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L’avanzata lenta dell’Islam sciita

gennaio 12, 2012

Sabrina Mervin per “Il Sole 24 Ore”

Fenomeni di conversione, maggiore visibilità, processi d’integrazione nazionale, posizione di forza degli sciiti: sono state queste, fino a oggi, le cause ricorrenti che hanno suscitato le reazioni della parte sunnita. Già prima degli sviluppi della crisi scoppiata in seguito alla caduta del regime baathista in Iraq nel 2003, il tenore delle controversie, a prescindere dalle circostanze, rivela una significativa continuità. Se taluni dibattiti hanno avuto luogo nell’ambito di un tentativo di avvicinamento, sono state formulate anche numerose tesi e fatwa per rifiutare il taqrîb (l’avvicinamento), come fece Ibn Bazz, mufti d’Arabia Saudita dal 1993 fino alla sua morte, nel 1999. I riferimenti degli autori sunniti sono soprattutto le opere di Ibn Taymiyya (m. 1328), il pensatore neo-hanbalita che scrisse un trattato per rispondere a un autore sciita, al-‘Allâma al-Hillî, il quale aveva fatto l’elogio dello sciismo. Ibn Taymiyya emise inoltre alcune fatwa contenenti dei punti, che saranno poi ripresi, contro coloro che egli definiva bâtiniyya e che tacciava di miscredenza (kufr) e associazionismo (shirk). Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhâb, fondatore del wahabismo, formulò le medesime accuse. Questi scritti polemici si basano in buona parte sulle accuse lanciate dai sunniti contro gli sciiti e le loro dottrine.  La prima accusa tocca il principio cardine dell’Islam: si rimprovera agli sciiti di non rispettare la dottrina del tawhîd, “associando” a Dio gli Imam e altri ahl al-bayt, da essi venerati. Il posto speciale che essi riservano ad Ali vale loro l’appellativo di “estremisti” (ghulât). Secondo i sunniti, gli sciiti – contrariamente a quanto affermano – non hanno accettato il Corano, che sospettano essere stato falsificato (tahrîf). Non solo, ma essi aggiungono due versetti alla vulgata: sono dunque loro i falsificatori. Inoltre gli sciiti non ammettono lo stesso corpus di hadîth dei sunniti, e ne hanno formato uno proprio. La dottrina dell’imamato (che è negata) porta gli sciiti a rifiutare la legittimità dei primi tre califfi. Non riconoscono l’autorità dei Compagni di Maometto, che insultano (sabb al-sahâba), e hanno un’immagine negativa di ‘Â’isha e di altre “madri dei credenti”. Più in generale hanno una concezione errata del periodo dei salaf. E attendono il Mahdi. Hanno introdotto innovazioni biasimevoli (bid’a), come la dottrina dell’intercessione e il culto delle tombe degli Imam e dei santi, alcuni dei quali sono più venerati della stessa Ka’ba della Mecca.

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Maometto in Parlamento

dicembre 12, 2011

Marco Ventura per “Il Corriere della Sera

Un anno e un dato: 1995; 158. Cominciò tutto lì. O almeno, cominciammo a capire tutto da lì. Il 1995 fu l’anno delle elezioni politiche turche; 158 furono i seggi conquistati dal partito della prosperità, il Refah Partisi. I leader del Refah promettevano libertà e diritti in nome dell’Islam. Erano fedeli a Kemal Ataturk, ma ritenevano la sua laicità una camicia di forza. L’energia dell’Islam andava liberata affinché facesse da ponte tra il passato e il futuro, tra l’antica potenza imperiale e una nuova modernità. Il risveglio deimusulmani nelmondo era la grande occasione: rompendo l’isolamento, respirando all’unisono con i fratelli nella fede, la Turchia poteva crescere dentro e fuori i confini. Gli elettori turchi capirono. Offrendogli 158 seggi sui 450 totali, fecero del Refah il partito di maggioranza all’Assemblea nazionale e gli consentirono di formare, nel giugno 1996, un governo di coalizione. La controffensiva non tardò. Il 16 gennaio 1998 la Corte costituzionale di Ankara disciolse il partito Refah in quanto «centro di attività contrarie al principio di laicità». Il potere giudiziario, appoggiato dall’esercito, annullava la volontà popolare e interrompeva l’esperimento del nuovo Islam politico turco.

L’Islam e il voto, dunque. Oggi in Tunisia, Marocco, Egitto, tra poco in Yemen. Ieri, le elezioni turche del 1995 raccontarono le ambizioni delle nuove società musulmane. Certificarono la vitalità dell’islamismo: ostacolato dalle vecchie élite, sospinto dalla democrazia. Più la compatibilità dell’Islam con la democrazia veniva contestata, più l’Islam si rivelava attraverso di essa. Nei Paesi musulmani, gli islamisti chiedevano libere elezioni contro i dittatori, i militari e le polizie; e invocavano il voto popolare contro le potenze ex coloniali che sui regimi autoritari fondavano la loro politica di sfruttamento. Per i governi occidentali, l’ordine dei militari e dei corrotti era il male minore. Garantiva donne e minoranze, almeno un poco. Teneva a bada i jihadisti. Dopo il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan nel 1989, la guerra santa si era sparsa per il mondo: dal Kashmir allo Yemen; dall’Armenia alla Palestina; dalla Bosnia all’Algeria. Proprio in Algeria un colpo di Stato aveva interrotto nel 1992 il processo elettorale da cui stavano uscendo vincitori gli islamisti. Uno dei leader del Fronte islamico di salvezza, Ali Belhadj, aveva proclamato nel 1989 che «non c’è democrazia nell’Islam». Il Paese sprofondò in una sanguinosa guerra civile. I bollettini del Fronte si stampavano a Londra, nella famigerata moschea di Finsbury Park. Sempre da Londra, l’ufficio di Bin Laden organizzava il terrore globale. Mentre in Turchia il Refah Partisi viveva la sua breve stagione al governo, nell’agosto 1996 la fatwa di Bin Laden inneggiò alla guerra santa contro l’occupante americano. Risuonava dappertutto in terra d’Islam il grido di libertà. Libertà dall’Occidente crociato e degenerato; libertà da governanti traditori del popolo e dell’Islam. Era labile il confine tra i profeti di violenza e i profeti di liberazione. Per le nuove generazioni, nei sobborghi del Cairo o di Birmingham, diMumbai o di Algeri, l’islamismo era l’unica risorsa. C’era chi militava e finiva nelle carceri diMubarak. C’erano i ventenni musulmani inglesi e marocchini che si incontravano nei campi di addestramento pakistani o afgani. Avevano in comune solo un Islam liberatore. Ed era tutto. Un ideale di lotta potente che motivava esistenze vuote, dava sfogo alle frustrazioni, prometteva gloria al disadattato del quartiere. Un ideale capace di sovrastare l’Islam colto premiato a Francoforte e a Parigi; di cambiare le abitudini delle maggioranze silenziose. Le ragazze rinnegavano l’emancipazione delle madri e prendevano il velo. Ovunque, l’Islam moderato si piegava all’energia dell’Islam politico. Lo scrittore Martin Amis emise il verdetto: «I moderati hanno perso la guerra civile dentro l’Islam. È ingannevole la loro sovraesposizione su giornali e media. Altrove sono supini, la loro voce non si sente».

L’Occidente non vedeva le radici sociali dell’Islam politico; non ne vedeva i motivi concretissimi, la necessità storica. Dall’alto di una supponente distinzione tra religione e politica, non capivamo l’Islam. Satolli di una fede secolarizzata, avevamo dimenticato che Dio può armare persino un assassino suicida. Storditi dalla falsa coscienza post-coloniale, non credevamo all’ambizione delle società islamiche di essere diverse da noi, libere da noi. Eravamo abbagliati da quei pochi che sembravano muovere i fili. Perché i servizi inglesi pagavano i predicatori d’odio di Londonistan? Perché Gheddafi fu il primo a denunciare Bin Laden all’Interpol?

In realtà, il processo in moto era molto più grande della distinzione tra islamismo politico e islamismo terrorista; più grande delle diplomazie e dell’intelligence. Le società islamiche non rinunciavano ai legami tradizionali, di famiglia, di gruppo. Il maschilismo, il familismo, l’odio per il diverso e per l’ebreo, l’analfabetismo restavano largamente accettati. Il modello rimaneva l’omogeneità culturale e religiosa. Poco spazio per i diritti individuali, per una vera pluralità di opzioni morali, ideologiche, religiose. Invece, quelle società si ribellavano alla corruzione dei governi, alla prepotenza della polizia. Non potendo immaginare quel cambiamento morale e sociale che Dio vieterebbe, concentravano emozioni e sforzi in una lotta di potere.

Bastava un voto a far esplodere il cocktail di conservazione e riforma, di tradizione e rivoluzione. Ecco la verità dei 158 seggi del Refah turco nel 1995. Verità lontana dal dilemma tutto occidentale di Fareed Zakaria: avrebbe saputo costruire democrazie liberali, l’Islam, o solo democrazie illiberali? Gli ottimisti rispondevano che l’esercizio democratico avrebbe imposto la propria logica alle società islamiche, occidentalizzandole. Così sussurrava a George W. Bush il giovanissimo Noah Feldman, futuro co-autore della costituzione dell’Iraq post Saddam. Per niente, rispondevano le cassandre: sarà l’Islam a piegare alla propria logica illiberale le procedure democratiche. Le elezioni in Algeria e in Turchia erano lì a dimostrarlo.

Tuttavia, all’inizio del nuovo millennio, l’establishment giudiziario-militare turco non aveva ancora posto fine alla storia narrata da quei due numeri, 1995 e 158: il Refah si era infatti rivolto alla Corte di Strasburgo, chiedendole di condannare lo Stato turco. Che l’Europa liberaldemocratica sanzionasse la Turchia antidemocratica almeno in tribunale, per aver disciolto un legittimo partito politico. La democrazia islamica metteva l’Europa di fronte a se stessa, contro se stessa. Che cosa avrebbero deciso i giudici europei: difendere la laicità turca, ritenere fondata la pregiudiziale anti islamista di Ankara e dunque sconfessare le elezioni? O stare dalla parte delle elezioni, nonostante tutto? A fine estate 2001, solo dieci giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle, la Corte europea decise contro il partito Refah, per il diritto dell’establishment turco di sconfessare gli elettori. I giornali occidentali salutarono la vittoria della laicità, la sconfitta di un Islam che minacciava la democrazia perché sapeva magnificamente usarla.

Dieci anni dopo, quella sentenza è antiquariato e quei leader musulmani vengono salutati da «Time» come riformatori moderati. Essi guidano una potente democrazia musulmana, capace, pur nella sua specificità, di ergersi a modello. In mezzo, anni apparentemente vuoti, in cui l’Islam è parso contare elettoralmente solo dove era minoranza. Nell’Europa multiculturale, nel Sudafrica del post-apartheid; soprattutto in India, dove l’elettorato musulmano ha consentito al partito del congresso di far diga contro il nazionalismo induista.

La primavera araba non è scoppiata dal nulla. Nuovi semi crescevano sottoterra, dopo la fioritura degli anni Novanta. Si alimentavano dell’infinita varietà dell’Islam e delle sue lotte intestine, delle debolezze croniche della società civile, della sharia reinventata a Leicester, Rotterdam e Padova. L’ultimo raggio di sole che ha fatto germogliare il seme è stata la fame, l’oppressione. Si rovesciano i tiranni perché affamano e opprimono, non perché democrazia è bello; perché Allah legittima non chi ha diritto, ma chi si piglia il potere. E si vota in maggioranza per i barbuti, perché sono stati nelle prigioni dei tiranni, perché sono organizzati e socialmente efficaci. Tanto più la globalizzazione incalza le società islamiche, tanto più queste si rinserrano nelle loro tradizioni e il popolo del web e delle piazze rimane invischiato in una lotta di potere di cui il più forte beneficerà. Il voto mette così in scena una girandola postmoderna di twitter e sessuofobia, di femministe e salafiti, di copti e fratelli musulmani. Ecco cosa è uscito sulla ruota del 1995 e del 158. Non certo un impossibile Islam liberaldemocratico. Piuttosto, un Islam vitale ma smarrito, che scarica nell’urna le sue contraddizioni.

Quando l’Islam seguì la svastica

ottobre 13, 2011

Gran Muftì di Gerusalemme con Adolf Hitler

Luciano Canfora per “Il Corriere della Sera”

Lo storico statunitense Jeffrey Herf ha pubblicato nel 2009 un robusto saggio sulla Propaganda nazista per il mondo arabo (ora in traduzione italiana presso le edizioni dell’Altana, Roma, pp. 462, 20€ con una appropriata prefazione di Sergio Romano). E uno studio molto documentato, riguardante un fenomeno che, per varie ragioni, è rimasto ai margini della ricerca storica. «Documentare e interpretare l’impegno della propaganda nazista rivolta agli arabi e ai musulmani del Medio Oriente e del Nord Africa», con una particolare attenzione agli anni tra il 1939 e il1945: questo è il preciso ambito del libro e non bisogna chiedergli di più. (Quando si lancia in pistolotti ideologici, come a pagina 2oo, l’autore diventa piuttosto confuso). Al centro del libro è la figura di Amin el-Husseini, cosiddetto Gran Muftì di Gerusalemme, la cui dedizione alla politica nazista, alla propaganda e agli obiettivi di guerra nazisti non ha nulla da invidiare a quella dei più fidi collaborazionisti europei, da Monsignor Tiso a Ante Pavelic. Poco tempo prima era apparsa una biografia di Husseini a cura di Dalin e Rothmann, La mezzaluna e la svastica (Lindau). Ricorda Romano nella prefazione la nascita, promossa dagli occupanti nazisti in Jugoslavia, di una legione di SS bosniache alla cui opera nefasta il Gran Muftì Husseini diede il suo avallo «spirituale». (more…)

“Con l’Islam non si parla”

settembre 23, 2011

Il politologo Giovanni Sartori parla dei risvolti geopolitici delle rivolte della primavera araba

Flavio Alevernini per “La Stampa

“L’Islam, proprio perché è molto decaduto, ha assunto una rigidità che gli rende difficile poter conciliare i propri valori con quelli democratici.” Forte e chiaro il messaggio di Giovanni Sartori sulla cultura islamica, così come sono chiare le sue posizioni sulla crisi economica mondiale, il ruolo del governo italiano, le rivoluzioni arabe, l’Islam e i processi di integrazione sociale

A dieci anni dall’11 settembre possiamo affermare che gli U.S.A. hanno definitivamente perduto il ruolo guida nello scacchiere geopolitico internazionale? Il ruolo guida no ma hanno perso la partita economica, tutto l’occidente ricco è in crisi. Questa globalizzazione fatta senza criteri ha creato e creerà ancora disoccupazione: a parità di tecnologia, se un’operaio costa mezzo dollaro in Cina e dieci dollari negli Stati Uniti, il lavoro finisce in Cina. L’ingegnosità ce l’hanno anche i cinesi, non abbiamo più molte possibilità da giocarci. La verità è che i nostri politici si sono fatti cogliere di sorpresa.  (more…)

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

settembre 15, 2010

Vittorio Emanuele Parsi per “La Stampa

Ma quanti «reverendi Jones» ci sono nel mondo islamico e quanto grande è il loro seguito? La sconsiderata minaccia di questo oscuro pastore di un’ancor più sconosciuta chiesa evangelica della Florida, peraltro neppure attuata, di bruciare il Corano ha offerto il pretesto per l’ennesima strage di cristiani nel subcontinente indiano. Tutto ampiamente e drammaticamente previsto, ma oggi, mentre contiamo le vittime innocenti di una violenza inaccettabile, è impossibile fare a meno di sottolineare che, se bruciare i libri è esecrabile, ammazzare persone innocenti è peggio. Perentorie, in tal senso, le parole del vescovo di Jammur & Kashmir nell’intervista rilasciata a La Stampa di ieri, «non si può giustificare con una proposta offensiva la soppressione di vite innocenti», e neppure di quella del «colpevole» autore della proposta, mi sentirei di aggiungere. Non dovrebbe mai essere dimenticato del resto che, per quanto non sia condivisibile dar fuoco ai simboli e alle effigi che non ci piacciono, una simile pratica rientra pur sempre nella libertà d’espressione, la quale nelle democrazie gode della massima tutela, perché se la prima vacilla trascina nella sua caduta anche le seconde. Non per caso, una trentina d’anni fa, la Corte Suprema riconobbe il diritto di bruciare la bandiera degli Stati Uniti come un esercizio, per quanto detestabile, di tale libertà, dichiarando incostituzionali le norme che ben 48 Stati dell’Unione su 50 avevano adottato a difesa del vessillo a stelle e strisce. È del tutto evidente che «l’amor di Patria» e il «timor di Dio» sono sentimenti in sé rispettabili e sacri per i rispettivi credenti, ma sarebbe una deroga inammissibile al principio della libertà di espressione pretendere che ciò che per gli uni o gli altri è «sacro e inviolabile» venisse sottratto all’esercizio di una delle principali libertà, sia pure in forme, lo ripetiamo, assai discutibili. (more…)

Non solo taleban, l’altro Islam dei Sufi

luglio 4, 2010

Colpita in Pakistan la moschea della corrente mistica anti-Al Qaeda. Il maestro Ansari: «I kamikaze comprano un biglietto per l’inferno»

Nell’articolo: Prosegue Ansari: «Nella storia il problema si manifesta quando la capitale del mondo islamico passa dalla penisola arabica a Damasco. La ricchezza e il potere corruppero la purezza dell’Islam originario. Il vero Islam rimase celato dietro la ricchezza e il potere e il volto superficiale della fede emerse sotto la forma di rituale come la vera rappresentazione

da “La Stampa

ISLAMABAD
L’impressione che i lettori occidentali si fanno dai resoconti dei media sulla regione fissata nell’acronimo Af-Pak, Afghanistan e Pakistan, è di una terra abitata da feroci estremisti islamici. Invece la regione dell’Asia centro-meridionale è la culla del sufismo, il misticismo islamico. Dal leggendario Jalal ad Din Rumi a Khawaja Moinuddin Chishti Ajmeri molti sufi provengono dall’antico Khorasan, che comprendeva parte dell’attuale Afghanistan, dell’Iran e del Pakistan. Il sostegno dei sufi è stato spesso cruciale per il dominio musulmano. Ancora in tempi recenti, la famiglia Gillani, (emigrata da Baghdad) è stata in Afghanistan la colonna del potere dell’ex re Zair Shah. La famiglia Gillani, insieme con Sibgatullah Mujadedi (discendente dei sufi indiani Mujadid aft-e-Thani) è stata il motore principale della rivolta dei mujaheddin contro i sovietici.

Entrambe le famiglie sufi sono oggi tra i principali sostenitori del governo Karzai. L’affermazione di Al Qaeda e dei taleban ha tuttavia cambiato l’intero equilibrio della regione. Il Sud e il Nord Waziristan, che erano stati la terra di celebri santi sufi, come il leggendario avversario dei colonialisti britannici, Faqir Ipi, che apparteneva alla scuola Qadri, sono diventati le roccaforti da dove l’Islam salafita ordina la distruzione dei santuari, proibisce la musica e la danza che invece sono parte integrante della tradizione sufi. Guerriglieri sono inviati dal Nord Waziristan nella valle dello Swat e in altre zone tribali per distruggere i santuari e uccidere i sufi. Esattamente come è accaduto in Iraq. Non vengono risparmiati nemmeno i santuari che la devozione popolare attribuisce ai discendenti del Profeta. (more…)

Iran: una frattura ideologica nel cuore dell’Islam

maggio 10, 2010

Original Version: An ideological split at the heart of Islam

Il Movimento Verde dell’Iran è definito da un Islam di libertà, un modello rifiutato da Khomeini dopo la rivoluzione del 1979 – scrive il ricercatore iraniano Mahmood Delkhasteh, editorialista e ricercatore indipendente; ha insegnato all’ American University—Central Asia (in Kirghizistan) e alla Kingston University (in Gran Bretagna); attualmente sta lavorando a un nuovo libro basato sulla sua tesi di dottorato, “Islamic Discourses of Power and Freedom in the Iranian Revolution, 1979-81”

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L’attuale situazione in Iran è sia il risultato che la reazione ad una complessa combinazione di repressione socio-politica e corruzione economica. Ma essa si esprime attraverso una gamma di discorsi differenti – nazionalisti e di sinistra, certamente – ma in maniera ancor più significativa tramite discorsi islamici che leggono la rivolta come una lotta tra un Islam di potere, rappresentato dal regime al governo in Iran, e un Islam di libertà, rappresentato dai molti pensatori musulmani che vi si oppongono. 

Questa tensione ha radici teologiche e filosofiche che affondano nei secoli, in particolar modo attraverso i dibattiti sul significato di tawhid (la dottrina dell’unicità di Dio (N.d.T.) ). L’interpretazione di questo concetto teologico è una distinzione cruciale tra il sistema dell’Islam “fondato sul potere” e quello dell’Islam “fondato sulla libertà”. Nell’Islam fondato sul potere, il tawhid esprime una convinzione monoteistica nella quale Dio è considerato un essere onnipotente che instaura una relazione di tipo padrone-servo con i credenti. La paura è l’elemento caratterizzante di questa fede, che collega il più potente al più debole in un rapporto di obbedienza. In questo sistema le persone non hanno “diritti”; tutto ciò che esiste è il loro “dovere”. In questa accezione di tawhid, i credenti sono quindi intesi come creature guidate dal dovere, che possono giungere alle porte del paradiso solo obbedendo alle autorità religiose – le uniche ritenute capaci di decifrare la parola di Dio – e compiendo i propri doveri nel modo in cui è stato stabilito da queste autorità. (more…)

Nelle periferie del mondo il nuovo cuore dell’islam

gennaio 9, 2010
FRANCESCA PACI
LONDRA
La mezzaluna islamica ha affilato le estremità. Mentre il conflitto israelo-palestinese, classico cavallo di battaglia della jihad post moderna, scompare dalle copertine delle riviste di geopolitica interessate al massimo al potenziale economico dell’emergente e non ideologizzata borghesia araba, l’ultima sfida all’occidente arriva dalla periferia della galassia musulmana. «L’islam contemporaneo non si capisce guardando il vecchio centro mediorientale ma i margini, Yemen, Somalia, Pakistan, Afghanistan» osserva l’irano-americano Reza Aslan, ricercatore al Global and International Studies di Santa Clara e autore del volume «How to win a cosmic war», come vincere una guerra cosmica. Per questo, sostiene, Barack Obama ha sbagliato a lanciare dal Cairo la battaglia per i cuori e le menti sedotte dal Corano: «L’Egitto non è più il centro del mondo musulmano da almeno un secolo». (more…)

Il farmacista che ha cambiato lo sguardo sull’islam

gennaio 4, 2010

Georges Anawati e il dialogo fra le civiltà

“Le fedi alla prova della modernità” è il tema del prossimo numero della rivista plurilingue “Oasis”, edita da Marcianum Press e diretta da Roberto Fontolan, in uscita a metà gennaio. Tra i contributi vi è la seconda parte – la prima era apparsa nel numero precedente – di un ampio saggio del segretario generale dell’Institut Dominicain d’Études Orientales del Cairo. L’intero testo è stato sintetizzato dall’autore per il nostro giornale

di Jean-Jacques Pérennès

Georges Anawati è un personaggio fuori dal comune per almeno tre ragioni:  cristiano orientale, ha passato gran parte della sua vita a studiare e far meglio comprendere l’islam nel mondo cristiano. Ha dato anche un grandissimo contributo all’emergere del dibattito sull’islam e sulle religioni non cristiane al Vaticano ii. Infine, ha capito molto presto che l’incontro con il mondo dell’islam sarebbe stato facilitato se ci si fosse posti innanzitutto al livello culturale e non sul piano strettamente religioso. Specialista della filosofia araba medievale, si trovava nella posizione giusta per misurare tutto quello che Oriente e Occidente hanno condiviso in passato. La sua onestà intellettuale gli è valsa un immenso riconoscimento da parte dei suoi interlocutori.
Georges Anawati nasce il 6 giugno 1905 ad Alessandria in una famiglia ortodossa emigrata da Homs, in Siria, verso il 1860. La sua è una tipica famiglia levantina tradizionale:  il padre, Chehata Bey, ha tutti i modi del patriarca; la mamma si prende cura degli otto figli con una tenerezza tutta orientale, un po’ soffocante. Abitano in una casa borghese del quartiere Schutz di Alessandria e il padre è un notabile della comunità. L’educazione impartita ai figli è piuttosto austera:  i sei maschi studiano dai Fratelli delle Scuole Cristiane e le figlie dalle Suore della Madre di Dio, dove tutto l’insegnamento si svolge in francese, che all’epoca è la lingua dell’élite culturale, specialmente in questi ambienti levantini.
Alessandria vive allora la sua belle époque, ma nella famiglia Anawati non si respira certo un’aria di svago. Il padre ha previsto una carriera per ognuno dei suoi figli. Georges, sesto di otto, è destinato alla farmacia con il fratello Edouard, fatto che gli vale, ottenuto il diploma di liceo, di andare a compiere gli studi universitari a Beirut e poi a Lione, da dove tornerà nel 1928 con il diploma di farmacista e di ingegnere chimico. All’età di 23 anni, prende in mano la farmacia di famiglia ad Alessandria. La sua strada sembra già segnata.
In realtà, la fermezza delle intenzioni paterne sul figlio non impedisce al giovane Georges di fare progetti. È infatti di temperamento curioso, addirittura inquieto. Impregnato di cristianesimo come si può esserlo in queste vecchie famiglie cristiane d’Oriente, ambisce per la sua vita a qualcosa di grande, che formula all’inizio maldestramente in questi termini:  “Essere un grande studioso cristiano”. E un grande lettore, che si esercita sin da giovane a dormire il meno possibile per placare la sua sete di conoscenza. Legge Berdjaev, Chesterton e, soprattutto, il filosofo francese Jacques Maritain, al quale lo inizia un professore di filosofia di origine libanese che avrà una grande influenza su di lui:  Youssef Karam. (more…)

Islam e Occidente, alla fine aveva ragione Oriana la “pazza”

dicembre 31, 2009

È destino di tutti i profeti rimanere inascoltati. Dopo l’11 settembre 2001 è accaduto anche a Oriana Fallaci, «Cassandra» che parlava con passione, con rabbia e con molta ragione, e che pur sapendo di parlare al vento, lo faceva con tutta se stessa. Lo faceva in modo diretto, chiaro, coraggioso. Troppo. E infatti nessuno – o quasi – l’ha seguita. Nessuno delle élite, si intende, perché la «gente» invece ha intuito immediatamente che Oriana aveva parecchie ragioni dalla sua parte, anche se scomode, anche se scorrette. Gli intellettuali, i politici, i maître à penser per lo più l’hanno bollata come «pazza», invasata, xenofoba, razzista: hanno detto che istigava all’odio, che era una fascista, una guerrafondaia. L’hanno attaccata, incriminata per vilipendio all’islam, hanno fatto di lei un facile bersaglio politico e un oggetto di pessima satira. Quando diceva: state attenti, questa «civiltà» è troppo diversa da noi, non esiste un islam moderato, l’Europa e l’Occidente sono troppo arrendevoli, il terrorismo non finirà, anzi crescerà – quando diceva tutto questo, chi avrebbe dovuto non l’ha presa sul serio. I risultati? A quasi dieci anni da quell’11 settembre tutto è come prima, o peggio. Eppure bastava ascoltare le sue parole. Queste, ad esempio. Tutte tratte dai suoi libri, pubblicati da Rizzoli.

di Oriana Fallaci

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio. Continuai con La Forza della Ragione. Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse. I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto della- Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. (more…)

L’Islam tollerante che liberò gli ebrei

dicembre 29, 2009

di Paolo Mieli

È noto che ci fu un’epoca che durò alcuni secoli, quelli precedenti e quelli immediatamente successivi all’anno Mille, in cui i rapporti tra ebrei e musulmani furono assai diversi (e migliori) degli attuali. Un’epoca approfondita poco meno di una trentina di anni fa da un fondamentale studio di Bernard Lewis in un libro, Gli ebrei nel mondo islamico, che la Sansoni ha ripubblicato nel 2003 con un acuto saggio introduttivo di Fiamma Nirenstein. Lewis faceva riferimento a un campo aperto nel 1833 da Abraham Geiger con un volume dal titolo Che cosa ha accolto Maometto dall’Ebraismo? in cui si attirava l’attenzione del lettore sulla presenza di elementi biblici e rabbinici nei primi testi islamici «con l’ovvia implicazione che, per dirla con semplicità, si trattava di prestiti ebraici all’Islam». A quella lunga stagione si richiamano coloro che sostengono la non irreversibilità delle tensioni di oggi e appare significativo che adesso gli storici tornino sull’argomento per cercare di approfondirlo e trarne qualche, più o meno implicita, lezione. È il caso di Michael Brenner, docente di Storia e cultura ebraica all’Università di Monaco, di cui Donzelli manda in libreria, nella pregevole traduzione di Paolo Scopini, la versione italiana della Breve storia degli ebrei che, al suo apparire nel 2008, ha conosciuto grande fortuna in Germania. Perché questo interesse per la vicenda del popolo del Vecchio Testamento? Osserva Brenner che la Bibbia ebraica è il libro di maggior successo ma anche il più influente della letteratura mondiale e che la storia della sua fortuna è tanto più stupefacente se consideriamo che non fu scritta da uno dei popoli più importanti dell’antichità come gli egizi, gli assiri, i persiani o i babilonesi, bensì «da una nazione piccola, che nel corso della sua storia fu dominata da tutti i popoli citati». Una considerazione legislazione ostile agli ebrei». Inoltre gli ebrei nei confronti delle autorità islamiche «disponevano fin dall’inizio di riconosciute autorità spirituali centrali nel quadro di un’autoamministrazione sovraordinata alle singole comunità (gli esilarchi babilonesi e i gheonim, capi delle scuole superiori, autorità corrispondenti anche in Egitto e in Spagna), mentre nell’Europa cristiana le autonome comunità ebraiche vivevano fin dall’antichità l’una accanto all’altra e non erano rappresentate da nessuna autorità sovraregionale». (more…)

Alla curia di Milano c’è un prof che lavora per un’ibridazione con l’islam

dicembre 10, 2009

Nel solo mese di novembre, l’arcidiocesi di Milano ha organizzato quattro conferenze sull’islam, fra cui una intitolata così: “Apprezzamento di alcuni valori religiosi nell’islam”. A gennaio se ne terrà un’altra: “Attuali fronti del dialogo con l’islam”. Le lezioni sono tenute dall’accademico Paolo Branca e fanno parte del ciclo “Dio ha molti nomi”, promosso dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Per capire la logica della diocesi nei rapporti con l’islam è decisiva la figura di Branca, l’islamologo di riferimento di Tettamanzi. Nei giorni scorsi si è consumato un duro scontro istituzionale tra l’arcivescovo di Milano e la Lega Nord. “Onorevole Tettamanzi”, titolava a tutta pagina la Padania: “Cardinale o imam?”. Il segretario di stato Vaticano Bertone è poi intervenuto a difesa di Tettamanzi. Nella politica di dialogo a oltranza della diocesi con l’islam ha avuto un ruolo di primo piano Paolo Branca, intellettuale di establishment, cattedratico all’Università Cattolica di Milano nonché editorialista del Sole 24 Ore. Martiniano con origini nei popolari del Pd, Branca è il teorico della “contaminazione delle culture”, in nome dell’integrazione, e il punto di riferimento sull’islam del cattolicesimo democratico. Branca è fautore del cosiddetto modello “interculturale” che domina a Milano da anni (“lavoriamo perché il nostro mondo diventi un grande laboratorio interculturale”). (more…)

Il primo 11 settembre: Vienna, 1683

settembre 6, 2009

mieli--140x180Un giorno che cambiò la storia: la sfida dell’Islam all’Occidente e la fine dell’assedio ottomano

di Paolo Mieli

Sarà sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Micha­el Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre conse­gnato ai libri di storia — in parti­colare quello del confronto tra il mondo cristiano e il musulmano — non sia stato quello del 2001 bensì l’11 settembre del 1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trenta­sei ore le truppe dell’imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara Mustafa da due mesi cingevano d’assedio la città di Vienna. Strana coincidenza quella tra quei due 11 settembre. E le analogie non si fermano alla data di fine estate. Già dall’agosto del 1682 il sultano Meh­met IV aveva pianificato la denuncia del trattato di pace ventennale con Leopoldo che sarebbe giunto a scadenza nell’84 e aveva altresì lanciato un’offen­siva che dai Balcani avrebbe dovuto passare per l’Ungheria e concludersi con l’occupazione di Vien­na, la capitale dell’impero. Concludersi? Nessuno può dire se la conquista di Vienna, di per sé a quel­l’epoca un evento clamoroso, sarebbe stata l’ultima tappa della penetrazione turca in Europa; anzi ap­pare poco probabile che, occupata la capitale au­striaca, l’aggressione non sarebbe stata portata an­che nel resto del continente. Le ambizioni del sulta­no apparivano simili a quelle di un suo predecesso­re, Solimano, che aveva sferrato prima nel 1529 poi nel 1541 un’incursione in Europa che gli fruttò la conquista di gran parte dell’Ungheria. Invece l’11 e il 12 settembre del 1683 i turchi furono sbaragliati; dopodiché dovettero far fronte a una controffensi­va lunga un quindicennio che per le sue caratteristi­che di santa alleanza benedetta dal pontefice fu de­finita «l’ultima crociata» ; e nel 1699 furono costret­ti a subire la pace di Karlowitz che, a detta unani­me degli storici, segnò l’avvio del lento ma irrever­sibile tramonto dell’impero ottomano. (more…)

L’islam diventò «civiltà gregaria». Così finì l’età d’oro della scienza

agosto 7, 2009

imagesAstronomia, matematica, biologia: ricchezze distrutte dal fondamentalismo

 

Vista oggi, in lontananza, la Bagdad del IX se­colo dopo Cristo — quella del califfo Harun al-Rashid e delle Mille e una notte — sem­bra sospesa e insieme imprigionata in una dimensione puramente fiabesca. Invece, bisogna cerca­re di vederla anche come una città d’avanguardia, che a pochi decenni dalla fondazione si articola come una vasta metropoli commerciale e culturale, dove proprio al-Rashid fonda la «Casa della Conoscenza» e una bi­blioteca che il figlio al-Ma’mun stiperà di migliaia di volumi, in un momento in cui le nostre raccolte mona­stiche arrivano a malapena a qualche centinaio. In que­sto contesto, matura una duplice rivoluzione: lettera­ria, con lirici «maledetti» come Abu Nuwas, che esalta i piaceri dell’alcol e l’omosessualità; e soprattutto scien­tifica, con le trascrizioni-traduzioni dei filosofi greci, l’elaborazione dell’algebra da parte di al-Khuwarizmi (da cui «algoritmo») e la fondazione di una scuola astronomica che unisce calcolo speculativo e osserva­zione. (more…)

Nel Londonistan le corti islamiche sono triplicate E’ già “apartheid legale”

luglio 22, 2009

imagesNe esistono più di ottanta in tutto il Regno Unito. Operano a porte chiuse, senza accesso a osservatori esterni indipendenti. Contemplano, tra l’altro, poligamia e mutilazione genitale, ripudio della moglie (noto come “talaq”) e prevenzione dei matrimoni misti. Oggi in Inghilterra è in funzione un sistema legale parallelo alla Common Law. Giudici e corti, formati all’interno di moschee, centri islamici e scuole coraniche, hanno già emesso decine di migliaia di sentenze relative allo stato civile e familiare dei musulmani inglesi, principalmente in materia di matrimonio e divorzio, eredità e contese patrimoniali. E ieri sul Times si parlava di richieste per il taglio delle mani. (more…)

INTERVISTA AD AZZEDINE GACI

giugno 23, 2009

imagesEuropa, è il tempo di islam «nazionali»

 

La Francia di corsa verso un islam «indipendente», francese. Lo conferma, alla seduta del Comitato scientifico «Oasis 2009» a Venezia, Azzedine Gaci, insegnante ricercatore alla Scuola superiore di chimica, fisica ed elettronica (Escpe) di Lione e presidente del Consiglio regionale del culto musulmano (Crcm) per la regione Rhône-Alpes. (more…)