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I tre Douglas (più uno)

dicembre 23, 2011

Kirk e Michael Douglas

Ranieri Polese per “Il Corriere della Sera

Londra, 1999. Sul piccolo palcoscenico del Comedy Store un giovane attore americano sta cercando di proporre il suo monologo. Ma il pubblico non si diverte, partono frecciate e buu. Lui, infuriato, si ferma. «Ma lo sapete chi sono io?» chiede. «Sono il figlio di Kirk Douglas!». Per tutta risposta gli spettatori, uno dopo l’altro, si alzano in piedi e imitando la voce del grande Kirk («I am Spartacus!») ripetono: «Io sono il figlio di Kirk Douglas». Ora Eric Douglas, il più giovane e più sfortunato dei quattro ragazzi Douglas, riposa nel Westwood Memorial Park di Los Angeles, lo stesso dove Marilyn Monroe e Natalie Wood non hanno ancora trovato pace. Lui, Eric, se n’è andato nel 2004, per un’overdose di alcol, pasticche e droghe. Aveva 46 anni, i giornali scrissero che aveva fatto parlare di sé più per i suoi guai con la droga e l’alcol che non per la sua carriera di attore. Suo padre, Kirk, va sulla sua tomba tutte le settimane: «Non so nemmeno più quante volte l’ho portato a disintossicarsi », dice. «Continuo a chiedermi se avrei potuto fare di più di quello che ho fatto. Ma credo che a volte non ci sia proprio niente da fare». Forse è la legge fatale che colpisce i figli dei grandi di Hollywood, le vicende di Marlon Brando lo testimoniano. I giovani discendenti troppo sensibili soccombono. Chi ce la fa, sicuramente non sarà un padre affettuoso e presente, come dimostra la saga di tre generazioni di Douglas. Nel caso di Eric, poi, c’era forse anche la gelosia per il fratellastro Michael, che dall’87 in poi passa da un successo all’altro: Attrazione fatale,Wall Street (Oscar per il miglior interprete), La guerra dei Roses e Basic Instinct. Uno dei numeri di cabaret più riusciti di Eric era la parodia di Michael in Basic Instinct. Dopo il matrimonio di Michael con Catherine Zeta-Jones, Eric aveva incluso un’altra battuta nel suo show: «Lui è ebreo, lei è scozzese, sono la coppia più spilorcia del mondo!». Al che, Catherine replicò rabbiosa: «Sono del Galles, non sono scozzese». Anche il padre Kirk figurava nel suo repertorio: «Una mattina mi sveglio e scendo per fare colazione, vedo mio padre vestito con una toga. Jesus! grido. E lui: Non sono Gesù, sono Spartaco».

Oggi, a 95 anni compiuti il 9 dicembre, il vecchio Kirk prova a farsene una ragione. «Io credo che i miei figli non abbiano avuto la fortuna che ho avuto io, quella di nascere povero, costretto a cercare ogni tipo di lavoro per poter mangiare». Anche Michael, padre di Cameron, in prigione dall’anno scorso per possesso e spaccio di stupefacenti (ma la sua situazione rischia di complicarsi visto che gli hanno trovato della droga in carcere), la pensa allo stesso modo: «Essere figlio di un uomo per cui, sempre e comunque, vale la regola “career first”, prima di tutto la carriera, non aiuta». Lui, a sei anni, dopo il divorzio di Kirk dalla primamoglie Diana Dill, si trova affidato con il fratello Joel alla madrementre il padre va a Hollywood. Sembra una maledizione che si ripete. Nel ’75, tra padre e figlio c’è uno scontro: Kirk compra i diritti per lo schermo del romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo e li cede a Michael, che produce il film. Kirk voleva per sé la parte di McMurphy, ma il figlio ingaggia il giovane Jack Nicholson.

Ai membri delle grandi dinastie del cinema tutto è concesso e niente è risparmiato. E Michael, nel ’92, al culmine del suo successo, vede andare a pezzi il suo matrimonio, esagera con l’alcol, finisce in disintossicazione mentre i giornali scrivono che soffre di «sex addiction». Il secondo matrimonio diMichael con Catherine Zeta-Jones, un’unione felice con due figli, un maschio, Dylan, e una bambina Carys, lo aiuta a riprendersi, anche se — proprio nel 2004, l’anno della morte di Eric — cominciano ad arrivare lettere minacciose e sinistre. Il bersaglio è Catherine, di cui si annuncia la morte e si elencano sue presunte relazioni, per esempio con George Clooney. Sembra quasi che la vicenda di Attrazione fatale esca dallo schermo e invada la realtà. E infatti a spedire le lettere è una ragazza ossessionata dall’attore e disposta a tutto per rovinare il suo matrimonio. Se con Cameron, Michael ha riconosciuto di essere stato «un cattivo padre», ora con i due figli avuti da Catherine è un genitore esemplare («se avesse potuto allattarli lui, l’avrebbe fatto» ha detto la moglie) e questo l’ha sostenuto nella sua battaglia contro il tumore alla gola.

Giunto al momento di fare i conti con la sua vita, Kirk ha trovato aiuto nella religione. Riscoperta nel 1996, dopo un colpo apoplettico che lo lascia per mesi senza l’uso della parola. È allora che si mette a studiare la Torah e celebra un tardivo Bar Mitzvah. Ed è come se si riannodassero i fili di una vita sacrificata per la carriera, come se il passato tornasse a vivere. Con la storia di Issur Danielovitch, nato nel 1916, ad Amsterdam nello Stato di New York, unico maschio in una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia. Costretto a fare mille lavori per portare a casa qualche soldo, conosce la miseria, la lotta per affermarsi, l’ostilità contro gli ebrei. Del padre Herschel ricorda che era troppo preso nella lotta per la sopravvivenza per dedicargli attenzione o anche, solo, una pacca sulla spalla. Con la religione chiude prestissimo: non volevo diventare un rabbino, ha detto. Quello che vuole, invece, è diventare attore: dopo le prime esperienze di teatro a scuola, riesce a seguire i corsi di recitazione grazie a una borsa di studio. Quando, dopo Pearl Harbor, si arruola, cambia nome. Ferito, sarà congedato e riprenderà a recitare. Ma già nel ’46 è chiamato a Hollywood. Il truccatore del primo film vorrebbe coprirgli la fossetta sul mento, lui si rifiuta: oggi, insieme all’impronta delle mani davanti al Grauman’s Theatre di Hollywood, c’è anche impresso il suomento. Intanto il matrimonio con Diana Dill (da cui sono nati due figli, Michael e Joel) entra in crisi. E nel ’51 c’è il divorzio. Quando nel ’54 si sposa con Anne Buydens, Kirk ha già avuto due nomination per l’Oscar. Nascono due figli, Peter ed Eric, e il matrimonio dura ancora, perché, dice, anche a Hollywood succede che certe unioni resistano.

Giornalista spietato per Billy Wilder (L’asso nella manica), tormentato Van Gogh in Brama di vivere, leale Doc Holliday che accompagna lo sceriffo Wyatt Earp alla Sfida all’O.K. Corral, meraviglioso Ulissenel kolossal italiano di Mario Camerini, Kirk tiene più di ogni altra cosa a Spartacus, 1960, il secondo film in cui veniva diretto da Stanley Kubrick. Aveva voluto come sceneggiatore Dalton Trumbo, un grande scrittore finito sulle liste nere di Mc-Carthy per la sua fede comunista. E pretese che il suo nome comparisse nei credits del film. Molti criticarono quella scelta, fra gli altri il «falco» John Wayne. Era un rischio grandissimo per quegli anni, che poteva costargli la carriera. «È stata la cosa più importante che ho fatto» ricorda, proprio nello spirito dell’eroe del film, l’uomo che aveva guidato la rivolta degli schiavi contro le leggi inumane di Roma. E pochi anni fa Douglas ha ottenuto che gli Stati Uniti chiedessero ufficialmente perdono agli afroamericani ridotti in schiavitù.

Anche Michael, in fondo, il suo perdono l’ha chiesto. In un film, Wall StreetIl denaro non dorme mai, con Gekko che torna dalla prigione e riprende i suoi giochi pericolosi sul mercato finanziario. Alla figlia che gli rinfaccia i disastri familiari, ricorda i suoi tentativi disperati per salvare il figlio drogato. Ma il ragazzo ormai non c’è più, resta solo il rimorso senza rimedio. Forse, però, come insegna il vecchio patriarca Kirk, c’è ancora tempo per un altro atto in quel dramma che si chiama vita.