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Il vero Joyce, popolare e sboccato

dicembre 14, 2011

James Joyce

Torna l’«Ulisse», più vicino al linguaggio originale irlandese

Dario Fertilio per “Il Corriere della Sera

A voler essere irriverenti, o spiritosi, il romanzo totale di Joyce si potrebbe riassumere in un lunga frase. Tra le otto del 16 giugno 1904 e le prime ore del mattino seguente, a Dublino, un certo Bloom prepara la colazione per sé e per la moglie, va al bagno per liberare gli intestini, si reca al funerale di un amico, tenta invano di piazzare un annuncio pubblicitario al giornale per cui lavora, pranza e digerisce, ascolta musica in un pub, in un altro locale ha un diverbio con un violento, si masturba sulla spiaggia, va a visitare una donna in travaglio al reparto maternità dell’ospedale, finisce in un bordello per tentare di salvare un giovane intellettuale da avventure che stanno volgendo al peggio, lo soccorre durante una rissa, gli offre un caffè in un locale notturno, lo porta a casa dove gli passa una tazza di cacao, e infine fa pipì sotto le stelle.

Un po’ poco, conveniamolo, per dare a chi non l’ha letto un’idea dell’impalcatura su cui si regge l’Ulisse, uno dei romanzi-caposaldo del ‘900. Perché c’è tanto di più, dentro a questa storia dublinese, a partire dai primi tre capitoli e da quelli di coda, monopolizzati dai coprotagonisti: il giovane Stephen e la moglie di Bloom, Molly, autrice del monologo mentale forse più famoso della letteratura moderna, espresso in un flusso di coscienza ininterrotto per decine di pagine.

A causa di questo, e degli innumerevoli altri significati nascosti nel testo, la nuova traduzione italiana del capolavoro per la Newton Compton non fa notizia soltanto tra i fan dello scrittore irlandese. Anche chi ha tenuto finora il libro su uno scaffale della libreria come status symbol, o progetto di lettura mai realizzato, sarà interessato a confrontarlo con quello appena uscito dalla penna del traduttore Enrico Terrinoni.

In realtà, l’unico paragone legittimo è quello con l’edizione del 1960, oggi disponibile nei Meridiani Mondadori, tradotta da Giulio De Angelis con Melchiori, Izzo e Cambon; perché quella successiva, aggiornata sempre dallo stesso traduttore e pubblicata negli Oscar, risente a tal punto del percorso extra-testuale di Joyce (manoscritti, taccuini, bozze eccetera) da risultare di fatto troppo differente.

Si può affermare, allora, che Terrinoni ci metta di fronte a un Joyce mai visto? In parte sì, ma per comprenderlo bisogna tener presenti i motivi ispiratori del curatore, che insegna letteratura inglese all’università per stranieri di Perugia, e che – soprattutto – ha vissuto per anni a Dublino, immergendosi nell’atmosfera e negli ambienti joyciani, respirando fumo di sigaro ed esalazioni alcoliche irlandesi, familiarizzandosi con i doppi sensi, i tic culturali e linguistici, le allusioni e la toponomastica di cui è impregnata ogni fibra dell’Ulisse.

In sintesi, la nuova edizione joyciana si caratterizza per tre elementi fondamentali. Il primo è un abbassamento del linguaggio dal tono aulico a quello popolare, un adeguamento alla straripante colloquialità dell’Ulisse originale, rivolto soprattutto al lettore comune, quasi a rispettare l’autodefinizione dello stesso Joyce, che più volte si era proclamato autore «democratico» e «socialista», cioè lontano dalle fumisterie e raffinatezze aristocratiche cui apparentemente la sua inclinazione allo sperimentalismo lo avvicinava. Il secondo è un ritorno alla matrice iniziale, tipicamente irlandese, con un’infinita serie di allusioni a ballate, canzoni e operette. Il terzo aspetto è il recupero della comicità, in gran parte perduta attraverso gli anni e le edizioni critiche, man mano che il testo andava trasformandosi nel monumento letterario del secolo.

Più complesso, naturalmente, confrontare i singoli passi e valutare le differenze. Per dare un’idea, la Circe del Bordello (protagonista di una delle scene più famose e volgari del romanzo), non si rivolge più al povero Bloom con l’espressione «Conciagli le brache, a questo villan rifatto! Con le stelle e le strisce sopra!», ma più realisticamente così: «Percuotigliele a sangue le chiappe, a quel parvenu! Faglielo a stelle e strisce». Oppure l’espressione scutter, che De Angelis aveva interpretato all’inglese come «tagliare la corda», viene restituito allo slang irlandese, molto più prosaico, di «diarrea», ovvero all’espressione «merda!». O ancora la Molly del monologo, arrivata a parlare delle sue scabrose confessioni con Padre Corrigan, anziché domandarsi «Oh Signore non poteva dir subito il sedere e buona notte» divaga così: «O Signore non poteva dire direttamente culo e farla finita».

Non è abbastanza da cambiare il nostro modo di affrontare la lettura di Joyce, probabilmente; tuttavia la nuova versione prelude a dibattiti roventi fra i critici. Del resto le date incalzano: il 13 e 14 dicembre si svolgerà all’università a Milano un convegno internazionale sullo scrittore irlandese; il 13 gennaio del prossimo anno scadranno i diritti settantennali sulla sua opera; il 2 febbraio ci sarà la ricorrenza dei 130 anni dalla nascita; il 16-17 seguirà un altro convegno internazionale all’università di Roma Tre, organizzato dalla James Joyce italian foundation.

È tempo, allora, di riproporre le grandi e opposte interpretazioni riguardo al suo capolavoro. Quella di T.S. Eliot: «L’espressione più importante dell’era presente». La replica di Virginia Woolf: «Mi ha interdetto, annoiato, irritato e disilluso, come di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli». L’osservazione di Richard Ellmann: «Il più difficile tra i romanzi d’intrattenimento e il più divertente tra i romanzi difficili». La battuta di Derek Attridge: «Un libro che figura nella lista delle opere più frequentemente iniziate e mai finite». La provocazione di Seamus Deane: Joyce a volte è «illeggibile», ma solo nel senso che propone un nuovo tipo di approccio interattivo fra testo e lettore. L’avvedutezza ironica di Fritz Senn: «Un copione teatrale, il cui primo discorso è messo in bocca a un irlandese la cui lingua è l’inglese, il quale intona una messa in latino, il cui testo è la traduzione di un salmo ebraico».

Joyce & C., gli italiani di «Ulisse»

dicembre 7, 2011

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

Il 2011 è stato l’anno del Grande Gatsby, il prossimo invece sarà quello di Ulisse. Anzi, di Ulysses, come lo si chiama talvolta per fugare ogni equivoco: sì, stiamo parlando dell’impervio capolavoro di James Joyce, non dell’immortale poema di Omero.

Dal 1° gennaio 2012, infatti, le opere del grande scrittore irlandese saranno tecnicamente “libere da diritti”. Trascorsi settant’anni dalla scomparsa dell’autore (nato a Dublino il 2 febbraio 1882, Joyce morì a Zurigo il 13 gennaio 1941 in seguito alla complicanze di un intervento all’ulcera), i suoi libri possono essere tradotti e pubblicati senza bisogno di autorizzazione e, più che altro, senza dover corrispondere alcuna royalty.

Esattamente com’è accaduto quest’anno con i romanzi di Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), a partire dal celeberrimo Grande Gatsby che, disponibile fino a poco tempo fa solo da Mondadori nella storica versione di Fernanda Pivano, è oggi presente nel catalogo di diversi altri editori, tra cui Einaudi, Feltrinelli e Minimum Fax.

Qualcosa di simile sta per accadere con Joyce e con il suo Ulisse. Finora l’«unica traduzione integrale autorizzata» – come puntigliosamente annunciava il frontespizio – era, ancora una volta, quella pubblicata da Mondadori e apparsa per la prima volta nel 1960. Il complesso lavoro di trasposizione in italiano era stato portato a termine da Giulio de Angelis, al quale si era affiancato un formidabile terzetto di consulenti composto da Glauco Cambon, Carlo Izzo e Giorgio Melchiori. Tra poco, secondo quanto è dato ricostruire, dovrebbero arrivare in libreria almeno un paio di alternative. A tagliare il traguardo per primo potrebbe essere l’Ulisse tradotto dall’anglista Enrico Terrinoni per Newton Compton, ma molto attesa è anche la versione che lo scrittore Gianni Celati starebbe per consegnare a Einaudi, al termine di un lungo corpo a corpo con il testo.

All’inizio dei Novanta era stato lo stesso Giulio Einaudi a commissionare una nuova versione del romanzo, che avrebbe dovuto trovare posto nella collana ammiraglia dei “Millenni”. Il prescelto, quella volta, era stato Ottavio Fatica, studioso e traduttore assai apprezzato (porta la sua firma, per esempio, l’«integrale» delle opere narrative di Rudyard Kipling in corso presso Adelphi), il cui lavoro si arrestò ai primi tre capitoli dell’Ulisse, la cosiddetta “Telemachia”. Nel frattempo, infatti, la normativa europea sul copyright aveva esteso da cinquanta a settant’anni dalla morte dell’autore il periodo di “copertura” dei diritti. Ne aveva fatto le spese un Ulisse “non autorizzato” che, affacciatosi sui banconi una ventina d’anni fa, fu rapidamente ritirato dal commercio per evitare la rivalsa economica da parte degli aventi diritto. Una meteora di cui gli stessi esperti conservano oggi una memoria abbastanza vaga.

Traduzione o non traduzione, il capo d’opera di Joyce è da sempre un libro un po’ italiano. Ideato a Roma nel 1906 e iniziato a Trieste nel 1914, il romanzo è attraversato da una trama notoriamente intricata di riferimenti non soltanto mitologici, in un continuo alternarsi di virtuosistiche soluzioni linguistiche strettamente connesse al ruolo simbolico dei vari personaggi. Lo stesso Joyce approntò alcuni schemi per aiutare il lettore a cogliere le sottigliezze di una narrazione che riesce a essere, nello stesso tempo, straordinariamente moderna e maniacalmente fedele al modello dell’Odissea omerica.

Il più affidabile è lo «schema Linati», contenuto in una lettera che Joyce inviò nel 1920 a uno dei suoi amici italiani, lo scrittore comasco Carlo Linati: una dettagliata rilettura di trama e situazioni, in virtù della quale si riescono ad accorciare le distanze fra la Dublino del 16 giugno 1904 (la fatidica giornata nella quale tutto accade) e il Mediterraneo ancestrale su cui l’eroe astutissimo naviga e si perde durante il viaggio di ritorno verso Itaca.

Quanto alla traduzione di De Angelis & C., rimane tra le più accurate, anche se non tra le più tempestive, se si pensa che già nel 1945 usciva a Buenos Aires una versione del romanzo in castigliano. Condotto su un testo non ineccepibile (la prima edizione del romanzo fu stampata in Francia nel 1922, da tipografi che conoscevano poco o nulla di inglese), l’Ulisse all’italiana ha subìto aggiustamenti e correzioni da una ristampa all’altra. Mandarla in pensione, però, potrebbe essere meno semplice del previsto, dato che il tempo le ha conferito una certa patina di classicità. Un grattacapo in più per i traduttori, sia pure eccellenti, che si preparano a scendere in lizza allo scadere del settantesimo anno.

All’asta la lettera di Joyce che denuncia la censura del mondo letterario contro di lui

marzo 26, 2011

Leonardo Maisano per “Il Sole 24 Ore

«La prima lettera di James Joyce scritta in italiano a Carlo Linati, destinato a diventare suo traduttore, risale al 31 ottobre 1919. Poche righe che annunciano l’invio di un testo, probabilmente il dramma teatrale Esuli. Quella che metto all’asta è un’altra. È la seconda lettera scritta da Joyce a Linati, datata 19 dicembre. E’ di grande interesse perché denuncia le sofferenze letterarie patite dall’autore irlandese». Roy Davids collezionista di manoscritti antichi, o solo vecchi se portano la firma di protagonisti del mondo della cultura, mette all’incanto da Bonhams il 29 marzo (base 12-18mila sterline) una lettera che lui stesso acquistò da un commerciante. Gente che fa trading di documenti con qualche valore. (more…)

TRADURRE L’INTRADUCIBILE

gennaio 29, 2011

Luigi Mascheroni per “Il Giornale”

Tra coloro che hanno compiuto l’impresa titanica di leggerlo, e sono pochissimi in tutto mondo, c’è chi lo considera un glorioso fallimento e chi il capolavoro del Novecento. Comunque, una leggenda. L’opera è Finnegans Wake ed è uno dei libri più folli, geniali, illeggibili, imprescindibili e impraticabili della storia della Letteratura. James Joyce, il quale dopo aver completato l’altro suo monstrum, l’Ulysses, non scrisse neanche una riga per un anno, iniziò la stesura di quello che poi avrebbe intitolato Finnegans Wake nel 1922 – con il titolo Work in Progress cominciò a uscire a puntate sulla rivista Transition – e lo vide per la prima volta stampato in volume, a Parigi, il giorno del suo 57º compleanno, il 2 febbraio 1939, due anni prima di morire.
Tentare di spiegare cos’è Finnegans Wake è quasi impossibile, forse ancora più difficile che leggerlo. Stanilaslaus Joyce, il fratello di James, lo definì «l’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione». Ma forse anche questa è una leggenda. (more…)

Le libraie Monnier e Beach, bisbetiche madrine di Joyce

maggio 23, 2010

Stenio Solinas per “Il Giornale

A differenza di Adrienne Monnier, che aveva fisico robusto da contadina, voce tonante da montanara e vestiva come una madonna del Rinascimento, Sylvia Beach possedeva una bellezza moderna, androgina e nervosa. Una foto di Berenice Abbott del ’26 inquadra un volto dal profilo marcato con taglio di capelli allagarçonne. Indossa un soprabito che è una via di mezzo fra una cerata da baleniere e un impermeabile in pelle: ha 36 anni e per il pubblico americano della Abbott è «l’americana di Parigi». Quattro anni prima ha stampato l’Ulysses, trasformando la sua libreria di rue de l’Odeon, la «Shakespeare and Company», nella casa editrice omonima e ora, in quel ’26, negli Stati Uniti cominciano ad apparire edizioni pirata dell’opera. Proibito dalla censura, non protetto dacopyright, l’Ulisse, che gode fama di libro pornografico e scandaloso, è una manna per qualsiasi editore spregiudicato. Viene venduto di contrabbando, al libraio costa 5 dollari a copia, ed è rivenduto al doppio. Con 250 dollari al mese a Parigi si vive da signori, ma da anni Joyce campa di crediti e donazioni, ha moglie e due figli da mantenere, non ha il senso del risparmio. «Spende come un marinaio ubriaco» si dice di lui.
Anche per questo Sylvia Beach è partita all’arrembaggio contro la pirateria made in Usa, ma l’unica sua arma è un manifesto di protesta con in calce i nomi della cultura dell’epoca. Fra quando viene stilato e quando viene pubblicato, alcuni dei firmatari hanno fatto in tempo a defungere: di qui la controaccusa che «quella bisbetica virago che fa da segretaria a James Joyce» fa firmare i morti… Tra le personalità illustri, molti membri dell’Académie Française, compreso Hemingway, che ha firmato, ma naturalmente non è accademico. Tra i refusi e Sylvia Beach c’è una corrispondenza di amorosi sensi: la prima edizione dell’Ulisse, 732 pagine, ne conteneva a migliaia e contribuirà alla formazione di una generazione di esegeti. (more…)