERRA A SADDAM?

giugno 22, 2009

AXGP7BWCABMXXDWCA9VOWD3CAEI516GCAF5NYWBCADHQZYICA6VN495CA3WLVH0CAKJ3K5MCA3PJNZSCAHG5X1TCAG9WDRWCAEO04LFCAB0CXB1CAY6TXDTCAIZ81XPCABH2UT8CAJSX5TQCANF7ISQCOSTATA MIGLIAIA DI MORTI E DEVASTAZIONI? FACILE: A PERMETTERE IL RITORNO IN MASSA DELLE COMPAGNIE PETROLIFERE – In Iraq la chiamano già la “Madre di tutte le Svendite”

 

In Iraq la chiamano già la «Madre di tutte le Svendite», a ricordo della «Madre di tutte le Battaglie» che il dittatore Saddam Hussein aveva minacciato di scatenare nel 1991 se le truppe occidentali avessero provato a invadere il suo Paese (invece finì in un massacro a senso unico di soldati iracheni inermi). (more…)