Posts Tagged ‘leonardo sciascia’

Leonardo Sciascia, Racalmuto, 1964 ©Ferdinando Scianna/Magnum Photos/Contrasto

luglio 14, 2014

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Palermo celebra Sciascia per il «compleanno» de «Il giorno della civetta»

novembre 20, 2011

Leonardo Sciascia

Compie 50 anni il romanzo dello scrittore di Racalmuto, tradotto anche in una bella versione cinematografica da Damiano Damiani. Studiosi da tutto il mondo a confronto nel capoluogo siciliano

Mariateresa Conti per “il Giornale

Omaggio a Leonardo Sciascia e al suo «Il Giorno della Civetta» a cinquant’anni dalla sua pubblicazione. Proprio in concomitanza con le 50 candeline di uno dei più celebri romanzi dello scrittore di Racalmuto, diventato anche celebre film nella rilettura di Damiano Damiani con protagonisti Franco Nero nel ruolo dell’ufficiale dei carabinieri e Claudia Cardinale come Rosa Nicolosi, si sono ritrovati a l Cerisdi di Palermo studiosi ed esegeti dello scrittore da tutto il mondo, Un omaggio ad uno scrittore lustro assoluto della Sicilia, e noto infatti ben oltre i confini dell’isola e d’Italia.
Promotrice dell’iniziativa, che ha riunito nel capoluogo siciliano i massimi esperti della letteratura sciasciana, l’associazione «Amici di Leonardo Sciascia», fondata nel ’93, presieduta dal professor Renato Albiero. «La scelta – spiega Albiero – è caduta sulla rivisitazione de “Il Giorno della Civetta”, un lavoro che riassume, nel suo contesto, neorealismo letterario, profonda analisi storico-culturale-sociale siciliana e del resto d’Italia, valutazione apparentemente profetica, in realtà frutto di una lettura attenta del passato e della modernizzazione e globalizzazione del fenomeno mafioso, fenomeno che Sciascia analizza con acuta introspezione psicologica». Una grande lungimiranza, per Albiero, compresa in ritardo, e che però ha oltrepassato i confini della Sicilia. A sottolineare l’internazionalità di Sciascia, il professore Mark Chu, italianista all’University College di Cork (Irlanda), autore di diversi saggi sullo scrittore: «Stiamo raccogliendo – sottolinea Chu – diversi saggi che parlano della sua opera e del suo impegno». Presente al convegno anche lo storico Claude Ambroise, professore emerito all’Università Stendhal di Grenoble, curatore delle opere di Sciascia. Secondo Ambroise lo scrittore siciliano ne ne «Il Giorno della Civetta» interpreta tre modelli: quello della mafia, della politica italiana e del giallo. «Sciascia- dice – è riuscito ad articolare in un libro, in modo esemplare, il rapporto esistente tra questi tre modelli. La singolarità è che sono contenuti in un romanzo e non, come di solito accade, in un trattato di natura scientifica».
Il convegno è stato anche l’occasione per presentare una nuova iniziativa, la rivista «Todomodo», pubblicata dagli «Amici di Leonardo Sciascia» con l’editore Olschki di Firenze.

La civetta vide lontano

novembre 15, 2011

Bruno Pischedda per “Il Sole 24 Ore”

Il giorno della civetta sta come testimone atipico entro un gruppo d’opere che nel quinquennio 1958-1962 hanno scosso il panorama editoriale nostrano, mostrando come una buona qualità espressiva possa coniugarsi senz’altro con successi di pubblico altrettanto cospicui: Il gattopardo, La ragazza di Bube, Il giardino dei Finzi-Contini. Ai bestseller di Tomasi, Cassola e Bassani, Sciascia aggiungeva però una quota inedita di passione civica, e soprattutto un più ardito intarsio di motivi letterari, un fraseggiare su matrici plurime e talora incomposte che riverbera sino a oggi il carattere nettamente sperimentale del progetto. Una coincidenza cronologica di diversa natura andrebbe intanto segnalata. Nel settembre del 1961 esce il n. 4 del periodico «Menabò», in cui Vittorini addita all’attenzione di narratori e poeti il nesso ormai imprescindibile tra industria e letteratura.

tutto l’articolo qui

Le favole politiche di Sciascia

settembre 25, 2011

Leonardo Sciascia, 1978, a Recalmuto (foto inedita di Ferdinando Scianna)

Domenico Scarpa per “Il Sole 24 Ore

Nel primo libro di Leonardo Sciascia, Favole della dittatura, le favole sono ventisette, tutte brevissime. La quinta si risolve in due frasi «Il cane abbaiava alla luna. Ma l’usignuolo per tutta la notte tacque di paura» sufficienti per mettere in moto una causalità trasversale: la paura nasce da un malinteso consentito a sua volta da un contesto che il testo ci tace.

«I topi, le talpe e le faine, tutti gli animali che rosicchiavano ai margini di quella che costituiva la legalità di una fattoria progettavano una rivoluzione. I topi erano accesissimi. Ma fu una talpa a preoccuparsi della data. «In inverno», disse. «Ci sono state cose favorevoli, in inverno». E qui diventò eloquente e precisa; fu acclamata. Nessuno dei topi pensò che, d’inverno, le talpe profondamente dormono».

Questa aspra barzelletta era la numero undici: nelle favole di Sciascia si avverte la presenza di un retropensiero: chi agisce nel testo la sa più lunga di chi legge e chi scrive la sa più lunga di tutti. Non sappiamo quando siano state scritte (il libro esce nel 1950), ma certo dopo la fine della guerra.

Chi invece compose apologhi antifascisti mentre Mussolini era tuttora al comando fu Italo Calvino che aveva due anni meno di Sciascia (classe 1923) e che a partire dal marzo 1943 produsse una ventina di brevi racconti. Subito dopo la guerra meditò di raccoglierli: «L’apologo nasce in tempi d’oppressione. Quando l’uomo non può più dar chiara forma al suo pensiero, lo esprime per mezzo di favole. Questi raccontini corrispondono a una serie d’esperienze politiche o sociali d’un giovane durante l’agonia del fascismo». Alla fine non si decise a pubblicare, ma se lo avesse fatto avrebbe accompagnato i testi con le date di stesura: «Si deve guardare a queste date, e per giustificare certi apologhi che oggi non avrebbero senso, e per seguire l’evolversi della concezione dello scrittore, come egli dallo scetticismo più pessimista riesce a poco a poco a trovare qualche punto fermo, l’avvio per una fede positiva».

A differenza di Calvino, Sciascia non dà informazioni sulla cronologia dei testi. Fa bene, perché le sue favole non perdono significato col mutare del quadro politico e perché non rispondono a una condizione di «scetticismo pessimista» da superare. Sono, semmai, un addio alla propria giovinezza e un rito di fondazione della propria scrittura.

Superior stabat lupus: e l’agnello lo vide nello specchio torbo dell’acqua. Lasciò di bere, e stette a fissare tremante quella terribile immagine specchiata. «Questa volta non ho tempo da perdere», disse il lupo. «Ed ho contro di te un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo». E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.

Leonardo Sciascia – la sicilia come metafora

settembre 8, 2011

Leonardo Sciascia: “Quell’avaraccio del Gattopardo”

maggio 6, 2011

Da una raccolta di interventi sui giornali del Canton Ticino un saggio dissacrante del 1959 su Tomasi di Lampedusa

M.B., da “La Stampa

“Io passo per uno scrittore impegnato. Naturalmente l’impegno non è tutto. Sono impegnato, però se non mi diverto non scrivo e credo che questa sia una condizione essenziale, perché se si diverte l’autore a scrivere un libro, si divertirà anche il lettore». È quasi un autoritratto critico quello che uno Sciascia – appunto divertito – consegna di sé in un’intervista del ’74 alla radio della Svizzera italiana, ora pubblicata insieme ad altre, e a interventi giornalistici sempre nel Canton Ticino, in Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera (a cura di Renato Martinoni, ed. Olschki, pp. 168, e22, con dvd).

Il libro documenta le frequenti incursioni dello scrittore siciliano, sempre e rigorosamente in treno data la sua nota avversione per l’aereo che, diceva, ti fa precipitare da una civiltà all’altra senza mediazioni: dal 1957, quando ricevette il premio «Libera Stampa», al 1988, poco prima della morte avvenuta nel novembre dell’89. E pubblica una gran quantità di testi poco noti o inediti, oltre a documentare la fitta trama di rapporti con amici e scrittori. Ne emerge uno Sciascia nella felice condizione di chi ritiene di poter parlare non più liberamente (non era questo il suo problema), ma preoccupandosi molto meno della ricaduta, del «peso» delle sue parole. Il delizioso – e dissacrante – saggio su Tomasi di Lampedusa di cui pubblichiamo in questa pagina uno stralcio (uscito sul quotidiano Libera Stampa il 27 gennaio 1959) ne è una testimonianza.

Sciascia frequenta tutta la Svizzera, Paese «troppo poco pazzo» mentre la sua Sicilia lo è all’eccesso, ma scrive con particolare gusto – e divertimento – sui giornali del Ticino. Affronta i suoi temi chiave, per esempio la mafia, ma soprattutto comunica una costante felicità intellettuale. Già nel ’58, su Libera Stampa, costruisce una sorta di racconto autobiografico e vagamente metafisico a proposito di Gadda. Poco dopo l’uscita del Pasticciaccio, il romanzo che dette allo scrittore una grande notorietà e suscitò non poche discussioni critiche, ricorda di aver letto sul Messaggero una storia di cronaca nera, seduto sulla poltrona del barbiere. Una signora Menegazzi era stata derubata dei gioielli, in via Merulana.

La coincidenza era straordinaria: stessa via del Pasticciaccio, stesso furto, stessa vittima (anche se poi nel romanzo viene uccisa un’altra donna, a nome Liliana Balducci). Si ritrovò in un gioco di specchi borgesiano. La realtà aveva davvero imitato la letteratura, o era ancora una volta, quella, un sogno da scrittore? «Borges direbbe che la fantasia di Gadda – scrive ancora Sciascia – vagò in una ignota dimensione fino ad incontrare la dolosa volontà di colui che doveva realizzarla». Non risulta che nessuno abbia consultato le annate del quotidiano romano, né in Svizzera né in Italia, ma sarebbe curioso sapere se quel furto ci fu davvero, e se non era per caso un suggerimento a Gadda perché tenesse conto della cronaca e trovasse così un finale al suo romanzo, notoriamente pubblicato incompiuto. Varrebbe la pena di indagare.

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LEONARDO SCIASCIA
“Crede davvero lei, signor Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia: e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III. E chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni…».  (more…)

Il coraggio civile uno se lo può dare

aprile 11, 2011

Galante Garrone e Calvino contro Sciascia e Montale: un libro riscopre la polemica del 1977 ai tempi del processo alle Br

Alberto Papuzzi per “La Stampa”

Il coraggio, uno non se lo può dare. Il celebre aforisma con cui don Abbondio replica al cardinale Borromeo, che lo rimprovera di aver ceduto ai bravi, è stato al centro di una discussione che vide contrapporsi e polemizzare, nella primavera del 1977, da una parte Alessandro Galante Garrone e Italo Calvino, dall’altra Eugenio Montale e Leonardo Sciascia. Vale a dire: l’interprete più coerente dell’azionismo – e amata firma della Stampa -, il più grande poeta italiano e due tra i nostri maggiori scrittori. Questo episodio della vita culturale è rievocato in un libro fresco di stampa: Storico per passione civile, a cura di Aldo Agosti (Edizioni dell’Orso), atti di un convegno torinese di tre giorni (novembre 2009) dedicato alla straordinaria personalità di Alessandro Galante Garrone. La vicenda del 1977 è raccontata nel saggio di Pier Giorgio Zunino, storico dell’Università di Torino, sul radicalismo etico che contrassegnava il «vecchio azionista impenitente». (more…)

Sciascia e i comunisti diversi eppure vicini

novembre 25, 2010

Emanuele Macaluso torna nel suo nuovo libro su un’antica questione

Gemma Contin per “Liberazione
E’ appena uscito l’ultimo libro di Emanuele Macaluso, che già dal titolo: Leonardo Sciascia e i comunisti, si presenta come una sorta di “resa dei conti”, di un discorso rimasto in sospeso che adesso deve essere chiuso: quello del rapporto del grande scrittore di Racalmuto con il Partito comunista italiano e, più in generale, con la vita politica siciliana e nazionale.
Un testo, questo di Macaluso, che riapre una discussione sui contrasti e sui conflitti che portarono Sciascia prima a impegnarsi nelle liste del Pci per le elezioni al Comune di Palermo, nel 1975, dove da indipendente fu eletto consigliere con grande successo di voti e di sostegno popolare, uscendone pochi anni dopo con clamore, per candidarsi poi nelle liste del Partito radicale, al parlamento italiano e in quello europeo. Non mancheranno le polemiche e le molteplici versioni e visioni di chi ha conosciuto Sciascia, da vicino o da lontano, e ha avuto modo di frequentarlo durante la sua permanenza al Consiglio comunale di Palermo, ma anche fuori, prima e dopo. Né mancheranno detrattori e agiografi, perché forse proprio questo ha voluto l’autore: levarlo dalla smemoratezza di tanti per riproporlo nell’interezza della sua forza morale e della lungimiranza politica di fronte alla prepotenza e allo sfacelo, pubblico e privato, dell’oggi. Perché Leonardo ha saputo – nei suoi libri, ma più ancora negli articoli pubblicati su L’Ora, l’Unità, il Corriere della Sera – come pochi altri – forse solo Pier Paolo Pasolini e Adriano Sofri – bacchettare l’Italia e gli italiani sui loro comportamenti e sentimenti, così infarciti di “moralismo amorale”, di pochezza intellettuale, di interessi di bassa lega, di indifferenza collettiva. (more…)

Sciascia, l’impolitico impegnato

novembre 1, 2010

Il suo rigore etico lo portò a rompere col Pci ancora prima del caso Moro

Paolo Franchi per “Il Corriere della Sera

«Ho scritto queste pagine perché sentivo di avere un debito con Leonardo… Il tema della giustizia è il cordone ombelicale che a lui mi ha legato per quasi settant’anni, anche nei momenti di forte dissenso». Così Emanuele Macaluso, a conclusione del suo ultimo libro appena arrivato in libreria (Leonardo Sciascia e i comunisti, Feltrinelli, pp. 159, € 14), spiega perché ha voluto scriverlo. Per saldare «un debito », dando conto, a 21 anni dalla morte dello scrittore siciliano, della storia di un’amicizia lunghissima, di cui anche gli aspri contrasti sono stati parte essenziale. E in questa chiave, politica e personale insieme, credo che il libro vada letto. Come una testimonianza lucida quanto accorata sulle passioni della Sicilia, dell’Italia e del mondo di ieri, su cui vale la pena, eccome, di riflettere ancora oggi.

Non ha molto senso chiedersi se, quanto e come Sciascia, che la tessera del Pci non la ebbe mai, sia stato comunista o anticomunista. Certo la vicinanza e la consuetudine con i comunisti, che inizia a Caltanissetta quando un giovane liceale, Gino Cortese, libro dopo libro, conversazione dopo conversazione, lo avvicina all’organizzazione clandestina del partito, segnerà tutta la sua vita, fino e oltre la rottura che, nel 1979, lo porterà alla Camera eletto nelle liste radicali. Macaluso ricorda che cosa Sciascia scrisse, nelle Parrocchie di Regalpetra, di quegli anni giovanili («Mai più avrò nella vita sentimenti così intensi, così puri. Mai più ritroverò così tersa misura d’amore e di odio, né l’amicizia, la serenità e la fiducia avranno così viva luce nel mio cuore»), e sobriamente annota: «Sono sentimenti che io, ancora oggi, avverto. Penso che quel clima abbia segnato per sempre i rapporti tra me e Leonardo, durando anche quando tra noi si apriranno serie divergenze politiche». (more…)

ELVIRA & LEO IN LOVE

agosto 4, 2010

OGGI TUTTI HANNO CELEBRATO IL GENIO EDITORIALE DI ELVIRA SELLERIO: CHISSÀ PERCHÉ TUTTI HANNO “DIMENTICATO” DI SCRIVERE DELLA SUA GRANDE STORIA D’AMORE CON SCIASCIA – QUANDO INIZIÒ LA LORO LOVE STORY LEI AVEVA 33 ANNI E LUI QUASI TOCCAVA I 50 – ELVIRA SAPEVA CHE NON AVREBBE AVUTO IL SUCCESSO CHE PER ANNI HA BACIATO ALLA SUA CASA EDITRICE SE DIETRO NON CI FOSSE STATA LA MENTE GENIALE DI LEONARDO….

1 – DAGOREPORT
Lui non ne saltava uno di pomeriggio. Dopo la siesta quotidiana passava a prendere il caffé da lei, Elvira Sellerio, in casa editrice. E trascorreva tutto il tempo con lei a parlare di libri o anche in silenzio visto che Leonardo Sciascia non era proprio un tipo loquace. Galeotto fu il libro o comunque il comune interesse per la letteratura.

Quando iniziò la loro love story lei aveva 33 anni e lui quasi toccava i 50 e fu subito sedotto da quella bellissima che aveva fatto battere molti cuori palermitani. Maria Sciascia sapeva e tollerò signorilmente in silenzio per anni. Con il fotografo Enzo Sellerio le cose invece non andavano bene da tempo. Sciascia era ammaliato dalla sua vivacità e lei dalla sua generosità e sapeva che non avrebbe avuto il successo che per anni ha baciato alla sua casa editrice se dietro non ci fosse stata la mente geniale di Leonardo.

2 – ELVIRA E LEONARDO ‘FOTOGRAFATI’ DA FERDINANDO SCIANNA
Guardavano la storia e nella storia, musulmana, romana, bizantina e di chiunque altro fosse sbarcato per poi andare via, volevano rimanere. Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia, di fronte alle possibilità di un’isola, non fuggirono. E oggi, che a 74 anni, la prima saluta il mondo al termine di una malattia tenuta tra le pieghe del pudore raggiungendo il secondo, ricostruire i frammenti di discorso amoroso che permisero il sogno intellettuale e concretissimo di una casa editrice che a migliaia di chilometri da Milano, in Via Siracusa a Palermo, proponeva un proprio modello culturale senza compromessi, è tutto tranne che un esercizio inutile.

“Inventarono, dal nulla, un miracolo”. La sintesi di uno dei più importanti fotografi del mondo, Ferdinando Scianna, 67enne, apolide di Bagheria, trascinano indietro. Alla Sicilia ventosa del 1969, l’anno in cui Elvira Sellerio trasformò l’autunno caldo in un soffio di cambiamento. Amico di Berengo Gardin, Borges e Cartier Bresson: “Ma il più caro fu Leonardo” Scianna fu testimone a colori: “proprio io che ho sempre sostenuto di pensare e guardare soltanto in bianco e nero” dei primi incoscienti passi di un’impresa che amici e nemici, equamente, sconsigliavano. “Vi schiacceranno”. Si sbagliavano. Sellerio, con la copertina blu e il volume inversamente proporzionale al valore delle opere, è ancora lì. Più forte della vita, meno crudele della morte. L’autore de “Il giorno della Civetta” e Gesualdo Bufalino, Camilleri e Canfora, riflessioni, provocazioni, prodigi. Scianna vide. Ora racconta.

Cosa rappresentò Elvira Sellerio?
La casa editrice era il suo sogno. Con Leonardo parlava spesso del fatto che c’era stata una stagione importante dell’editoria siciliana e di quanto fosse fondamentale rinnovarla. (more…)

Il sindaco Bandiera, vessillo della politica maneggiona

maggio 22, 2010

Arrogante, inossidabile ai cambi di regime, avido. In un racconto, inedito dal ’56, lo scrittore descrive il prototipo del capataz di partito

Leonardo Sciascia da “Il Giornale

Per tutto un anno venne a scuola con un pantalone di velluto verde a coste (allora non era di moda il verde né il velluto), la giacca turchina, un maglione rosso a greche nere; e si ebbe il soprannome di Bandiera, ché alla distanza di un miglio, e sempre agitato e saltellante com’era, dove c’era lui pareva ci fosse la sbandierata. A scuola, quando c’era da fare il tema, implorava che io gli dettassi il principio e la conclusione «mi basta l’avvio» diceva «e poi quattro belle parole per concludere». E poiché glielo dettavo intero, si rifaceva all’adunata del sabato, era cadetto e gli davano da comandare la nostra squadra, ci faceva marciare nel cortile e ogni tanto mi chiamava per nome con voce vibrante di collera e aggiungeva «il passo sbagli, cambialo, hai proprio la testa dura». Sapeva incazzarsi in un modo, alle adunate, che poi a scuola gli dicevo «se vinciamo la guerra, perlomeno federale diventi» lo dicevo con convinzione, e anche lui ci credeva: socchiudeva gli occhi e come dall’alto mi guardava. Era sempre primo nelle manifestazioni; e tra il colore del vestito e quello della bandiera che sempre riusciva ad agguantare, pareva il campionario del super-iride. (more…)

Siamo tutti gattopardi, Il racconto inedito

aprile 30, 2010

Sciascia narra lo sbarco degli americani in Sicilia, quando anche gli ex fascisti corsero a festeggiare la «repubblica stellata». Un vecchio vizio nazionale

La sera del 9 luglio 1943, nel caffè che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, girò la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d’improvviso la fermò su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero. Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il più pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alzò e spense la radio con un colpo secco; girò terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo fermò su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. «Lei ha preso radio Londra» disse, sibilando collera. «Davvero? » fece il signor Chiarenza. «Radio Londra» disse ancora il brigadiere. «Non lo sapevo» disse l’altro. «Non lo sapeva, ma approvava» disse il brigadiere. «Per approvare, approvavo»; ammise il signor Chiarenza «però credevo fosse una stazione italiana». «Una stazione italiana!» il brigadiere quasi soffocava. «E le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?». «Le abbiamo sentite tutti» precisò il signor Chiarenza. «Già» disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritirò per cedere alla preoccupazione, all’indecisione. «Se vuole» offrì con angelica comprensione il signor Chiarenza «posso rompere la radio». Il brigadiere si precipitò fuori. Così a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco più da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva. (more…)

Sciascia, non difendete la mia memoria

novembre 18, 2009

A vent’anni dalla scomparsa, il testamento spirituale: “Non correggete i giudizi su di me anche se ingiusti o in malafede”

LAURA ANELLO
RACALMUTO
La Lettera 22 con cui fu scritta è qui, nello studio della casa dove Leonardo Sciascia morì vent’anni fa. Sulla scrivania, civette diventate amuleto di famiglia, monete antiche e un calendario da tavolo fermo al 20 novembre 1989, l’ultimo giorno di vita dello scrittore. «Non abbiamo più voluto toccare la data», racconta la figlia Anna Maria, tormentando tre le mani la lettera-testamento che il padre lasciò in tre copie a lei, alla primogenita Laura e alla moglie. Due fogli dattiloscritti, datati 24 maggio 1989, di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare. Forse per il divieto, che proprio questo scritto contiene, di pubblicare lettere private, o forse per pudore. Adesso il tempo per lei è maturo, il tempo di ripercorrere quelle righe, di rifletterci su, di fare i conti con un padre «che è stato il più grande amore della mia vita, che la sera prima di morire mi disse: “Non doveva andare così”». (more…)

Leonardo Sciascia, il dolore e la ragione. Gli inediti a vent’anni dalla morte

novembre 5, 2009

20091105_sciasciadi Renato Minore

E’ dedicato a Leonardo Sciascia a venti anni dalla sua scomparsa il Dossier che Pietro Milone ha curato per “Il Caffè Illustrato”, il bimestrale diretto da Walter Pedullà. La rivista, nel numero doppio a giorni in libreria, pubblica undici scritti dispersi o inediti (ne anticipiamo due) del narratore saggista e intellettuale siciliano. Si va da due racconti a relazioni di convegni, dal commento politico a un’intervista inedita sul “Gattopardo”. Seguono saggi di Nino Borsellino, Pietro Milone e Walter Pedullà. Il Dossier è completato da una ricchissima fotobiografia di Leonardo Sciascia, raccontata dalla figlia Anna Maria. Sempre in occasione dell’anniversario è uscito un numero monografico de “Il Giannone” dal titolo “Leonardo Sciascia vent’anni dopo”, a cura di Antonio Motta, edito dal Centro Documentazione Leonardo Sciascia e dall’Istituto omonimo di San Marco in Lamis. Oltre i saggi di Maria Luisa Spaziani, Alberto Manguel, Massimo Squillacioti, Caterina De Caprio, Salvatore Giarrizzo, Salvatore Silvano Nigro, Giovanni Russo, Erasmo Recamio, Bruno Pischedda, Filippo La Porta, Claude Ambroise, Domenico Scarpa, Massimo Quaini, pubblica le lettere inedite tra Anna Maria Ortese e Leonardo Sciascia nei giorni del rapimento di Aldo Moro, le testimonianze di Andrea Camilleri (di cui pubblichiamo alcuni stralci) Luisa Adorno, Gianfranco Dioguardi, Goffredo Fofi, Emilio Greco, Salvatore Nigro, Piero Ostellino, Vittorio Sgarbi, Andrea Vilardo; fotografie e disegni di Ferdinando Scianna. (more…)

“Sciascia? Qua nessuno lo canusce”

giugno 28, 2009

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ANDREA CAMILLERI

Una volta, leggendo il carteggio Pirandello-Martoglio, mi venne d’osservare che in Sicilia l’esercizio dell’amicizia è un’arte assai difficile da praticare. Infatti, tanto più profonda e sincera è l’amicizia siciliana e tanto è più fragile, basta un nonnulla a romperla. Dopo anni d’intesa, di collaborazione, di aiuto reciproco, Pirandello rimprovera a Martoglio una parola. Una sola parola, non una frase, che non andava detta. E da quel momento non si scriveranno più, non si frequenteranno più. (more…)