Posts Tagged ‘jean paul sartre’

Sartre e il dilemma delle scelte impossibili

luglio 29, 2010

Nell’articolo: “Le Mani Sporche” è un dramma emblematico dell’universo dell’intellettuale francese, con un protagonista ( Hugo) che rifiuta la classe dalla quale proviene, la borghesia, ma che al tempo stesso non viene accettato dai compagni di partito, sempre pronti a rinfacciargli le sue origini

Marco Barbonaglia per “Il Sole 24 Ore

Era il 1975 quando la polizia di Praga fece irruzione nell’appartamento del filosofo ceco Karel Kosik. Il regime lo considerava un dissidente e, in quell’occasione, gli agenti gli confiscarono un manoscritto di mille pagine, frutto di dieci anni di lavoro. Per sua sfortuna, Kosik non ne aveva una copia. Così, non gli restò che raggiungere l’amico Milan Kundera e sfogarsi con lui, discutendo sull’opportunità di scrivere una lettera a qualche personalità, all’estero, per cercare di far scoppiare uno scandalo internazionale.

Bisognava indirizzare la missiva a qualcuno che stesse al di sopra della politica, ad un uomo capace di rappresentare un «valore indiscutibile».

Messi di fronte alla desolazione del panorama europeo, i due dapprima si sentirono perduti. Alla fine, però, venne loro in mente a chi spedire la lettera. L’avrebbero indirizzata a Jean-Paul Sarte. Una scelta che, per la cronaca, si sarebbe rivelata saggia. L’appassionato intervento dello scrittore su Le Monde contribuì, in maniera determinante alla restituzione del manoscritto a Kosik.
L’episodio, narrato da Kundera stesso, è inserito nella prefazione alla nuova edizione di “Le Mani Sporche” di Sartre, firmata da Paolo Bignamini e Mauro Carbone. Per quanto interessante, però, questo aneddoto non sarebbe completo senza la considerazione finale dell’autore di “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.« Il giorno in cui Sartre fu sepolto- conclude Kundera- mi tornava in mente il mio amico di Praga: ora la sua lettera non avrebbe più trovato alcun destinatario.». (more…)

Sartre tifava Mourinho?

Mag 29, 2010

La squadra di calcio come riproduzione in vitro dell’organizzazione di gruppo, Eto’o terzino e il modello Toyota. Intervista a Raoul Kirchmayer, professore di estetica all’università di Trieste.

di Alberto Piccinini, il manifesto, 26 maggio 2010

«La noia di Ranieri? Cos’è la noia di Ranieri? Ho studiato e conosco solo la nausea di Sartre, filosofo, premio Nobel, ma anche grande appassionato di calcio». Forse la battuta del neo campione d’Europa Josè Mourinho non è stata all’altezza delle sue migliori, ma la comparsa di Sartre nel gran teatrino del nostro calcio ci aveva fatto un certo effetto. Il filosofo francese, in effetti, era stato persino qualcosa di più che un appassionato di calcio. Ci aveva giocato fin da ragazzino, per strada: il pallone – ricordava – era stata la sua palestra di democrazia. Di riferimenti al calcio e allo sport ha disseminato il suo lavoro, in particolare la Critica della Ragion Dialettica pubblicata nel 1960.

Per Sartre la squadra di calcio è una riproduzione in vitro dell’organizzazione di gruppo. La metafora calcistica mette in evidenza i rapporti tra libertà e funzione individuale, la dinamica tra i legami positivi all’interno di un gruppo e l’antagonismo nei confronti degli avversari. «Tra una squadra di calcio e un gruppo di ribelli armati – si legge – ci sono molte cose in comune». Abbiamo chiesto a Raoul Kirchmayer, professore di estetica all’università di Trieste, membro del Gruppo italiano di studi sartriani, curatore di diverse opere del filosofo francese e juventino pentito, di guidarci alla scoperta della passione di Sartre per il calcio. «Dunque, nella Critica della Ragione Dialettica – ci spiega – Sartre pone la questione del funzionamento di un gruppo organizzato e cerca di descriverne le dinamiche interne, impiegando la metafora della squadra di calcio. Diciamo subito però che il suo è un esempio limitato, dal momento che lui stesso scrive: Nella realtà tutto è complicato dalla presenza dell’avversario».

E questa è passata alla storia come la sua citazione più famosa sul calcio.
Precisamente. Sartre fa un analisi in vitro tenendo conto solamente del funzionamento del gruppo-squadra, cioè delle interazioni reciproche tra gli individui, ovvero tra i giocatori della stessa squadra. A lui interessano i rapporti che si stabiliscono in un gruppo, nel momento in cui il gruppo si costituisce e funziona. Utilizzo questo verbo perché Sartre lo sottolinea. (more…)

JEAN PAUL SARTRE

aprile 30, 2010

«C’era una folla immensa: circa cinquantamila persone, soprattutto giovani. Qualcuno batteva contro i vetri del furgone: erano per la maggior parte fotografi che appoggiavano gli obiettivi contro i finestrini per sorprendermi. Alcuni amici di Les Temps Modernes formarono una barriera dietro la vettura, e tutto intorno, spontaneamente, degli sconosciuti fecero catena dandosi la mano. Nel complesso, lungo tutto il tragitto, la folla fu disciplinata e calorosa: È l’ultima manifestazione del ’68, disse Claude Lanzmann». Così ha ricordato Simone de Beauvoir il funerale di Jean-Paul Sartre nel suo libro La cerimonia degli addii. Un’altra voce, Olivier Revault d’Allonnes, racconta che suo figlio, tornando sfinito dal cimitero di Montparnasse, gli disse: «Vengo dalla manifestazione contro la morte di Sartre».
Restare vivo, per Sartre era non accettare né onorificenze né premi, perché non voleva essere istituzionalizzato. Nel 1964, dopo il clamoroso rifiuto del Premio Nobel per la Letteratura affermò, in un’intervista a Le Nouvel Observateur, che «se avessi accettato il Nobel – anche se a Stoccolma avessi fatto un discorso insolente, il che sarebbe assurdo – sarei stato recuperato». Oggi, nell’apogeo della società dello spettacolo, la sua rinuncia appare ancora scandalosa. (more…)

Sartre, tutta una vita dalla parte del torto

aprile 15, 2010

Angelo d’Orsi
Quando mancò – era il 15 aprile del 1980: tre anni prima, sempre a Parigi, nella notte sempre tra il 15 e il 16 aprile se n’era andato un altro grande della cultura francese, Jacques Prévert – chi scrive era borsista della Fondazione Luigi Einaudi di Torino, dove aveva dato vita a un gruppetto di giovani “ribelli” alle regole piuttosto ferree di quella nobile istituzione. Ci si vedeva oltre che nei locali della biblioteca e dell’archivio, e nelle stanze a noi riservate, al di fuori: a pranzo, a cena, in qualche circolo Arci, sul Lungo Po, e si facevano grandi discussioni politico-culturali. Eravamo insieme quando giunse la notizia. Proposi allora, in una di quelle iniziative un po’ sconsiderate che caratterizzano la giovane età, di organizzare un viaggio-lampo nella Ville Lumière e partecipare ai funerali di Sartre, l’indomani. Del resto, ricordo il pezzo forte della mia argomentazione, non aveva teorizzato, Sartre, il “gruppo in fusione” ? E non era ciò che cercavamo di essere?
Il no che ricevetti fu corale. E non era tanto e solo per il peso – innanzi tutto economico, essendo tutti più o meno squattrinati – della spedizione, ma specialmente perché, come sentenziò uno dei miei compagni (oggi importante studioso e commentatore delle relazioni industriali), “Sartre era superato”. (more…)

Sartre: quel che resta dell’engagement

aprile 9, 2010

A trent’anni dalla morte: un modello di intellettuale che sembra ormai tramontato, in Francia come in Italia

ALBERTO PAPUZZI
E’ l’ultima manifestazione del ’68, dissero i suoi amici quando Jean-Paul Sartre morì trent’anni fa, a Parigi il 15 aprile 1980. Aveva 75 anni e versava in cattive condizioni a causa dell’uremia. Simone de Beauvoir, la compagna di tre anni più giovane, raccontò che Sartre aveva previsto, in base a oscuri calcoli sulla longevità dei suoi antenati, di riuscire a superare gli ottant’anni. I funerali furono effettivamente un evento: oltre cinquantamila persone facevano ala al corteo funebre tenendosi per mano. Scompariva il più celebre intellettuale francese, l’autore della Nausea, il massimo filosofo dell’esistenzialismo nel dopoguerra con L’essere e il nulla, ma soprattutto il personaggio che più di ogni altro aveva incarnato la figura dello scrittore engagé.

Era una figura tipicamente francese. Non si può non ricordare Albert Camus, con le Lettere a un amico tedesco, la Lettera a un militante algerino e l’intensa attività pubblicistica. Intellettuali engagé sono stati il ribelle André Malraux, l’antipsichiatra Michel Foucault, l’etnologa Germaine Tillion, o i nouveaux philosophes. La differenza è che Sartre mette in gioco il nome e la fama, schierandosi, dichiarandosi, battendosi, scandalizzando. Già nel 1945 fonda, con Maurice Merleau-Ponty, la rivista Temps modernes, strumento di dibattito con posizioni critiche nei confronti del Pcf. Un testo chiave è il dramma Le mani sporche (1948), dove un dirigente comunista spiega a un giovane militante (incaricato di ucciderlo) che per conseguire i fini rivoluzionari bisogna «sporcarsi le mani». Questa produzione si accompagna con gesti come il rifiuto del Nobel nel 1964. O il rifiuto di apparire in televisione «per non avallare un organo dello Stato». (more…)

Sartre e le droghe: le allucinazioni gli facevano vedere mostri e aragoste

novembre 26, 2009
Il potere immaginativo della filosofia.
Jean-Paul Sartre (1905-1980) inseguito da battaglioni di aragoste rosse sugli Champs-Elysees, i grandi viali di Parigi. Era questa una delle ricorrenti allucinazioni del filosofo francese negli anni Settanta, quando si drogava con la mescalina, un potente principio attivo contenuto nel peyote, un cactus di piccole dimensioni che cresce prevalentemente in Messico. Il padre dell’esistenzialismo, che aveva cominciato a sperimentare la sostanza psichedelica già a partire dal 1935, quando ormai era più che sessantenne era talvolta vittima di allucinazioni dove i «mostri» erano crostacei giganti che lo inseguivano. (more…)