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“Grande civiltà, piccolo Stato” L’Italia secondo Dostoevskij

dicembre 12, 2011

Fëdor Dostoevskij

Lo scrittore fu feroce col neonato Regno. Per lui il nostro Paese era un’espressione culturale universale e millenaria, mentre l’Unità era domestica e secolare

Marcello Veneziani per “il Giornale

Ah, l’Italia, «un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore universale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese – un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale d’una volta) e per di più pieno di debiti non pagati…». Non è Bossi che parla né suo nonno. E non è nemmeno Pino Aprile, l’autore anti-sabaudo di Terroni.

Ma è un osservatore esterno, molto esterno, e speciale, molto speciale. Che non polemizza con Napolitano, stroncando il suo libro Una e indivisibile (stroncare il libro di un Presidente della repubblica è diritto di critica o vilipendio del capo dello Stato?). Ma addirittura con Cavour, di cui pure riconosce la genialità ma applicata ad una causa indegna e piccina. L’irriverente italoclasta è addirittura Fëdor Dostoevskij. L’appunto che ho citato è nel suo Diario di uno scrittore nell’anno di grazia 1877. Dostoevskij non è un detrattore dell’Italia ma un sostenitore convinto dell’Italia universale e non statuale, o per dirla con Herder, dell’Italia come nazione culturale, non politica.
Non è bello concludere il compleanno d’Italia, ovvero l’anno in cui l’Italia ne ha compiuti 150, con questa nota aspra e feroce. Ma Dostoevskij amava l’Italia e ci era venuto in pellegrinaggio culturale e spirituale. Ne parlava con cognizione di causa e amore d’Italia. Nello stesso testo, Dostoevskij osservava: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e le presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale». Tutto barattato per una piccola unità statuale? In fondo Dostoevskij abbracciava da russo e ortodosso, l’idea cattolica e giobertiana del primato mondiale e civile d’Italia che trascendeva dalla sua unificazione statuale, anche se la prefigurava.
Lo scrittore russo era tutt’altro che vicino a una visione internazionalista, di tipo socialista e utopico, che condanna per il suo astratto universalismo. Nell’anno dell’Unità d’Italia, il 1861, Dostoevskij fondava una rivista, Vremja (Il tempo) che era tutta percorsa da un fremito di patriottismo russo e slavofilo e da un rifiuto dell’occidentalismo come omologazione mondiale. La romanità come principio universale, l’imperium come principio ordinatore del mondo e la cristianità che si fa cattolica – cioè universale – a Roma, erano per lui il paradigma dell’unità spirituale del mondo. A cominciare dalla Terza Roma degli Czar (contrazione russa di Cesare, non a caso). Anzi, la sua idea è che sarebbe stata la Russia «a condurre a conclusione la missione dell’Europa», come scriveva in una lettera dell’inverno 1856 a Majkov. In una pagina assai attuale Dostoevskij lamenta la subordinazione dell’Europa alla Borsa e al credito internazionale; ma poi spende la sua vena profetica in un delirio antigiudaico, ritenendo che siano gli ebrei a muovere la borsa, le banche e i capitali, condizionando gli Stati nazionali. («Non per nulla dominano là ovunque gli ebrei nelle Borse, fanno muovere i capitali, sono i padroni del credito e della politica internazionale» scrive nel marzo del 1877, per poi concludere con una filippica contro il giudaismo).
Dostoevskij scrive sull’unità d’Italia a ragion veduta, serbando la memoria dei suoi viaggi in Italia in cui rimase abbagliato dall’arte e dalla civiltà italiana, le rovine pagane e lo splendore medioevale, rinascimentale e barocco dellla Roma cattolica e apostolica. Visita l’Italia, e arriva a Torino quando era capitale e poi scende a Roma, di cui soffre il gran caldo settembrino e si estenua a percorrerla a piedi, in una intensa settimana di bellezza. Qualche anno dopo vi ritorna, prima a Milano e poi a Firenze, nel breve periodo in cui era capitale d’Italia.

E si arrabbia con i russi che spargono da noi «i loro rubli in carte di credito» e le russe che «puttaneggiano con i principi Borghese». Un quadro di sorprendente attualità, che sembra alludere al nostro presente, principi Borghese a parte… Al suo tempo riguardava la nobiltà russa, ora invece i nuovi ricchi della Russia postsovietica e le avvenenti russe in cerca di sistemarsi o sfondare.
Non sposiamo affatto l’idea negativa di Dostoevskij sull’unità d’Italia, e continueremo a considerare nobile e degna la causa a cui si dedicò il conte di Cavour. Difenderemo la memoria del Risorgimento, che è la traduzione civile e nazionale della Risurrezione, cara a Dostoevskij forse più che a Tolstoj. E senza cancellare le pagine infami scritte dopo l’Unità, i massacri e le deportazioni, continueremo a difendere la nascita necessaria e benefica dello Stato Italiano, la sua indipendenza e il suo sviluppo che integrò il popolo nella nazione.
Ma è giusto concludere l’anno dell’italianità ritrovata (e subito ri-smarrita), ricordando che l’Italia nazione culturale è universale e millenaria, mentre l’Italia politica e risorgimentale è domestica e secolare. Italia, grande nazione in piccolo Stato. L’Italia dell’unità evoca uno Stato, l’Italia della tradizione evoca una civiltà.

Alle radici dell’odio che incendiò Trieste

luglio 12, 2010

Il 13 luglio 1920, le tensioni tra italiani e slavi giunsero al culmine con la distruzione della Casa del popolo slovena. Il concerto dell’Amicizia e le commemorazioni di domani non devono però cancellare, per buonismo, la realtà dei fatti

Nell’articolo: Una inchiesta immediatamente predisposta dal Ministero della Marina, riassunta in un telegramma, conservato nell’Archivio Storico del Mae (Ministero affari esteri), indirizzato dall’allora Segretario Generale del Ministero degli Esteri Salvatore Contarini alla R. Legazione di Belgrado, mostrava senza possibilità di equivoco che «militari armati serbi» avevano colpito militari italiani e avevano «eccitato la folla contro di essi»

Francesco Perfetti per “Il Giornale

Intende probabilmente assumere, nelle intenzioni degli organizzatori, un valore altamente simbolico (e, quindi, politico) la partecipazione, a Trieste, al grande «concerto dell’amicizia» diretto da Riccardo Muti con l’orchestra Luigi Cherubini composta da 600 giovani, di ben tre presidenti della Repubblica: Giorgio Napolitano per l’Italia, Danilo Türk per la Slovenia, Ivo Josipovic per la Croazia. È nella scelta stessa della data del concerto, il 13 luglio, la dimensione simbolica dell’avvenimento. Proprio a Trieste, infatti, il 13 luglio 1920, esattamente novanta anni or sono, scoppiarono gravissimi incidenti culminati con l’incendio dell’Hotel Balkan, dove aveva sede la società Narodni dom, cioè la «casa del popolo» slovena, una sorta di organismo rappresentativo delle più significative organizzazioni degli sloveni triestini. Quell’episodio è passato, poi, alla storia come una specie di «battesimo del fuoco» dello squadrismo fascista, ma in realtà esso si inserisce come momento, se non terminale, certo assai significativo, in una lunga vicenda che, nell’immediato primo dopoguerra – mentre sullo sfondo politico internazionale si svolgevano le trattative alla Conferenza per la pace e si consumava l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari -, vide le popolazioni italiane della Dalmazia jugoslava costrette a pagare un altissimo prezzo per la rivalità politica italo-jugoslava in termini di vessazioni, soprusi e manifestazioni xenofobe anti-italiane. (more…)

Dietro la guerra ecco il futuro

maggio 24, 2010

Valerio Castronovo per “Il Sole 24 Ore

La guerra era appena cessata, il 25 aprile 1945, quando una missione guidata dai banchieri Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia era partita alla volta dell’America per ottenere qualche aiuto economico, ma era tornata a mani vuote. E il nostro ambasciatore Alberto Tarchiani aveva faticato a farsi ascoltare. D’altronde, a Washington si riteneva che l’Italia rientrasse nella sfera d’influenza della Gran Bretagna.

Ci si dovette accontentare solo dei soccorsi, per lo più in generi alimentari, dell’Unrra. Per il resto, mancando materie prime e combustibili, si era cercato di ripristinare i servizi pubblici essenziali. D’altronde, non si sapeva ancora quale sarebbe stata la sorte dei più grossi gruppi industriali privati. I loro massimi dirigenti, accusati di connivenza con il regime fascista, erano stati chiamati in giudizio dalla Commissione centrale di epurazione. E di alcune imprese, i socialisti, confidando nell’appoggio dei comunisti, chiedevano l’immediata nazionalizzazione. Tuttavia Togliatti aveva consigliato i suoi compagni di partito di andarci piano. C’era già una parte rilevante del sistema industriale sotto le insegne dello stato tramite l’Iri, per aggregarne altri spezzoni. Semmai si poteva pensare alle imprese elettriche. Ma «se per nazionalizzare la Fiat – aveva detto – dovessimo trasformarla in un’officina di stato con operai, impiegati e funzionari inquadrati come nei vari gradi dell’amministrazione pubblica, sarebbe una cosa sbagliata». (more…)

Così l’Italia può diventare davvero un paese federale

maggio 13, 2010

L’Italia non è uno stato federale. Eppure, una via italiana al federalismo c’è, la vogliono quasi tutti, è reale, sempre più concreta. E’ un’esperienza atipica, la nostra. Le Federazioni tradizionali sono sempre nate dalla volontà di stati indipendenti di unirsi;  al contrario, in Italia stiamo mettendo in discussione la compattezza di un sistema centralizzato che dura da decenni e che non regge più. Tramite percorsi informali e legislativi allo stesso tempo, muovendoci tra riforme costituzionali e Conferenze intergovernative, una strada in questo senso la stiamo percorrendo già da un po’.

Il Senato c’entra ancora poco in questa storia. Se dentro Palazzo Madama ci aspettassimo di trovare, come accade in tutti i principali Stati federali, una rappresentanza di interessi locali o quantomeno regionali, ne resteremmo delusi: i senatori sono membri eletti a suffragio universale diretto come i deputati, senza alcun legame “territoriale” né un vincolo di mandato; votati dai cittadini in base all’appartenenza partitica, non hanno mai avuto alcuna di quelle funzioni necessarie a differenziarsi dai colleghi della Camera bassa per farsi paladini di istanze federalistiche. In due parole: bicameralismo perfetto. In poche parole: l’Italia non ha ancora una forma di governo federale, e basta sorvolare Alpi e Atlantico per capirne il motivo. (more…)

Il Mossad in Italia sembra una spy story ma è tutto vero

marzo 21, 2010

Eric Salerno racconta il ruolo giocato dagli agenti ebraici nel nostro Paese

Maria R. Calderoni
L’infallibile, micidiale, sinistramente leggendario Mossad. Con il suo alone di mitico cacciatore di criminali nazisti ovunque si trovassero. Con i suoi killer perfetti e rocamboleschi, coi suoi 1200 agenti da guiness dei primati nell’universo “profondo rosso” delle spie. Sul Mossad sono stati scritti almeno venti libri; ma questo di Eric Salerno – Mossad base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , (Il Saggiatore, pp. 258, euro 19,00) – non è solo una spy story, il racconto dei colpi, rapimenti e omicidi messi a segno dalla potente e imprendibile organizzazione israelitica; ma una sorta di rivisitazione in chiave storica dei tanti avvenimenti che hanno visto in azione gli agenti ebraici nel nostro Paese. A cominciare dagli inizi, quando lo Stato d’Israele deve ancora nascere; sulle tracce di quello spionaggio doppiamente occulto che agisce anche e soprattutto come arma segreta sulla scena della politica internazionale. Fa da filo conduttore l’incontro-intervista dell’autore con “Mike Harari”, lo 007 ex Mossad non più in servizio che parla e dice; ma anche i documenti, i faldoni, le carte ritrovati con paziente ricerca nell’Archivio di Stato sono il supporto fondamentale di questo racconto che, altrimenti, potrebbe essere scambiato per un film di James Bond. Invece no. «La storia che avete appena finito di leggere è vera», scrive l’autore; per aggiungere subito dopo: «La storia che avete appena finito di leggere è piena di spazi vuoti». Ovviamente.
Cominciamo col chiarire che il Mike-Gola Profonda di Eric Salerno non è certo un nome vero: “Mike” è semplicemente «il nome in codice riservato al capo delle operazioni clandestine del Mossad, e risale agli albori dell'”Istituto”». Così si chiama infatti il Mossad, Istituto, il suo nome completo suona “Istituto per l’intelligence e i servizi speciali dello stato d’Israele”. Il quale deve molto ai suoi grandi “servizi”; ancora prima di nascere. E’ infatti un’epopea oscura ed “eroica” quella che gli antesignani del futuro Mossad (fondato propriamente come tale da Ben Gurion nel 1949), hanno scritto subito dopo la fine della guerra, nell’organizzare l’immigrazione clandestina degli ebrei sopravvissuti all’Olocausto verso quella che ancora si chiamava solo e soltanto Palestina ed era ancora l’odiato Protettorato inglese. Fu «un’operazione quasi militare, organizzata da gente ancora più decisa e motivata dalle notizie stravolgenti che uscivano dal grande lager nazista appena spalancato». (more…)

Il flusso di soldi tra Italia e Iran è quattro volte quello del 2001

febbraio 7, 2010

«Berlusconi è un amico d’Israele, certo. Ma è anche un uomo d’affari». Sul presidente del Consiglio italiano, che proprio questa settimana ha trascorso tre giorni a Gerusalemme in visita di Stato, il giornalista israeliano Menachem Gantz non sembra avere dubbi. «Da una parte – dice al Riformista Gantz, inviato a Roma di Yedioth Ahronot (il quotidiano più diffuso in Israele) – si dichiara vicino a Israele, dall’altra è leader di un Paese che ha il business più grande d’Europa con l’Iran». E questo malgrado la comunità internazionale si stia muovendo in direzione di pesanti sanzioni economiche contro la Repubblica islamica, per cercare di ostacolarla nella sua corsa verso il nucleare. (more…)

Alla curia di Milano c’è un prof che lavora per un’ibridazione con l’islam

dicembre 10, 2009

Nel solo mese di novembre, l’arcidiocesi di Milano ha organizzato quattro conferenze sull’islam, fra cui una intitolata così: “Apprezzamento di alcuni valori religiosi nell’islam”. A gennaio se ne terrà un’altra: “Attuali fronti del dialogo con l’islam”. Le lezioni sono tenute dall’accademico Paolo Branca e fanno parte del ciclo “Dio ha molti nomi”, promosso dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Per capire la logica della diocesi nei rapporti con l’islam è decisiva la figura di Branca, l’islamologo di riferimento di Tettamanzi. Nei giorni scorsi si è consumato un duro scontro istituzionale tra l’arcivescovo di Milano e la Lega Nord. “Onorevole Tettamanzi”, titolava a tutta pagina la Padania: “Cardinale o imam?”. Il segretario di stato Vaticano Bertone è poi intervenuto a difesa di Tettamanzi. Nella politica di dialogo a oltranza della diocesi con l’islam ha avuto un ruolo di primo piano Paolo Branca, intellettuale di establishment, cattedratico all’Università Cattolica di Milano nonché editorialista del Sole 24 Ore. Martiniano con origini nei popolari del Pd, Branca è il teorico della “contaminazione delle culture”, in nome dell’integrazione, e il punto di riferimento sull’islam del cattolicesimo democratico. Branca è fautore del cosiddetto modello “interculturale” che domina a Milano da anni (“lavoriamo perché il nostro mondo diventi un grande laboratorio interculturale”). (more…)

Ora gli storici possono fare la loro campagna di Russia

dicembre 3, 2009
Giorni fa, a Rieti, ho visto in anteprima l’intervista a un reduce della campagna di Russia, realizzata dai bravissimi studenti di una scuola media superiore. Angelo Blasetti, novantenne, ha un’aria incredibilmente giovanile e serena, vista l’esperienza che gli toccò vivere oltre 65 anni fa. Ne ha parlato quasi come fosse una cosa normale: era la guerra, sia pure combattuta in uno dei fronti più tragici, nel pieno dell’inverno russo, anche con 40 gradi sottozero, la neve altissima e continua, gli attacchi provenienti da ogni lato durante una ritirata che somigliava a una rotta. Più di quando raccontava delle decine di migliaia di compagni morti, e della fatica di sopravvivere, ho visto un lampo di angoscia, nei suoi occhi, quando ha parlato delle decine di migliaia di cui non si è saputo più niente, dei «dispersi»: se fossero morti, prigionieri, o magari definitivamente trattenuti in Unione Sovietica, forse in Siberia. (more…)

I «due» conflitti, le amnesie degli italiani

novembre 29, 2009

Non siamo più in molti ad avere ricordi diretti della seconda guerra mondiale. La memoria collettiva, la somma delle memorie individuali, rischia di diventare sempre più debole, lasciando il posto alle ricostruzioni storiche, in cui qualcosa della realtà vissuta va inevitabil­mente perduta. È importante perciò ogni invito a fissare sulla carta i ricordi di quegli ormai lontani avvenimenti. Ma per i popoli avviene come per gli individui: i ricordi più sgradevoli vengono in parte rimossi, in parte rielabo­rati. È stato così anche per la seconda guerra mondiale e non solo per l’Italia. I lettori del Corriere della Sera hanno ricordato finora solo ciò che avvenne a partire dai grandi bombardamenti subiti dall’Italia settentrionale nell’autunno del 1942. Cos’ era avvenuto prima? Che cosa pensavamo, che cosa face­vamo? Perché non ricordare anche le illusioni nutrite all’ inizio del conflitto? Soprattutto quando, dal 20 maggio al 10 giugno 1940, le straordinarie vittorie dell’esercito tede­sco sul fronte francese – come testimoniano i documenti d’archivio, dalle relazioni dell’Ovra alle moltissime lettere intercettate in quei giorni dalla censura-, credemmo qua­si tutti che la guerra sarebbe stata facile e breve? (more…)

ITALIASPIA

novembre 2, 2009

imagesLA SVIZZERA FURIOSA COL BELPAESE BLOCCA LA RINEGOZIAZIONE DELLA “DOPPIA IMPOSIZIONE”: “LE SOSPETTE ATTIVITÀ DI AGENTI IN TICINO PER SCOVARE EVASORI ITALIANI SONO INACCETTABILI”- SALE LA TENSIONE TRA BERNA E ROMA DOPO IL BLITZ DELLA GUARDIA DI FINANZA NEGLI ISTITUTI ELVETICI…

Francesco Spini per “La Stampa

Stop alla rinegoziazione della «doppia imposizione». La Svizzera passa al contrattacco. Dopo le proteste ticinesi contro lo scudo fiscale varato dal governo italiano e contro il blitz settimana scorsa della Guardia di Finanza nelle filiali italiane delle banche elvetiche, da Berna arriva la prima ritorsione politica, che coinvolge le trattative per il rinnovo dell’accordo di cooperazione in campo fiscale tra Italia e Svizzera. Ad annunciarlo dalle colonne del SonntagsBlick è stato lo stesso presidente della Confederazione, Hans-Rudolf Merz.

«Da parte nostra – ha detto l’esponente liberale, a capo anche del Dipartimento delle Finanze – siamo pronti a ratificare l’accordo in questione, ma visto quanto accaduto abbiamo deciso di bloccare tutto fino a nuovo avviso». (more…)

“Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione, non fascismo”

ottobre 11, 2009

imagesPaolo Persichetti
Quando nel gennaio scorso il ministro della Giustizia brasiliana, Tarso Genro, concesse l’asilo politico a Cesare Battisti, una reazione carica di astio coprì la sua decisione. Dai vertici istituzionali, sui media, dalla magistratura, senza mai veramente controargomentare vennero risposte spesso fuori dalle righe. Addirittura nel corso di una cerimonia, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, rivolto carabinieri, disse: «se ci potesse essere un gruppetto che vuole andare in Brasile…». Oggi, per la prima volta, il guardasigilli brasiliano si spiega su un quotidiano italiano. Lo fa estesamente e con molta pacatezza. Evita le riposte polemiche. Tempo fa, Armando Spataro, il pm milanese che condusse l’inchiesta contro i Pac, noto per essere uno dei cuori di pietra dell’emergenza, domandò ai giudici brasiliani di «decidere col cuore». In Brasile, a leggere questa intervista, pare che continuino a preferire il Diritto, la Filosofia, la Storia. (more…)

Il paese degli affari di famiglia

settembre 16, 2009

imagesSecondo una rilevazione Censis (2006), il 61% degli italiani considera i soldi di famiglia e le conoscenze di papà ben più importanti del merito se vuoi farti largo nella vita. Come dargli torto? In Italia il nepotismo è un fatto, non un’opinione. Il X rapporto Almalaurea (2008) attesta che il 44% degli architetti italiani ha il padre architetto, il 42% degli avvocati è figlio d’avvocati, il 39% degli ingegneri genera figli ingegneri, e via elencando. Altrove verrebbe giudicata una sciagura, una malapianta da estirpare. Qui no, e anzi c’è chi se ne vanta.
In un’audizione alla Camera svolta il 29 marzo 2007, il presidente del Consiglio nazionale del notariato – Paolo Piccoli – ha osservato con orgoglio che soltanto il 17,5% dei notai italiani è figlio di notai. Soltanto? Questa cifra significa che oltre un posto su sei messo a concorso è un affare di famiglia, tanto varrebbe giocarselo in una riunione di parenti. Come peraltro accade nelle imprese familiari: passano di padre in figlio 66mila aziende l’anno, e infatti esistono ben due sindacati delle aziende di famiglia (l’Aidaf e l’Apaf), nonché un sito internet (www.familybusinesssmart.com) per gli addetti ai lavori, dove si dichiara con orgoglio che fra le imprese familiari più longeve al mondo 5 su 10 parlano italiano. (more…)

Quando l’Italia votava per Pol Pot

settembre 16, 2009

risoluzioneEra la primavera 1990. Forse maggio. In via Santa Maria, a Pisa, passeggiavamo io ed il mio amico, Eligio Grassini, geometra con la passione della politica estera. Già: la politica estera. A quel tempo ‘Geopolitica’ non si poteva dire. Il piccì non voleva. L’Urss non era ‘Geopolitica’, ‘Terza Roma’ o cosa vi pare, ma solamente aspirazione di tutti i popoli del mondo calpestati dal capitalismo.

Avevamo iniziato a parlare di Dien Biem Phu, quando dopo una mezz’oretta tirai fuori un documento fotocopiato a poco meno di 250 metri in linea d’aria, in via San Giuseppe, presso l’Istituto di Diritto Internazionale allora diretto da Natalino Ronzitti.

Eligio quando lo lesse strabuzzò gli occhi, impallidì del tutto. Forse pensò: “Ma come? L’Italia, il Paese più buono del mondo, con la Dc più buona del mondo, e con un piccì più buono di tutti i piccì del mondo, e quindi per forza più buono della stessa Dc, l’Italia ha potuto fare una cosa simile???”. (more…)

Autunno caldo, l’Italia fa sboom

settembre 9, 2009

corteo_69_01gPartiva 40 anni fa da Torino la stagione sindacale che segnò la fine di un’epoca: il Paese dei sogni faceva posto al Paese degli scontri

ALBERTO PAPUZZI
TORINO
Quando cominciò, 40 anni fa, la stagione sindacale dell’autunno caldo? Quale episodio può essere assunto come simbolo di quella svolta storica? Una cosa è certa: l’epicentro del terremoto che avrebbe mutato le forme di rappresentanza sindacale era Torino ed era la Fiat.

Un’avvisaglia c’era già stata all’inizio dell’estate, il 3 luglio, in corso Traiano, manifestazione per la casa, scontri con la polizia (70 feriti, 160 fermati).

C’è chi ha enfatizzato lo sciopero improvviso del 2 settembre 1969 all’officina 32 di Mirafiori, quando ottocento operai, insoddisfatti della loro qualifica (benché fosse stata concordata tra azienda e sindacato) incrociarono le braccia, bloccando la produzione di alcuni pezzi, di fatto fermando altri reparti, con migliaia di lavoratori mandati a casa. L’episodio mostrava che i sindacati potevano essere scavalcati dalla contestazione di base, dalle ribellioni spontanee, e per non venire tagliati fuori finivano col dare riconoscimento a ogni protesta. (more…)

Quelle fratture e divisioni che hanno (dis)fatto l’Italia

settembre 8, 2009

imagesIn un saggio edito da Rizzoli, l’inglese John Foot ripercorre le Fratture d’Italia – da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese: ossia le tante occasioni in cui, di fronte a eventi di grande risonanza, il Paese s’accorse d’essere profondamente lacerato. Nessuna data è più adatta di quella odierna – l’8 settembre, 66 anni da quando la voce stanca del maresciallo Pietro Badoglio annunciò l’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani – per rievocare le divisioni che hanno accompagnato un secolo di storia patria. (more…)

L’Italia migliore è a Gloucester

settembre 2, 2009

imagesIl razzismo italiano ha radici lontane. Se uno volesse rintracciarle dovrebbe anzitutto capire che i primi, principali oggetti di razzismo sono stati i nostri emigrati, trattati da chi restava con tutto il disprezzo e la superiorità riservati a una razza inferiore. Lo stereotipo che l’Italia si è costruita degli emigrati italiani ha avuto bisogno dei catalizzatori del cinema americano, dal Padrino in poi, e dall’altro canto dell’immagine da Pane e cioccolata alla Manfredi.
Un’oscillazione tra un’idea alla Altman dell’italianità kitsch, furba e rozza e dall’altra parte un vittimismo di sinistra per cui gli emigrati sono sempre e solo dolore, imbranamento e sofferenza. Per questo, se uno ha la voglia e la curiosità di esplorare l’emigrazione italiana laddove non corrisponde a questi stereotipi, si stupisce di quanto tanta storia e tante storie di vita sfuggano alle ombre della facilità cinematografica. (more…)

I VERBALI SEGRETI DI HITLER Escono per la prima volta in italiano

settembre 2, 2009

images«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

Il Führer — È già stato informato sugli svi­luppi in Italia?

Keitel — Ho sentito solo le ultime parole.

Il Führer — Il Duce si è dimesso. Non è anco­ra confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.

Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?

Il Führer — Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte. (more…)

La “non belligeranza” dell’Italia cerchiobottista

agosto 31, 2009

imagesChe sollievo. La voce di solito vibrante – ma nella circostanza pacata – del più noto tra gli annunciatori radiofonici dell’Eiar, aveva dato il primo settembre 1939 la grande notizia. Grande, anzi grandissima, per gli italiani. Non la notizia dominante dell’attacco tedesco alla Polonia – l’inizio della seconda guerra mondiale – ma l’altra della «non belligeranza» fascista. Il Consiglio dei ministri, convocato dal Duce, aveva deciso che «l’Italia non prenderà iniziativa alcuna di operazioni militari». Mentre i panzer si avventavano verso Varsavia, noi rimanevamo fuori. (more…)

Dai misteri di Roma alla Firenze da brividi: il giallo è tricolore

agosto 4, 2009

att_jpgChe l’Italia fosse un Paese denso di misteri e segreti, spesso raccapriccianti, l’avevano percepito già sensibilmente autori britannici come Horace Walpole e Ann Radcliffe, capaci di siglare due classici del romanzo gotico come Il castello di Otranto e L’italiano, o il confessionale dei penitenti neri rispettivamente nel 1764 e nel 1797. Storie cupe, macabre che sfruttavano come ambientazioni romantiche, allo stesso tempo spettrali e malinconiche le due città di Otranto e Napoli.Ma è stato solo a partire dal 1981 con l’apparizione sul mercato internazionale del maresciallo dei Carabinieri Guarnaccia ideato dalla scrittrice inglese Magdalen Nabb che alcuni scrittori di gialli internazionali hanno deciso di mettere nel centro del loro mirino sia personaggi che ambientazioni squisitamente italiane. La Nabb con Morte di un inglese iniziò una saga ambientata a Firenze che ha visto per protagonista il suo Guarnaccia sino al 2005 in tredici appassionanti indagini ambientate per lo più Oltrarno, fra piazza Pitti e via Maggio. Una serie (recuperabile in parte nelle recenti edizioni Passigli o dai remainders in quelle Rusconi) che al suo debutto venne salutata da Georges Simenon con questo semplice strillo di commento: «Bravissimo». (more…)

L’Italia del Dragone: le formiche fanno paura

agosto 1, 2009

images“Miss Little China”, un libro di due giornalisti affiancato da un documentario

 

Se dovessero raccontarla loro, l’Italia, con molta probabilità non sceglierebbero né il Duomo di Milano né il Colosseo e tantomeno la Mole Antonelliana o i vicoli di Napoli. L’Italia vista dai cinesi è un paese dietro le quinte – ce lo dicono gli autori di Miss Little China , Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò, entrambi giornalisti (edizioni chiarelettere, libro più dvd, euro 19,60). Un backstage di vite quotidiane che quasi passa inosservato. Una specie di Italia minore, «dove le tangenziali prendono il posto del centro» e i centri d’arte fanno al più da complemento degli hinterland manifatturieri. Nella classifica dei luoghi la Prato del tessile, ad esempio, viene prima della Firenze d’arte. Le coltivazioni di riso di Casalbeltrame contano più di tutto il Piemonte. Roma degrada man mano che ci si allontana dalle chinatown dell’Esquilino e della direttrice lungo la Casilina. La topografia dell’insediamento cinese si concentra prima di tutto attorno ai capannoni di Terzigno o San Giuseppe Vesuviano. (more…)