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LA DANZA CONTINUA: INEDITO DI LOUIS-FERDINAND CÉLINE DALL’ESILIO DANESE

maggio 1, 2012

da “Satisfiction.me

Nel 2011 la casa d’aste Artcurial metteva in asta un piccolo lotto di trentasei lettere scritte da Louis-Ferdinand Céline al chirurgo Dottor Alexandre Gentil (1878-1949), suo amico e corrispondente negli anni dell’esilio in Danimarca di Céline dal 1945 al 1948. Sconosciuto anche ai ricercatori céliniani più esperti e inedito, questo carteggio rivela molti dettagli della quotidianità di Céline e Lucette in Danimarca, delle traversie e del dramatis personae della loro odissea in Germania nel 1944-1945 narrata nella Trilogia del Nord, e scorgiamo poi ancora emergere i fantasmi céliniani già espressi con veemenza in Bagatelle per un massacro e negli altri pamphlet.

Andrea Lombardi

L’11-11 [1945]

Vecchio mio, ecco un anniversario affascinante. A che è servito darsi tanto disturbo nella prima [guerra mondiale] per finire così pietosamente? Che inganno dalla terra al cielo! Vomito la mia vita quando ci penso, mi vien da vomitare per la mia coglioneria credulona di dedizione perduta! Sono il monumento di quel che non si deve fare. “Il coglione”. Mio padre è morto di dispiaceri, mia madre lo stesso. Il minimo è che finisca uguale. Ed io ancora più cosciente di loro, più “provato”. Siamo qui, soprattutto Lucette, imbrogliati ignobilmente dai nostri cosiddetti amici. Lucette tra di noi è un’artista meravigliosa nel parere unanime degli esperti di qui. Non ci sono tre o quattro artisti come lei in Europa. È una ballerina nata. E allo stesso tempo una professoressa eccellente. Lo sanno e se ne servono eccome. Insegna il loro mestiere a 200 professori danesi che sono incapaci totali. Ma siccome non dobbiamo apparire, e abbiamo a malapena il permesso di esistere, lavora in media 6 durissime ore al giorno. E guarda caso le spese prendono tutto. Ancor meglio questo mese. Siamo a 80 corone di tasca nostra. Quasi 15 giorni di viveri per la nostra dieta! E dobbiamo sorridere e ringraziare. Altrimenti… il palo arreda. In queste condizioni qualsiasi parola di traverso è di troppo.

Un giorno mi hai prestato un tuo bellissimo libro di Laurent Tailhade. Sarei felice se me lo rimandassi. Una frase a proposito di un viaggio che fece nel nord, verso le miniere dove dice all’incirca l’ambiente di lavoro dell’Uomo è ancora abominevole e vergognoso,… mi piacerebbe proprio avere la citazione esatta = la frase.

Fai benissimo a pensare a questa piccola casa turoniana. I sogni ti sono concessi. Ahimè mi strazi! È la più crudele delle condizioni quando a 52 anni infermo il tuo destino ti è strappato senza prospettive di ritrovarne mai un altro. Perché alla fine non ho la minima speranza di essere mai accolto da qualche parte in vita mia. L’Ariano errante conosce un destino ben più infetto dell’ebreo errante. Gli amici dell’Ariano sono deboli e rarissimi gli amici degli ebrei sono potenti e innumerevoli. L’ebreo deve solo piagnucolare tutte le porte si aprono se l’ariano marchiato si fa conoscere tutti i cani sono sguinzagliati. Nessuna pietà per lui. La sua pena non esiste. Non ho mai così ben sentito l’appassimento come qui nelle mie condizioni. È implacabile. Ci vogliono sfruttare ben bene, corsi di francese, di danza, ecc. ma far finta di conoscerci. L’esperienza ha il suo prezzo.

Vedo che i tre partiti francesi non sono per niente pronti a trovare un accordo. La guerra continua insomma intus o exit. Le bestie non chiedono altro che divorarsi tra loro già in Cina lo fanno – e i cannoni insegnano agli annamiti da che parte stanno i loro fratelli protettori e emancipatori. Granchi, cani, sciacalli e per la politica: pappagalli. La Danza continua. Ovvio che la prossima guerra ci porterà un’amnistia. È la nostra sola dannata speranza. Che alternativa! Sennò tra poco qui, pelle afflitta rosicchiata, creperemo di fame e freddo. Non ci si deve mai preoccupare dei grandi problemi. Non hai avuto per caso notizie del Dottor Jacquot de Remiremont? Sono piuttosto preoccupato anche per un caro amico il Dottor Gastault ex caporadiologo a St Louis. Gestiva il dispensario comunale di Argenteuil. Abita a Parigi. È un uomo di una certa età e ben distinto, un gaudente, amicone, godereccio. Gli volevo molto bene. Mi ha procurato Bezons. Gliene sarò sempre grato. È al correntissimo di molte cose.

Se potessi dargli un colpo di telefono. È un automobilista appassionato. Verrebbe di corsa a trovarti. Mi vuole parecchio bene. Abitava nei pressi di Grenelle. È benestante e cura, lui, l’orleanese. Per favore. Nessuna inquietudine politica da parte sua. Per Jacquot ahimè tremo. Che cuore magnanime! Che ammirevole compagno nelle atroci circostanze!

Le Courrier médical è il giornale favorito dei piccoli pratici omnibus senza nessuna levatura scientifica e piena di chiacchiere. Dà tutte le notizie gli annunci, ecc. Permette di rendersi ben conto dell’insieme merdoso.

Ho appena ricevuto i Le Monde di un paio di settimane fa. Sono i primi giornali francesi che leggo dopo 18 mesi E quante cose!… Tuttavia un leggero tran-tran sembra riannodare il filo passato… Resta eppure sensibile la miseria la meschinità della vita corrente. Una certa pace la ritrovo nell’epurazione… ma alla fine sono solo illusioni… dei miraggi… il dolore di essere così lontani vince tutto, falsa tutta l’ottica. Alcuni francesi sono venuti qui non abbiamo nemmeno potuto avvicinarli… non c’è bisogno…

Parli di Vitalizio. Sto perdendo 150 000 franchi (quasi oro) in questo istituto. Attento. Non conto più ahimè le mie perdite! Sai che i primi “Liberatori” del mio appartamento hanno così tanto rubato un po’ dappertutto che sono finiti in galera. Che gioia andare a vedere in faccia colui che mi ha derubato! Eppure ti assicuro che niente era rubato del mio mediocre materiale. Tutto era stato pagato dieci volte con sangue, fatica e angoscia. Oh Patria! Niente doveva un centesimo agli occupanti! Mentre quanti attuali benestanti! Non finiremo di vomitare.

Fa freddo adesso. Un freddo russo, e tempesta. È molto triste. Si ha il tempo di ruminare le proprie disgrazie. Finalmente Bébert il gatto va meglio. Non tossisce più. Ha forse avuto una lieve polmonite. È intelligentissimo. Le difficoltà gli hanno insegnato mille cose degli uomini. Galoppa dietro a Lucette come un cane. Abbiamo anche i gabbiani, non lasciano le nostre finestre sono belli ma il loro gracchìo è odioso. È un animale da naufragio. Abitiamo su una piazzetta molto affollata di giorno vicino a un ponte che assomiglia abbastanza, in piccolo, in nordico, in campestre, alla piazza S[aint]-Michel più i fiori i pesci e il vento di lontano. Davanti a noi il loro Parlamento fa Palazzo di Giustizia. Tutto questo è bello ma severo. Molto mausoleo. Ma molto graziosa, bisogna riconoscerlo. Vedrai, del resto, non tarderai. Spero bene in primavera con le rondini. Evidentemente la casa in campagna è indispensabile per chi vorrà mangiare… in occasione di eventi futuri. E poi le città sono destinate a sbriciolarsi. E poi si muore sicuramente di fame. Solo che travestimento oltretutto! Dovremo sembrare poverissimi. 10 anni prima di uscirne che in stracci.

Ti sarai parecchio interessato al destino di Bichelonne l’ex ministro dei Lavori Pubblici sotto Laval. Eminente politecnico, è uscito e entrato per primo nell’École – caso unico assieme a Carnot, grande speranza dei Lavori Pubblici. (Che ne è stato della Sig.ra B. a proposito?). L’ho curato ai Nibelungen dove era stato trasferito nel castello con gli altri. Aveva avuto il ginocchio sbriciolato pochi mesi prima in un incidente d’auto. Il suo chirurgo francese aveva riattaccato il femore con la tibia in modo che soffriva ancora, la gamba al 25% sulla coscia e leggere infezioni del disco (probabilmente inclusive) postume. Le curavo. Gli avevo formalmente consigliato di restare tranquillo, di rinviare a più tardi l’operazione ricostruttrice. I Fritz l’hanno abbindolato affinché si facesse operare dal meraviglioso chirurgo del Führer un certo Gebhardt che ho anche conosciuto che aveva passato la metà della sua vita al fronte. Generale di Tank SS e in gioventù cantante di caffè-concerto. L’ho anche conosciuto! Un pazzo e sgradevolissimo pazzo aggressivo, vendicativo e anti-francese. Una volta mi son preso con lui. Mi trattava da ciarlatano perché rifiutai di arruolarmi in un reparto SS. In ogni caso un uomo curioso, un personaggio del Rinascimento in tutto. Un Pauchet , altrettanto follemente vanitoso, ma molto più piantato. Sembra inoltre che operasse molto bene. Rudler l’ha visto operare a Berlino. Bichelonne ha fatto tutto il tragitto dal lago di Costanza alla Prussia per andare al Billard, a Hohenlychen esattamente dove si trovava l’immenso ospedale SS di cui Gebhardt era il tiranno e il Papa. Aveva tra l’altro organizzato diverse squadre di calcio di monogamba che riprendevano fiato in attesa del loro ultimo carnaio Walhalla. Un uomo d’azione. Bichelonne non ha avuto molta fortuna. L’operazione è perfettamente riuscita. Gli hanno ridato una gamba destra ma è morto 8 giorni più tardi d’infezione tra atroci sofferenze sembra, assolutamente solo. Tre ministri Marion, Gabolde, e Darnand, sono stati ad assistere al suo funerale. Si era già parecchio vicini alla caduta. Si sono ripagati il pellegrinaggio Costanza-Prussia ma siccome il protocollo fritz ha tenuto duro fino in fondo hanno fatto il viaggio nel vagone salotto dell’ex re di Wurtemberg modello 1890! Ma senza vetri né riscaldamento. Ignobilmente bombardati (Féerie) durante tutta la traversata Costanza-Prussia! E paralizzati da freddo e fame. 2 sandwich a testa! Sulla landa gelata di Prussia li aspettava un’eccezionale musica militare per gli onori funebri. Tutto fu eseguito come da protocollo. Gli si spiegò la morte del geniale brillante soggetto. E poi li rimbarcarono nella loro ghiacciaia con 2 sandwich. Che viaggio! Che presagio! Che calvario! Te lo immagini. Ecco una buona storia che non deve ancora andare in giro. Ma ti so molto goloso di aneddoti storici e chirurgici. Eccone uno e di prima qualità! Che non vada perduto!

A te molto affettuosamente

Collezione privata – Musée des lettres et manuscrits, via Revue des deux mondes.

Traduzione di Valeria Ferretti

Revisione di Andrea Lombardi

Céline rivisitato in tempo di crisi

gennaio 2, 2012

Louis-Ferdinand Céline

Marco Dotti per “il Manifesto”

Per abbattere i tassi di disoccupazione, abbatteranno i disoccupati? Se lo chiedeva Louis-Ferdinand Céline nell’inverno del 1933, a pochi mesi dall’avventurosa pubblicazione del suo Viaggio al termine della notte. Un libro edito in sincrono, nel ’32, con un’altra grande disamina della lunga deriva di vita e lavoro nel secolo che tardiamo a lasciarci alle spalle, quell’Operaio di Ernst Jünger che, nel suo piano elementare, può (anche) essere letto come l’altra faccia della falsa moneta della tecnica messa alla berlina nel Viaggio. Con una differenza, tra le tante che qui si omettono: se in Der Arbeiter è – come da sottotitolo – di Herrschaft e Gestalt, dominio e forma e, di conseguenza, di mobilitazione totale che si fa questione, nel Voyage il tragitto è inverso, tanto che non è più al piano agonistico e drammatico, ma alla caleidoscopica e dirompente potenza dell’infamia e dell’informe in una prefigurata era di mobilisation infinie che si guarda. Nei panni del medico sociale Eppure entrambi, Jünger e Céline, si sporgono sullo stesso abisso. Uno dall’alto, l’altro dal fondo. Uno gettando lo sguardo oltre le sue elitarie scogliere di marmo, l’altro alzando gli occhi duri da bretone sopra il fango che si deposita nei sottopassi della Storia. Una Storia che, nelle peripezie della coppia Bardamu-Robinson del Voyage au bout de la nuit, riveste tratti di scapestrato simbolismo collettivo. Il Viaggio è anche il sogno americano che si schianta – travolgendola – contro un’Europa avvilita dalla guerra passata e imminente, dalla fame e dalla crisi del ’29 e da un colonialismo che si appresta a mutarsi – grazie alla vita malata messa al lavoro – nel più temibile dei contrappassi: una «endocolonizzazione » dell’esistenza, in nome di pari libertà, fraternità, uguaglianza. Una crisi che, in Francia, dispiegò gli effetti più duri proprio nel ’32 provocando, tra l’altro, la caduta – su questioni, ironia delle cose, di patrimoniali e debito estero – del governo di Édouard Herriot, inaugurando l’era delle grandi truffe bancarie. È di quegli anni il prototipo di molti crack finanziari moderni, quell’affaire Staviski che travolse il Crédit Municipal de Bayonne e un sistema ben più complesso di partite doppie tra politica e affarismo scritte con l’inchiostro simpatico di un grande imbroglio istituzionale. Entrambi guardano lo stesso abisso o almeno così vogliono far credere. Poco importa, dunque, che i due, Céline e Jünger, si siano fiutati e rifiutati, nei mesi trascorsi dall’autore di Die Totale Mobilmachung (1930) a smistar lettere nella Parigi occupata. Di Céline, nel suo diario Jünger ricorderà che era «grande, ossuto, forte, un po’ goffo, vivace nella discussione, anzi nel monologo», oltre che «sorpreso, urtato di sentire che noi soldati non fuciliamo, non impicchiamo e non sterminiamo gli ebrei; sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato». Sull’antisemitismo di Céline non è forse il caso di soffermarsi (lo fanno, da prospettive differenti, storica e di critica culturale, due lavori di Germinario e De Benedetti segnalati nella scheda a fianco), per evitare banalità e non meno scontate condanne. Resta un problema: se Céline non fosse stato antisemita, ci avrebbe forse offerto la più grande lettura della miseria del nostro tempo (Aragon si pronunciò in tal senso, dichiarando il Viaggio come il più autentico e sentito romanzo comunista. Altri lo seguirono a ruota). Ma se non fosse stato antisemita, non ci avrebbe offerto la più grande lettura della miseria del nostro tempo. Non se ne esce, nemmeno istituendo soluzioni di continuità tra un Céline apolitico e un Céline politico, tra un prima e un dopo i libelli antisemiti. Tutto è già in nuce nel primo Céline e tutto è in nuce nello scrittore, perché tutto – si ha l’impressione – è da sempre in potentia in un patrimonio culturale che la Francia si è apprestata a ricacciare sotto il tappeto, come si fa con la polvere. Nell’articolo uscito su «LeMois» (1 febbraio – 1 marzo 1933) con il titolo Pour tuer le chomage tueront-ils les chômeurs? chi prende posizione non indossa la maschera e il sarcasmo dello scrittore né (ma qui, appunto, il discorso si farebbe scivoloso) quella dell’apertamente violento antiborghese e antisemita delle Bagatelles pour un massacre edite da Denoël nel 1937 e tradotte dal Corbaccio l’anno seguente. Chi parla, su «Le Mois», indossa ancora abiti e contegno del medico sociale, con il suo freddo dominio delle cifre e la sua preoccupazione per le condizioni di vita del proletariato industriale. Laureato in medicina, Louis-Ferdinand Destouches aveva operato per i servizi sanitari della Società delle Nazioni e, come medico del lavoro, presso gli stabilimenti americani della Ford, dopo aver trovato impiego come operaio e essersi sentito ripetere – si legge nel Voyage – che «non ti serviranno a niente qui i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare ma per fare i gesti che ti ordineranno di eseguire. Non abbiamo bisogno di creativi nella nostra fabbrica. È di scimpanzé che abbiamo bisogno». Nel 1930, Céline aveva già all’attivo alcuni saggi di medicina sociale che in qualche modo anticipano le pagine del Viaggio sulle condizioni della manodopera industriale alla Ford e sui quartieri popolari di Parigi. L’articolo apparso su «LeMois » è però relativo a un altro viaggio compiuto dallo stesso Céline, non negli Stati Uniti ma in una Germania sull’orlo di quel lungo inverno che l’avrebbe presto condotta a una tragica rovina. Il 5 marzo 1933, il Partito Nazionalsocialista vinse le elezioni e a qualcuno parve addirittura un segno di pacificazione interna o, comunque, un buon segno per la ripresa dell’Europa. Sofismi al posto di azioni Ma, come osservava Céline, «la pace non interessa nessuno e la fraternità viene a noia». Soprattutto in tempi di crisi. Come si ridurrà la disoccupazione?, si chiede il dottor Destouches. I tecnici dei ministeri sembrano avere, per lui, indocile lettore di statistiche, una sola risposta: «Con la sparizione graduale dei disoccupati». Questo perché «la mortalità crescente e le malattie da fame finiranno, nell’arco di cinquant’anni, per assorbire tutti i “senza lavoro”. Ecco quello che non si dice chiaramente, ma si predice come normale negli ambienti “bene informati”». E nel frattempo? Nel frattempo, conclude, «il sussidio mensile è di circa 250 franchi, e proprio il sussidio, nella realtà dei fatti, condanna il disoccupato a una morte lenta per fame. I pubblici poteri assumono con franchezza questo stato di cose? Lo sanno? Si e no». Con un sussidio di 250 franchi al mese, osservava dunque l’attento Céline, bastano 4 anni per vedersi ragionevolmente morire di fame e questo perché «su quattro tedeschi il primo mangia troppo, altri due mangiano secondo il proprio appetito e il quarto… Beh, il quarto crepa lentamente per denutrizione. Ecco un problema che un bambino di dieci anni, dotato nella media, potrebbe risolvere in dieci secondi. I sofismi invece la fanno da padroni, sofismi che sostituiscono le azioni, là dove – al posto di quel bambino – interviene l’ipocrita, raffinata, riserva della ragione adulta. Perché gli adulti hanno imparato brillantemente a ragionare, ma su basi palesemente false. Un problema non rappresenta più un problema, quando tacitamente si è giurato di fare di tutto per non risolverlo. Non si tratta di capitalismo o di comunismo. Si tratta di ordine e buona fede». Il fatto che Céline non nutra, né abbiamai nutrito alcuna speranza di emancipazione per la classe operaia fu già Paul Nizan a rilevarlo. Perché in Céline è all’opera – lo dimostra, tra l’altro, il puntiglioso lavoro di Germinario – una sfiducia sistemica, sistematica e radicale nella possibilità storica che le cosiddette classi subalterne possano ribaltare a loro vantaggio un processo di de-emancipazione che, nell’opera dello scrittore del Viaggio, sembra tendere a un punto infinito. L’antropologia céliniana – che non solo è incline al pessimismo, ma oltre certi limiti sconfina nell’abiezione – mantiene però negli anni Trenta un suo dirompente profilo non privo di risvolti politicamente lucidi e persino profetici, nella sua prefigurazione distopica. Céline è un antiutopista, ma non ha bisogno di vagheggiare Nuovi mondi o nuove ere. Le ha viste, toccate, ne scrive. Nella «massa di inerzia civica», nelle «bestie senza fiducia» che (s) qualificano la condizione operaia a condizione di sub umanità e dannazione perenni, Céline vede il peggior prodotto della bestia capitalistico-finanziaria.Un prodotto di quel luogo, la fabbrica, che altro non è se non il risvolto all’apparenza meno demoniaco di un letto d’ospedale. Masse di inerzia psico-fisica Il lavoro non nobilita l’uomo, non più della povertà, della miseria o della fame. Non più di un sussidio statale da 250 franchi al mese. Il lavoro presuppone, per il dottor Destouches e per lo scrittore Céline, una precondizione: la malattia. È la vita malata ad essere messa al lavoro, tanto che – scrive, in una nota sull’impiego nella fabbrica di Detroit – «non si vede di che malattie potrebbe essere malato un operaio al punto da non poter lavorare alla Ford». I postulanti, gli inetti, i disgraziati, le classi abbiette «sono le più gradite alla direzione dello stabilimento» che producono malattia e malattia richiedono, per mantenere uno status quo inerziale fondato non sulla progressiva decadenza dello spirito, ma dei corpi. Corpi affamati, stremati dalla fatica, incapaci di vita comune, «masse di inerzia psico-fisica», facilmente corrompibili, perché già fiaccate e corrotte. La malattia e l’avvilimento, la disgrazia e l’inerzia sono per lui condizioni essenziali e costitutive dell’impiego in fabbrica. Non ambisce a questo, né registra il dato, oltre tutte le magnifiche sorti e progressive. La malattia come ultima risorsa umana, in un mondo che si vede inesorabilmente volto alla comune rovina. Senza classe e, forse, senza classi.

Informazione Corretta

Due Céline? No, uno e tutto antisemita

novembre 14, 2011

Sergio Luzzatto per “Il Sole 24 Ore”

E’ benvenuta la lettera del professor Di Simplicio, perché consente di ritornare sul tema dei «due Céline». Molti critici hanno infatti cercato – e cercano – di separare nettamente un Céline dall’altro, il romanziere dal libellista, sostenendo la tesi della «discontinuità»: l’antisemitismo come un’ossessione che nel 1937 spuntò quasi dal nulla nella mente di Céline e gli accecò la vista per sette o otto anni, fino alla catastrofe del nazifascismo. Come ho scritto, è una tesi che non regge. E che non regge per un insieme di ragioni, psicologiche, letterarie, ideologiche. Non sarà consolandosi con una teoria della «parentesi» in nome della quale Céline sarebbe meraviglioso scrittore dal 1932 al ’36 e poi di nuovo dal 1946 fino alla morte, ma obnubilato pamphlettista nel decennio intermedio, non sarà consolandosi con un’interpretazione di comodo come questa che si potrà spiegare un apparente paradosso: il fatto che uno dei più talentuosi romanzieri del Novecento abbia scritto contro gli ebrei alcune delle pagine più immonde che siano state vergate nel corso del secolo. In un saggio recente, Céline. Letteratura politica eantisemitismo (Utet), Francesco Genninario ha sfatato la leggenda dei due Céline dimostrando con argomenti persuasivi la continuità fra la critica antiborghese del Céline romanziere e la polemica antisemita del Céline libellista. L’impazienza anarcoide dell’autore del Viaggio, la rabbia antifilistea dell’autore di Morte a credito, la diffidenza verso la democrazia che Céline condivideva con tanti intellettuali francesi e non francesi degli anni Trenta, a partire da un certo momento unirono i loro effetti per suggerire a Céline (e a tanti intorno a lui) che l’antisemitismo potesse valere come una via d’uscita dai guasti della società borghese. La caccia contro i giudei come una panacea per tutti i mali. D’altronde già trent’anni fa, nel 1981, Cesare Cases aveva osato scrivere che le Bagatelle per un massacro (libro su cui si concentra il saggio di Riccardo De Benedetti pubblicato dall’editore milanese Medusa) «sono un libro assai notevole, forse il migliore dell’autore dopo il Viaggio», perché «saltano fuori i più vecchie i più plausibili oggetti del suo odio, in buona parte già denunciati in quel romanzo: l’impero del denaro, la standardizzazione, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America», il tutto «etichettato come ebreo». Chi dunque non voglia accontentarsi di un giochino di citazioni, cercando nei testi di Céline l’una o l’altra formula espressamente antisemita; chi voglia ricostruire un percorso intellettuale (e misurare un impatto culturale) anziché cercare parole o frasi da addebitare a carico o a discarico, dovrà guardare – ho scritto nel mio articolo – a Céline «uno e indivisibile» piuttosto che ai due Céline della leggenda consolante. Ciò detto, le Lettere recentemente raccolte nell’edizione Pléiade dimostrano come l’antisemitismo di Céline (più esattamente: la tentazione di addebitare agli ebrei i guasti della società borghese) sia un tarlo che cresce nella sua mente durante la prima metà degli anni Trenta. Gli ebrei «sono al comando dappertutto», lamenta Céline fin dal 15 ottobre 193o. Una donna che voglia avere successo nella vita deve «perseverare come un’Ebrea», «tenacemente, oscuramente», «con tutti i mezzi» che le garantiscano agio e sicurezza (fine settembre-inizio ottobre 1932). Nel mondo letterario, Céline vuole parlare soltanto attraverso i suoi romanzi: «Saper tacere. Non sbavare come un ebreo, fare l’articolo, per vendere, esporre ciò che deve restare segreto, per venderlo» (22 luglio 1935). Poi, la corrispondenza di Céline si fa più esplicita. Gli «ebrei» diventano «giudei in transe» (giugno 1936), e la loro condizione di perseguitati nella Germania hitleriana lungi dal commuovere: «gli ebrei giocano tutte le loro carte, e la Francia è il loro ultimo rifugio» (15 ottobre 1936). Fino alla tetra analisi del 5 aprile 1937 («Gli ebrei e i comunisti diventano sempre più insolenti – forse non è lontano il momento in cui bisognerà scappare o crepare»), che prelude direttamente alla scrittura delle Bagatelle per un massacro.

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Bagatelle della Critica

novembre 6, 2011

Sergio Luzzatto per “Il Sole 24 Ore”

Riccardo De Benedetti ricostruisce la presenza (e poi la sparizione dalle librerie) del testo violentemente antisemita del controverso scrittore. E riapre la questione sull’autore.

«Gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!»: questo – correva l’anno 1995 – il parere informato di Lucette Almanzor, vedova Destouches. La vedova di Céline. L’ex ballerina e maestra di danza allora ultraottantenne e oggi quasi centenaria che nello sfacelo di una villetta della periferia parigina, a Meudon, fra un brulicare di animali domestici e l’incombere delle case popolari, aveva nuovamente aperto la porta – come già quarant’anni prima, vivente il marito – a un italiano viaggiatore di professione, l’Alberto Arbasino di Parigi o cara.

Céline e l’Italia: una questione da riaprire. (more…)

Céline e il suo doppio. Com’è difficile celebrare un genio cattivo

luglio 8, 2011

Alan Riding per “la Repubblica”

Gli anniversari di solito sono una buona occasione per celebrare grandi artisti del passato. E così sembrava dovesse essere anche per lo scrittore francese noto con il nome d´arte di Louis-Ferdinand Céline, morto cinquant´anni fa. I preparativi per commemorare la ricorrenza erano già in fase avanzata quando qualcuno ha cominciato a rimarcare che Céline era un feroce antisemita, che fomentò l´odio nei confronti degli ebrei prima e durante l´occupazione tedesca della Francia.
Il problema è che la Francia venera ancora Céline, non per le sue idee politiche ma per il suo modo di scrivere, soprattutto in Viaggio al termine della notte. Quando questo straordinario romanzo semiautobiografico fu pubblicato, nel 1932, cinque anni prima che Céline abbracciasse l´antisemitismo come suo nuovo credo, fu subito salutato come un capolavoro, e oggi nella letteratura francese moderna occupa un posto paragonabile a quello che occupa per la letteratura inglese l´Ulisse di Joyce.
Ma è possibile separare il Céline scrittore dal Céline uomo? (more…)