Posts Tagged ‘libia’

Libia 1911, breve la guerra del soldato Puttero

novembre 28, 2011

La fanteria italiana in trincea in Tripolitania

Sullo sfondo dell’avventura coloniale di 100 anni fa la storia dolente di un artigliere partito da Rivoli

Mimmo Candito per “la Stampa

“Cara moglie, io ti assicuro che per il momento siamo ancora fuori dal pericolo, per me non mi pare nemmeno che sia in guerra». È il 21 novembre di 100 anni fa, e il soldato di leva Puttero Michele, classe 1887, scrive quattro paginette senza sbavature dal suo accampamento alle porte di Tripoli, un posto «che si chiama la Caserma della cavalleria turca ma adesso ce la nostra artiglieria». Michele è il terzo di quattro figli, ha i baffi corti, le orecchie forti, viene da Rivoli, alle porte di Torino, e ha appena sposato la sua «cara moglie», che «ti sogno ogni minuto che mi addormento, e sempre sto pensando a te che ti trovi sola, così lontano dal tuo caro marito che ti vuole un gran bene, come spero che ne vorrai un al trentanto a me».

Sono piccole storie di sentimenti e emozioni private, che una vecchia lettera sgualcita, ingiallita dal tempo, rivela ora con delicatezza, un secolo dopo. La conservava nel cassettone la «cara moglie» come il ricordo più prezioso della sua vita, poi l’ha data a una nipote, «un regalo che non ha prezzo». Non vi sono grandi rivelazioni storiche, nella lettera, nulla di strategie né di opinioni politiche, ma solo «qui fa molto bello, fa pur fin troppo caldo», oppure «ti scriverei più sovente ma non possiamo avere la carta ne francobolli, qua non ce nessuna comodità, non ce gnente, quasi la accqua ci manca, delle belle volte la pagherebbero più cara che il vino».

Da Rivoli a Tripoli non c’è solo il mare, c’è un mondo intero di mezzo, una storia che sembra mito, ci sono terre e uomini e costumi che il soldato Puttero Michele scopre con meraviglia: «Se ritornerò presto, ti porterò sù dei datteri, il frutto più raccoltuoso che sia qui in Affrica».

L’Affrica, quella con le due effe, che sta dall’altra parte del Mediterraneo, alla fine dell’Ottocento e in quell’inizio del Novecento è la terra di conquista delle grandi potenze, che litigano e si fanno dispetti per arraffarne il controllo sugli ultimi bagliori di un impero ottomano che sta consegnando alla modernità i resti della sua antica gloria. Con le grandi potenze che hanno fatto il mondo dell’Ottocento ora ha potuto sedere anche l’Italia di Giovanni Giolitti e, tra l’Inghilterra che vuole l’Egitto e la Francia che vuole oltre alla Tunisia anche il Marocco, il governo di Roma ha siglato patti e accordi internazionali che le garantiscono una prelazione sulle terre che si allungano nelle coste della Tripolitania e della Cirenaica.

Sono giorni dove in Parlamento la Destra storica, i liberali e i socialisti si confrontano in scontri accesi. L’Italia, che era stata un modello per la lotta delle nazionalità assoggettate ai grandi imperi plurinazionali, si è spostata su un terreno molto più moderato, considerato ideale per trovare uno spazio adeguato nel «concerto europeo»; l’ambizione rivoluzionaria che, con Mazzini e Garibaldi, voleva scardinare il sistema illiberale nato dal Congresso di Vienna del 1815 è ormai dimenticata, e i nemici storici Austria e Germania possono diventare ora anche alleati comodi. Nel paese, tra la gente che sta celebrando con meraviglia, stupore, anche orgoglio, i cinquant’anni dell’unità nazionale, la «questione africana» divide tra il Nord dei movimenti operai e socialisti e il Sud che sogna terre da coltivare e un nuovo futuro. E Giolitti, che ha concesso alla sinistra il suffragio universale, si prepara a compensare offrendo alla destra la guerra.

La canzone che ora si ascolta sempre più spesso dalla vecchia radio del salotto di casa dice con tono vibrante: «Naviga o corazzata / benigno è il vento e dolce la stagion / Tripoli – terra incantata / sarà italiana al rombo del cannon». E il governo italiano invia un ultimatum al governo ottomano il 28 settembre 1911, con una brutalità diplomatica che concede al nemico appena 24 ore. È davvero la guerra, e però in quegli ultimi giorni di settembre il vento s’era fatto beffe della canzone, poiché come scriveva una relazione del Comando militare italiano – «le condizioni del mare stavano per cessare di essere favorevoli; si aveva perciò la certezza di andare incontro a grandi difficoltà per l’attuazione degli sbarchi e dei rifornimenti; ma una dilazione nelle operazioni avrebbe fortemente minato il nostro prestigio e aumentate le difficoltà dell’impresa, perché la Turchia ne avrebbe certamente approfittato per inviare in Libia nuove truppe, armi, munizioni e vettovagliamenti».

La Turchia ha «scarse forze militari a Tripoli», scrive la relazione del Comando italiano, «circa 5.000 uomini in Tripolitania e 2.000 in Cirenaica». L’Italia ha mobilitato 34.000 uomini (diventeranno 55.000), 6.300 quadrupedi, 1.050 carri, 48 cannoni da campagna, 24 cannoni da montagna, e dirigibili e aerei (sarà italiano il primo bombardamento aereo della storia mondiale), trasportati in Africa utilizzando la Regia Marina e un rilevante numero di piroscafi noleggiati. Nel paese, nei primi cinquant’anni della sua nuova storia, dal 1861 a quel 1911, i 25 milioni di italiani sono diventati ora 34 milioni, più 6 milioni di emigrati, gli analfabeti – che erano il 72% tra gli uomini e l’82% tra le donne – sono calati ora tra il 50 e il 60%, il prodotto medio agricolo è raddoppiato, e triplicato quello industriale; gli squilibri sono enormi, ma affiora una nuova forza mediterranea.

La guerra, però, sarà lunga, e feroce. L’invenzione dell’«italiano brava gente» si scontrerà con una realtà diversa, tragicamente segnata dalla battaglia di Sciara Shat. E stragi e massacri frantumeranno la mitologia della conquista facile. È storia di un secolo fa, giusto il 1911; ma la guerra a Gheddafi di questo 2011 ne ha fatto perdere la memoria. Ora ce la riporta la lettera ingiallita d’un soldato accampato alla periferia di Tripoli il 21 novembre 1911.

Puttero Michele, da Rivoli, entrerà in battaglia a Sidi-Messri 5 giorni dopo, il 26 novembre. Quello stesso giorno verrà ucciso. Il presidente Giolitti scrive di suo pugno una lettera di condoglianze, e invia un sussidio di lire 100 alla vedova.

Scaroni: Eni torna protagonista in Libia

settembre 24, 2011

Luca Iezzi per “la Repubblica”

«Stiamo riconquistando le nostre posizioni in Libia. Proprio da ieri con l´arrivo dei primi responsabili dall´Italia, sono di nuovo operativi i nostri uffici di Tripoli, finora “presidiati” solo dai dipendenti locali. Sempre ieri ho salutato due nostri tecnici a Brindisi che con una nave militare stanno raggiungendo la piattaforma di Sabrata, da dove parte il gasdotto Greenstream». Paolo Scaroni racconta del lento ritorno alla normalità, compreso il sollievo nello scoprire che gran parte dei pozzi sono rimasti funzionanti durante i combattimenti (per alimentare le centrali elettriche). «Rimane l´obiettivo di riattivare le forniture verso l´Italia entro ottobre – spiega l´amministratore delegato del cane a sei zampe – Eni è stata fortunata: in Egitto non abbiamo perso un solo barile, in Libia stiamo tornando, l´Algeria mi sembra stabile».
Crede che dal punto di vista della sicurezza delle forniture il peggio sia passato?
«Ci saranno ancora tanti momenti difficili, il passaggio alla democrazia in Egitto o in Tunisia per ora è gestito dai militari. E´ uno dei motivi per cui ci tengo a riattivare Greenstream entro l´autunno. L´altro gasdotto, il Ttpc che dall´Algeria arriva da noi via Tunisia, è presidiato dai militari tunisini dopo aver subito un paio di attentati. A Tunisi ci saranno le elezioni il 23 ottobre, con 47 partiti in lizza. Gli italiani saranno più al sicuro con i due i gasdotti funzionanti». (more…)

I ribelli libici sbarcano a Pechino

giugno 28, 2011

Dietro la visita di Mahmud Jibril, la ricerca cinese di un nuovo stile diplomatico

Gabriele Battaglia per “Peacereporter

“Nel 1979 ci siamo persi trattando solo con lo Scià in Iran, nel 1989 idem nella Romania di Ceausescu, proprio mentre il suo regime crollava, e nel 1999 nella Serbia di Milosevic. Nel 2011, la Cina deve farsi più furba”.
Queste parole, pronunciate da un anonimo accademico cinese, spiegano perfettamentela scelta di Pechino, che ha ricevuto Mahmud Jibril per colloqui formali con il ministro degli Esteri, Yang JiechiJibril è attualmente il capo del governo provvisorio dei ribelli libici, già lobbista degli interessi angloamericani all’interno del regime diGheddafi. (more…)

‘In Libia è in gioco la credibilità della Nato’

giugno 8, 2011

Un colonnello e un ricercatore del Nato Defense College analizzano la politica e la strategia dell’Alleanza Atlantica nella guerra di Libia, le modalità di intervento e il rischio dell’inazione. Gheddafi va cacciato, ma i dubbi sui ribelli di Bengasi permangono

Lorena De Vita per “Limes

Più passano gli anni, più la Nato fatica a restare al passo degli sviluppi della politica internazionale. La gestione della crisi libica ha messo in luce le crepe dell’Alleanza Atlantica. Che traccia lasceranno le polemiche e le discussioni che hanno preceduto la messa in atto di Unified Protector? Cosa rappresenta la Nato oggi? A cosa serve?


Il Colonnello Murray T. Guptill Jr, appartenente al corpo dei Marines e con esperienza delle operazioni Nato in Kosovo, Afghanistan e Iraq, è il direttore del corso di cooperazione regionale della facoltà di Medio Oriente del Nato Defense College. Il Dott. Rolph Schwarz, ricercatore, è uno degli insegnanti del corso, frequentato soprattutto da personale diplomatico e militare dei paesi mediorientali partner dell’Alleanza Atlantica. Il Colonnello Guptill proviene dal ramo militare, il Dott. Schwarz da quello politico del personale civile: rappresentano la doppia natura della Nato, organizzazione internazionale politico-militare. Limes ha fatto loro alcune domande sulla Libia, per tentare di capire le origini, le peculiarità e le conseguenze di questa nuova missione. Entrambi gli intervistati parlano a titolo personale. Le loro opinioni non rappresentano le posizioni ufficiali dell’Alleanza Atlantica.


LIMES: Qual è la strategia delle operazioni Nato in Libia?
GUPTILL:
 Questo è il vero nocciolo della questione. La verità è che ce ne sono diverse: una francese, una italiana, una statunitense e probabilmente anche quella di qualche paese arabo o della Lega Araba. Ma ponendo una domanda del genere si dà per scontato il fatto che qualcuno si sia messo a tavolino a pianificare l’intervento, cercando di attuarlo nella maniera più logica e coerente possibile. Questo però non è successo nel caso della Libia, anche perché la crisi è scoppiata nel giro di poco tempo: un certo numero di attori ha deciso che era necessario intervenire in qualche modo, ma si è registrato un duro scontro per stabilire di che natura dovesse essere questo intervento e quali scopi voleva raggiungere.
Una strategia serve a identificare quali sono gli obiettivi, capire quali sono i mezzi e le risorse a disposizione per ottenerli. Quando si comincia a negoziare … beh allora non è più possibile parlare di strategia. Anzi, se proprio vogliamo dirlo, qualcuno che ha una strategia ben precisa in Libia c’è: Muammar Gheddafi. Il suo obiettivo è chiarissimo: garantire la sopravvivenza sua e del suo regime.
SCHWARZ:
 Io direi invece che adesso una chiara strategia della Nato c’è. Certo, non si è potuto pianificare le cose in anticipo, ma si tratta pur sempre di una crisi che è scoppiata inaspettatamente nelle immediate vicinanze dell’Europa. L’altro elemento da tenere in considerazione è che durante il vertice di Lisbona del novembre scorso la Nato ha fatto della gestione delle situazioni di crisi uno dei suoi compiti principali. In base a questi due elementi era quindi lecito pensare a un qualche tipo di intervento in Libia. La richiesta della Lega Araba, effettuata il 12 marzo scorso alle Nazioni Unite, di intervenire per istituire una no-fly zone ha dato il via alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza che, si è deciso, sarebbe stata implementata dall’Alleanza.
La strategia quindi è questa: tradurre il mandato dell’Onu in realtà. Al di là di questo, ovviamente, ci sono i singoli Stati membri, ognuno con la propria visione strategica e con una propria opinione su quanto è successo in Libia e su come si è mossa la Nato per far fronte alla crisi. (more…)

Tripoli, arido suolo di dolore e fallimenti

febbraio 24, 2011

Il bilancio negativo del colonialismo italiano in Libia

Paolo Mieli per “Il Corriere della Sera

Mai colonizzazione fu più sfortunata di quella italiana in Libia. E pensare che tutto era parso facile nell’ottobre del 1911, quando le truppe italiane inviate dal governo liberale di Giovanni Giolitti erano sbarcate a Tobruk, Derna, Bengasi e si erano avventurate in quella terra senza quasi incontrare resistenza da parte dei duemila mal equipaggiati soldati ottomani lasciati a presidio dalla Turchia. Casomai il nostro esercito ebbe qualche problema da parte dei senussi, gli islamici che, senza entrare in conflitto con Istanbul, dalla metà dell’Ottocento (nel 1843 Muhammad al-Sanusi si era stabilito a sud-ovest di Cirene), avevano dato alle genti della Tripolitania e della Cirenaica nuove forme di organizzazione politico-sociale (oltre a una versione del tradizionale credo religioso maomettano più moderna, più adatta alla mentalità e alle esigenze delle popolazioni beduine). Ma l’impresa italiana ebbe comunque successo e nell’ottobre del 1912 la Sublime Porta (il governo di Istanbul) firmò il trattato di Ouchy (Losanna) in virtù del quale la Turchia ritirava le proprie forze armate dalla Libia, lasciando il Paese all’Italia. Dopodiché la guerriglia della Senussia proseguì e – con l’aiuto di parte dell’esercito turco non rassegnato a rispettare le decisioni di Ouchy – avrebbe potuto crearci seri guai se le ripercussioni in loco della Prima guerra mondiale e un’epidemia di peste (tra il 1916 e il 1917) non ne avessero mortificato le ambizioni. (more…)

Da Impregilo a Finmeccanica; dalla Juventus fino a Retelit i titoli che “soffrono” la rivolta in Libia

febbraio 21, 2011

Vittorio Carlini per “Il Sole 24 Ore

Ore sempre più convulse in Libia, dove continuano gli scontri tra i rivoltosi e l’esercito fedele al colonnello Muammar Gheddafi. Una situazione che, ovviamente, non può non avere un effetto anche sul fronte economico.

Il petrolio balza
In primis, il prezzo del petrolio. La Libia, membro dell’Opec, è uno dei principali produttori di oro nero in Africa, con 1,8 milioni di barili al giorno. Le sue riserve ammontano a 42 miliardi di barili. La rivolta a Tripoli ha messo pressione sulle quotazioni del barile.Un po’ come conseguenza di una reazione emotiva, un po’ per i timori di possibili problemi sul fronte della produzione, il prezzo del Wti americano è salito sopra 88 dollari. Il Brent europeo, invece, ha raggiunto il massimo da due anni e mezzo , toccando un top di 104,60 dollari al barile. (more…)

C’È DEL MARCIO IN LIBIA

novembre 11, 2010

SEMBRA UNA TRAGEDIA SHAKESPEARIANA TRA LE DUNE DEL DESERTO LA LOTTA PER IL POTERE A TRIPOLI – GLI UOMINI VICINI A SAIF AL ISLAM, FIGLIO RIFORMISTA E POTENZIALE EREDE DI GHEDDAFI SONO SOTTO ATTACCO DA PARTE DELLA VECCHIA GUARDIA CONSERVATRICE – IL PADRE SI GODE LO SPETTACOLO E FA CAPIRE ALL’INTEMPERANTE EREDE DI NON TIRAR TROPPO LA CORDA. ANCHE PERCHÉ TORNA IN CAMPO IL FRATELLINO MUTASIM BILLAH DETTO “hannibal, PROMOSSO DA PAPÀ MUHAMMAR CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA NAZIONALE…

Gian Micalessin per “il Giornale“, da “Dagospia

Scherza con il fuoco da parecchio tempo, ma stavolta rischia di scottarsi. Il fuoco è quello che arde sotto i tappeti della Jamahiriya, lo “Stato delle masse” fondato dall’ormai anzianotto Muhammar Gheddafi e destinato in eredità ad uno dei suoi figlioli. Sì, ma quale? Fino alla scorsa settimana molti scommettevano su Saif Al Islam, il 38 enne architetto e playboy considerato l’anima riformista della Libia.

Animatore di un’organizzazione umanitaria e protagonista di numerose mediazioni internazionali, non ultime quelle con l’Italia, Saif sembrava aver agguantato la successione ottenendo dall’Inghilterra la scarcerazione dell’autore della strage di Lokherbie. Oggi, invece, il suo futuro appare assai più incerto.

Da qualche giorno la corte del rais è lacerata da una sorda guerra per il potere. Una guerra in cui le uniche vittime apparenti sono i giornalisti e gli amministratori di Al Ghad, la società editoriale che controlla un’agenzia di stampa e varie testate. Ma in Libia parlare di Al Ghad significa evocare Saif Al Islam. Le tesi vagamente liberali sostenute da Lybia Press, dal giornale Oea o dal quotidiano Quryna non sono altro che l’espressione del suo pensiero. (more…)

Gheddafi contro la Svizzera; il figlio del leader espone i motivi alla base della disputa

febbraio 28, 2010

La disputa scoppiata nei giorni scorsi tra la Svizzera e la Libia, e culminata venerdì con l’invito di Gheddafi a “compiere il jihad” contro la Confederazione Elvetica, è dovuta da un lato all’intransigenza di entrambi i paesi, ma dall’altro a problemi interni alla stessa Libia, che ancora non ha adottato una posizione chiara nei confronti dell’Occidente – scrive la corrispondente Vivienne Walt

È forte la tentazione di liquidare l’appello di questa settimana, da parte del leader libico Muammar Gheddafi, al jihad contro la Svizzera come niente più che un altro round nella faida tra i due paesi. Ma sarebbe un errore considerare la retorica di Gheddafi come un mero atto teatrale. Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del leader libico, che molti ritengono essere il suo probabile successore, ha raccontato al TIME che il litigio libico con la Svizzera è la manifestazione di una questione ben più grave e urgente all’interno della Libia, che è alle prese con il dilemma di quanto democratico e occidentalizzato dovrebbe diventare il paese dopo decenni di isolamento. “Se vogliamo avere a che fare con loro [l’Occidente], dovremo farlo in base allo stesso ritmo e alla stessa musica,” ha detto Saif Gheddafi in una schietta intervista mentre si rilassava nella sua tenuta di campagna vicino Tripoli, in occasione della festività che segna l’anniversario della nascita del Profeta Maometto. “L’esempio migliore è la crisi con la Svizzera. Essa mostra che c’è un grande divario tra il nostro modo di pensare e la nostra mentalità, e la mentalità e il modo occidentale di fare affari”. (more…)

Putin vende missili a Gheddafi

gennaio 31, 2010

Solo poche ore prima il direttore di Rosoboronexport, la società statale che vende nel mondo le armi russe, Anatoly Isaikin, aveva smentito le voci di un contratto miliardario con la Libia:«Sono interessati a comprare, ma è prematuro parlare di intese». Ma ieri è stato nientemeno che il premier Vladimir Putin ad annunciare il supercontratto col quale Mosca vende a Tripoli armi per 1,3 miliardi di euro, che da solo fa un quarto di tutte le esportazioni belliche made in Russia. Putin ha firmato l’affare con il ministro della Difesa libico Yunis Jaber, che ha visitato la Russia nei giorni scorsi.
Resta il mistero sulla lista della spesa del colonnello Gheddafi, che proprio Putin all’epoca della sua presidenza aveva riportato nella lista degli amici del Cremlino, dopo un allontanamento successivo alla fine dell’Urss. Il premier russo ha svelato l’esistenza del contratto incontrando Vladimir Gorodezky, direttore dell’Izhmash, la famosa fabbrica di armi dove è nato il kalashnikov, facendo quindi capire che potrebbe essere uno dei beneficiari dello shopping libico. (more…)

Il racconto: immigrati, sangue e torture nelle carceri libiche

settembre 4, 2009

phpThumb_generated_thumbnailjpgLa comunità internazionale deve sapere. Siamo pronti a morire. Da ieri abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Abbiamo paura. Questi ci ammazzano. Meglio tornare nel nostro paese, fanculo la guerra, in Somalia almeno eravamo liberi. Qua dentro stiamo tutti impazzendo. Nessun essere umano potrebbe tollerare quello che sta accadendo qui. La comunità internazionale deve sapere». Dopo aver pubblicato le foto delle torture inflitte dalla polizia libica ai rifugiati somali arrestati sulla rotta per l’Italia e detenuti a Ganfuda, vicino Bengasi, siamo riusciti a raggiungere telefonicamente uno di loro. Questo è il suo drammatico racconto. Alle sue parole non rimane niente da aggiungere. (more…)

I regimi islamici fanno carriera

giugno 14, 2009

imagesOra alla Libia va la presidenza Onu. Vicepresidenza al Sudan, dove si crocifiggono i detenuti

 

I regimi tirannici alle Nazioni Unite continuano ad agire in blocco per egemonizzare l’Assemblea e le Commissioni. La Libia ha messo a segno un grande colpo. L’Assemblea generale ha eletto il libico Ali Treki a presidente della 64ma sessione che inizierà a settembre. Treki prenderà il posto del nicaraguense Miguel d’Escoto Brockmann, il prete sandinista sospeso a divinis da Giovanni Paolo II e che si è distinto per il suo furore antisemita. (more…)

Libia

giugno 13, 2009

images” Ricordo i pogrom del ’67, poi la fuga “

«Quando mio padre, mia madre, i miei nonni ed io fummo costretti a lasciare la Libia avevo 8 anni. Eppure ricordo tutto benissimo. Ricordo un legame strettissimo con l’Italia, che era ovunque. Alla televisione, nei giornali, nell’abbigliamento. L’Italia era lì, dietro l’angolo. Si andava e si veniva. Era il punto di riferimento. Culturalmente, economicamente, idealmente. Ma noi eravamo e restavamo libici, anche se con un legame fortissimo con l’Italia e se di religione ebraica. La Libia di quegli anni la ricordo come un paese in fermento, ricordo un clima quasi di euforia portato dal petrolio. Ricordo un paese bellissimo, o forse così me lo raccontano i miei genitori, o, che vuole, sono i ricordi dell’infanzia». (more…)