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I fratelli coltelli dell’arte italiana

novembre 29, 2011

Maurizio Cecchetti per “Avvenire

Dev’essere per un qualche fatto edipico irrisolto che due ormai anziani signori continuano a guardarsi in cagnesco e cercano ogni modo per evitarsi. Così l’anno dell’anniversario, il centocinquantesimo, l’anno che li riassume tutti e autorizza le più svariate celebrazioni “in nome del popolo italiano”, è l’occasione ufficiale per celebrare anche i due “movimenti” che, nati negli ultimi decenni del Novecento, tengono alto il nome dell’Italia nell’orizzonte internazionale: Arte povera e Transavanguardia. Tanto per non sottovalutarsi, Germano Celant ha allestito una mostra a grappolo sulla sua creatura, l’Arte povera, che dissemina i suoi frutti in sette città italiane e in otto sedi (Bologna, Roma, Napoli, Milano, Bari, Bergamo e Torino). A che scopo tanta enfasi? Quello di ribadire ciò che da anni egli ripete con altera e monotona perseveranza, come un’idea fissa: è (sarebbe), l’Arte povera, l’unica “novità” che l’Italia del dopoguerra ha saputo esprimere per tenere testa al diktat dell’arte americana. Nata nel clima della grande rivoluzione sessantottarda, anche l’Arte povera intendeva, col suo minimalismo, essere una espressione dell’antipotere; nasceva cioè per contrastare un’avanguardia (ammesso che si potesse chiamarla ancora così) che aveva fallito le ragioni della sua rivoluzione e tuttavia teneva ben strette le redini del sistema, sulla scorta appunto dei successi dell’arte americana, dove la critica al feticismo delle merci, in realtà, idolatrava il consumo fornendogli le icone pubblicitarie. Da qui il ritorno ai materiali poveri e all’inespressionismo di un’arte ridotta a concetto e alla semantica delle sue materie prime; il metaforismo implicito nella cosa, la spoliazione di tutte le sovrastrutture che rischiano, all’atto della critica, di assecondare ciò che si vorrebbe criticare.

Tanto per non essere da meno, anche il padrino della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, ha trovato modo di allestire a Milano una mostra sulla sua creatura, scorporandola poi in altre cinque appendici sparse in altrettante città italiane (Modena, Prato, Catanzaro, Roma e Palermo: una monografica per ogni alfiere del suo movimento). Che cosa fu la Transavanguardia? Se dovessimo dirne il succo in poche parole, fu eclettismo da personalità multipla. Il clima politico stava cambiando, dopo il terrorismo e il caso Moro si apriva l’epoca della “modernizzazione” craxiana che animò la Milano da bere. Fra un drink e un prosit il critico di Caggiano, provincia di Salerno, riuscì nel miracolo: la postavanguardia sarà nomade, pizzicherà di qua e di là, metterà tutto nello shaker e miscelerà servendo a lorsignori un cocktail di quelli che ricordano paesaggi esotici cari a certe sette iniziatiche… Bisogna dire che ABO, così si fa chiamare Bonito Oliva dai fans che lo venerano quasi come la Madonna di Pompei, è stato un brillante prestigiatore di formule pseudocritiche: precoce teorizzatore del “sistema dell’arte”, quello che ha reso inutile la critica piegandola agli interessi del mercato, ha riletto in modo creativo il manierismo (come antefatto della Transavanguardia) praticando una lettura strabica del passato prossimo; ha trasformato Duchamp in enigmista e Totò in critico delle arti. ABO ha costruito la sua mitologia, mostrandosi addirittura nudo davanti all’obiettivo. Insomma, se il sistema dell’arte ha ridotto la critica in mutande, Achille ha pensato bene di togliersi anche quelle.

E veniamo a noi, cioè a loro, i “fratelli coltelli”. C’è la possibilità di vedere l’Arte povera e la Transavanguardia in contemporanea a Milano. Che si fa? Se fossimo in un Paese dove i settantenni vivono la maturità come distacco da se stessi e dal mondo, non sarebbe cosa strana deporre le armi per una tregua che punti all’ “interesse comune” che non è quello collettivo, ma il loro stesso interesse: “storicizzare” il lavoro di entrambi all’interno della dialettica dei linguaggi novecenteschi. Macché, questo è il Paese dove i settantenni si sentono sempre ragazzini sgallettati, ansiosi di dimostrare la forza dei loro attributi. Cosa voglio dire? Semplice, un mesetto fa Celant ha inaugurato alla Triennale una mostra con i suoi magnifici sette, dieci o tredici che siano, quelli che sotto il suo magistero si sono riconosciuti “artisti poveri”. La mostra cade dopo che, mesi fa, Celant aveva rieditato in volume da Electa i suoi scritti in materia; sembrava quasi un addio alle armi e invece ecco un altro catalogo-mattone (nel senso fisico della parola), sempre da Electa, che fa da tabernacolo cartaceo alla grande ostensione poverista. Kounellis, Penone, Pascali, Paolini, Mario e Marisa Merz, Calzolari, Boetti, Anselmo, Pistoletto, Zorio, Fabro, Prini… Poveristi forse, poveri certo no, alteri e snob sì, come il loro creatore, che per anni è stato consulente Guggenheim, vestito sempre di nero, t-shirt a maniche corte, giacca e calzoni di pelle, chioma brizzolata e cotonata, eloquio minimale da guru internazionalista (è genovese come Colombo e Renzo Piano, di cui è quasi coetaneo e frequentatore). E i suoi ragazzi? Attempati come lui, qualcuno anche di più e qualcun altro già dipartito, oggi sono tra i più costosi al mondo. Anche l’Achille dal tallone alato, giunto alla terza età, ha pensato bene di farsi il mausoleo con stampigliato in grande la sigla ABO e la dicitura “omaggio”, al genio ovviamente (un volumone, sempre da Electa, con tanti salamelecchi intellettuali).

E la Transavanguardia? È trans, cioè va, viene, torna, riparte, stancamente, ma i fantastici cinque ormai viaggiano per proprio conto e si vede anche dall’allestimento a Palazzo Reale. La scelta non sempre entusiasma e l’unico che pare aver raccolto la scommessa (forse per ragioni di mercato) è Cucchi, il quale presenta alcune grandi opere eseguite nell’anno in corso. Espressionista tantrico è Clemente, l’altro nome di spicco del gruppo (e il più costoso di tutti); e, dietro, il facile e ripetitivo idioma “simbolico” di Paladino; l’astrattismo astrale di De Maria, che ogni volta fa venire il dubbio se sia davvero un pittore o soltanto un designer di tappeti Ikea; e poi il kitsch di Chia, il più debole dei cinque e anche il meno trans. C’era la grande occasione. Fare storia comune a Milano sospendendo le ostilità e collaborando a una mostra di Arte povera e Transavanguardia negli stessi spazi – la Triennale, senz’altro, meglio dell’antiquaria sistemazione di Palazzo Reale. Mischiare le carte: far interagire Pascali e Cucchi, Paladino e Boetti, Penone e De Maria, Anselmo e Clemente, Clemente e Kounellis, Cucchi e Calzolari, Boetti e Paladino e così via. Insomma, un’idea critica che poteva mettere alla prova i due “movimenti” pesando senza narcisismi la forza dei loro diversi linguaggi. Diversi? Anche questo è un luogo comune: uscendo dalla mostra della Transavanguardia, avverto un’assoluta mancanza di pathos in questa pittura che avrebbe dovuto contrastare il concettualismo imperante. Che roba era invece? Una lavagna grigia sulla quale i moschettieri di ABO, ciascuno a suo modo, hanno inciso delle idee (a conferma di ciò, il catalogo della mostra, edito da Skira, è infarcito di saggi filosofici). All’inizio degli anni Settanta, infatti, i transavanguardisti, non ancora tali all’anagrafe critica, vestivano panni presi dal guardaroba concettuale, un habitus che non hanno mai dismesso veramente. Hanno soltanto cercato di dargli un’anima a colori.

Milano, Triennale
Arte povera. 1967-2011
Fino al 29 gennaio

Milano, Palazzo Reale
La Transavanguardia italiana
Fino al 4 marzo