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Quello che l’Europa non ricorda di sé

novembre 8, 2011

Irène Némirovsky

«A Parigi si suole dimenticare ogni cosa» notava Irène Némirovsky poco prima della morte tragica a Auschwitz e di un lungo oblio della sua opera. Un’anticipazione da «Lettera internazionale» in uscita nei prossimi giorni

Drago Jancar, da “il Manifesto

«Come potete credere che io abbia potuto dimenticare le mie vecchie amiche solo a causa di un libriccino di cui si parla da due settimane, ma che verrà presto dimenticato? Del resto, a Parigi si suol dimenticare ogni cosa». Queste parole, tratte da una lettera indirizzata alle soglie della Seconda Guerra Mondiale dalla scrittrice francese di origine ebraica Irène Némirovsky a un’amica, si riferiscono al sorprendente successo riscosso dal suo romanzo David Golder. Sorprendente non solo perché si trattava del romanzo d’esordio di una giovane emigrante fuggita con i genitori dalla Rivoluzione bolscevica russa, ma anche perché il francese non era la sua lingua madre. (…) Quando in seguito i tedeschi occuparono la Francia, la sua fama non valse a evitarle l’arresto da parte della polizia francese che la consegnò agli invasori. A nulla valse neppure il fatto che, qualche anno prima, lei, il marito – anche lui emigrante russo – e le loro due figlie si fossero convertite al cattolicesimo.
Il remoto 1989
Dopo l’arresto, di lei si perse ogni traccia. Suo marito invocò disperatamente l’aiuto di alcuni editori francesi e per loro tramite di alcuni politici ma, invece di ottenerlo, ben presto fu spedito anche lui in un campo di raccolta. Nei giorni in cui lui si prodigava per tentare di aiutare la moglie o quanto meno per sapere dove si trovasse, lei, la celebre scrittrice, insieme a una moltitudine di altri ebrei stava già viaggiando su un treno merci diretto in Germania e, attraverso tutta la Germania, a Est verso la Polonia occupata. Dopo il conflitto, si apprese che la sua vita aveva avuto presto termine in una camera a gas di Auschwitz. In seguito anche suo marito si era spento nello stesso luogo. Entrambe le figlie, che pure erano state ricercate dalla polizia, erano state tratte in salvo da alcune brave persone. Durante il primo anno del dopoguerra, gli scrittori russi emigrati si occuparono per un breve tempo di loro, ma poi, nell’euforia della vittoria, tutti si dimenticarono non solo delle due figlie, ma anche della defunta Irène Némirovsky, il cui nome non tardò a cadere nell’oblio. (…) Fu dimenticata. Come del resto, stando alle sue stesse parole, «a Parigi si suole dimenticare ogni cosa».
Non solo a Parigi e non solo nell’anno 1945. L’Europa dimentica volentieri. Coloro che hanno la sensazione che il Muro di Berlino sia crollato ieri, si sbagliano amaramente. Al pari dell’anno 1945, anche l’anno 1989 è ormai storia remota. E lo sono anche gli anni vissuti dalla cosiddetta Europa dell’Est prima di quest’evento, che per l’ennesima volta ha cambiato il volto del Vecchio Continente.
Come è capitato a Irène Némirovsky, il XX secolo e le sue ideologie hanno segnato il destino di molti altri scrittori. Essi forse non desideravano altro che dedicarsi liberamente allo scrivere, desideravano che i loro testi trascendessero i confini rappresentati dalle barriere ideologiche e dalle lingue nazionali, volevano promuovere una conversazione europea franca e aperta. Invece furono costretti – in ambienti dalla mentalità angusta, tra gente meschina, nonostante magari vivessero in grandi e antiche città dell’Europa dell’Est – a preoccuparsi della sopravvivenza stessa delle loro opere, a rassegnarsi a un’infinita serie di piccoli compromessi per poter pubblicare, spesso addirittura ad affrontare, problemi legati alle più elementari necessità esistenziali. Coloro che oltrepassarono il limite imposto dalla censura, o anche il limite invisibile tra permesso e proibito nelle società chiuse e controllate, finirono in carcere o rimasero senza lavoro, condizione aggravata nella gran parte dei casi dalla condanna all’emarginazione, che per uno scrittore è fatale; uno spazio vuoto, senza alcuna possibilità di pubblicare né di dialogare né di partecipare ad alcuna conversazione, e non solo europea.
Guerra senza battaglia
Molti di coloro che, animati da grandi speranze, poterono fuggire o trovare in un modo o nell’altro una via verso l’Occidente, furono assorbiti nel vivacchiare anonimo e incolore degli emigranti, condannati a collaborare a oscuri fogli politici o talvolta anche a riviste letterarie valide, ma poco lette. Pochi riuscirono a emergere con le proprie opere nel loro nuovo ambiente, e anche quei pochi sono stati troppo spesso ingiustamente e sommariamente ricondotti a un contesto più politico che letterario. Kundera, Skvorecký, Brodskij. Ma il destino, quanto meno quello letterario, della maggior parte di questi scrittori, dei tanti che non ebbero fortuna o risorse per affermarsi nella cultura dei paesi in cui avevano trovato ricetto, fu tragico. Tra di loro ce n’è stato uno che ha pertinacemente continuato a scrivere, lasciandoci così una testimonianza che, al pari di tante altre, dovremmo impegnarci a non dimenticare in nessuna delle conversazioni europee tanto attuali quanto future. Czeslaw Milosz, La mente prigionera.
E tuttavia: com’è possibile che oggi rammentiamo con nostalgia tante opere che ci hanno avvinto e turbato al tempo in cui eravamo privati della libertà, anche opere edite o allestite sui palcoscenici dei teatri jugoslavi, polacchi, ungheresi? Gli autori che ricordiamo sono quelli che vissero sotto regimi dittatoriali e per i quali l’unico rifugio era rappresentato dalla letteratura, per la quale combatterono «una guerra senza battaglia», come recita il titolo dell’autobiografia di Heiner Müller. Che cosa scriveva Danilo Kis e quali frasi pronunciavano i protagonisti dei drammi di Heiner Müller, da far ancora risuonare nella nostra memoria la loro intensa eco non solo estetica, ma anche sociale? (more…)

Il caso Némirovsky: vita, morte e paradossi di un’ebrea antisemita

settembre 1, 2009

imagesCinque anni fa la Francia riscoprì all’improvviso una scrittrice che aveva dimenticato. Si chiamava Irène Némirovsky, era una russa di origine ebraica, era morta in un campo di concentramento nell’estate del 1942. Per un caso straordinario, le figlie avevano custodito fino a quel 2004 una valigia che conteneva la produzione letteraria materna, dattiloscritti, diari, appunti, e fra essi c’era il manoscritto del romanzo a cui Irène aveva lavorato dal giorno della disfatta bellica della Francia, giugno-luglio 1940, fino in pratica al momento in cui i gendarmi francesi si erano recati nella sua casa di campagna e l’avevano portata via. Suite française era il titolo scelto e per quanto nei piani della sua autrice esso prevedesse ancora un volume, relativo a come quel conflitto sarebbe finito, era omogeneo e a sé stante nelle due parti che lo componevano. Pubblicato a mezzo secolo di distanza, il romanzo ebbe un successo clamoroso, vinse dei premi, riportò alla ribalta il nome Némirovsky. (more…)

Il caso Némirovsky. Adesso tutti la vogliono

agosto 28, 2009

imagesDopo una distrazione di mezzo secolo, oggi Irène Némirovsky è giustamente molto contesa dagli editori. La Giuntina ripubblica così Un bambino prodigio, rivendicando la propria perspicacia: una prima volta lo aveva proposto nel 1995, ben prima della clamorosa riscoperta dell’autrice avvenuta nel 2005 con la pubblicazione della Suite francese, straordinario romanzo inedito che all’uscita in Francia è diventato immediatamente un caso editoriale, accaparrato per l’Italia da Adelphi.
Nata a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere ebreo, ed emigrata con la famiglia al momento della Rivoluzione d’Ottobre, l’allora Irma Irina era diventata francese e scrittrice contemporaneamente, esordendo a Parigi nel 1929 con un romanzo, David Golder, che l’aveva resa famosa in un batter d’occhio. (more…)