Posts Tagged ‘luigi pirandello’

QUEL MONDO DI MASCHERE AMATO DA PIRANDELLO

gennaio 27, 2012

La fortuna del maestro apprezzato anche da D´Annunzio all´inizio del Novecento, dal teatro alla letteratura. È continuo il contatto con l´espressionismo tedesco grazie al mecenate prussiano Franz Rose. Ha assorbito dai grandi autori del secolo scorso il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire

Carlo Alberto Bucci per “la Repubblica”

Nell´autoritratto del 1909 Adolfo Wildt fa aderire al proprio viso due sue ossessioni: la maschera e il dolore. Maschera del dolore è il titolo della raffinatissima scultura in marmo, icona dolente che diventa manifesto e sintesi di più linguaggi: l´arte, il teatro, la letteratura. E, attraverso una maschera vera e propria, non nell´accezione teatrale ma funeraria, l´artista sfida la morte.
Del resto, è con il titolo de La vedova che nel 1893 Wildt, 25enne, aveva esposto a Milano il ritratto della moglie Dina, anche lei raffigurata dal marito, che si fece passare per morto, attraverso un travestimento: quello della fedele schiava di Nerone Atte, che è l´altro titolo della scultura presente in due versioni, in marmo di Candoglia e di Carrara, alla grande antologica aperta a Forlì.
Uomo schivo, ossuto come i suoi personaggi virili, nato da una famiglia povera di Milano e cresciuto a bottega tra gli strumenti umili dello scultore, rimanendo tutta la vita legato alla dimensione spirituale e manuale dell´artista, Wildt ha assorbito dalla letteratura contemporanea il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire. E l´ha affidato alla figura arcaica della maschera. Dalle forme del teatro  giapponese sembra ad esempio derivare l´Idiota, in cui manca la parte del labbro inferiore e del mento a causa di un taglio netto, voluto, della scultura, come a sottolineare la funzione di oggetto scenico. L´opera fu comprata da Gabriele D´Annunzio nel 1925, stesso anno in cui Luigi Pirandello commissionava allo scultore milanese le maschere dei Sei personaggi in cerca d´autore. Wildt amava il teatro, l´opera soprattutto. E almeno due drammi di Wagner sono citati nei sui lavori: la Venusberg del Tannhäuser nel gruppo marmoreo di Pallanza; e il Parsifal nella sua ultima scultura, il Puro folle, esposta alla Quadriennale romana del 1931, anno della morte.
In contatto continuo nei primi anni del Novecento con la cultura tedesca grazie al contratto di esclusiva con il mecenate prussiano Franz Rose, Wildt ignora la matrice esotica dell´espressionismo tedesco e francese. Le orbite vuote non le desume dalle maschere africane. Ma le ottiene seguendo un principio di svuotamento del corpo dall´interno, secondo un “per via di levare” michelangiolesco della scultura che lo porta a fermarsi al limite estremo: quello della pelle, ossia la maschera. E se guarda alla plastica berniniana, oltreché a quella ellenistica e alla gotica, è per aprire attraverso la bocca la scultura alla vita: per far entrare la luce seguendo la via cava degli occhi.
Eseguiti mai dal vivo e sempre attraverso foto in bianco e nero che esaltano il chiaroscuro risentito, anche i visi di Mussolini, di Toscanini, della Sarfatti sono ritratti in (forma di) maschera. Ed esplicitamente lo è quello di Mariuccia Chierichetti del 1921, tramandato dalla rivista Emporium, o la Maschera di Cesare Sarfatti. Potenza evocativa ed allegorica di questa seconda, altra faccia era apparsa del resto, nel 1919, attraverso le maschere, nel monumento funebre del pittore Aroldo Bonzagni al Cimitero monumentale di Milano, raffiguranti Ironia, satira e dolore: tre volti “parlanti” quanti se ne contano nelle Maschere del dipinto del 1921 di Felice Casorati, pittore ammirato da Wildt. E due maschere appaiono in quella sorta di Giano bifronte che è Carattere fiero / anima gentile del 1912, dove lo scultore milanese contrappone i due aspetti della sua arte: la natura virile, sofferente; e quella femminile, luminosa e felice, anche se dotata delle micidiali trecce di un´altra maschera: Medusa.

Diritti Globali

Andrea Camilleri, Pirandello contro il Gattopardo

agosto 26, 2011

Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936; Nobel per la Letteratura nel 1934) in un disegno di Paolo Galetto

Nel romanzo I vecchi e i giovani un personaggio ricorda il principe di Salina. Ma lo scrittore, a differenza di Tomasi, non ne condivide lo scetticismo verso la nuova Italia unita

Il brano che pubblichiamo in questa pagina è tratto dall’introduzione scritta da Andrea Camilleri per una nuova edizione di I vecchi e i giovani , il romanzo meno conosciuto del suo concittadino Luigi Pirandello, che esce oggi per Rizzoli (pp. 454, 8,90). Il libro, a cui il drammaturgo lavorò dopo lo scandalo della Banca Romana e la repressione nel sangue dei Fasci siciliani, racconta la fine delle speranze risorgimentali, con una implacabile denuncia della corruzione e del trasformismo della classe politica italiana. È un doloroso omaggio alla «sicilianitudine», ma soprattutto un congedo dall’epopea del Risorgimento e dai sogni coltivati dall’autore nella sua giovinezza. Un romanzo vasto (l’opera più lunga e complessa di Pirandello) che intreccia una molteplicità di personaggi e di situazioni. Tra i personaggi principali spicca don Ippolito Laurentano, un principe rimasto fedele al Regno delle Due Sicilie anche dopo l’Unità, che vive ritirato nel suo feudo di Colimbètra, circondato da un piccolo esercito privato che indossa la divisa borbonica.

Andrea Camilleri, da “La Stampa

Il giovanissimo Pirandello, prima di partire per Bonn e lì laurearsi, aveva manifestato forti simpatie verso il radicalismo, verso un socialismo più letterario che politico, ferma restando comunque la sua inattaccabile fede patriottica. Rientrato in Italia, ed essendo nel frattempo diventato legale il partito socialista, fino a quel momento fuori legge, Pirandello aveva ripreso i contatti coi suoi amici di tendenza radicale, ora diventati in gran parte socialisti a pieno titolo. (more…)

Il Vangelo secondo Pirandello

novembre 22, 2010

Pietro Gibellini per “Avvenire

Guido Davico Bonino non è solo un fine studioso di letteratura e di teatro nonché, not least, scrittore, ma anche un infaticabile curatore di testi. La sua lunga esperienza nell’editoria nasce dall’amore per i libri: e ama curarli lui stesso pensandoli come un dono. Abbiamo ancora in mente la deliziosa silloge di cento poesie d’amore da Dante a De André, cara al lettore comune quanto allo specialista. Ed ecco, con l’approssimarsi del Natale, un volumetto della collana “Nativitas” di Interlinea, nella quale Roberto Cicala va proponendo gioiellini spesso inediti o dimenticati. (more…)

Gramsci contro Pirandello

Mag 24, 2010

Tornano gli scritti teatrali dell’intellettuale comunista: grandi intuizioni, feroci stroncature e qualche abbaglio

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

Che senso ha riproporre al lettore odierno gli scritti teatrali di Antonio Gramsci? Se dovessimo ragionare con la testa dell’industria editoriale, probabilmente nessuno. E difatti, per trent’anni dall’ultima edizione Einaudi, il formidabile lavoro critico e polemico sviluppato da Gramsci sulle pagine torinesi dell’Avanti! è stato accantonato senza rimorso. Ma se, al contrario, ragioniamo tenendo d’occhio il flusso della storia, le ragioni dell’arte teatrale e la sua portata sociale, allora diventa difficile comprendere i motivi di questo lungo silenzio. Poiché Gramsci, comunque lo si veda, non solo ha contribuito a distruggere quanto di equivoco e di superficialmente mondano si annidava nell’attività teatrale degli anni intorno alla Prima Guerra, ma si è battuto, pur fra errori di valutazione e contraddizioni, per un teatro nazionalpopolare fruibile da tutti, si è scagliato contro la degenerazione trombonesca del «grande attore», ha massacrato le «ditte» che per ragioni commerciali puntavano al ribasso qualitativo dell’offerta. Insomma, tutto il bene e tutto il male del teatro che oggi frequentiamo è già contenuto in quegli articoli eleganti e severi: noi siamo già lì e, spesso, siamo ancora lì. (more…)