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Israele la faccia tosta fa start-up

gennaio 31, 2012

I laureati sono in Israele il 45% della popolazione (in Italia il 15%)

È il Paese con la più alta densità di nuove imprese. Un libro racconta il miracolo e ne spiega le ragioni

Irene Tinagli per “La Stampa

Se si chiede ad alcuni dei più affermati imprenditori e investitori dov’è la nuova Silicon Valley, molti risponderanno: Israele. In effetti i dati sono sorprendenti. È il Paese con la più alta densità di start-upal mondo (una ogni 1.844 cittadini), un livello di investimenti di venture capitalche, nel 2008, era due volte e mezzo più alto di quello registrato negli Stati Uniti, 30 volte maggiore del livello europeo e 80 volte di quello cinese. Ed è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per numero di imprese quotate al Nasdaq. Per rendere un’idea: un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe assieme.

Ma cosa c’è dietro il «miracolo economico» d’Israele? Alcuni economisti e studiosi stranieri lo hanno spiegato con le politiche economiche che hanno fortemente incentivato la ricerca e la nascita di aziende tecnologiche (Israele ha il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo), altri con le privatizzazioni e le liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu quando era ministro delle Finanze (e in particolare la sua riforma del sistema bancario), altri nell’enorme riserva di capitale umano del Paese, con il 45% della popolazione in possesso di istruzione universitaria (un dato invidiabile se confrontato con il 15% italiano). Ciascuno di questi fattori ha certamente svolto un ruolo importante nella crescita israeliana. Ma dipingono un quadro molto incompleto, che trascura il contesto storico e culturale di un paese che ha caratteristiche assai peculiari, elementi che ne hanno influenzato (e continuano a influenzare) la traiettoria di sviluppo. Chiunque abbia avuto modo di conoscere alcuni dei protagonisti di questa rinascita – per lo più giovani ingegneri, programmatori, imprenditori – si è certamente reso conto che il segreto del successo di queste persone non può essere semplicemente ascritto a una specifica politica industriale o economica, ma è legato a qualcosa di più profondo che pervade il loro modo di pensare e lavorare, di affrontare sfide e problemi.

Questo qualcosa è perfettamente descritto da Start-Up Nation , un libro Dan Senor e Saul Singer già pubblicato negli Stati Uniti, che ora esce in Italia, da Mondadori, con il titolo Laboratorio Israele (pp. 264, 18). Un insieme di analisi e racconti da cui emerge come le continue e enormi difficoltà che questo Paese ha dovuto affrontare abbiano forgiato il carattere e lo spirito della sua gente, e come ciascuno di questi ostacoli sia stato trasformato in punto di forza. Ed è questa prospettiva storica che ci mostra, per esempio, come un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici abbia imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccata dalle vicende militari, diventando uno dei sistemi economici più produttivi e affidabili. E come la necessità di investire così tanto in difesa e di avere un’obbligo di servizio militare dai due ai nove anni per tutti i giovani israeliani (a cui vanno aggiunti 20 anni di riserva) sia stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale e personale dei cittadini (l’esercito israeliano non solo ha tecnologie sofisticatissime, ma fa uso di sistemi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelli di Harvard o Stanford).

Persino i frequenti boicottaggi di tutte le loro merci hanno svolto una parte, stimolando gli israeliani a dedicarsi ad attività e prodotti piccoli e immateriali come i software e le tecnologie legate alle comunicazioni e a Internet. Per non parlare del ruolo della loro lunga diaspora, che li ha resi cosmopoliti, pronti ad affrontare e adattarsi a qualsiasi contesto e, soprattutto, aperti all’immigrazione. Migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele: dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Mengistu Haile Mariam agli ebrei romeni scappati dal regime di Ceausescu. Per non parlare degli 800 mila ebrei russi che vi si riversarono dopo il crollo dell’Unione Sovietica (equivalenti a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca). Eppure ognuna di queste persone ha ottenuto la cittadinanza lo stesso giorno in cui è arrivata in Israele.

Un complesso insieme di fattori che ha reso questo popolo tremendamente tenace, imprenditoriale e «problem solver». Esattamente quello che serve per competere oggi e per attrarre investimenti da ogni angolo del mondo. Può sembrare incredibile che gli investimenti stranieri in Israele siano triplicati negli stessi anni in cui sono aumentati gli attacchi terroristici. Ma come ha detto Warren Buffett quando ha investito 4,5 miliardi di dollari in un’azienda israeliana: non è importante se un missile distruggerà uno stabilimento. Lo stabilimento si ricostruisce. Quello che è importante è il talento dei lavoratori e dei manager, la loro affidabilità, la reputazione che si sono costruiti nel mondo. Ecco cosa attrae aziende come Intel, Google o Microsoft.

Le sfide per Israele non sono certo finite. Preoccupa il nuovo rallentamento dell’economia internazionale che si profila per il 2012. E preoccupano il recente apprezzamento dello shekel sul dollaro e le previsioni sull’inflazione. Ma se questo Paese riuscirà a tener vivo quello spirito che gli ha fatto trasformare ogni difficoltà in elemento di forza, è probabile che riuscirà ancora a farcela.

Tra arabi e israeliani è guerra anche di hacker

gennaio 14, 2012

Rolla Scolari per “il Giornale”

L’attacco a obiettivi israeliani è arri­vato dalla Striscia di Gaza. Ma questa volta non si è trattato di razzi. Ieri mattina, un gruppo di hacker­«The Gaza Hackers» – ha bloccato per diverse ore il sito dei vigili del fuoco israeliani: «Siamo entrati nel vostro sito, e continueremo a farlo finché non soffrirete- era scritto su uno sfondo nero- . Morte a Israele».Sul sito è stata anche pubblicata una foto­grafia del viceministro degli Esteri israeliano, Dan­ny Ayalon, con impronte di piedi sulla faccia. La settimana scorsa, il ministro aveva parlato di «ter­rorismo » riferendosi a un attacco cibernetico por­tato a termine da un hacker saudita e aveva detto che Israele risponderà a simili azioni virtuali nella stessa maniera in cui risponde ad attentati. Due giorni dopo, la pagina web del ministro era stata bloccata.
Nelle scorse settimane, Israele è stato al centro di un confronto cibernetico in cui due hacker (il pri­mo si definisce saudita, il secondo israeliano) han­no­ messo online i dettagli di migliaia di carte di cre­dito prima israeliane poi saudite. Gli ultimi eventi hanno preoccupato l’establishment della sicurez­za israeliano e fatto pensare alla reale possibilità che il futuro del Medio Oriente possa riservare spa­zio a una guerra cibernetica.
Il 3 gennaio, Group-XP, gruppo saudita, ha mes­so online i presunti dettagli di decine di migliaia di carte di credito israeliane- il numero della carta, il nome e l’indirizzo e-mail dei titolari. OxOmar, che ha rivendicato l’atto online, ha suggerito di utiliz­zare i dati per acquisti sul web. Ha poi invitato hac­ker palestinesi a unirsi alla sua battaglia. Da Gaza uno dei portavoci di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha lo­dato l’azione definendola «un atto creativo della gioventù araba». «Sarà così divertente vedere 400mila israeliani fare la fila davanti alle banche», ha scritto OxOmar. In realtà, la Banca centrale isra­eliana ha dichiarato che soltanto i dati di 15mila carte di credito sarebbero stati esposti. La maggior parte degli israeliani coinvolti ha trovato il proprio nome online, accanto a un falso numero di carta. Altri hanno invece trovato dettagli esatti di carte però scadute. Le tre maggiori compagnie di carte di credito israeliane hanno bloccato subito le car­te in questione.
Secondo alcuni giornali israeliani, dietro agli at­tacchi cibernetici sauditi ci sarebbe uno studente di 19 anni degli Emirati Arabi residente in Messi­co. La risposta alle sue azioni è arrivata da Israele martedì, quando un hacker israeliano, forse un sol­dato- che per aumentare la confusione si è firmato OxOmer- Omer Cohen, ha messo online per rap­presaglia i dettagli di circa 200 carte di credito sau­dite, minacciando nuove azioni. Almeno due citta­dini sauditi hanno confermato alla France Press che i dati delle proprie carte erano stati esposti.
In Israele, dove il capo di Stato maggiore ha par­lato di «un teatro critico», la preoccupazione per at­tacchi cibernetici a sfondo politico da parte di na­zioni ostili è reale: il timore è che le tensioni regio­nali, con l’Iran nucleare per esempio, possano tra­sformarsi in azioni contro le reti di comunicazioni militari, quelle delle società elettriche, delle com­pagnie di telecomunicazioni.
Le autorità hanno chiesto agli hacker locali di ri­spettare la legge e di lasciare che l’esecutivo faccia fronte all’emergenza. «Così come il governo ha tro­­vato risposte contro il terrorismo, troveremo rispo­ste a questa nuova sfida», ha detto il vice ministro Ayalon. E l’intelligence militare starebbe lavoran­do già da mesi alla creazione di una nuova unità per arginare la minaccia di attacchi cibernetici, re­clutando decine di giovani «smanettoni»informa­tici, ha scritto ilJerusalem Post , che pochi giorni fa aveva anche parlato di un piano iraniano da un mi­liar­do di dollari per la costituzione di una simile di­visione d’intelligence specializzata in offensive e in difesa cibernetiche. 

Informazione Corretta

La guerra del terzo millennio

dicembre 7, 2011

Alberto Stabile per “la Repubblica”

Beirut. L´immenso altipiano dove regnano miseria e paura, abitato soltanto da pastori nomadi e da contrabbandieri, è avvolto nel silenzio appena incrinato dal lontano ronzio di un motore. Il cielo è un lastra di opaline. Le capre, in cerca di cibo, infilano il muso bianco e nero fra le rocce. Nulla deve essere sembrato più alieno a questo angolo di mondo del grande uccello di metallo grigio che, volteggiando senza direzione sulle sue enormi ali, è andato a schiantarsi, sabato scorso, sulla terra arida del Balucistan, al confine tra l´Iran e l´Afghanistan. Eppure questo è l´ultimo fotogramma di una guerra che coinvolge mezzo continente, grandi potenze militari, eserciti, laboratori, scienziati. Mezzi del secolo scorso, come l´esplosivo, o la polvere da sparo, e congegni avveniristici. Una guerra micidiale e spietata, come tutte le guerre, ma anche silenziosa, chirurgica e mirata come non se ne sono mai viste. Le bombe, il sangue, i morti arriveranno dopo.
È la guerra del terzo millennio quella che ha visto la contraerea iraniana abbattere l´aereo spia americano Rq-170 Sentinel, il gioiello dell´industria aeronautica Lockheed, dalle caratteristiche tuttora segrete, ma da tempo considerato il campione riconosciuto fra gli UAN (Unmanned aereal vehicle), aerei senza pilota, volgarmente detti drone, ma questo, a differenza degli altri, dotato della tecnologia stealth che lo rende invisibile ai radar.
Subito gli Stati Uniti si sono affrettati a far sapere, tramite il comando delle forze Nato in Afghanistan che potrebbe trattarsi di un drone di cui i controllori a terra avevano perso le tracce mentre era impegnato in una missione nei cieli dell´Afghanistan. Ma non è stato precisato di che tipo di aereo si trattava. E in ogni caso, hanno subito ribattuto alcuni esperti occidentali, la Nato non avrebbe bisogno di impiegare un aereo così sofisticato e prezioso contro i Taliban, che non hanno né radar, né aviazione, né contraerea. Conclusione: il velivolo abbattuto, o precipitato per un qualche guasto (la versione ufficiale di Teheran non è suffraga da immagini, né da prove certe) era impegnato in una missione di spionaggio contro l´Iran e, verosimilmente, contro il programma nucleare iraniano.
Perché, fra i tanti conflitti “a bassa intensità”, che si combattono nel mondo, e che vedono impegnate le maggiori potenze, direttamente, o tramite comodi alleati, siano essi regimi clientelari o milizie assoldate alla bisogna, propri agenti catapultati oltre le linee nemiche, o killer professionisti eterodiretti, lo scontro che vede contrapporsi Stati Uniti e Israele, da una parte, e l´Iran dall´altra, è sicuramente il più manifesto, eclatante e gravido di conseguenze, vista la posta in gioco. Ed è, innanzitutto, uno scontro per l´egemonia che il possesso (o non possesso) della bomba atomica da parte dell´Iran può facilitare o allontanare per sempre.
A dimostrazione che in questa guerra sommersa c´è un filo rosso che collega tutto, basti pensare che la storia dell´aereo-spia ha riacceso i fari sulla misteriosa esplosione che il 12 novembre scorso ha praticamente raso al suolo il centro di esperimenti balistici non molto lontano da Teheran, dove, a quanto pare, venivano testati missili a lungo raggio capaci di colpire Israele e non soltanto Israele. Fra le perdite provocate dalla esplosione devastante, il capo del programma, Hassan Teherani Moghaddam, un quadro di alto profilo dei Guardiani della Rivoluzione, vicino alla guida spirituale, Ali Khamenei che, infatti, ha officiato il suo funerale, ed altre 17 persone, fra cui sicuramente tecnici ed esperti non facilmente sostituibili. Quale segreto, ci si è chiesti subito, veniva custodito in quella base? L´analisi delle foto satellitari del sito distrutto hanno spinto alcuni analisti americani ad ipotizzare che lì si stava sperimentato, per la prima volta, un nuovo tipo di carburante solido, per i missili a lungo raggio, la cui tecnologia sarebbe in qualche modo approdata in Iran nonostante l´embargo cui da anni è sottoposto il regime degli Ayatollah.
La caratteristica principale di questo “solid fuel” sarebbe quella di permettere il lancio degli ordigni in tempi enormemente più brevi che se venissero alimentati da carburante liquido. Il che, deducono gli esperti implicherebbe che, in caso di attacco aereo israeliano o americano, o di entrambi, attacco ipoteticamente diretto contro le centrali atomiche, per bloccare il programma nucleare di Teheran, le forze armate iraniane sarebbe in grado di indirizzare la loro risposta missilistica contro gli obbiettivi nemici (oltre a Israele hanno posto nel mirino “gli interessi americani nella regione del Golfo”) prima ancora che l´attacco venga portato a termine. Teheran, grazie alle sue nuove acquisizioni in campo missilistico, non perderebbe quella che viene definita la sua “deterrenza”.
Nella guerra del terzo millennio chi possiede la tecnologia ha un vantaggio di partenza sugli avversari. Di conseguenza è d´importanza strategica impedire che il nemico acquisisca certe tecnologie. Uno dei successi che vengono attribuiti all´ex capo del Mossad israeliano, Meir Dagan, è di essere riuscito a “rallentare il passo” della ricerca iraniana verso la realizzazione dell´atomica. Questi non sono argomenti che le autorità israeliane hanno l´abitudine di commentare. Ma sono le stese autorità iraniane ad attribuire ai servizi segreti israeliani, ed al Mossad in particolare, la moria che ha colpito scienziati nucleari e tecnici iraniani impegnati nella concretizzazione del piano di arricchimento dell´uranio. Almeno cinque negli ultimi due anni, uccisi con metodi diversi. Il più ingegnoso: due killer in motocicletta che si affiancano alla automobile della vittima designata e vi attaccano un ordigno dotato di un magnete, che esploderà da lì a poco. Allo steso fine è stato utilizzato anche il super virus Stuxnet che, attaccando i computer del laboratorio nucleare di Natanz hanno imposto alle turbine iraniane una perdita di potenza del 30 per cento. Anche qui, nessuna rivendicazione esplicita.
Alla fine, a parte le indagini sul terreno, l´arsenale tecnologico è quello che ha permesso agli Stati Uniti la cattura e l´uccisione di Osama Bin Laden. Quello stesso tipo di aereo-spia di cui l´Iran vanta l´abbattimento, l´Rq-170 Sentinel, ha svolto decine di missioni nella zona di Abbottabad, in Pakistan, dove si era rifugiato il fondatore di Al Qaeda. Ed è altamente probabile che le sue potenti telecamere abbiano ripreso l´intera irruzione delle forze speciali americane nel covo, inviando le immagini nel famoso studio della Casa Bianca dove Barack Obama, Hillary Clinton, Biden e gli altri consiglieri hanno potuto seguire tutta l´operazione in diretta. E se lì, nel Waziristan, il drone americano ha smesso di operare, è perché i militari di Islamabad, sentendosi a loro volta spiati dagli alleati americani, hanno protestato, seppure a cose fatte, con Washington.
L´aereo senza pilota della Lockheed andrà presto a far parte dell´arsenale della Corea del Sud nella sua schermaglia infinita contro la Corea del Nord. Finché, inevitabilmente, non sarà rimpiazzato da qualcosa di ancora più invisibile, sofisticato e letale. E chissà che, di questo passo, diventata una corsa capace di scavare fossati incolmabili tra schiere nemiche, la guerra non possa un giorno assegnare la vittoria prima ancora di combattere.

Diritti Globali

Anche all’Onu Erdoğan ha attaccato Israele

ottobre 15, 2011

Carta di Laura Canali

Federico De Renzi per “Limes

Settembre 2011 sarà molto probabilmente ricordato come il mese in cui la Turchia ha espresso al mondo la volontà politica di perseguire apertamente il suo interesse nazionale. Sia negli affari esteri sia in quelli interni.

Nel suo discorso all’Assemblea Generale del 22 settembre, Erdogăn ha esordito denunciando la situazione di crisi umanitaria in Somalia, e ha sottolineato l’impegno del suo governo nell’aiutare attivamente il paese, ricordando la sua recente visita. Ankara ha infatti avviato una campagna di aiuti per Mogadiscio, consentendo a oltre 500 studenti somali di giungere in Turchia per formarsi. L’importo degli aiuti ha finora superato i 30 milioni di dollari.

Continuando nel suo discorso, il primo ministro è passato a criticare apertamente Israele, approfondendo la spaccatura tra i due paesi e le Nazioni Unite e affermando che lo Stato ebraico dovrebbe rimuovere il blocco di Gaza, nuovo elemento da aggiungere alla lista delle condizioni per la normalizzazione delle relazioni turco-israeliane.

Erdogăn ha quindi biasimato l’Onu, asserendo che dovrebbe rivedere la sua idea di diritti umani piuttosto che proteggere solo i diritti di alcuni paesi, e accusandola di non aver interessato di tale problema Israele, che ignora l’autorità delle Nazioni Unite e che oltre a non aver messo in atto 89 risoluzioni vincolanti del Consiglio di Sicurezza, ne ha ignorate altre centinaia.

“Perchè il Consiglio di Sicurezza non si esprime su Israele, mentre cerca soluzioni per il Sudan?”, ha domandato. “Questo è un duro colpo per il senso di giustizia internazionale”. Oltre ad usare armi al fosforo, “Israele è l’unica ad avere la bomba atomica, dove sono i permessi?”. (more…)

Religione: «Nessuna». Cade uno dei pilastri d’Israele

ottobre 3, 2011

Enrico Franceschini per “Il Corriere della Sera”

L’uomo «morto almeno due volte», come si definisce Yoram Kaniuk, che fu ferito grave nella battaglia di Gerusalemme e andò in America e ripartì con la morte nel cuore, a 81 anni è rinato a nuova vita. Precisamente la vigilia del Capodanno ebraico, quando un giudice di Tel Aviv gli ha regalato una carta d’identità nuova di zecca. Stabilendo che il più sionista degli scrittori israeliani può finalmente essere accontentato. E che in un Paese dove molti documenti ti domandano quale sia la tua fede, dove i matrimoni non religiosi sono di serie B, lui potrà essere registrato all’anagrafe con uno status mai visto: appartenente al popolo ebraico, in quanto nato da madre ebrea, eppure «senza religione».

Ebreo non ebreo: per scelta, non per il credo. Kaniuk ne ha fatto una questione di principio. Pur essendo un’icona della guerra del ’48, trenta libri tradotti in 25 lingue, le sue trame recitate al cinema da Jeff Goldblum o Willem Defoe, lo scrittore non vuole più «far parte d’un Iran ebraico», qual è a suo parere diventato Israele, «o appartenere a quella che oggi è chiamata la religione di Stato» e che secondo lui è invece utilizzata a fini politici. Quando l’anno scorso gli è arrivato un nipotino, da sua figlia che era nata da una cristiana americana e a sua volta è registrata a Tel Aviv come non ebrea, quando per il bambino ha ottenuto (a fatica) che fosse iscritto all’anagrafe «senza religione», da quel momento Kaniuk ha preteso lo stesso: ha fatto domanda al ministro dell’Interno, e di fronte al rifiuto s’è rivolto alla giustizia. Ottenendo un sì: «La libertà della religione deriva dal diritto alla dignità umana, protetto dalla Legge fondamentale — ha motivato il giudice Gideon Ginat —. La sola questione da soppesare è se Kaniuk abbia dimostrato la serietà delle sue intenzioni». E poiché tali si sono rivelate, in uno Stato democratico nulla vieta che lo scrittore viva la sua identità come gli pare. «Sono entusiasta — squilla l’ottantunenne dereligiosizzato —. È una sentenza storica: riconosce che la dignità umana basta a definirmi. E che anche in questo Paese posso sentirmi ebreo senza credere in nulla».

È una sentenza solo simbolica, dice la giurista Nicol Mahor, del Centro per il pluralismo e la ricerca religiosa: «Capita già che gl’israeliani cambino religione, convertendosi o si dichiarino atei. Qui, per la prima volta, un ebreo cancella il suo status religioso. Ma non credo che varrà come precedente: se Kaniuk alla sua età volesse risposarsi con un’ebrea, l’ultima parola spetterebbe in ogni caso all’autorità religiosa». Il sasso nella vetrata è lanciato, però. E lo dimostrano la reazione liquidatoria d’un rabbino tradizionalista, Shlomo Aviner («anche se diventa cristiano, non si sfugge: un ebreo resta ebreo, l’ebraismo è una nazionalità, non solo una fede»), o il dibattito sul sito diHaaretz fra chi considera lo scrittore un ingrato («la sola ragione per cui esiste è che è un ebreo»), chi una bandiera: «La maggioranza degl’israeliani la pensa come lui». E perfino chi addita il nostro Belpaese a modello: «Prendete l’Italia — scrive Melissa — è un Paese cattolico, ma lascia che ci vivano anche altre religioni».

Diritti Globali

I palestinesi all’Onu sbagliano, da uomo di pace vi spiego perchè

ottobre 1, 2011

Bernard-Henri Lévy

Bernard-Henri Lévy per “Il Corriere della Sera”

Da oltre quarant’anni sono favorevole all’avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita — fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori — non ho smesso di dire e ripetere che è l’unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace.

Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché.

La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell’opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell’Istituto Truman per la pace, all’Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l’idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull’argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità.

La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un’idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l’idea di negare la strada che anch’egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all’Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all’evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l’uomo che l’ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L’omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L’evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d’ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l’assordante silenzio sull’accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell’Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità. (more…)

Abu Mazen: “Nessuno potrà fermare la nascita della Palestina”

settembre 30, 2011

«Se Obama mette il veto va contro i principi stessi dell’America»

RACHIDA DERGHAM, da “La Stampa

Presidente, come si è sentito a parlare davanti all’Assemblea Generale? Che cos’ha provato in un momento simile?
«Sentivo di essere testimone di un evento storico, di essere lì a presentare una richiesta giusta e sacrosanta: il diritto di ottenere uno Stato che sia a pieno titolo membro delle Nazioni Unite, come tutti gli altri. Mi è sembrato che se si fosse votato in quel momento avremmo avuto un appoggio unanime. Ma purtroppo ci sono persone che vogliono impedire al popolo palestinese di raggiungere questo traguardo e l’unica cosa da fare è essere pazienti».

Teme le reazioni? Pensa che quest’avventura possa avere conseguenze indesiderate?
«Non è un’avventura. Al contrario, è uno sforzo ben calcolato. Per oltre un anno abbiamo discusso la questione e l’abbiamo esaminata da ogni angolo. Ne abbiamo parlato con le altre nazioni arabe e con la Lega Araba, che sono sempre state al corrente di ogni nostro passo. Siamo stati chiari con tutti, senza trucchi. Nei nostri incontri e nelle nostre dichiarazioni, è sempre stata palese la nostra posizione».  (more…)

L’intervento di Bibi Netanyahu alla Assemblea Generale dell’Onu

settembre 26, 2011

da “Informazione Corretta

” Signore e signori, Israele ha steso la sua mano in pace dal momento in cui è stata istituita 63 anni fa. Per conto di Israele e il popolo ebraico, porgo la mano ancora oggi. La porgo al popolo di Egitto e Giordania, con rinnovata amicizia per i vicini con i quali abbiamo fatto pace. La porgo al popolo della Turchia, con rispetto e buona volontà. La porgo al popolo della Libia e Tunisia, con ammirazione per coloro che cercano di costruire un futuro democratico.
La porgo agli altri popoli del Nord Africa e della penisola arabica, con i quali vogliamo creare un nuovo inizio. La porgo al popolo di Siria, Libano e Iran, con rispetto per il coraggio di chi lotta contro una brutale repressione.

Ma soprattutto, porgo la mia mano al popolo palestinese, con cui cerchiamo una pace giusta e duratura.
Signore e signori, in Israele non si è mai attenuata la nostra speranza per la pace. I nostri scienziati, medici, innovatori, applicano il loro genio per migliorare il mondo di domani. I nostri artisti, i nostri scrittori, arricchiscono il patrimonio dell’umanità.
Ora, so che questo non è esattamente l’immagine di Israele che è spesso ritratta in questa sala.
Dopo tutto, fu qui che nel 1975 si affermò l’antico desiderio del mio popolo di ristabilire la nostra unità nazionale nella nostra patria biblica – fu allora che questo sentimento venne vergognosamente assimilato e rimarcato , come razzismo.
E fu qui nel 1980, proprio qui, che l’accordo di pace storico tra Israele e l’Egitto non è stato elogiato, ma è stato denunciato!
Ed è qui, anno dopo anno che Israele è stato ingiustamente e unilateralmente accusato. E’ sovente individuato come deprecabile più spesso di tutte le nazioni del mondo messe insieme.
Ventuno delle 27 risoluzioni dell’Assemblea Generale condannano Israele – l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Bene, questa è un aspetto infelice dell’istituzione delle Nazioni Unite. E’ il teatro dell’assurdo. (more…)

Erdogan: ‘Israele calpesta le leggi ma ora il mondo è cambiato e la Turchia ha scelto di reagire’

settembre 14, 2011

Fahmi Huwaidi, da “la Repubblica”

Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, viene descritto da alcuni commentatori come un “Nasser” contemporaneo: pesa la sfida di Ankara a Israele dopo il congelamento dei rapporti diplomatici; si prospetta la possibilità di un confronto a causa dell´esplorazione di gas nel Mediterraneo. Allo stesso tempo, però, la Turchia accoglie i sistemi radar della Nato. Si direbbe un messaggio all´Europa e all´America: la Turchia non rompe con l´Occidente, soltanto con Israele.  (more…)

La Turchia sacrifica Israele

settembre 6, 2011

Carta di Laura Canali

Nella crisi diplomatica tra Ankara e Tel Aviv la pubblicazione del rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara è solo un pretesto. I motivi di politica interna e strategia regionale dietro la scelta di Erdoğan. Un altro problema per Netanyahu

Stefano Torelli per “Limes

L’abbassamento della rappresentanza diplomatica israeliana in Turchia al livello del secondo segretario, con la conseguente espulsione dell’ambasciatore di Israele in Turchia Gabby Levy e di tutti gli altri diplomatici di livello, segna la consacrazione della crisi dei rapporti tra Ankara eTel Aviv. Con una nota molto lunga e argomentata, il ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoğlu ha spiegato, lo scorso 2 settembre, che la decisione è stata presa in seguito alla pubblicazione del cosiddetto rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara. La pubblicazione del rapporto, frutto di un’indagine ordinata dalle Nazioni Unite, era stata posticipata già due volte e, sebbene Tel Aviv avesse chiesto un’ulteriore proroga di sei mesi, è stato anticipato dal New York Times lo stesso 2 settembre e conclude che, sebbene il blocco della Strisica di Gaza da parte di Israele sia una “misura di sicurezza legale”, l’azione militare che ha portato all’uccisione di nove cittadini turchi in acque internazionali è stata del tutto “eccessiva, ingiustificata e inaccettabile”.

Davutoğlu ha specificato che fino a quando Israele non presenterà alla Turchia delle scuse ufficiali per questo “atto di aggressione” i rapporti tra i due paesi non verranno normalizzati. Dopo le continue divergenze e accuse reciproche, iniziate conl’operazione “Piombo Fuso” da parte di Israele nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009 e continuate con altre piccole crisi diplomatiche, quella che sembrava essere una relazione strategica nel cuore del Medio Oriente – tra gli unici due attori non arabi, fatta esclusione dell’Iran, e tra le uniche due democrazie dell’area – subisce un colpo durissimo. (more…)

Peres: la primavera araba ora dia libertà alle donne

settembre 4, 2011

Vincenzo Nigri per “la Repubblica”

«Può darsi che i jihadisti abbiano avuto un ruolo nella rivolta in Libia, ma a pesare di più sono stati i 42 anni di oppressione del regime, non gli incitamenti degli estremisti islamici. Le rivoluzioni arabe sono già una grande promessa per il Medio Oriente. Ho fiducia nelle giovani generazioni. Il futuro è affidato alla scienza, è costruito da relazioni pacifiche». A 88 anni Shimon Peres, il presidente di Israele, si muove al workshop di Cernobbio con la lentezza di un vecchio saggio, ma con la velocità intellettuale di un ragazzo che sa immaginare un nuovo mondo.
Presidente, alla fine di settembre l´Anp di Abu Mazen chiederà un voto all´assemblea Onu per riconoscere uno Stato palestinese. Potrebbero avere l´appoggio del mondo anche se sarà un voto simbolico.
«La posizione di Israele, del popolo, del suo governo, è che uno Stato palestinese dovrà sorgere. La questione non è più il “se”, ma “come” si possa raggiungere l´obiettivo garantendo anche la sicurezza di un altro Stato che già esiste: Israele. Abbiamo avuto l´esperienza di Gaza, che una volta diventata indipendente si è trasformata in una base per lanciare attacchi contro Israele. Mi chiedo: con quel voto le Nazioni Unite possono garantire la sicurezza di Israele? L´Onu può fermare il lancio di missili su Israele? Può bloccare il contrabbando di armi dall´Iran, un Paese membro della stessa Onu?». (more…)

Questione palestinese: i sauditi si preparano a intervenire

luglio 14, 2011

Original Version: The Saudis prepare to step up

Il piano palestinese di dichiarare un proprio Stato alle Nazioni Unite, sempre più minacciato da Israele e dagli Stati Uniti, potrebbe guadagnarsi nuovo sostegno a livello internazionale; in particolare quello dei sauditi – scrive l’analista ebreo americano MJ Rosenberg

da “Medarabnews

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Fortemente incoraggiato dai finanziatori dell’AIPAC, il Congresso tratta i palestinesi come guerrafondai anche quando perseguono la pace, e gli israeliani come amanti della pace anche quando la rifiutano. Questo è cinico. E le persone che esigono che il Congresso si comporti in questo modo sono solo degli sciovinisti che tifano per la propria squadra, come se si trattasse di una partita di baseball e non di un conflitto che uccide.

Alla fine di giugno il Senato  ha approvato all’unanimità una risoluzione redatta dall’AIPAC con lo scopo di mettere in guardia i palestinesi contro le terribili conseguenze che dovranno affrontare se si rivolgeranno alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento del loro Stato. (more…)

Scontro sui confini in mare. Tra Israele e Libano è sfida per i giacimenti di gas

luglio 11, 2011

Fabio Scuto per “la Repubblica”

Forse non c´è petrolio in Israele come hanno sempre lamentato i suoi governanti, ma nelle acque antistanti la costa sono stati scoperti giacimenti di gas che potrebbero soddisfare le esigenze energetiche per i prossimi trenta-quarant´anni, liberando il Paese dalla morsa energetica in cui si trova. Gran parte del fabbisogno infatti deve essere importato e la domanda interna cresce a un ritmo rapido: oltre l´8 per cento l´anno. Israele ha sete di energia. (more…)

La Palestina non è stata rubata, è stato acquistato Israele

giugno 27, 2011

di Daniel Pipes

“I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi”. È questo il mantra che l’Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media. Quest’asserzione riveste un’enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: “Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un’ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell’Ap del diritto d’Israele ad esistere”. L’accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un’immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina. Ma quest’accusa è fondata? (more…)

L´affaire della nave ‘Altalena’ ferisce i padri della patria

giugno 20, 2011

Fabio Scuto per “la Repubblica”

A un mese dalla dichiarazione d´indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull´orlo della guerra civile. L´episodio passò alla storia col nome di «Altalena», nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell´Irgun nel giugno 1948. Salpata da un porto francese l´11 giugno del ‘48, la nave «Altalena» – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a nord di Tel Aviv il 20 giugno con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall´Irgun – l´organizzazione sionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico contro l´attacco arabo.  (more…)

‘Obama non capisce che Israele è solo contro tutti’

giugno 14, 2011

L’ex membro dell’intelligence dell’Esercito israeliano spiega che l’opinione pubblica dello Stato ebraico sarà sempre divisa in due. Uno Stato palestinese finirebbe nelle mani di Hamas. La primavera araba per ora sta rafforzando gli islamisti e l’Iran

Niccolò Locatelli per “Limes

Mordechai Kedar ha fatto parte per venticinque anni dell’intelligence dell’Idf, l’esercito israeliano. Attualmente è ricercatore presso il Begin Sadat Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan di Ramat Gan, in Israele.


LIMES: Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu la pace può essere raggiunta solo attraverso il negoziato, ma lui non vuole negoziare con Hamas. D’altra parte, Hamas non riconosce Israele. Come uscire dall’impasse?
KEDAR: Per rispondere è necessario chiarire il concetto di “pace” in Medio Oriente. In Europa due parti fanno la pace quando decidono di abbandonare la guerra e convivere pacificamente. In Medio Oriente, la pace è quella situazione che si crea fra una parte invincibile e una sconfitta. Non sono compresi baci e abbracci ma solo la coesistenza tra due parti, una delle quali ha rinunciato a distruggere l’altra.
Questo tipo di pace non ha bisogno di negoziati, pertanto è per noi possibile – anche con Hamas – solamente dopo che questa avrà rinunciato all’idea di ributtarci a mare, non perchè gli siamo simpatici, ma semplicemente perchè Israele è invincibile. Fino a quando saranno convinti che siamo invincibili, ci lasceranno in pace. Questo è il massimo che possiamo ottenere in questa sfortunata regione. (more…)

«Negoziare con i palestinesi si può, ma solo lavorando dietro le quinte»

giugno 3, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

Presidente Peres, fra tanti leader mondiali, oggi a Roma troverà anche Abu Mazen. È vero quel che scrive la stampa israeliana, che mentre il premier Netanyahu fa la voce grossa, in gran segreto lei s’incontra e negozia da mesi col presidente dell’Autorità palestinese?
«Guardi, ci sono sempre un sacco di voci nella vita politica. Non possiamo sfuggirvi, ma nemmeno usarle come punto di riferimento…» .
Ma dopo il discorso di Netanyahu al Congresso, che è sembrato chiudere su ogni richiesta di Obama, sopravvive la possibilità d’un accordo?
«Penso che si debba aprire un negoziato diretto e condurlo con discrezione. Perché bisogna sempre distinguere fra posizioni d’apertura e mosse dietro le quinte. Le posizioni d’apertura sono, il più delle volte, le più estreme: al momento, queste posizioni le avverto da tutt’e due le parti. Allora, se ci sono le aperture e bisogna trovare un terreno comune, lo si fa senza troppa pubblicità. Ogni mossa non può essere seguita dai media: se c’è pressione, non possiamo più muoverci. La strada giusta è aprire i negoziati pubblicamente e poi condurli con discrezione, per raggiungere un vero accordo» . Deimille vestiti che Shimon Peres ha indossato nella sua vita lunghissima, l’ultimo gli somiglia di più: la grisaglia tenue e morbida del dialogo riservato, in un Paese costretto da sempre alla divisa ruvida e sgargiante delle emergenze urlate. Un inossidabile padre della patria. Un quasi ottantottenne che ancora s’appassiona di nanotecnologia, impreziosisce i discorsi con poesie giapponesi, tesse opportunità di pace col realismo del tirare a campare. «I leader italiani — dice — li ho conosciuti tutti. Uno che mi ha colpito, però, è stato Andreotti. La prima volta era ministro della Difesa, come me. Molti anni fa. E già m’impressionava la sua saggezza. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopravvivere a tanti governi. Mi rispose: “Guardi, basta non considerare i ministri come amici. Per stare con gli amici, si va in vacanza: stare al governo è un’altra faccenda”. M’è sempre piaciuta questa sua saggezza» . Saggio o avventato, Abu Mazen sogna di proclamare l’indipendenza palestinese entro l’anno.  (more…)

‘Uno Stato palestinese sotto occupazione è una finzione’

giugno 1, 2011

Il professore dell’Università di Bir Zeit parla dell’accordo tra Hamas e Fatah, dell’impatto della primavera araba sulla questione palestinese e di come uscire dall’ìmpasse con Israele. Il ruolo dell’islamismo e quello – irrilevante – di salafiti e al Qaida

Niccolò Locatelli per “Limes

Asem Khalil è il direttore dell’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies dell’Università di Birzeit, in Cisgiordania. Può essere contattato a questo indirizzo:asemkhalil@gmail.com.

LIMES: Secondo un rapporto dell’Onu l’Autorità Nazionale Palestinese è pronta per diventare uno Stato. Lei è d’accordo? Quali sono le misure più urgenti da compiere a tal fine?

KHALIL: Non spetta a me essere d’accordo o meno con un rapporto dell’Onu. Ho però dei dubbi sui criteri che chi ha scritto il rapporto sembra aver adottato. La Banca Mondiale e altre organizzazioni internazionali si confrontano con l’Anp in Cisgiordania ma evitano la Striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas dal 2007. Ciò porta a formulare giudizi equivoci, soprattutto se per “Stato” intendiamo tutti i territori occupati da Israele nel 1967. Inoltre esse guardano all’Anp come se fosse un’azienda o un’enorme Ong: valutano i miglioramenti solo in base alla trasparenza e alle qualità amministrative. Un processo di State-building così depoliticizzato può portare a tanti risultati, ma non a uno Stato inteso come organizzazione politica di una comunità su un dato territorio.
Lo State-building è giudicato in base ai risultati finanziari e di sicurezza: ciò che viene considerato progresso sta in realtà favorendo la creazione dell’ennesimo regime autoritario nell’area, addirittura col consenso internazionale! Il fatto che questi tentativi di consolidamento siano portati avanti sotto l’occupazione israeliana rende il quadro più confuso: l’Anp si sta configurando come una debole entità para-statale: non era nemmeno in grado di pagare gli stipendi del proprio personale perché Israele le aveva ritardato il trasferimento dei proventi della riscossione dei dazi doganali.
In conclusione, non credo che sia possibile creare uno Stato sotto occupazione. Secondo me il processo dovrebbe verificarsi dopo la fine della stessa. (more…)

Cosa sono i confini del 1967

Mag 20, 2011

La prima cosa da sapere è che sono stati la base di tutte le trattative condotte finora tra Israele e Palestina. La seconda cosa da sapere è che Israele non li ha ottenuti nel 1967

Giovanni Fontana per “ilpost”. Le cartine qui

“I territori del ‘67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”, ha detto ieri Barack Obama, nel proprio discorso sul Medio Oriente. Ci sono due cose da sapere, intanto: la prima è che si chiamano territori del ’67, ma Israele li ha ottenuti vent’anni prima: dopo la guerra del ’48. La seconda è che sono stati la “base” di tutte le trattative fra israeliani e palestinesi – e sappiamo tutti com’è andata, visto che siamo ancora qui a parlarne. Verrebbe da chiedersi, allora, perché Obama li riproponga come punto di riferimento per raggiungere la pace. La risposta è semplice: non sono una novità, non sono una via facile, ma sono l’unica strada percorribile. Come disse una volta il presidente israeliano Peres «non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel».

Per questo, l’insistenza sulla questione dei territori è più che giustificata: l’eterno conflitto arabo-israeliano è, prima di ogni altra cosa, una guerra per ogni piccolo pezzetto di terra. Se andate in giro in quelle zone, da Tel Aviv a Ramallah, vi spiegheranno che il problema del conflitto arabo-israeliano è uno, anzi sono due: c’è troppa storia e troppa poca geografia. Sulla storia del conflitto israeliano si potrebbero scrivere biblioteche intere, che difatti sono state scritte. Quello che segue vuole essere un velocissimo riepilogo dei principali eventi utili a capire cosa sono questi fantomatici territori del ’67, e perché sono così importanti. (more…)

Difenderemo i nostri confini – Nel nuovo Medio Oriente Israele si scopre più debole

Mag 17, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

Giornataccia. Fra un libro su Einstein e una vecchia foto con Clinton, Ehud Barak ha sul tavolo il rapporto sui morti di domenica, al confine con la Siria e il Libano. Il ministro dela Difesa israeliano striglia al telefono un collaboratore: «Ricorda quel dossier sulla politica libanese!…» . Arriva un caffè arabo, ma non lo beve: «E’stato un attacco provocatorio. Abbiamo reagito come ogni Stato sovrano: solo che i nostri vicini sono un po’diversi da quelli dell’Italia» . S’è sparato parecchio… «Lo rifaremmo. L’esercito ha l’ordine di tenere chiusi quei confini. Non c’interessa avere morti, i palestinesi hanno già i loro leader che li uccidono: 800 in Siria, e non c’era neanche una pallottola israeliana. I palestinesi hanno cambiato strategia: basta kamikaze, ora fanno i Gandhi. Ma la responsabilità è di chi incita a queste manifestazioni, le impronte sono dell’Iran. E in Libano, la maggior parte di vittime l’hanno fatta i soldati libanesi, che non sono riusciti a fermare la gente» . (more…)

Israele e il doppio rebus d’Egitto

febbraio 9, 2011

Shlomo Avineri, da “Il Sole 24 Ore

Due preoccupazioni hanno caratterizzato la reazione d’Israele agli eventi in Egitto, una ovvia, l’altra un po’ meno. La prima è che se l’Egitto precipitasse nel caos o andassero al potere i Fratelli musulmani – che si oppongono strenuamente al trattato di pace con Israele – potrebbero essere in serio pericolo i trent’anni di pace continua tra Israele e il più importante paese arabo. (more…)

è BASTATO UN VIRUS PER FREGARE IL NUCLEARE IRANIANO

gennaio 18, 2011

LA DESTRA AMERICANA SARÀ CONTENTA DI SAPERE CHE MENTRE LO SBARACKATO UFFICIALMENTE APRIVA AL DIALOGO CON TEHERAN, PREPARAVA IN SEGRETO INSIEME AGLI ISRAELIANI UN CYBERATTACCO PER RALLENTARE LA NUCLEARIZZAZIONE DEGLI AYATOLLAH (CHE ORA NON AVRANNO LA BOMBA FINO AL 2015) – E L’OPERAZIONE POTREBBE ANCHE AVERE UN SEQUEL VISTO CHE IL BACO INFORMATICO STUXNET SAREBBE CAPACE DI “ADDORMENTARSI” E POI “RISVEGLIARSI”…

Angelo Aquaro per “la Repubblica“, da “Dagospia

Altro che sanzioni. E stato il cyberattacco congiunto Usa-Israele ad allontanare di qualche anno l´incubo dell´atomica iraniana. L´ex capo del Mossad, Meir Degan, l´ha detto alla Knesset: «Teheran ha così tante difficoltà tecniche che non potrà costruire la bomba prima del 2015». Ma come: per Israele il rischio della nuclearizzazione degli ayatollah non era imminente? Non bisognava colpire con uno strike prima possibile? C´è strike e strike.

E gli israeliani – con il grande aiuto degli amici americani – hanno già colpito. Solo che questa volta non sono serviti i bombardamenti del 1981 in Iraq e del 2007 in Siria. L´arma si chiama Stuxnet: il baco informatico che ha mandato in tilt le centrifughe per la produzione di uranio di Ahmadinejad. (more…)

Ultra ortodossi Naturei Karta

gennaio 10, 2011

Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore”

“Quello che noi vogliamo rion è un ritorno ai confini del ’67, ma.che tutto il paese sia restituito ai palestinesi”. È difficile immaginare un programma politico più chiaro e più estremo di questo: nessuna mediazione, nessuna mano tesa, nessun tentennamento. Tanto meno una spartizione della terra tra i due contendenti. Semplicemente, l’orologio della storia deve tornare indietro di un secolo almeno, con le lancette là dove si trovavano all’inizio del Novecento, quando il sionismo era solo un’utopia irrealizzabile e la Palestina ancora saldamente in mano ai suoi abitanti arabi. Se vi siete chiesti quale gruppo fondamentalista islamico abbia espresso recentemente una posizione così intransigente, siete sulla strada sbagliata. La frase in apertura è stata pronunciata da un rappresentate ufficiale dei Neturei Karta, i falchi dell’antisionismo religioso militante ebraico. La restituzione incondizionata di tutto Israele ai palestinesi e l’abolizione immediata dell’«entità sionista» è del resto l’obiettivo dichiarato di questo movimento. Non va dimenticato che la ruggine tra l’ambiente tradizionalista e i sionisti è vecchia quanto il sionismo stesso, anche se si è espressa nel corso dei decenni con voci, motivazioni e accenti diversi. (more…)

La mega fornitura di armi americane ai sauditi da 60 miliardi preoccupa l’Iran ma non Israele

settembre 13, 2010

Gianandrea Gaiani per “Il Sole 24 Ore

Frutto di lunghi negoziati e di un difficile bilanciamento tra le esigenze del cliente e le priorità di Washington , il nuovo programma di forniture militari statunitensi all’Arabia Saudita da 60 miliardi di dollari verrà discusso e presumibilmente approvato dal Congresso entro i prossimi giorni. Molte le ragioni dietro alla volontà della Casa Bianca di fornire ai sauditi 84 nuovi cacciabombardieri Boeing F-15 Silent Eagle, l’ammodernamento di altri 70 velivoli dello stesso tipo ma dell’ormai superata versione C oltre al rinnovo della componente elicotteri stico destinata alle operazioni terrestri con 70 Ah-64 Apaches da combattimento, 72 Black Hawks multiruolo e 36 Little Birds da osservazione/ricognizione. (more…)

Israele volò con i sei giorni del falco

agosto 30, 2010

Fu la guerra lampo del giugno 1967 a dare inizio alla scalata al potere di Menachem Begin, il quale vinse puntando sullo spirito nazionalistico guadagnandosi l’appoggio dei giovani

Nell’articolo: La sollevazione ebraica, in questa ottica, era percepita da lui come una combinazione fra il destino degli ebrei nella storia e le leggi della rivolta […..] Al punto che, quando Begin decise di effettuare una visita negli Stati Uniti per presentare il suo partito, il New York Times pubblicò una lettera firmata da autorevoli personalità del mondo ebraico, come Albert Einstein e Hannah Arendt, che non esitava a definire l’Herut «un movimento politico vicino nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel profilo sociale ai partiti nazisti e fascisti»
Francesco Perfetti per “Il Giornale

Nel maggio 1977, dieci anni dopo la conclusione vittoriosa della cosiddetta «Guerra dei sei giorni», la storia politica di Israele subì una svolta fondamentale. Le elezioni portarono al potere il leader del partito di destra, Menachem Begin, il quale formò un governo che interruppe un trentennio di egemonia laburista. Il suo partito, il Likud, nato nel ’73, come accertarono studi statistici e politologici, era stato votato soprattutto dalle più giovani generazioni. Il successo di Begin e del suo partito, destinato a inaugurare una nuova egemonia che – soprattutto su alcuni temi come quello dei confini dello Stato – dura tuttora, non era dovuto soltanto agli effetti della guerra vittoriosa o alle polemiche, giuste o sbagliate che fossero, che avevano investito i laburisti e ne avevano messo in crisi l’immagine. Era anche, quel successo, il frutto dell’emergere di un filone intellettuale e ideologico le cui radici affondavano lontano nel tempo. (more…)

L’uomo rana che proteggerà Israele

agosto 24, 2010

Nell’articolo: Arruolato nell’unità di élite della marina militare, della quale diverrà anni dopo il comandante, Galant ha partecipato a una lunga serie di operazioni oltre le linee, tuttora segrete. Personaggio inquieto, laconico, diplomatico, all’inizio degli anni 80 si trasferisce in Alaska per fare il taglialegna. Al ritorno, completato il corso ufficiali, svolge diverse mansioni di comando in Marina ma è poi uno dei pochi ufficiali a lasciare l’arma per passare all’esercito dove supera i corsi di addestramento nelle divisioni corazzate

da “Il Foglio”

Sarà il generale Yoav Galant a difendere Gerusalemme per i prossimi cinque anni e quindi a gestire il dossier Iran. Domenica sera il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha nominato Galant a capo dell’esercito dello stato ebraico. Il ventesimo dalla nascita d’Israele. La nomina giunge dopo settimane di pesante discredito per l’esercito di Gerusalemme. L’affaire per la nomina a capo di stato maggiore è stato complicato da un documento (mostrato in tv) in cui uno dei pretendenti (proprio il generale Galant) incaricava un famoso pubblicitario d’ordire una campagna stampa per screditare il suo rivale, il generale Benny Gantz, con pesanti apprezzamenti anche sul ministro della Difesa, Barak. Nella successiva indagine della polizia è emerso che Galant era estraneo al testo, passato fra le mani di persone a lui ostili. (more…)

Perché Israele continua a spostarsi a destra

luglio 27, 2010

Original Version: Why Israel keeps moving to the right

da “Medarabnews

La crescente diffidenza di Israele nei confronti del mondo esterno riflette un senso di minaccia esistenziale e di profonda ansia per la propria sopravvivenza – scrive il filosofo israeliano Carlo Strenger che insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv; è membro del comitato permanente di monitoraggio sul terrorismo della World Federation of Scientists  

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Negli ultimi anni Israele è scivolato in un isolamento sempre maggiore, e questo processo ha subito un’accelerazione da quando Benjamin Netanyahu è salito al potere nel 2009. La comunità internazionale è stata tenuta a bada grazie alle sue strategie: ogni volta che rispunta la questione delle politiche di colonizzazione di Israele, egli sposta l’attenzione sulla minaccia nucleare iraniana. Netanyahu sostiene che il mondo stia affrontando una situazione simile a quella del 1938, e che l’atteggiamento internazionale sia analogo a quello di Neville Chamberlain (primo ministro britannico fra il 1937 e il 1940, solitamente associato con la cosiddetta “politica di appeasement” nei confronti della Germania nazista (N.d.T.) ), che tentò di trovare un compromesso con Adolf Hitler. Il mondo non crede alla retorica di Netanyahu; la sua politica di procrastinazione del processo di pace è percepita come una cinica manovra per nascondere la vera intenzione di Israele, ovvero mantenere il controllo sui territori.

Questa spiegazione non prende tuttavia in considerazione il fatto che la retorica di Netanyahu riflette un paradossale stato d’animo dell’elettorato israeliano. I sondaggi mostrano che una consistente maggioranza di israeliani, pari al 70%, preferisce la soluzione dei due stati. Dunque perché l’elettorato di Israele si è sensibilmente spostato a destra nell’ultimo decennio? Perché la popolarità di Netanyahu è così alta in Israele? E perché l’opinione pubblica di Israele è meno incline che mai ad ascoltare le critiche rivolte contro le politiche israeliane? (more…)

Israele ora ha uno scudo che lo protegge dai razzi degli amici di Teheran

luglio 23, 2010

Nell’articolo: In una serie di test condotti nel deserto del Negev in cui la «cupola» ha distrutto contemporaneamente missili provenienti da molte direzioni, si è sperimentata anche la capacità del nuovo sistema di distinguere missili diretti contro zone abitate da quelli destinati a cadere senza fare danni, e questo potrebbe risparmiare esplosivo e 100mila dollari a missile, tanto ne costa ciascuno

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale”

L’arte della guerra è un’avventura psicologica molto più che tecnica; chi riesce a intraprendere le rivoluzioni necessarie, vince. E in genere, soltanto le democrazie riescono a mettersi in discussione fino a scavalcare tradizioni d’arma e gerarchie militari che impongono vecchi sistemi perdenti. Adesso, siamo di fronte a una rivoluzione strategica di valore globale. Tre giorni or sono su Israele è stata virtualmente eretta una «cupola di acciaio», Iron Dome, un sistema di difesa missilistico le cui due prime batterie saranno pronte a novembre. È la risposta ai missili Kassam, Katiusha, Grad, Fajr e simili lanciati, con un raggio fino a 70 chilometri, da Gaza e da Hezbollah in Libano, ovvero i razzi a breve gittata che tengono i civili di Israele ostaggio ogni giorno dell’anno. È la risposta al nuovo pericolo strategico immediato che si affianca, nel programma dell’Idf, l’esercito israeliano, al Magic Wand contro i missili a medio raggio, e l’Arrow, contro i missili a lungo raggio. (more…)

Bolgia Knesset

luglio 22, 2010

Ai tempi di Dayan e Begin si votava seguendo ordini di partito dettati dall’isteria bellica. Oggi nel parlamento israeliano spuntano come funghi leggi razziste e antidemocratiche. E la maggioranza è impegnata in un’irresponsabile caccia alla streghe contro deputati e cittadini arabi

Nell’articolo: Quando Israele ha «annesso» Gerusalemme est nel 1967, il governo non si sognava nemmeno di conferire la cittadinanza ai suoi abitanti, perché questo avrebbe significato un aumento della percentuale di arabi votanti a Israele. E nemmeno si creò un nuovo status per loro. Non avendo alternative, gli abitanti divennero «residenti permanenti», una condizione inventata per gli stranieri che vogliono stare in Israele. Il ministero degli Interni ha il diritto di revocare questo status e di deportare queste persone ai loro paesi di origine

Uri Avnery per “Il Manifesto

Quando sono stato eletto per la prima volta alla Knesset, quello che ho trovato lì dentro mi ha scioccato. Ho scoperto che, con rare eccezioni, il livello intellettuale dei dibattiti era quasi pari a zero: una serie di cliché presi tra i luoghi più comuni. Durante buona parte delle discussioni, l’assemblea era quasi vuota e la maggioranza dei partecipanti parlava un ebraico volgare. Durante il voto, molti membri non avevano idea per cosa stessero votando: seguivano l’ordine del partito.
Era il 1967, quando la Knesset aveva membri come Levy Eshkol e Pinchas Sapir, David Ben-Gurion e Moshe Dayan, Menachem Begin e Yohanan Bader, Meir Yaari e Yaakov Chazan. Tutte persone che hanno dato i propri nomi a strade e quartieri. Se comparato all’attuale Parlamento d’Israele, quella Knesset sembra l’Accademia di Atene.
Ciò che mi spaventò più di ogni altra cosa, fu la prontezza dei membri a varare leggi irresponsabili per conquistare popolarità, soprattutto al tempo dell’isteria di massa. Una delle mie prime iniziative alla Knesset, fu la presentazione di un progetto di legge che avrebbe istituito una seconda camera, una specie di Senato, composto da persone autorevoli, che avrebbe rallentato la messa in vigore di nuove leggi. Speravo che avrebbe prevenuto norme adottate in un’atmosfera di euforia. (more…)

In Libano si prepara la guerra: la farà Hezbollah in nome dell’Iran

luglio 15, 2010

Nell’articolo: L’ultimo accordo fra Iran e Siria parla di una fabbrica di M600 finanziata dagli ayatollah in territorio siriano: Assad se ne può tenere la metà, ma deve consegnare il resto agli Hezbollah. La fonte è francese, Intelligence on line, e in genere è affidabile

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale”

Al nord: appena accadde, precisamente quattro anni fa ieri, noi giornalisti partimmo uno a uno verso il confine settentrionale. Viaggiavamo lenti oltre la valle del Giordano lungo una strada su cui già rollavano in file insuperabili i carri armati e mezzi corazzati di vario genere. Oltre Kiriat Shmone. Nella cittadina di Metulla, dove i carri armati occupavano la parte suburbana che bordeggiava con il Libano, verdeggiante, morbido, ma irto di postazioni di Hezbollah, chi fece in tempo prenotò una stanza nell’albergo locale. Io trovai posto poco lontano in un bed and breakfast senza rifugio, ma con una buona colazione. Era iniziata una guerra che non è mai finita se non nel suo aspetto più evidente, quello dei razzi che piovevano su Israele e che ci scoppiavano fra i piedi, facendo crateri nelle strade di comunicazione, distruggendo case e scuole fino ad Acco e a Haifa, incendiando i boschi di conifere orgoglio di Israele. (more…)

Il mio piano per Gaza

luglio 6, 2010

Nell’articolo: Israele da anni presenta una posizione rigida, ristretta e unilaterale, gonfia sempre di più i muscoli e dichiara che non si tirerà indietro nemmeno di un millimetro, finché, tutto d’un colpo, nell’arco di un giomo o di una notte, la situazione si capovolge di 180 gradi, il terreno o il mare gli scivola sotto i piedi ed Israele è costretto a tirarsi indietro lungo tutta la linea, molto più di quanto avrebbe fatto nell’ambito di un dialogo negoziale (ed è ovvio che riceve anche un compenso molto più limitato in cambio delle sue rinunce)

David Grossman per “La Repubblica

Invece di intestardirsi per anni sul numero e sull’identità dei detenuti di Hamas da liberare o non liberare in cambio del rilascio di Gilad Shalit detenuti che Israele alla fine libererà in un modo o nell’altro, nell’ambito di questo o quell’accordo forse conviene che si rivolga ora a Hamas con una proposta molto più ampia e audace?
Una proposta per un’intesa che comprenda il cessate-il-fuoco totale, l’interruzione di tutte le azioni terroristiche da Gaza e la sospensione dell’assedio della Striscia. Un accordo, in cui la questione Gilad Shalit e detenuti di Hamas sia solo uno dei suoi paragrafi, quello che verrà applicato per primo, subito dopo l’apertura del negoziato?
E’ chiaro che nella realtà che ci è nota cioè nella realtà che siamo stati abituati a vedere come tale un’idea del genere sembra assurda, ma è davvero così assurda?
Davvero lo Stato di Israele e il governo di Hamas non sono in grado di arrivare con la mediazione di elementi stranieri a un accordo del genere, parziale ma effettivo ?
Davvero un accordo del genere sarebbe una legittimizzazione di un’organizzazione terroristica , come sostengono gli oppositori a qualsiasi contatto con Hamas, o piuttosto si tratterebbe dell’atto sagace di uno stato che agisce con audacia ed elasticità, per migliorare la sua difficile situazione?
A proposito, nel negoziato condotto oggi con Hamas non vi è una forma di legittimazione di un’organizzazione terroristica ? (more…)

Il prezzo per la libertà di Gilad Shalit

luglio 1, 2010
Nell’articolo L’unica possibile argomentazione morale valida contro la liberazione di Gilad Shalit è legata al fatto che, in base all’esperienza passata, alcuni dei prigionieri liberati potrebbero tornare a commettere atti terroristici e perciò non sarebbe giusto liberare un unico soldato in cambio della possibile perdita della vita di molti altri israeliani.

AVRAHAM B. YEHOSHUA per “La Stampa

Tra le varie argomentazioni di chi si oppone ai termini della trattativa per la liberazione di Gilad Shalit ce n’è probabilmente solo una che abbia un qualche valore morale. Tale argomentazione non ha nulla a che vedere con l’immagine di forza che vuol dare di sé Israele, dal momento che dopo ogni guerra è già accaduto che lo Stato ebraico abbia rilasciato centinaia se non migliaia di prigionieri nemici in cambio di pochi ostaggi israeliani e quegli scambi a mio parere hanno solo rafforzato la sua dignità e il suo valore agli occhi dei suoi cittadini e di altri.

Tale argomentazione non è nemmeno inerente al consolidamento del prestigio di Hamas. La sconfitta di questa organizzazione durante l’operazione «Piombo fuso» getterebbe infatti un’ombra sul prestigio che la sua leadership deriverebbe da uno scambio di prigionieri. Inoltre la salda posizione dell’Autorità palestinese, che già da diversi anni riesce a garantire stabilità e ordine interno ai territori sotto il suo controllo e a sviluppare una solida infrastruttura economica, si basa su contingenze ideologiche e politiche inerenti alla vita e agli interessi palestinesi e non crollerà se qualche centinaio di terroristi di Hamas che hanno trascorso alcuni anni nelle prigioni israeliane verranno liberati. (more…)

La rivolta degli ashkenaziti: ‘Prima la Torah, poi lo Stato

giugno 18, 2010

Nell’articolo: Più tardi a Bené Brak, davanti a decine di migliaia di zeloti, si è addirittura andati oltre: «Anche se per noi si appronteranno camere a gas, non faremo compromessi sull’educazione dei nostri figli», ha detto uno degli oratori.

Aldo Baquis per “La Stampa”

Al grido di «No alla Corte Suprema, il Signore è il nostro Re», oltre centomila zeloti trascinati dai più importanti rabbini ortodossi fra cui il centenario e carismatico Shalom Yossef Elyashiv hanno inscenato ieri una gigantesca prova di forza a Gerusalemme e a Bené Braq (Tel Aviv) per chiarire che in casi estremi essi non sono disposti a sottostare alle strutture laiche di Israele. In prospettiva, hanno posto sul tavolo la richiesta di una autonomia rabbinica all’interno dello Stato per i loro fedeli, quasi il 10% della popolazione. La frattura è iniziata in una scuola della colonia ortodossa di Emmanuel (Cisgiordania), quando mesi fa qualcuno ha notato che il cortile aveva un muro divisorio: da una parte c’erano le allieve timorate ashkenazite (di estrazione europea) e dall’altra le timorate sefardite (di famiglie originarie di Paesi arabi). Per entrare nella scuola «Netivei Shalom» (i percorsi della pace) le ashkenazite e le sefardite passavano da ingressi diversi, e facevano ricreazione in ore diverse. (more…)

Riad apre il cielo ai jet di Israele contro l’Iran

giugno 13, 2010

Fonti americane nel Golfo: l’Arabia Saudita è pronta a garantire un corridoio aereo verso Teheran in caso di attacco alle installazioni nucleari degli ayatollah. Anche Giordania ed Egitto preoccupate dei piani atomici di Ahmadinejad

Nell’articolo: Che le sanzioni siano un’opzione incerta sembra dimostrato dal fatto che Usa, Francia e Inghilterra abbiano simulato il 9 giugno l’attacco a obiettivi su terra dalla nave Henry Truman, dalla Charles De Gaulle e da una base britannica: il campo militare di Canjuers vicino a Tolone simulava un obiettivo iraniano

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale

Nel compleanno delle sanguinose elezioni iraniane, il Times di Londra ha impacchettato un bel regalo per Mahmoud Ahmadinejad: è la notizia che l’Arabia Saudita avrebbe compiuto test significativi nel campo aeronautico e della difesa missilistica. Avrebbe sperimentato la disattivazione dei sistemi di scrambling, ovvero di messa in avaria di meccanismi utili a chi viola il suo spazio, e quella dei sistemi missilistici destinati a colpire qualsiasi velivolo si azzardi a sorvolare il regno sunnita. Lo scopo è evidente: consentire a Israele di utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, paese che non riconosce Israele, aprendo una scorciatoia verso il bombardamento delle strutture atomiche iraniane. Sarebbe stato anche previsto il rifornimento in volo dei jet. In caso di attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane, infatti, gli obiettivi distano circa 2.250 chilometri, un’immensità se non si accorcia la strada passando per il Nord dell’Arabia saudita.  (more…)

“Tornatevene ad Auschwitz”

giugno 12, 2010

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Nell’articolo: “Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici”

Alessandro Schwed per “Il Foglio

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. 

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.  (more…)

La mentalità da bunker di Israele

giugno 7, 2010

Nell’articolo:  “il capo del Mossad, Meir Dagan, ha detto alla Commissione Relazioni Estere della Knesset che Israele si sta gradualmente trasformando da una risorsa strategica in un peso per gli Stati Uniti d’America”

Original Version: Israel’s bunker mentality

Israele è paralizzato nella sua convinzione di aver ragione, e che tutti gli altri abbiano torto, ed è di conseguenza incapace di ammettere che la sua politica nei confronti dei palestinesi è stata disastrosa – scrive lo psicanalista e commentatore israeliano Carlo Strenger, che insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv; è membro del comitato permanente di monitoraggio sul terrorismo della World Federation of Scientists

da Medarabnews

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Vi sono due profondi blocchi psicologici che non permettono alla leadership di Israele di abbandonare il suo percorso disastroso, ancora una volta dimostrato dal disastro della flottiglia di Gaza: uno è un senso di paura assoluta, l’altro è un senso di superiorità.

Israele ha dei nemici reali come l’Iran e Hezbollah. La psicologia umana è tale che spesso la paura porta a rimanere paralizzati e ad adottare la stessa linea di azione, anche se si è dimostrata più volte disastrosa. Di conseguenza Israele non ascolta le critiche – né quelle provenienti dall’interno né quelle che giungono dall’esterno.

Questa incapacità di ascoltare è rafforzata dal senso di superiorità: Israele è paralizzato nella convinzione di essere nel giusto, e che tutti gli altri sbaglino, ed è quindi incapace di ammettere che la politica israeliana nei confronti dei palestinesi è stata disastrosa, che Israele avrebbe dovuto negoziare sull’iniziativa di pace della Lega araba anni fa, e che va fatta una completa inversione a U. Ammettere di aver sbagliato è sempre difficile, ma la necessità di Israele di sentirsi nel giusto rende tutto ancora più difficile. (more…)

Così freghiamo il mondo, la parodia della nave “pacifista” (e la gaffe del governo)

giugno 4, 2010

Contro le idee, la forza di Israele non può nulla

giugno 3, 2010

Original Version: Against ideas, Israel’s force is impotent

A partire dalla Guerra dei Sei Giorni, Israele si è fissata sull’uso della forza militare; ma nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza – non da un assedio, non da un bombardamento, non essendo spianata con i cingoli dei carri armati, e non dai commando della marina – afferma lo scrittore israeliano Amos Oz, da “Medarabnews

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Per 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la “forza” della forza solo sotto forma di frustate sulla loro schiena. Ora, per diversi decenni siamo stati in grado di esercitare la forza noi stessi. Tuttavia questo potere ci ha intossicato sempre di più. Sempre di più immaginiamo di poter risolvere con la forza ogni problema che incontriamo. A un uomo con un grosso martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.

Nel periodo precedente alla fondazione dello Stato, gran parte della popolazione ebraica in Palestina non comprendeva i limiti della forza e pensava che potesse essere usata per raggiungere qualsiasi obiettivo. Per fortuna, durante i primi anni di Israele, leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol sapevano benissimo che la forza ha i suoi limiti, e furono attenti a non andare al di là di quei confini. Ma a partire dalla guerra dei sei giorni nel 1967, Israele si è fissata sull’uso della forza militare. Il ritornello è: ciò che non si può ottenere con la forza, lo si può ottenere con una forza ancora maggiore. (more…)

Cina e Stati Uniti si confrontano in Medio Oriente

giugno 2, 2010

Original Version: China, US jostle in Middle East

Richard Javad Heydarian per “Medarabnews

Questo secolo ha visto emergere la Cina come il principale sfidante allo status di superpotenza degli Stati Uniti. In modo drammatico, la Cina sta cominciando a stabilire la sua presenza nella regione altamente strategica, e ricca di risorse energetiche, del Medio Oriente, stringendo forti legami con le potenze regionali e cominciando gradualmente a sfidare l’egemonia israelo-americana nella regione. Grazie a decenni di rapidissima crescita economica, e accelerando la modernizzazione militare, la Cina ha ora sia la necessità che la capacità di impegnarsi in Medio Oriente.

Confinata ai margini durante la Guerra Fredda, la leadership cinese ha finalmente individuato una finestra di opportunità per fare il proprio ingresso nella politica regionale ed espandere le proprie esportazioni militari. Nel corso degli anni ‘80, la Cina criticò in maniera crescente il disinteresse sovietico ad assistere le “potenze revisioniste” regionali come la Siria contro gli alleati degli Stati Uniti. Di conseguenza, essa cercò di guadagnare influenza nella regione, stringendo forti legami con le principali potenze antiamericane dell’area.

Il Medio Oriente è stato teatro dei conflitti della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La regione diventerà un campo di battaglia nel conflitto del XXI secolo tra una Cina in ascesa e la potenza stagnante degli Stati Uniti? (more…)

Si definiscono pacifisti ma sono seminatori d’odio

giugno 1, 2010

Gian Micalessin per “Il Giornale

La grande paura israeliana, il sospetto che ha spinto il governo di Benjamin Netanyahu a mandare gli incursori della marina a bloccare il convoglio in navigazione verso Gaza si nasconde dietro la sigla Ihh. Le tre lettere, abbreviazione dell’organizzazione umanitaria turca «Insani yardim vakfi», ovvero «Fondo di aiuto umanitario», sono per l’intelligence israeliana il simbolo dei legami sempre più profondi tra i fondamentalisti di Hamas e i gruppi islamici turchi. E non soltanto per le foto che documentano l’incontro del 2009 a Damasco tra Bulent Yildirim, fondatore e capo indiscusso di Ihh, e il segretario generale di Hamas Khaled Mashaal. Più di quelle foto preoccupano il tentativo della «Ihh» di espandersi da Gaza alla Cisgiordania e gli antichi legami con esponenti della jihad internazionale, tra cui alcuni militanti transitati dalla moschea milanese di via Jenner ai campi di battaglia di Bosnia, Afghanistan e Cecenia. Preoccupazioni diventate sempre più assillanti quando l’Ihh ha assunto il coordinamento dei cosiddetti «pacifisti» confluiti a Cipro mettendo a disposizione della flotta per Gaza tre navi pagate con i propri fondi. (more…)

Ankara al bivio

giugno 1, 2010
VITTORIO EMANUELE PARSI per “La Stampa
L’assalto condotto dalle forze speciali di Tsahal alle imbarcazioni che si proponevano di violare il blocco navale di Gaza, dichiarato unilateralmente dal governo israeliano, sta facendo precipitare il livello delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ai minimi storici. La questione va però ben oltre il contenzioso bilaterale, e investe piuttosto la collocazione complessiva della Turchia nel «campo occidentale».

Le conseguenze di quello che è successo al largo di Cipro, infatti, lasciano intravedere una questione che, nella sua semplice brutalità, può essere formulata come segue: «E’ ormai praticamente certo che la Turchia non verrà accettata in Europa; ma quanto a lungo la Turchia riuscirà ancora a stare nella Nato?».

Inutile nasconderselo, si tratta del disvelamento di un vero e proprio tabù, la cui esistenza spiega le ragioni della straordinaria insistenza americana, da Bush padre a Obama, affinché la Ue aprisse le sue porte ad Ankara. Il punto è davvero semplice. In questi ultimi vent’anni, e in maniera per nulla indolore, la Nato ha conosciuto un crescente coinvolgimento in Medio Oriente. E nessun indizio segnala che la tendenza sia destinata a cambiare: non solo per gli evidenti interessi Usa, ma anche perché i soci europei della Nato (in grandissima parte anche membri della Ue) sanno benissimo che il loro residuo valore politico-strategico agli occhi americani (tanto più per questo Presidente) si gioca anche nella disponibilità a lasciare che la Nato sia sempre più operativa laddove la sua azione è più necessaria: a partire dal Medio Oriente. (more…)

Grossman: “Un atto criminale che riaccende odio e vendette”

giugno 1, 2010

David Grossman, da “la Repubblica

NESSUNA spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele 1 e nessun pretesto può  motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto.

Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati. È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte. (more…)

Israele e l’apartheid: un matrimonio di convenienza e di potenza militare

Mag 25, 2010

Original Version: Israel and apartheid: a marriage of convenience and military might

Documenti segreti che rivelano una proposta israeliana di vendere testate nucleari al Sudafrica dell’apartheid gettano nuova luce sull’alleanza che intercorreva tra i due paesi, e confermano che Israele era in possesso di armi atomiche già negli anni ‘70 – scrive il corrispondente del Guardian da Washington Chris McGreal, da Medarabnews

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E’ un rapporto che non è mai esistito. Tenuto nell’ombra, è stato nascosto dietro accordi segreti e disinformazione, che hanno mascherato la cooperazione militare così come i contratti per le estrazioni minerarie. 

Ma quando i riflettori di tanto in tanto si posavano su una delle alleanze più segrete e durature degli anni del dopoguerra, Israele si affrettava a minimizzare i suoi profondi legami militari con il Sudafrica dell’apartheid, come nient’altro che una necessità di sopravvivenza senza un barlume di affinità ideologica.

Ma come viene mostrato nel libro di Sasha Polakow-Suransky, “The Unspoken Alliance”, questo rapporto è andato oltre la semplice convenienza. Per anni, dopo la sua nascita, Israele è stato apertamente critico nei confronti dell’apartheid e ha cercato di costruire alleanze con gli stati africani di recente indipendenza, durante gli anni ‘60.

Ma dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, i governi africani iniziarono a vedere lo stato ebraico come una nuova potenza coloniale. Il governo di Gerusalemme andò in cerca di nuovi alleati e ne trovò uno nel governo di Pretoria. Tanto per cominciare, il Sudafrica stava già fornendo l’ossido di uranio necessario per la costruzione di una bomba atomica. (more…)

Gli Stati Uniti finanziano il piano di apartheid stradale di Israele

Mag 23, 2010

Original Version: US Funds Israel’s Apartheid Roads Plan

L’agenzia del governo americano USAid sta contribuendo alla costruzione di una rete di strade “separate” per i palestinesi in Cisgiordania, mentre ai coloni israeliani resta l’uso esclusivo delle superstrade e delle strade di rapido scorrimento; in questo modo si crea un sistema di “apartheid stradale” che favorisce le colonie ed è in contrasto con l’obiettivo di creare uno stato palestinese – scrive il giornalista Jonathan Cook,  scrittore e giornalista free lance inglese che vive a Nazareth, in Israele; i suoi ultimi libri sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books), da “Medarabnews

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La costruzione di alcune sezioni di una controversa rete stradale separata in Cisgiordania, progettata da Israele per i palestinesi – lasciando le strade principali per l’uso esclusivo dei coloni – è finanziata dall’agenzia di aiuti del governo americano. Lo rivela una mappa preparata da ricercatori palestinesi.

Si dice che USAid, che finanzia progetti di sviluppo nelle aree palestinesi, abbia contribuito a costruire 114 chilometri di strade proposte dagli israeliani, nonostante la promessa fatta da Washington sei anni fa secondo cui gli USA non avrebbero fornito aiuti nell’attuazione di quello che è stato diffusamente descritto come il piano di “apartheid stradale” di Israele.
 
Ad oggi, l’agenzia ha finanziato la costruzione di quasi un quarto della rete stradale segregata proposta da Israele nel 2004, secondo quanto affermato dall’Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ).
 
Le strade intendono fornire percorsi alternativi per collegare le comunità palestinesi, spesso riqualificando contorti sentieri o costruendo gallerie al di sotto delle strade già esistenti. (more…)

Craxi e l’OLP: “La lotta armata dei palestinesi è legittima”

Mag 20, 2010