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‘Kosovo e Serbia devono guardare avanti’

luglio 29, 2011

Carta di Laura Canali

L’ex capo della missione Onu in Kosovo (Unmik) analizza la situazione a tre anni dall’indipendenza di Pristina. Le incomprensioni tra governi e tra popoli. I problemi amministrativi. Meglio non toccare i confini. Nel frattempo sono ripresi gli scontri

Romina Vinci per “Limes

Torna a salire la tensione nel nord del Kosovo. Nei giorni scorsi unità speciali del governo di Pristina hanno cercato di prendere il controllo di alcuni valichi con la Serbia per far rispettare l’embargo commerciale sui prodotti di Belgrado. Immediata la reazione della popolazione: mercoledì pomeriggio un gruppo di nazionalisti serbi ha attaccato un posto di polizia sul confine settentrionale del Kosovo. Un poliziotto albanese è rimasto ucciso a seguito degli scontri. È stato necessario l’intervento della forza Nato Kfor per riportare la calma, ma la situazione rimane tesa.


Lo sa bene Lamberto Zannier, dal primo luglio nuovo segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna. Il diplomatico italiano è considerato tra i più esperti rappresentanti delle Nazioni Unite nei Balcani.


LIMES: Dal 2008 Lei è stato a capo della missione Onu in Kosovo (Unmik). Che fase sta attraversando l’ultimo nato tra i paesi balcanici?
ZANNIER:
 Una fase complicata perché è di natura politica. Si delinea sempre più il nuovo volto del Kosovo indipendente, e vi è un ruolo crescente dell’Unione Europea nella prospettiva di integrazione.


LIMES: ll Kosovo è entrato nel suo terzo anno d’indipendenza, eppure permangono molti interrogativi. Su tutti la convivenza tra i kosovari di etnia serba e quelli di etnia albanese che, malgrado gli sforzi, continua a rimanere precaria, come dimostrano i disordini di pochi giorni fa.
ZANNIER:
 il dialogo tra il governo di Pristina e quello di Belgrado si interrompe spesso, ma è l’unica strada percorribile per arrivare a una soluzione. Persistono le difficoltà nel nord del paese, dove la popolazione serba non coopera con quella kosovara. Il vero grande problema però è che lo Stato del Kosovo viene riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale; anche all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le nazioni che non lo riconoscono sono la maggioranza. Questo mancato riconoscimento si ripercuote in una serie di problematiche interne, anche di tipo pratico. (more…)

Il Vampiro del Kosovo

dicembre 16, 2010

Tommaso Di Francesco per “Il Manifesto

La bomba è esplosa. Come anticipato dal solomanifesto domenica scorsa («Un vampiro nell’urna»), Hashim Thaqi, ex premier kosovaro albanese vincitore delle elezioni di domenica in Kosovo, è responsabile di traffico illegale di organi e di sangue. Uno scandalo dai risvolti criminali e diplomatici, emerso solo in parte con la recente incriminazione della magistratura Eulex di medici della clinica di Pristina «Medicus» e di alti funzionari del ministero della sanità. (more…)

Kosovo: stato di diritto cercasi

Mag 25, 2010

Il problema principale del Kosovo? Le carenze del sistema giudiziario. Polizia, tribunali e pubblici ministeri – proni alla classe politica – non garantirebbero giustizia e protezione ai cittadini. L’introduzione ad un’analisi del think tankICG

Da “Osservatorio Balcani e Caucaso

A più di due anni dalla dichiarazione di indipendenza, il Kosovo arranca tra uno stato di diritto deficitario e un sistema giudiziario debole di cui fanno le spese i suoi cittadini. La polizia, i pubblici ministeri e i tribunali hanno modalità di procedere errabonde, e sono proni alle interferenze politiche e agli abusi di potere. Il crimine organizzato e la corruzione sono diffusi e in costante aumento. Rendendosi conto che lo sviluppo economico, le relazioni con l’Unione europea e il riconoscimento del paese come stato indipendente dipendono dallo stato di diritto, il governo del Kosovo ha fatto scelte importanti, sostituendo funzionari e approvando riforme da troppo tempo rimandate. Nonostante ciò, permangono debolezze critiche, in particolare nei tribunali, e il governo, sostenuto dalla comunità internazionale, dovrà agire in fretta per eliminarle. (more…)

Enigma Kosovo

Mag 9, 2010
Forse il simbolo di una convivenza ancora possibile tra albanesi e serbi è la fabbrica di Trepca, a Mitrovica: per decenni – fino al 1999, anno degli scontri e dell’intervento militare delle forze Nato – 25mila operai di entrambe le etnie «estraevano minerali e producevano batterie». Uno scenario profondamente mutato: «Oggi la fabbrica è chiusa. E nessuno ha intenzione di riaprirla. Un carico di armi e droga frutta più di cinque anni a scavare carbone e lignite.

Tutti devono sparare almeno un colpo affinché non vi siano leggi, targhe, carceri o tribunali, affinché Mitrovica resti l’ultima città da guerra fredda: i russi a nord, gli americani a sud». Ben in vista, «un cartello pubblicitario che raffigura un elicottero in cima alla collina con il sole alle spalle e i militari che avanzano sotto una scritta in neretto: “Nato, dieci anni di stabilità”». Lo raccontano i giornalisti Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano nel volume Lupi nella nebbia. Kosovo: l’Onu ostaggio di mafie e Usa, in libreria nei prossimi giorni per i tipi della Jaca Book. (more…)

I volenterosi alleati di Hitler

aprile 16, 2010

Nell’Europa della Shoah gli ebrei, se appena lo potevano, cercavano di raggiungere un Paese o una regione ove la persecuzione antisemita fosse meno grave. Questa è la storia di come la fuga di 51 di essi si concluse tragicamente, con una corresponsabilità italiana. Il fatto fu subito attestato dalla storiografia jugoslava (scarsamente ripresa in Italia); ma la sua ricostruzione particolareggiata è risultata possibile solo ora, grazie all’estesa ricerca storico-documentaria della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea sulla condizione degli ebrei in Albania durante l’occupazione italiana, ricerca finanziata dall’assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia. (more…)

La frontiera dimenticata

aprile 5, 2010

Il Kosovo porta dei traffici criminali

di Rosaria Talarico

Pec (Kosovo) – Le sentinelle che vigilano su Villaggio Italia non sono armate, sono molto alte e invece della mimetica indossano un manto candido. No, nessuna violazione degli standard Nato. Sono le montagne innevate alle spalle della base Kfor, che ospita i contingenti di Italia (nazione leader), Slovenia, Ungheria, Romania e Turchia. Prima del filo spinato e delle telecamere di sorveglianza, prima dei cartelli che intimano di scaricare le armi per entrare nella base, chi arriva qui non può fare a meno di vedere queste vette imponenti e seminascoste dalla nebbia. Siamo a Belo Polje, vicino alla città di Pec/Peja nel settore ovest del Kosovo. Il doppio nome (in serbo e in albanese) compare in tutti i documenti di Kfor, perché i conflitti interetnici si vincono anche applicando l’equidistanza linguistica. Il Kosovo è uno dei “teatri operativi” in cui è presente l’Italia. Una missione in realtà dimenticata da giornali e opinione pubblica che concentrano la loro attenzione su aree più calde, come l’Afghanistan. Eppure a livello geografico il Kosovo è proprio dietro l’angolo rispetto all’Italia. Appena un’ora di volo da Roma. Tanto serve per arrivare all’aeroporto di Gjacovë/Djakovica, dove all’atterraggio si viene accolti da una scritta tranquillizzante: “Amiko”, che però vuol dire semplicemente Aeronautica Militare Italiana in Kosovo. Da qui partono e arrivano i militari italiani, le provviste, i bambini kosovari con gravi malattie curati in Italia. (more…)

Kosovo tra reale e virtuale

gennaio 15, 2010

E’ stato recentemente nominato facilitatore per l’Unione Europea nel nord del Kosovo. E’ l’ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni. Lo abbiamo incontrato perché ci spiegasse il senso di questo nuovo incarico

Lei è stato recentemente nominato facilitatore dell’Unione Europea per il Kosovo settentrionale. Che cosa comporta esattamente questo ruolo?

Occorre precisare che non si tratta di una vera e propria nomina, bensì di un incarico ad personam voluto dal Consiglio UE data la mia personale conoscenza dei Balcani occidentali e dei meccanismi comunitari. Il tutto è stato reso possibile da uno scambio di lettere avvenuto tra l’Alto Rappresentante per la PESC Solana e il governo italiano, decisione ratificata dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’UE a fine ottobre dello scorso anno.

L’obiettivo è quello di accrescere la visibilità e la credibilità dell’UE nel nord del paese, dove attualmente è difficile operare a livello politico senza tenere conto della complessità del contesto. Tale complessità della situazione politico-istituzionale a nord dell’Ibar è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità.

Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale.

Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea. (more…)

NON E’ SALVO IL KOSOVO

gennaio 10, 2010

Parla Teodosije, vescovo ortodosso di Decani : «Siamo allarmati e sorpresi della decisione della Nato di ridurre i contingenti. Ora i monasteri medioevali, patrimonio dell’umanità per l’Unesco, rischiano d’essere “protetti” dall’ex Uck che li ha più volte attaccati e distrutti»

È allarme in Kosovo per la minoranza serba e la chiesa ortodossa. Tra Natale, il 7 gennaio per il calendario giuliano, e l’Epifania del prossimo 14 gennaio, si conoscerà la nuova configurazione del contingente Kfor-Nato. Si capirà se la vigilanza militare dei siti religiosi medioevali verrà confermata o no. Di sicuro sarà ridotta, come del resto hanno già annunciato i comandi italiani del contingente Kfor-Nato ai monaci ortodossi. Domani, 10 gennaio, al comandante della Multinational Task Force West, generale Roberto D’Alessandro, subentrerà il Colonnello Vincenzo Grasso. E, dopo la decisione Nato di ridurre da 15.000 a 10.000 i soldati in Kosovo per la «partita di giro» che prevede l’invio di queste migliaia di militari alleati in Afghanistan, l’Italia ridurrà il proprio contingente di 500 unità. A marzo-aprile chiuderà anche il quartier generale del Villaggio Italia a Pec. Sono tante le promesse del governo italiano di mantenere la protezione di quattro luoghi di culto della Chiesa ortodossa serba, i monasteri di Visoki Decani, Goriok, Budisavic e del Patriarcato di Pec. E gli altri centinaia di siti ortodossi che fine faranno? Qui non dimenticano i pogrom del marzo 2004 quando ci furono 19 morti e i kosovaro albanesi assaltarono i monasteri, né la litania di uccisioni e sparizioni – duemila serbi e rom – e di distruzioni con 150 chiese e monasteri dinamitati e incendiati durante i dieci anni di occupazione militare della Nato che, solo negli ultimi anni, ha deciso di fermare ogni ulteriore scempio. Così è suonato incredibile l’annuncio a fine anno del comandante delle forze Nato, il generale Usa James Stravidis, che ha motivato il taglio ai contingenti «alla luce dei progressi che sono stati raggiunti in Kosovo». Dove, dopo l’autoproclamazione d’indipendenza del febbraio 2008, regnano solo tensione, incertezza, paura, miseria, corruzione e caos istituzionale: la Nato si riduce ma mantiene autorità sulla base della Risoluzione 1244 che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo, subentra la polizia Eulex dell’Unione europea, divisa sull’indipendenza, ma impegnata a costruire «il nuovo stato di diritto», e Ban Ki-moon, preoccupato, a fine anno ha annunciato che l’Onu resta in difesa della 1244.
Alla festività del Natale nel monastero di Visoki Decani ha partecipato il presidente serbo Boris Tadic che ha portato «un messaggio di pace per tutti, serbi e albanesi», ma ricordando alla tv di Belgrado che la sua visita «simboleggia che il Kosovo è parte inalienabile della Serbia». La presidenza serba ha avviato l’atteso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Aja sull’indipendenza unilaterale del Kosovo autoproclamata dalla leadership kosovaro albanese di Pristina. Un Kosovo che i serbi chiamano «Kosmet», cioè Kosovo e Metohja, «la terra della chiesa». A ridosso della visita abbiamo rivolto alcune domande a monsignor Teodosije Sibalic, igumeno del monastero serbo ortodosso di Decani che ha ricevuto il presidente Tadic. (more…)

Kosovo, voto in standby

novembre 24, 2009

A Pristina le elezioni locali hanno dato la vittoria al partito del premier, ma in attesa dei ballottaggi circolano voci di rimpasto. E all’Aja la Corte internazionale si prepara a esaminare il dossier sulla proclamazione di indipendenza

Il 15 novembre l’autoproclamato Stato kosovaro ha chiamato i suoi cittadini al voto per eleggere i Consigli comunali, una consultazione che è stata giudicata “abbastanza” corretta dagli osservatori locali e internazionali. Disoccupazione, corruzione e mancanza di investimenti le maggiori preoccupazioni degli elettori, che, nonostante sia passato poco più di un anno dalla dichiarazione di indipendenza, sembrano aver già perso fiducia nelle autorità istituzionali.

Solo il 45 per cento degli aventi diritto, infatti, si è recato alle urne, prossima allo zero la partecipazione della minoranza serba. A guadagnare il maggior numero di municipi è stato il Pdk, partito di maggioranza guidato dall’attuale premier Thaci, seguito dall’Ldk, formazione (fondata da Rugova) che oggi ha alla leadership il presidente Sejdiu e partecipa alla coalizione di governo insieme al Pdk. Alleanza nata dalla necessità di dare maggiore stabilità possibile a una nazione ancora in fasce, ma che traballa proprio adesso che viene messa per la prima volta alla prova. (more…)