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STORIE MASSONICHE DI COSA NOSTRA

agosto 25, 2010

DALL’ADDAURA A VIA D’AMELIO, IL BOSS CHE APPARE E SCOMPARE A FIANCO DI PERSONAGGI IN DIVISA TANTO IMPROBABILI QUANTO SINISTRI – DI SCOTTO GENCHI HA TUTTI I TABULATI. SONO CHIAMATE CHE PORTANO LONTANO, A MEDICI, FUTURI POLITICI, IMPRENDITORI, FAVOREGGIATORI IMPORTANTI – SEGRETO DOPO SEGRETO, SE SI SCORRONO LE VICENDE DELLE INDAGINI ANTIMAFIA ALLA FINE SI ARRIVA SEMPRE A UN BOSS E A UN AGENTE SEGRETO SFIGURATO…

Nell’articoloPrima di rivedere uscire ancora una volta il volto di Gaetano Scotto legato a un altro, sconosciuto, 007 bisogna seguire un percorso tortuoso, che parte sempre da lì, tre anni prima, all’Addaura. “L’attentato del 1989 doveva avvenire un giorno prima del ritrovamento dell’esplosivo, il 20 giugno, quando Falcone aveva previsto di fare un bagno, e solo alla fine decise con i magistrati elvetici di cambiare programma. Ma questo era noto a pochissime persone, un aspetto cruciale per capire cosa accadde”. Luca Tescaroli è stato pubblico ministero per la strage di Capaci ed è convinto, come lo era Falcone, che dietro all’attentato ci fossero “menti raffinatissime”

Edoardo Montolli per il mensile IL – Il maschile del Sole24Ore, da “Dagospia

E’ in galera dal 2001. Per otto anni aveva fatto impazzire la Dda di Palermo, che lo riteneva al centro di un traffico di droga costruito sull’asse Stati Uniti – clan dei Vernengo in Sicilia – Nord Italia. Ma per otto anni si era come volatilizzato. Scomparso. E oggi sarebbe probabilmente su una spiaggia a godersi il sole, se non si fosse fatto beccare a Chiavari per il tentato omicidio di un’ottantaduenne in cambio di 250 milioni di lire.

Una storiaccia di raggiri ai danni di ricchi anziani, convinti a firmare testamenti a favore di una banda di magliari. Una storiaccia dove nessuno pensava mai che potesse finirci dentro uno del suo calibro.

Si chiama Gaetano Scotto, boss dell’Arenella, ed è tra i condannati per la morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. Sembra il grottesco epilogo di un killer di Cosa Nostra caduto in disgrazia. E forse è così. Forse. Di certo alla Procura di Caltanissetta stanno riscrivendo ciò che accadde nelle stragi del ’92, in una trama molto complessa: parte dal lontano fallito attentato all’Addaura a Giovanni Falcone nell’89, affronta presunte trattative tra lo Stato e la mafia, depistaggi, e personaggi che nemmeno ad uno scafato scrittore di thriller verrebbero in mente.

L’intreccio è fitto di ombre di servizi segreti deviati. Ma in questo scavare a ritroso tra fatti e 007 invisibili, si finisce sempre per incontrare lui, Gaetano Scotto, capace di mandare in tilt i cacciatori di latitanti per otto anni, ma di finire miseramente in galera per aver tentato di ammazzare una pensionata. E allora la domanda è inevitabile: chi è davvero? Per scoprirlo, forse, bisogna mettere insieme tanti piccoli pezzi di un puzzle. (more…)

Don Vito e l’abbraccio mortale tra Stato e mafia

Mag 17, 2010

di Benny Calasanzio

“Don Vito” non è solo un libro sulla ormai accertata trattativa tra Stato e mafia, sulla messinscena dell’arresto di Totò Riina e sulla pax sigillata con il sangue del procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. “Don Vito” è il racconto di chi tutto ciò lo ha visto con i propri occhi e lo ha vissuto in seconda linea, nella veste di factotum di un padre padrone che nel salotto di casa sua incontrava, con la stessa frequenza, politici e mafiosi; a volte entrambi nello stesso momento. 

Quel figlio si chiama Massimo e quel padre Vito, Vito Ciancimino, potentissimo assessore ai lavori pubblici al comune di Palermo dal 1959 al 1964, durante gli anni bui del “sacco di Palermo” di cui fu attore protagonista, e sindaco del capoluogo siciliano nel 1970 solo per il vezzo dei corleonesi di avere un primo cittadino “paesano”; lui l’uomo delle 3mila licenze edilizie distribuite in una notte che devastarono il patrimonio “liberty” di Palermo sostituito da freddi e orrendi palazzoni. 

Scritto con il giornalista Francesco La Licata, “Don Vito” è un flashback lungo cinquant’anni che inizia con una rasatura dal barbiere, con un Don Vito insaponato e Massimo con in mano un giornale su cui riconosce, in un identikit, la figura amichevole e familiare che ha sempre visto in casa: l’ingegner Lo Verde. La didascalia, però, dice che si tratta di Bernardo Provenzano. Da quella perdita dell’innocenza comincia l’avventura di un giovane scapestrato e “mezza testa” come chiamano in Sicilia quelli come lui, che in mente hanno solo “piccioli”, donne e divertimenti. Una mezza testa che Don Vito cercava di proteggere, di tenere lontano dai problemi, relegandolo al ruolo di factotum personale a cui riservare affettuosi appellativi quali “testa di minchia” e affini. Un padre che non esita, dopo l’ennesima bravata di Massimo, a legarlo con una catena al termosifone; fatti che, anche dopo la morte del padre, gli fanno provare astio e rancore per quel pezzo di vita che avrebbe voluto vivere in un altro modo, per quelle interferenze quotidiane targate Don Vito culminate nel tentativo, riuscito, di fargli chiudere la discoteca sul Monte Pellegrino che Massimo era riuscito ad aprire.  (more…)