Posts Tagged ‘mafia’

Al centro di tutto Matteo Messina Denaro

novembre 5, 2010

Nino Amadore per “Il Sole 24 Ore

L’ultimo sequestro risale a qualche mese fa ed è stato eseguito dagli uomini della Direzione investigativa antimafia. Un patrimonio di oltre un miliardo sottratto all’imprenditore del settore eolico Vito Nicastri di Alcamo, con collegamenti in tutto il mondo, anche con insospettabili società straniere. Ecco, per gli inquirenti quello di Nicastri, faccia pulita della mafia che si è fatta impresa e punta a contare sempre di più in economia, sembra quasi il modello che tutti cercano di imitare ed è il modello di una mafia che si è modernizzata.

Se aggiunto ai 700 milioni sequestrati a Giuseppe Grigoli, patron della Sisa in provincia di Trapani con influenza in tutta la Sicilia occidentale, e ai 600 milioni sequestrati a Rosario Cascio, imprenditore del settore edile con interessi in un’area a cavallo fra Trapani e Agrigento, arriviamo a una cifra poderosa che dimostra quanto e quale potere abbia Cosa nostra in quest’area. «Al potere economico – ha spiegato il capo della procura antimafia di Palermo Francesco Messineo – corrisponde il potere politico: in tutta la Sicilia occidentale la mafia può contare su almeno 300mila voti». E della Sicilia occidentale Trapani non è parte certo secondaria.  (more…)

Dalla Chiesa e il pane della legalità

settembre 4, 2010

Francesco La Licata per “La Stampa

C’è un lugubre rituale che da troppo tempo accompagna le calde estati palermitane: le commemorazioni dei caduti sul fronte della lotta alla mafia. Chissà per quale intreccio del destino o quale scelta strategica, gran parte delle più efferate stragi mafiose sono state compiute nei mesi più caldi dell’anno. Ed è forse anche per questo, per la coincidenza delle celebrazioni col periodo feriale che, ogni volta di più, perdono di intensità fino ad appiattirsi nella stanca ripetitività.

D’altra parte, come non cedere alla stanchezza se la lista dei lutti si è allungata a dismisura, insieme con l’immancabile, autistico esercizio di retorica del potere che rivendica successi ma non sa spiegare mai perché, pure a fronte di innegabili battaglie vinte, non si arrivi mai alla vittoria finale. (more…)

Grasso: “La mafia non ha un capo unico; rischio attentati in momenti di tensione”

agosto 3, 2010

Il procuratore nazionale antimafia durante un dibattito: “Messina Denaro latitante importante ma non è leader di Cosa Nostra”. “Intercettazioni ambientali fondamentali per le indagini”. E sul caso del pentito Spatuzza: “E’ credibile”

Nell’articolo: Grasso ha ricordato che Spatuzza gli aveva riferito che quando rubò l’auto che poi usò per la strage di via D’Amelio aveva un problema ai freni, e per questo la portò dal meccanico. “Riscontrammo, nella perizia sull’auto – ha raccontato Grasso – che i ferodi erano nuovi. Solo lui lo sapeva e per questo è credibile

da “La Repubblica

 “Non considero Matteo Messina Denaro attuale capo di Cosa Nostra, ma uno dei capi”: è il pensiero del procuratore Antimafia Pietro Grasso, che parlando ieri sera durante un dibattito a Cortina d’Ampezzo ha fatto il punto sulla lotta alla mafia, ribadendo l’importanza delle intercettazioni nell’azione degli inquirenti contro la criminalità organizzata. Oltre al ruolo fondamentale dei collaboratori di giustizia. Grasso fa l’esempio più discusso, quello di Gaspare Spatuzza: “Non è vero che non è stato creduto dai magistrati”. E con forza ha fatto appello alla trasparenza: “Uno Stato che si definisca tale non può aver paura della verità. Accertata con le regole”. Grasso poi si è chiesto: “Può uno Stato sopportare i misteri e i segreti? Penso di no”. Il procuratore antimafia, intervenuto ad un dibattito di “Cortina incontra” nel quale si è confrontato con il collega statunitense Richard Martin, procuratore dell’indagine “Pizza connection”, ha sottolineato di tendere “sempre alla ricerca della verità; lo farò con tutte le mie forze – ha concluso – finchè ne avrò”.

Il vertice di Cosa Nostra. Grasso ha ricordato che Cosa Nostra è un’organizzazione mafiosa “che vede nella commissione provinciale di Palermo l’organismo direttivo”. Con l’arresto di Lo Piccolo, Provenzano e Riina, ha ricordato Grasso, “non esiste più un vertice. C’è stato un tentativo dei ‘reggenti’ di costituire una sorte di commissione formale di quella che c’è in carcere ma è stata neutralizzata. Il fatto che ci sia un elemento di spicco – ho proseguito Grasso – latitante non significa attribuire a quest’ultimo un ruolo di capo dell’organizzazione. Tranne che lo abbiamo attribuito e noi non ne sappiamo nulla”. “Messina Denaro è l’ultimo latitante di spicco rimasto ancora in libertà, ha partecipato e deliberato la strategia stragista del ’92-’93, è la persona più importante di Cosa nostra. Detto questo mi fermo” ha concluso. (more…)

Spatuzza: ‘La mia verità’

luglio 30, 2010

Un memoriale dal carcere scritto dal pentito di mafia e inviato a ‘L’espresso’. Per raccontare cos’è Cosa nostra, come ci è entrato e perché ha deciso di uscirne

a cura di Lirio Abbate, da “L’Espresso

L’ex boss palermitano Gaspare Spatuzza torna a parlare e lo fa questa volta in esclusiva con “L’espresso” seguendo una traccia indicata di argomenti. È un documento unico pieno di riferimenti alla società civile, ai giovani e alla religione. Un duro attacco ai boss e a chi fa affari con loro. Dalla cella in cui è detenuto scrive della voglia di ricerca della verità. Lo ha fatto per far comprendere come gli anni di carcere lo hanno cambiato, ma anche per manifestare solidarietà a chi è minacciato dalla mafia. Spatuzza dal 26 giugno 2008 collabora con la giustizia, accusandosi di oltre 40 omicidi e in particolare della strage di via D’Amelio e di aver partecipato alla stagione stragista del ’93. I pm di Caltanissetta e Firenze con le sue dichiarazioni hanno aperto nuovi scenari investigativi sugli attentati a Falcone e Borsellino e per le bombe del ’93. L’ex sicario racconta i contatti degli stragisti Graviano con Dell’Utri e Berlusconi, e della trattativa che ci sarebbe stata con lo Stato. Il procuratore di Caltanissetta Lari, l’aggiunto Gozzo e il pm Marino hanno aperto nuove inchieste: le indagini sulla fase esecutiva di via D’Amelio saranno chiuse entro l’anno. Per i pm Spatuzza è attendibile ma il sottosegretario Mantovano gli ha negato il programma di protezione

Sono Gaspare Spatuzza (…) soltanto chi vive sotto questa spada di Damocle sa quanto costa un atto di libertà. La libertà di dire ciò che si pensa, con altre parole la verità, cosa che oggi in tanti non vogliono nemmeno sentirla pronunciare (…) Non posso sottrarmi a quelle poche domande che tra l’altro trattano temi sociali, cosa che mi sta molto a cuore. Primo perché amo la mia terra, secondo, credo che sia più che un dovere dare delle spiegazioni a chi appartiene a quella società civile di cui è parte offesa di tutta questa triste storia (…).

Il lungo silenzio in carcere che è poi esploso in una voglia di giustizia.
Nel gennaio del 2005, sono stato trasferito nel penitenziario di Ascoli. Da subito mi rendo conto che quel sistema non mi consentirà di portare avanti quel bellissimo percorso iniziato nell’anno 2000. Percorso di ravvedimento, vissuto in silenzio, meditazione e astinenza di cose superflue. Tanto che, inoltravo richiesta alla direzione di applicarmi la così detta aria riservata. Tanto per capirci si tratta di un circuito penitenziario molto ristretto, ancora più duro del così detto 41/bis. Ma non posso accedere, perché la mia condotta carceraria non necessita di un ulteriore inasprimento. Le voglio dire che in tredici anni di 41/bis non ho mai trasgredito il regolamento penitenziario. Qualcuno, malignamente potrà dire che questo comportamento così lineare è basato solo alla scopo di ottenere benefici. Rispondo che sino a oggi non ho chiesto un giorno di liberazione anticipata. Tanto è vero che, “per libera scelta” da circa due anni vivo in un regime penitenziario ancor più afflittivo del 41/bis. La mia posizione odierna – che sarebbe da collaboratore di giustizia – mi dà la possibilità di beneficiare di permessi premio, ma non ne ho fatta richiesta. (…) Mi ha molto colpito la filosofia. Imbattendomi con tutti questi grandi filosofi che inseguivano tutte quelle materie che il suo fine era di aprire la mente all’uomo. Esempio di quell’uomo che ha deciso di fare un salto nel buio, che poi buio non era, ma la conoscenza. Sto parlando della caverna di Platone. Sa un po’ in quell’uomo mi sono rivisto io. Diciamo che questo studio ha contribuito a dare lo stimolo finale a quel desiderio espresso tredici anni fa negli uffici della squadra mobile di Palermo. (more…)

L’anello di congiunzione

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Intrattiene rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina

Giuseppe D’avanzo per “La Repubblica

UNA sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell’Utri, l’uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt’intera l’avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l’anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle “famiglie” di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una “verità” tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come – ancora oggi – possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l’esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa – uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro – alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall’accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che “dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell’Utri a Cosa Nostra) non sussiste”. Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore. (more…)

Forza Italia masfiosa? Una bufala

giugno 30, 2010

La corte d’Appello di Palermo abbatte i falsi teoremi montati dai professionisti dell’antimafia. Altro che mandanti occulti o politica collusa: Dell’Utri è estraneo alle trattative con i boss

Nell’articolo: Dell’Utri non ha avu­to niente a che fare con Pro­venzano, come sosteneva In­groia nell’aula di Giustizia e ripeteva in televisione anche recentemente il ventriloquo Massimo Ciancimino, rac­contando che l’aveva saputo da quel sant’uomo del padre defunto; e non ha avuto nien­te a che fare con i fratelli Gra­viano, come questi hanno raccontato a Gaspare Spatuz­za a un tavolino del bar Do­ney a via Veneto a Roma. Del­l’Utri non ha mai “trattato” con Cosa nostra, né coi “mo­derati”, né con gli “stragisti”, né per conto di Silvio Berlusconi, né all’insaputa di Ber­lusconi, il Cavaliere “incon­sapevole”, per fare un parti­to che conquistasse il Paese e lo consegnasse “nelle ma­ni” della mafia

Lino Jannuzzi per “Il Giornale

C’è un pubblico ministero a Palermo che non merita le reprimenda che Silvio Berlusco­ni di solito fa ai magistrati poli­ticizzati. Si chiama Antonino Gatto ed è il procuratore gene­rale che al processo d’appello contro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in asso­ciazione mafiosa, ha chiesto non solo di confermagli la con­danna, ma di aumentargli la pena da nove anni ad undici. E tuttavia l’ha fatto senza mai nascondere qual era il vero obiettivo della procura.

Fino all’ultimo, quando, concludendo e ri­volgendosi ai giudici che sta­vano per entrare in camera di consiglio, ha detto: “Dove­te prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il no­stro Paese. Voi potete contri­buire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare ac­certare le responsabilità che hanno insanguinato il no­stro Paese… C’è un dovere che attiene al modo di essere giudici. Non ci si può ferma­re al rapinatore che fa la pic­cola rapina. Qui è il potere che viene processato, un po­tere che ha tentato di condi­zionare e di sfuggire al pro­cesso”.

Con grande sincerità, o se si vuole con eccessivo cando­re, il procuratore Gatto ha svelato pubblicamente che a Palermo stanno processan­do Dell’Utri da tredici anni non per i suoi presunti rap­po­rti con qualche mafioso ti­po Vittorio Mangano, lo “stal­liere di Arcore”, come si può processare “un rapinatore che fa una piccola rapina” ­ma come occasione e prete­sto per processare il “pote­re”, e un potere responsabile delle stragi “che hanno in­sanguinato il Paese”, cioè per processare Berlusconi e il suo partito, colpevoli di aver trattato con la mafia e averle dato mandato di fare le stragi per aprirsi la strada per il governo e il potere: la condanna chiesta per Del­l’Utri doveva essere solo un “gradino” per poi salire gli “altri scalini” per inchiodare alle loro responsabilità Ber­lusconi e i suoi accoliti. (more…)

L’Entità è il coltello buono per sventrare Dell’Utri

giugno 26, 2010

Le ragioni della strana staffetta tra don Masino Buscetta e il dottor Piero Grasso. Dopo Falcone cominciò il ballo infido sui legami tra mafia e stato. La diffusione del sospetto sulle stragi e il rinfocolamento alla vigilia della sentenza d’Appello

Nell’articolo: Il 16 novembre Buscetta compare dinanzi alla commissione e subito dichiara: “Dovrei dire delle cose che possibilmente creerebbero panico”. Sommerge i commissari con un delirio di grandezza, esaltando la sua storia di mafioso e: “Io ero l’astro nascente, il personaggio nuovo, il mio nome era cubitale, troppo eclatante, io ho suggerito agli altri, le mie riflessioni sono gravi, qui andiamo a fare la storia, posso suggerire alla commissione…”

Lino Jannuzzi per “Il Foglio

Il primo a parlare dell’Entità fu Tommaso Buscetta. Dello storico pentito non si sentiva parlare da molto tempo. Giovanni Falcone, dopo averlo spremuto a dovere per varare e portare a compimento il maxiprocesso, l’aveva spedito negli Stati Uniti, affidandolo alla protezione dei marshal. In Italia non c’era ancora la legge per i pentiti e bisognava in qualche modo tutelarlo dai pericoli e insieme tenerlo lontano dalle tentazioni. Bisognava soprattutto trovare il modo per graziarlo, condonandogli i crimini, e per pagarlo, mantenendo lui e la sua famiglia. Così Falcone aveva detto agli americani: prendetevelo voi, che una legge sui pentiti già l’avete, e Buscetta, come è stato utile a noi, vi potrà aiutare nell’inchiesta sulla “pizza connection”. Gli americani per un certo periodo l’avevano nascosto e pagato. Ma alla fine l’avevano scaricato per scarso rendimento: Buscetta, anche se si faceva chiamare “il boss dei due mondi”, aveva dimostrato di sapere molto poco dei traffici d’oltreoceano. Al processo per la “pizza connection”, quando si era trattato di parlare del suo vecchio amico Gaetano Badalamenti, aveva persino sostenuto che l’ex capo di Cosa Nostra non aveva mai trafficato in stupefacenti. “Non mi risulta”, aveva dichiarato, provocando le ire del prosecutor, che aveva malamente investito i marshal: avete portato qui, aveva domandato, un teste per l’accusa o per la difesa? (more…)

Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi

giugno 9, 2010

Per almeno due anni fu una “fonte” del Sisde. Nome in codice “Catullo”. Per ora non ci sono legami tra i buchi neri delle inchieste e il doppio ruolo del poliziotto. Possibili ripercussioni sulle indagini per gli attentati all’Addaura e a Paolo Borsellino

Nell’articolo: “Le ultime investigazioni hanno accertato che il pentito Scarantino, voluto a tutti i costi da Arnaldo La Barbera come l’autore del furto di quell’auto che poi servì a uccidere Borsellino, mentiva. E mentiva probabilmente per sviare le indagini”

Attilio Bolzoni per “La Repubblica

C’è una relazione riservata che è finita fra le carte delle stragi siciliane. E’ la fotocopia di un fascicolo dei servizi segreti, una scheda intestata alla “fonte Catullo”. Sotto il nome in codice, c’è anche il nome vero del personaggio sotto copertura: Arnaldo La Barbera, capo della squadra mobile di Palermo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta e poi a capo del “Gruppo Falcone-Borsellino”, il pool di investigatori che per decreto governativo ha investigato sulle uccisioni dei due magistrati.

Questa è l’ultima informazione arrivata dall’Aisi (l’Agenzia per la sicurezza interna) ai procuratori di Caltanissetta che indagano su Capaci e via Mariano D’Amelio, ed è anche l’informazione che potrebbe dare una sterzata decisiva a tutte le inchieste sui massacri di mafia avvenuti in quella stagione in Sicilia. Arnaldo La Barbera, morto di cancro nel settembre del 2002, fama di funzionario integerrimo, un duro catapultato nella prima settimana di agosto del 1988 in una Palermo rovente soffocata dai sospetti e dai veleni, in realtà era al soldo del Sisde con una regolare retribuzione registrata nel fascicolo spedito qualche settimana fa agli inquirenti siciliani. Un’anomalia  –  capo della mobile di Palermo e “fonte Catullo” – che forse porterà a inseguire altre tracce sulle stragi. A cominciare dall’autobomba che ha fatto saltare in aria Borsellino e a finire al fallito attentato dell’Addaura. Per il momento non c’è alcun collegamento – preciso, documentato – fra i buchi neri delle indagini sui massacri e la scoperta della “fonte Catullo”, lo scenario che però si apre con l’entrata in scena di La Barbera agente segreto è di quelli molto inquietanti.  (more…)

Feltri: il sig. Franco, l’ennesima bufala sulla trattativa tra Stato e mafia

giugno 7, 2010

Nell’articolo: “È sufficiente che salti su Tizio e dichiari di custodire i segreti di Cosa nostra e il Paese si ferma ad ascoltarlo in silenzio”

Di Vittorio Feltri per “Panorama

L’Italia non ha eguali al mondo. Nonostante i problemi che la affliggono e che nessuno riesce non dico a risolvere, ma nemmeno ad affrontare, qui c’è sempre un clima da operetta dove le cose tragiche finiscono in burletta e le burlette in tragedia.
Nel lontano 1969, 41 anni orsono, ci fu la strage di piazza Fontana.Decine di morti e feriti. Le istituzioni traballarono sotto l’incalzare della protesta giovanile nata nelle università e nei licei e dilagata nelle strade. Seguirono indagini lunghe e tortuose, arresti e scarcerazioni; un anarchico volò dalla finestra della questura (Giuseppe Pinelli), un altro andò in galera (Pietro Valpreda), un commissario di polizia (Luigi Calabresi) venne scambiato per un persecutore di valenti democratici, processato sui giornali e giustiziato da un branco di assassini al grido di crepa brutto sbirro. Gli autori della strage non sono mai stati identificati anche se tutti, ma proprio tutti, affermano di sapere chi essi siano. Ancora oggi, dopo un’inchiesta conclusasi con un nulla di fatto malgrado sprechi di tempo e di mezzi, siamo qui a interrogarci: sono stati i fascisti o gli anarchici? Nel dubbio si dà la colpa ai servizi segreti deviati comandati da politici cinici e bari. (more…)

GIULIO ANDREOTTI SU SALVO LIMA – APPENA UCCISO DALLA MAFIA

giugno 2, 2010

Non si convive inerti con una accusa di stragismo a chi governa

maggio 31, 2010

Leggi l’articolo di Giuliano Ferrara

Novembre 1993, i giorni del tentato golpe

maggio 31, 2010

Mentre si gettano le basi di Forza Italia un intreccio di interessi eversivi assedia governo e Quirinale

di Giuseppe Lo Bianco Sandra Rizza, da “Il Fatto

Pubblichiamo un estratto del libro L’agenda nera della seconda repubblica, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno.

Località segreta, 1 novembre ‘93

Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93

Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice.Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da SegniAmato o Costa. Occorrono uomini nuovi”. (more…)

“Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai”

aprile 17, 2010

di Roberto Saviano

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di “supporto promozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt’ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un’espressione ancor prima di divenire il nome di un’organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine? (more…)

«Non solo mafia dietro la strage di Portella»

aprile 14, 2010

Vittorio Bonanni
Tanti e tanti sono stati gli studi, tante e tante le ricerche e le pubblicazioni sulla strage di Portella della Ginestra, che il primo maggio del 1947 provocò la morte di 11 persone e 27 feriti, alcuni dei quali morirono successivamente per le gravi ferite riportate. A sparare materialmente furono gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, ma è ormai una verità storica acquisita che dietro quella carneficina ci fossero i latifondisti siciliani, le forze più reazionarie della regione, impauriti dalla sempre crescente forza che stava acquisendo la coalizione social-comunista che il 20 aprile di quell’anno aveva conquistato alle elezioni per l’Assemblea regionale siciliana 29 seggi contro i 21 della Dc. Ma non solo. Molti studiosi non esitano a puntare l’indice contro gli Stati Uniti e i loro servizi segreti, i cui interessi convergevano con quelli delle forze conservatrici e filoatlantiche italiane, timorose che quel successo potesse essere solo l’annuncio di una vittoria, inaccettabile per Washington, delle sinistre nelle elezioni nazionali del 18 aprile 1948. Francesco Petrotta, studioso della strage e del movimento contadino a Piana degli Albanesi, non è di questo avviso. Nel suo recente libro La strage e i depistaggi , sostiene l’estraneità degli Stati Uniti in una vicenda che vide come protagonista, secondo Petrotta, soprattutto la mafia. E anche lo storico Salvatore Lupo, uno dei maggiori esperti di mafia e curatore della prefazione, mette in guardia dal ridurre «la storia a complotto planetario», rischiando così di «offuscare il quadro delle passioni, delle idee, dei soggetti reali». Un tesi che si contrappone nettamente a tante altre e in particolare a quella dello storico Giuseppe Casarrubea, che forse più di ogni altro ha dedicato i propri studi a quella terribile vicenda. «Ognuno è libero di dire tutto quello che vuole – dice lo studioso di Partinico – come fu libero allora il ministro dell’Interno Scelba che in piena Assemblea costituente disse che a Portella non si era consumato un delitto politico ma un episodio dovuto a motivi territoriali, circoscritti, legati a fenomeni di tipo feudale, alludendo alla banda Giuliano». (more…)

MAFIA POWER

marzo 17, 2010

NEL 1943, PER SBARCARE IN SICILIA, ANCHE GLI AMERICANI FURONO COSTRETTI A SCENDERE A PATTI CON COSA NOSTRA ACCETTANDO IL PRINCIPIO DI OMERTÀ – RAPPORTO DEI SERVIZI SEGRETI USA: “SOTTO IL FASCISMO LA MAFIA VENIVA TENUTA SOTTO CONTROLLO. OGGI E’ RINATA E SI E’ INFILTRATA NEL GOVERNO MILITARE ALLEATO”…

Attilio Bolzoni per “la Repubblica”

Gli americani erano arrivati in Sicilia in estate e avevano subito capito che era un luogo molto speciale. Al Quartier generale alleato di Algeri cominciarono però ad allarmarsi davvero verso l´inizio dell´autunno, quando decisero di spedire in missione a Palermo un giovane capitano dei servizi segreti: volevano un dettagliato rapporto «su un fenomeno che avrà gravi implicazioni per la situazione politica attuale e futura dell´isola e del resto d´Italia». Volevano capire cosa stava succedendo in quel pezzo irrequieto d´Europa liberata.

Il capitano W. E. Scotten contattò le sue fonti nelle province occidentali dell´isola e, dopo qualche settimana, inviò una relazione ai superiori: «A parte le opinioni popolari o gli aspetti politici, questo è un problema estremamente importante: tutti coloro che non ne sono venuti a contatto diretto però hanno serie difficoltà a valutarlo». Fu così che il capitano Scotten scoprì la mafia. E fu così che gli Alleati scoprirono che lo sbarco del 10 luglio del 1943 aveva riportato nell´isola non soltanto la libertà ma anche i suoi vecchi padroni: i boss di Cosa Nostra.

In quel rapporto che l´ufficiale della Military Intelligence inoltrò al brigadiere generale Julius Cecil Holmes – sei pagine custodite nei National Archives di Kew Gardens, alle porte di Londra – c´è la prova di un accordo cercato dagli agenti segreti statunitensi e britannici con la mafia siciliana. Uno dei primi, uno dei tanti. (more…)

Ciancimino, ma quali ciance

febbraio 26, 2010

di Marco Travaglio

Lo scandalo Prostituzione&Corruzione Civile Spa ha scacciato dai giornali la lunga deposizione di Massimo Ciancimino sulle trattative Stato-mafia del 1992-93 e sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Così l’ultima parola, anzi l’ultimo delirio sul caso è rimasto in appalto ai troppi commentatori interessati o improvvisati, tutti volti a squalificare l’attendibilità del rampollo dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Non solo Berlusconi e i suoi house organ (‘Le ciance di Ciancimino’ e via sproloquiando). Non solo il ministro Alfano, al quale qualcuno dovrebbe spiegare che il suo compito è far funzionare la giustizia, non insegnare il mestiere a giudici e pm né rilasciare patenti di inattendibilità a pentiti e testimoni. Ma anche il sociologo Pino Arlacchi, eurodeputato Idv, e l’ex magistrato Giuseppe Di Lello, esponente del Prc: i due hanno sentenziato – non si sa in base a quale competenza specifica – che Ciancimino jr. racconta balle. (more…)

La donna che si è ribellata alla mafia

gennaio 21, 2010

La vita di Carmela Iuculano in un libro

«Cari figli miei, decidere di scrivervi è molto difficile per me. (…). Non lasciatevi mai comprare dal denaro, non permettete a nessuno di calpestare la vostra dignità, regalate la vostra anima solo a Dio, non abbandonate mai i vostri sogni, perseguiteli sempre». Queste le parole che Carmela Iuculano rivolge ai propri figli per spiegare le scelte della sua vita. Un’esistenza incredibile, disperata e coraggiosa, raccontata dalla scrittrice Carla Cerati nel libro «Storia vera di Carmela Iuculano», la giovane donna che si è ribellata a un clan mafioso. Il volume racconta le scelte della moglie del boss della mafia siciliana e il coraggio di una giovane donna che da bambina sognava di cambiare il mondo. Carmela oggi ha 36 anni e da colei che gestiva i proventi delle estorsioni quando era moglie del boss, oggi da pentita di mafia, ritenuta un’infame da Cosa Nostra, arrotonda facendo le pulizie e occupandosi degli anziani. (more…)

LA VERSIONE DI DELL’UTRI

gennaio 15, 2010

TUTTE LE MINCHIATE DI CIANCIMINO JR.: QUANDO NON CONFONDE LE DATE, O I MINISTRI, O I DEPUTATI COI SENATORI, CI PENSANO I PENTITI CORLEONESI E QUELLI DELLA VECCHIA MAFIA (E PERSINO GELLI) A SMENTIRLO: DA GLADIO A USTICA, DAL SEQUESTRO MORO AL PATTO DELL’UTRI-PROVENZANO, FINO AGLI EX NAR PER L’OMICIDIO MATTARELLA, ECCO TUTTE LE MEGABALLE DEL FIGLIO DI DON VITO…

Gian Marco Chiocci per il Giornale 

Per non rischiare di perdersi nei labirinti dietrologici del Ciancimino-pensiero occorre una premessa: il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo, dopo aver cominciato a parlare con i pm delle stragi di mezza Italia, recentemente s’è visto dimezzare in appello la pena incassata in primo grado al processo che lo vede imputato per aver riciclato il presunto tesoro di Cosa nostra.

Sull’attendibilità delle sue dichiarazioni c’è ampio dibattito, specie ora che col deposito dei suoi 22 verbali ha allargato il tiro partendo della conoscenza decennale fra Dell’Utri e Provenzano (sic!) e finendo al caso Moro dopo esser passato per Ustica e Licio Gelli. Molti dei riferimenti del giovane Ciancimino sono smentiti dai riscontri. Ecco una sintesi.

«Sicuramente il Dell’Utri ha gestito i soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade che a persone loro legate».

Accuse già smentite, con riferimento anche alle parole dell’imprenditore Rapisarda sui soldi scambiati a Milano con Bontade nella primavera del ’74. Al processo è stato però documentato come Bontade, in quel periodo, non si era mai mosso da Cannara, vicino Perugia, dov’era al soggiorno obbligato (l’unico sgarro lo pagò con l’arresto in autostrada) così come mai poteva esser presente allo stesso scambio il boss Teresi di cui ha parlato il pentito Di Carlo e per altri versi il pentito Cucuzza.

L’obiettivo segreto dei pm è quello di riaprire il filone sul riciclaggio a carico di Dell’Utri (compreso nel procedimento 6031/94) puntando sulle novità «finanziarie» raccontate da Spatuzza e Ciancimino. (more…)

Piersanti Mattarella: uccisa la primissima “primavera siciliana”

gennaio 5, 2010

Assassinato il 6 gennaio 1980 il presidente della Regione che tentò di “ripulire” la Dc

Gemma Contin
Era il 6 gennaio 1980, trent’anni fa esatti. Palermo si stava svegliando dalle lunghe festività di Natale-Capodanno-Befana: quindici giorni e notti di gozzoviglie, giocate di carte, giri di amici e parenti, regali ai bambini, messe comandate.
Quella mattina dedicata all’Epifania, la vecchietta che con scopa e sacco «tutte le feste si porta via», cadeva giusto di domenica: buona ragione per dormirsela qualche ora di più, dopo l’ultima notte di poker-settemezzo-mercanteinfiera, o, per i cattolici osservanti e praticanti, di andare alla Santa Messa del mattino e farsi assolvere così da tutti i peccati di gola-lussuria-goduria inevitabilmente commessi nel corso di festività prolungate.
Una domenica azzurra di sole e già carica di profumi primaverili, come spesso accade a Palermo e in Sicilia, dove ai primi di gennaio, nella Valle dei Templi di Agrigento, si celebra la festa del mandorlo in fiore.
La città quasi deserta si stava appena risvegliando e stiracchiando pigramente, in vista dell’ennesima abbuffata, quando, alle 12 e 30, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era uscito di casa senza scorta, in via Libertà, quasi all’incrocio con piazza Croci, nel “cuore bene” del capoluogo, e si era messo al volante della sua Fiat 132 privata, assieme alla moglie Irma Chiazzese e al figlio ventenne Bernardo, per recarsi alla Messa nella non lontana chiesa dei gesuiti, dove era solito osservare il precetto religioso. (more…)

La ‘ndrangheta e la svolta del tritolo, così l’altra mafia ha scelto la guerra

gennaio 5, 2010

di Roberto Saviano

CHI parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura la Fiat. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali per il traffico di cocaina. Si arriva a calcolare che ‘ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l’anno, ed è una stima per difetto. La ‘ndrangheta – come dimostrano le inchieste di Nicola Gratteri – compra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo, guadagnando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di investimento iniziale, percepisce una entrata pulita di 57.600 euro. Basta moltiplicare questa cifra per le tonnellate di coca acquistate e distribuite da tutte le mafie italiane e diventa facile capire la quantità di denaro di cui dispongono, al netto di cemento ed estorsioni.

E raffrontarla con il peso industriale delle imprese leader – che hanno molti meno profitti – per comprendere il potere che oggi hanno realmente nel paese e in Europa le organizzazioni criminali.

Proprio dinanzi a fatti come l’attentato di Reggio Calabria diventa imperativa la necessità di capire. È la conoscenza che permette di capire cosa stia accadendo. E non raccontare questa azione come un episodio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lontani dove una bomba o un morto rientrano nel quotidiano. Le organizzazioni criminali italiane quando agiscono e quando decidono di mandare un segnale, sanno perfettamente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Antimafia, ma alla Procura generale. Il messaggio, dunque, è rivolto alla Procura Generale. E forse – ma qui si è ancora nel territorio delle ipotesi – a Salvatore Di Landro, da poco più di un mese divenuto Procuratore generale. Da quando si è insediato, il clima non è più quello che le ‘ndrine reggine conoscevano. Le cose stanno cambiando e le ‘ndrine non apprezzano questo cambiamento. Preferirebbero magari che le difficoltà burocratiche e certe gestioni non proprio coraggiose del passato possano continuare. Le mafie sanno che la giustizia italiana è complicata e spesso così lenta che è come se un bambino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schiaffo quando ne ha compiuti trenta. (more…)

Parola di pentito

dicembre 17, 2009

Un pentito di mafia è per definizione un criminale, altrimenti di che cosa dovrebbe ravvedersi? Dico di più: tanto più è pesante il suo fardello i delitti tanto più importante è la sua confessione

di Eugenio Scalfari

I mafiosi che si pentono sono molto diversi dai terroristi, sebbene quando uccidono non ci siano molte differenze di comportamento tra loro. Uccidono a sangue freddo, sia i terroristi sia i mafiosi. Non sotto l’impulso di un sentimento. Eseguono ordini. Alle loro spalle ci sono i mandanti.

Però una differenza c’è e riguarda i motivi del pentimento. I terroristi si pentono se e quando si rendono conto che le idee che li spingevano all’omicidio erano sbagliate; si tratta dunque di una crisi profonda che quando avviene mette in causa l’intera personalità, capovolge i sentimenti, la concezione della vita, il rapporto tra il bene e il male. Il terrorista che si pente è un’altra persona, le sue vittime gli pesano sulla coscienza e la loro memoria lo spinge all’espiazione.

Il mafioso, nella maggior parte dei casi, non conosce invece una crisi della stessa natura. Nella maggior parte dei casi il pentimento avviene dopo l’arresto e deriva dal tentativo di rendere meno dura la condanna. Il mafioso pentito sa che dovrà cambiare vita, identità e luogo di residenza. Sa anche che la sua organizzazione criminale vorrà vendicarsi della sua fellonia e aspetterà con pazienza il giorno in cui quella vendetta diventerà possibile. Si tratta dunque di una scelta molto difficile; la può fare soltanto chi ha le spalle al muro tra il carcere duro per tutta la vita e il regime alienante ma decente del pentimento. (more…)

I padroni di Bari

dicembre 14, 2009

Una mafia finora invisibile alleata con imprenditori, professionisti e politici. grazie a omicidi, cocaina, soldi e voti ha messo le mani sulla città. Che ora si scopre capitale degli scandali

Galeotto fu l’euro. Tra il 2001 e il 2002 i boss della mafia pugliese avevano un bel problema: sei miliardi di lire da cambiare. Soldi sporchi di droga e contrabbando, usura ed estorsioni, traffici d’armi e scommesse, che nessun direttore di banca, per quanto connivente, poteva accettare così, tutti in contanti. È allora che il clan di Savino Parisi, il capo dei capi della mafia di Bari, comincia a cercare un insospettabile. Un imprenditore rampante, ben agganciato con la Bari-bene degli affari, della politica e delle professioni. Un colletto bianco disposto a riciclare in euro quel tesoro.

Nel 2001, cioè pochissimi mesi prima, l’organizzazione di “Savinuccio” è stata decimata dai primi 76 arresti tra Puglia e Montenegro, eppure decine di commercianti, costruttori e professionisti della provincia continuano a gestire i patrimoni nascosti del clan. Il boss però vuole un volto «pulito», un nome emergente ma «serio». E una mafia tanto ricca non fatica a trovare un nuovo complice tra i “vip” della città. Quindi “Chelangelo” Stramaglia, il braccio destro del boss, esegue l’ordine: mette i sei miliardi in un borsone e li porta nella bella casa di un imprenditore quarantenne, Michele Labellarte, che con affari spericolati sta conquistandosi ricchezza e appoggi. Da quel giorno Labellarte, fino alla sua morte improvvisa pochi mesi fa, diventa il più fidato cassiere del clan: investe e diversifica quei primi tre milioni, versa alle famiglie 20 mila euro al mese, trova altri fondi neri per i traffici di cocaina, paga le parcelle agli avvocati di ogni partito. «È uno di noi», «è quello che ci dà da mangiare », dicono gli affiliati, intercettati in massa nella nuova indagine che ha solo iniziato a scoperchiare le complicità segrete di questa nuova “mafia pulita”. (more…)

Falcone, la verità sui pentiti

dicembre 3, 2009

di Gian Carlo Caselli

Ci risiamo. Finché indaghi su Riina o Provenzano vai bene. Ma quando – facendo il tuo dovere – passi a occuparti, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, anche di imputati “eccellenti”, devi mettere in conto che cominciano i guai.

Tornano in auge vecchi ma sempre verdi ritornelli. Anzi, dischi rotti. Ma suonati talmente a lungo da trapanare le teste. La tecnica è collaudata, un classico. Si comincia con la ricerca della verità svilita a cultura del sospetto e con l’accusa di costruire teoremi invece di prove; si prosegue con l’insinuazione di uso scorretto dei pentiti e con la loro pregiudiziale delegittimazione (mediante aggressioni strumentali che nulla hanno a che vedere con la fisiologica delicatezza e complessità di questo strumento d’indagine); e si finisce con le aggressioni contro i pm: sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia.
Sulla torta così confezionata (maleodorante), ecco poi la “ciliegina”, un altro classico: arruolare arbitrariamente Giovanni Falcone per sostenere che il suo metodo di lavoro è violentato dai magistrati di oggi che osano indagare anche i potenti. Peccato che pure questa sia propaganda sleale. Perché Falcone sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia è impossibile. E quando – negli anni Ottanta – era giudice istruttore a Palermo, spesso si era chiesto perché mai tardasse ad essere approvata   – nonostante le sue forti sollecitazioni – una legge sui pentiti (nota bene: la legge arriverà soltanto dopo le stragi del ’92, ed è perciò una legge impregnata del sangue delle vittime di Capaci e via D’Amelio). (more…)

Chi si vergogna della Piovra

novembre 30, 2009

di Adriano Sofri

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, cui è toccato di inaugurare un convegno indetto a Racalmuto a vent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia, col delicato titolo “Inquisizioni di ieri e di oggi”, ha detto di sentire la mancanza “di un intellettuale antimafioso e anticonformista come Sciascia”. La sento anch’io, e siccome Sciascia era davvero antimafioso e anticonformista non mi azzarderei a ipotizzare che cosa penserebbe e direbbe se fosse vivo.

Non resta che decidere che cosa pensiamo e diciamo noi, che vivi siamo, per il momento. E specialmente i molti fra noi che non sono specialisti di mafia e antimafia, ma persone profane di cittadinanza italiana e di sentire comune. Noi che non abbiamo seguito con dedizione quotidiana le cronache di mafia, e che stentiamo – stentano perfino gli specialisti – a districarci dentro vicende che durano molti anni, impegnano molti tribunali, riempiono decine di migliaia di pagine giudiziarie. Però chi di noi ha l’età, ricorda la sequenza tremenda dell’assassinio di Falcone e di Borsellino e della loro gente come un momento capitale – un colpo al cuore paragonabile forse solo alla morte di Aldo Moro. Allora in tanti dimenticarono di tenere famiglia, in tanti si sentirono chiamati oltre il calcolo personale a ribellarsi all’infamia, e impegnati a sostenere oltre ogni riserva chi in quella temperie aveva il compito di battersi contro la ferocia onnipotente di Cosa Nostra. Quel sostegno era mancato, per usare un eufemismo, ai due magistrati amici, ai loro cari e ai loro fedeli protettori. (more…)

La politica nella terra di Cosa nostra, parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì

novembre 25, 2009

Quella che vi stiamo raccontando è una storia siciliana. È la storia della signora Maria Antonietta Aula, ex moglie di un uomo di punta di Forza Italia, fin dalla sua nascita, il senatore del Pdl, Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della Commissione Ambiente.

Una storia che narra come il senatore D’Alì, rappresentante di spicco del governo Berlusconi, non abbia mai sentito il dovere di spiegare legami, seppure antichi, con boss di spicco, come il latitante Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi del ’93, oggi a capo di Cosa Nostra. Ne emerge un racconto appassionato, lacerante, malinconico, libero dal giudizio che pure porta con sé. Un racconto che abbiamo scritto, che le abbiamo riletto al telefono, ottenendo la sua approvazione. Il giorno prima della pubblicazione, mentre aspettavamo, come da accordo preso, l’invio di una sua foto, riceviamo una e-mail in cui ci comunicava di aver cambiato idea e spiegava che il “rileggere una pagina ormai voltata della storia della mia vita mi ha fatto molto male e pertanto sono, oggi come mai, convinta di non volere più tornare su queste vicende”. Uno stato d’animo comprensibile ma non sufficiente per non pubblicare l’intervista, non per mancanza di sensibilità, o di rispetto, ma per un principio elementare di giornalismo.

GIRA E RIGIRA tra le mani quei biglietti Maria Antonietta Aula. Una signora alta e bionda con gli occhi celesti e una cortesia d’altri tempi a delinearne i tratti. Famiglia della borghesia trapanese, è stata dall’età di 24 anni, per oltre vent’anni, la moglie del senatore del Pdl Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente, ex sottosegretario all’Interno, proprietario della Banca Sicula, poi ceduta alla Comit. La signora Aula è una donna che fatica ancora a rendersi conto di ciò che è scivolato davanti ai suoi occhi lasciando domande senza risposta. Risposte che non cessa di avere, visto che ci si dimentica solo di ciò che si chiede perché è poco importante, ma che, a tratti, vorrebbe smettere di cercare per liberarsi di un tempo ormai perduto. “Li ho ritrovati mettendo a posto le carte” dice mostrando i biglietti. “Congratulazioni. Francesco Messina Denaro e famiglia”. (more…)

Il prossimo “scoop”? Il premier mafioso

novembre 22, 2009

Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro Silvio Berlusconi. Un copione già visto in altre occasioni. Partono i giornali amici delle procure politicamente schierate con articoli che introducono scenari loschi e sospetti. Ogni giorno spunta un nuovo tassello che infrange, senza l’indignata protesta dell’associazione nazionale magistrati o del Capo dello Stato, il segreto istruttorio. In un crescendo di veleni, allusioni e ipotesi suggestive, la morsa si stringe secondo copione. Ci siamo. A giorni scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Silvio Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta. Non è uno scherzo. O meglio, è uno scherzo che i soliti noti stanno cercando di trasformare in una accusa giudiziar-politica. (more…)

Che faccia ha il Dio dei mafiosi

novembre 19, 2009

Il saggio di Cavadi spiega la teologia di Cosa nostra

Fu il 9 maggio 1993 che Giovanni Paolo II scagliò nella Valle dei templi il suo anatema: “Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere!’. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio”. Ci fu chi come Salvatore Grigoli, il sicario che quattro mesi dopo avrebbe ucciso don Pino Puglisi, si accorse che “da allora in Cosa nostra si cominciò a vociferare che la chiesa cominciava a essere diversa”. Ci fu chi, come il filosofo e attivista antimafia Augusto Cavadi, colse l’occasione per rivolgere al Papa un appello “sulla necessità di sciogliere gli equivoci e le connivenze fra realtà ecclesiale e sistema mafioso”. Punti di vista sul bicchiere mezzo vuoto o pieno. Sedici anni dopo, la Conferenza episcopale che si è appena riunita ad Assisi, da dove monsignor Mariano Crociata ha tuonato: “Non c’è bisogno di comminare esplicite scomuniche, perché chi fa parte delle organizzazioni criminali già automaticamente è fuori dalla comunione ecclesiale”, sembra propendere per il bicchiere mezzo vuoto.

Tanto che nel documento “Risorse e dignità del Mezzogiorno”
che verrà pubblicato a inizio 2010, i vescovi scrivono: “Nel Mezzogiorno la chiesa ha mostrato di recepire in maniera disomogenea la lezione profetica di Giovanni Paolo II”. Ci sono i “martiri per la giustizia”, ma anche tanti che “sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”. E invece il 2010 vuole essere l’anno della grande offensiva contro la mafia (le mafie). (more…)

GASPARE MUTOLO, L’AUTISTA DI TOTÓ RIINA: “NEGLI ANNI ’70 DOVEVAMO RAPIRE BERLUSCONI”

novembre 10, 2009

38596_tnANTICIPAZIONE DI VANITY FAIR

C’è un pittore che cancella tutte le firme dai suoi quadri e riscrive un diverso nome. È la prima volta dopo venticinque anni che può farlo. Prima fu il boss mafioso Luciano Liggio a rubargli l’identità artistica e autografare le sue tele più riuscite. Poi gli toccò usare il nome che si erano inventati per lui quando era entrato nel programma di protezione. Ora, finito di scontare la pena, può uscire allo scoperto: è Gaspare Mutolo, che a Vanity Fair, in edicola dall’11 novembre, racconta una carriera di artista autodidatta che sfiora tutti i nomi della cupola di Cosa Nostra. Ma rivela anche di un mancato sequestro che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia.

Lei è stato condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Poi è diventato il primo pentito del clan vincente, ha aiutato Falcone, è stato l’ultimo a vedere Borsellino nella sua veste di magistrato. E intanto dipingeva. Come ha cominciato?
«Nell’83 finii al carcere di Sollicciano, prima del maxiprocesso, stavo in cella con un altro gruppo di mafiosi, ma ogni mattina passavo davanti a quella dell’Aragonese e rimanevo incantato. Si chiamava Mungo, ma veniva da Aragona e si era dato quel nome d’arte. Aveva l’ergastolo perché aveva ammazzato la moglie per gelosia e buttato il cadavere. Dipingeva benissimo. All’ora d’aria gli andavo vicino. Chiedevo: è difficile dipingere? E lui: se vieni in cella con me t’insegno. Ho chiesto il trasferimento». (more…)

Intervista a Claudio Martelli

ottobre 11, 2009

martelli-falcone_b1Così dal ministero fu avvisato Borsellino

Dopo le dichiara­zioni fatte ad Annozero , l’ex ministro della Giustizia Clau­dio Martelli torna a parlare della presunta trattativa tra mafia e apparati dello Stato e del ruolo di mediazione offer­to da Vito Ciancimino (come raccontato dal figlio Massi­mo) che precedette l’assassi­nio del giudice Borsellino.

Claudio Martelli, come mai lei la storia dei due cara­binieri del Ros che vanno dal direttore degli Affari pe­nali del ministero della Giu­stizia se l’è ricordata dopo tanti anni?

«Non è che io non avessi ri­cordo di quel fatto. Anche se io il generale Mori e il capita­to De Donno non li ho mai in­contrati personalmente, né loro chiesero di parlare con me. Liliana Ferraro me ne in­formò subito, e cioè dopo la Messa per il trigesimo della morte di Falcone, il 23 giu­gno del 1992. È che quell’epi­sodio, all’epoca, mi provocò irritazione perché mi sembrò l’ennesimo caso di rivalità mai sopita tra apparati inve­stigativi. Avevamo costituito la Dia, la Direzione investiga­tiva antimafia, proprio per evitare queste sovrapposizio­ni, e il Ros anziché integrarsi, faceva di testa sua. Tra l’altro la Dia allora era guidata pro­prio da un generale dei Cara­binieri, il generale Taormi­na…» (more…)

Intervista a Roberto Saviano

ottobre 1, 2009

14751-220x220Dai Casalesi ai boss mafiosi dell’Est. Roberto Saviano, autore del bestseller “Gomorra”, si sta dedicando all’analisi dei flussi criminali nell’Europa orientale, tema del suo prossimo libro

Roberto Saviano ricomincia dall’Est. Il giovane autore di ‘Gomorra’, bestseller da 5 milioni di copie in tutto il mondo scritto a ventisei anni, oggi ne ha trenta. Vive sotto scorta, viaggia di continuo, fatica a muoversi ed indagare liberamente come prima, ma è alla ricerca di temi nuovi, o di un nuovo sguardo su quello che scriverà. “Penso a un libro sull’Europa orientale, è uno snodo cruciale nell’analisi dei grandi flussi criminali internazionali – spiega lui stesso – In questo mi è stato maestro Federico Varese, che è docente di criminologia ad Oxford. Ha mostrato, tra l’altro, che per molte mafie dell’Est il contatto con quelle italiane è stato l’accademia e ha segnato il salto di qualità. Ci sono anche carriere criminali esemplari a raccontarlo: come quella di Arkan, il comandante delle bande paramilitari serbe delle Tigri durante la guerra ex jugoslava. Fu il contatto a Milano con la potente famiglia mafiosa dei Morabito di Platì a trasformarlo da ladro d’auto a pericoloso trafficante. In seguito, trattò anche con i clan casalesi per armi e droga dai Balcani, anche se il boss Francesco Schiavone, detto Sandokan, ha sempre negato di conoscerlo. (more…)

Beni confiscati, il primato a Palermo

settembre 9, 2009

monreale

monreale

La cantina Kaggio di Monreale, dopo anni di inattività, assegnata al Consorzio Sviluppo e Legalità

Di Norma Ferrara

E’ Palermo la capitale dei beni confiscati nel Paese. Con 14.973 beni posti sotto sequestro/confisca, il capoluogo siciliano e’ la citta’ dove si conferma più alto il numero di patrimoni mafiosi colpiti dai provvedimenti previsti dalla legge109/96. Al secondo posto Roma, che con 11.648 beni supera Reggio Calabria, terza con 5.248.

Nonostante Palermo sia capofila fra le città italiane il valore dei beni sequestrati a spostare l’attenzione sulla capitale. A Roma infatti questo arriva sino a 916 milioni e supera di gran lunga quello degli immobili sequestrati a Palermo (42 milioni) o Napoli (29 milioni). Un dato che la dice lunga sulla lungimiranza e sulla forza che hanno assunto gli investimenti criminali nella capitale, assediata da ndrangheta e camorra, che arrivano sino al cuore del centro storico senza incontrare difficoltà, attraverso “scatole cinesi” che camuffano la natura mafiosa dei capitali. (more…)

OBIETTIVO: COLPIRE DELL’UTRI PER AFFONDARE SILVIO

settembre 9, 2009

imagesL’AFFONDO DI PAPI CONTRO LE PROCURE PER FRENARE LA “LUPARA” DELLA BOCCASSINI E DI INGROIA – IL PENTITO SPATUZZA CAMBIA ANCORA LA STORIA: “CAPACI E VIA D’AMELIO? NON RIINA, MA I GRAVIANO, CHE A MILANO AVEVANO CONTATTI CON DELL’UTRI E BERLUSCONI”…

Gianluigi Nuzzi per “Libero”

 

Silvio Berlusconi ora sente il fiato sul collo. Dalla Sicilia le mute investigative gli sono addosso in un sol coro. «È follia pura – parte l’affondo – che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del ’92, del ’93, del ’94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose per congiurare contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese».

Il premier di più non dice. Ma tradurre le sue parole è semplice. I magistrati che insieme a Milano e Palermo indagano su fatti del ’92, del ’93 e del ’94, portano cognomi importanti. (more…)

Il giullare sotto scorta

settembre 1, 2009
imagesLa mafia in Lombardia non c’è. Se lo dice il sindaco Letizia Moratti, dobbiamo fidarci. Chi non si fida di Letizia o è un ladro o è una spia. Vadano a quel paese Gianni Barbacetto, Roberto Galullo e quei pochi altri che ancora gridano «al lupo al lupo».

Succede però che a Lodi, che pare far parte della Lombardia centro meridionale, questo è da verificare, c’è un attore di teatro sotto scorta per minacce mafiose: chiamasi Giulio Cavalli. Attenzione da parte dei clan guadagnata sul campo, con lo spettacolo do ut des, sui ridicoli riti dei mafiosi. L’attore, che è anche direttore artistico del teatro di Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, nel suo spettacolo metteva alla berlina i boss e li sotterrava di irriverenti risate. Poco dopo, sempre nella terra lombarda vergine da penetrazioni mafiose, ha subito mezza dozzina di intimidazioni ufficiali ed altrettante ufficiose. Croci sulle porte, telefonate, mail e altri atti su cui per adesso vige il massimo riserbo. Pare che cosa nostra, ‘ndrangheta camorra e affini non abbiano gradito l’ironia. Pare che non l’abbiamo capita; strano. In una terra in cui la mafia non c’è, l’autore satirico, il giullare, il buffone di corte vive scortato da due uomini armati? (more…)

MAFIA E POLITICA, SARà UN AUTUNNO-BOMBA

agosto 25, 2009

imagesSI SCOPRE CHE C’è stata un’altra trattativa sviluppata in parallelo a quella di Ciancimino, con Un personaggio che si sarebbe mosso per trovare il punto di equilibrio tra Stato e STRAGISMO. CHI è?…

Gianluigi Nuzzi per Libero

 

L’ultima curva tra gli abeti e i fari allo xeno della Bmw 540 “protection” tracciano lunghe scie luminose sulla tavola d’acqua smeraldo del lago Ghedina, sopra Cortina d’Ampezzo. «L’ho presa blindata, con i miei risparmi perché devo proteggermi. Lo Stato è senza soldi: tremila euro di leasing al mese».Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, l’ex sindaco di Palermo, sussurra con l’accento siciliano sporcato dalla paura. Non bastano le due guardie del corpo con la pistola a canna corta nel marsupio, che la prefettura gli ha infilato nell’ombra, per evitare il peggio. «Allora mi sono comprato l’auto blindata, e addio a Porsche e Ferrari». Ride. (more…)

Dall’Olanda all’Albania le mafie internazionali cercano nuovi business

agosto 23, 2009

imagesPrima notizia: Gianluca Racco, trent’anni, affiliato alla cosca di Siderno, inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi d’Italia, è stato arrestato venerdì in Olanda, in un quartiere alla periferia di Amsterdam.Per Nicola Gratteri, procuratore aggiunto alla Dda di Reggio Calabria, si tratta di un’operazione importante, nata dai rapporti di forte collaborazione che dopo l’eccidio di Duisburg si sono instaurati tra la magistratura antimafia italiana e le autorità di polizia di tutta Europa.Operazione che rivela, dice Gratteri, «la dimensione sempre più internazionale assunta dalla ‘ndrangheta, con molti latitanti che vivono in Olanda, Germania, Spagna e da qualche tempo anche nel sud della Francia». (more…)

Mafia a caccia di “grandi affari” con vecchi alleati e nuovi soci

agosto 20, 2009

imagesArriva nel deserto mediatico la relazione inviata al Ministro dell’Interno Roberto Maroni e da questi svolta davanti al Parlamento prima della pausa estiva «sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel 2° semestre 2008».Arriva mentre giornali e tivvù sono impegnati nella polemica quotidiana, nata, questa volta, dalle dichiarazioni al quotidiano degli Angelucci diretto da Antonio Polito il Riformista , a proposito delle stragi mafiose negli Anni Novanta, rilasciate dal senatore del Popolo delle Libertà Marcello Dell’Utri, inquisito per mafia, condannato a Palermo in primo grado a nove anni di reclusione, con il processo d’Appello che gli pende sul collo in settembre. (more…)

Cosa nostra

agosto 17, 2009

imagesDa Riina a De gennaro, piccolo dizionario di Personaggi e interpreti della più grande opera italiana: la mafia – come si trasformò in una sorta di “service” adatto ai “lavori sporchi” – L’ASSASSINIO DI FALCONE “TRASFERITO” DA RIINA DALLA ‘CARBONARA’ A CAPACI…

francesco la licata per La Stampa
Ci sono parole della cronaca che entrano nell’immaginario, evocano fatti e situazioni come icone immaginifiche. Eppure non sempre chi osserva o legge dall’esterno riesce a comprenderne il senso esatto. Un piccolo dizionario forse può aiutare.

 

A Addaura.
Luogo di villeggiatura marina dei palermitani. In una delle ville della costa trascorreva l’estate Giovanni Falcone e la moglie, Francesca. Il 21 giugno del 1989 gli agenti della scorta trovarono sugli scogli una borsa da sub con 75 candelotti di dinamite innescati. L’attentato fu sventato, ma Falcone ne denunciò immediatamente l’anomalia parlando di «menti raffinatissime» che stavano dietro quella bomba.Per la prima volta si intuisce, in una grande affaire di mafia, la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra che si servono dei boss come di una sorta di «service» adatto ai «lavori sporchi». Il processo sull’attentato fallito si concluderà in un nulla di fatto, tranne una condanna nei confronti di un sottufficiale del Sismi che – sbagliando – aveva fatto brillare il detonatore della bomba distruggendo così un importante reperto per le indagini. Infortunio o premeditazione? (more…)

Quanti amici ha Totò Riina

agosto 13, 2009
imagesdi Giorgio Bocca

I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza

L’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. (more…)

UN AGGHIACCIANTE ARTICOLO-DOCUMENTO DI CIRINO POMICINO SULLE STRAGI DI MAFIA

agosto 7, 2009

imagesPaolo Cirino Pomicino per “Il Secolo XIX”

In queste settimane siamo stati travolti da un effluvio di interviste sulle stragi di via D’Amelio e di Capaci in cui morirono Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, piene di ricordi sbiaditi che non fanno onore alla verità storicamente accertata.Luciano Violante, Enzo Scotti, Pino Arlacchi, Oscar Luigi Scalfaro giocando nell’oblio del tempo hanno detto cose che non stanno né in cielo né in terra. A cominciare dal famoso «Non ci sto» scalfariano legato ieri ai fondi neri dal Sisde e oggi, invece, collegato al rifiuto di una trattativa tra mafia e Stato. (more…)

I boss mafiosi raccontano se stessi: “Curiosità, quasi sbirritudine”

agosto 3, 2009

imagesLA MAFIA dall’interno. Raccontata da loro, gli uomini di Cosa Nostra. Con il linguaggio, le regole, il codice “etico” che accomuna boss e soldati semplici. Come quando Totò Riina dice questa frase, rimasta celebre: “La curiosità è l’anticamera della sbirritudine”. O come il comandamento in base al quale non ci si può affiliare se si ha “uno zio finanziere, un cugino poliziotto, una madre separata o una sorella malandata”. O come nel dialogo (vero) tra i due fratelli Marchese: uno è innamorato di una ragazza i cui genitori divorziano, l’altro gli ricorda non è possibile, sarebbe immorale, ma propone la soluzione: dato che invece le nozze con un’orfana sono ammesse, lui potrebbe ammazzare padre e madre… (more…)

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA

luglio 30, 2009

imagesECCO COME FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO: I “SUGGERIMENTI” DI UN POLIZIOTTO SUL PRIMO VERBALE “ANOMALO” DI SCARANTINO CHE HA PORTATO ALLE CONDANNE PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

COSÌ FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO…
Lirio Abbate per “La Stampa”

Sembra la bozza di un racconto di mafia, con note a margine e annotazioni in cui si riportano nomi veri di boss e gregari coinvolti nella strage di via d’Amelio. Invece, è il primo verbale d’interrogatorio – da collaboratore di giustizia – di Vincenzo Scarantino, l’uomo sulle cui dichiarazioni si è basata gran parte dell’inchiesta, e poi le sentenze di condanna, per l’uccisione di Paolo Borsellino e di cinque agenti di polizia. Un pentito che è stato preso in considerazione solo dalla procura di Caltanissetta diretta all’epoca da Giovanni Tinebra. (more…)

LA MAFIA CON LO SCUDO

luglio 30, 2009

imagesLe perduranti difficoltà di accesso al credito, denunzia il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, favoriscono fenomeni di usura e scalate alla proprietà di aziende, grazie alla disponibilità di liquidità acquisita illegalmente.
Sono due fenomeni molto diffusi elevati nel Mezzogiorno dove, secondo recenti dati, sono a rischio usura 500 mila famiglie e 600 mila piccoli imprenditori. (1)

CAPITALI RIENTRATI E INVESTIMENTI

Come si collega a questa situazione l’imminente rientro di capitali illecitamente esportati all’estero, il cosiddetto scudo fiscale ter, inserito nel pacchetto anticrisi? L’entità dei capitali italiani riparati nei paradisi fiscali, dopo i primi due scudi fiscali (2001-2003) che riportarono in Italia circa ottanta miliardi, non è facilmente stimabile: si parla di circa 500 miliardi di euro attualmente nei conti off-store di società e trust di tutto il mondo. E ne dovrebbero rientrare tra i 60 e i 100 miliardi. (more…)

Discesa al nord delle mafie in occasione dell’Expo 2015

luglio 22, 2009

imagesIn vista dell’Expo 2015 le cosche calabresi stanno infiltrando il tessuto imprenditoriale lombardo e spostano il centro dei propri interessi all’ombra della Madonnina; tanto che i magistrati nazionali antimafia avvisano: “Milano è la nuova capitale della ‘ndrangheta e la Lombardia è diventata la quarta regione mafiosa d’Italia”. Una torta così allettante, gli affari in vista al Nord, da fare pensare che la “prossima guerra di mafia si combatterà nel capoluogo lombardo”, come ha previsto Paolo Pollichieni, direttore del quotidiano ‘Calabria ora’, da anni attento osservatore dell’espansione imprenditoriale della ‘Ndrangheta. I capoclan lombardi sono infatti, secondo l’ultima relazione della procura antimafia, sempre più autonomi e indipendenti dalle famiglie rimaste in Calabria, tanto da preparare gli arsenali per un sempre più probabile scontro tra ‘scissionisti’ (così il sostituto procuratore nazionale Roberto Pennisi) e cosche ancorate alla terra d’origine. (more…)

MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA

luglio 14, 2009

images20 ANNI DOPO L’ASSASSINIO DI BORSELLINO, LE DICHIARAZIONI-CHOC DEL PENTITO SPATUZZA RIAPRONO LA STAGIONE DEI VELENI PALERMITANI – CIANCIMINO JR. E IL “BIONDINO”: TUTTO IL FENOMENO DELLO STRAGISMO MAFIOSO ANDREBBE RIVISTO

 

Francesco La Licata per “La Stampa”

Revisione del processo. E’ l’incubo che accompagna il diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo. Per anni si è data per scontata una verità processuale (indennizzo consolatorio per familiari, amici delle vittime e società civile) consacrata nella condanna all’ergastolo di mafiosi piccoli e grandi, la «cupola» di Riina e i tanti gregari, indicati come organizzatori ed esecutori dell’attentato del 19 luglio 1992 che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della scorta. (more…)

Quelle donne a Sud di Gomorra

giugno 28, 2009

imagesIL RACCONTO. Lo scrittore su riti, comportamenti sessuali e regole imposti nelle terre di mafia

 

ESSERE donna in terra criminale è complicatissimo. Regole complesse, riti rigorosi, vincoli inscindibili. Una sintassi inflessibile e spesso eternamente identica regolamenta il comportamento femminile in terra di mafie. È un mantenersi in precario equilibrio tra modernità e tradizione, tra gabbia moralistica e totale spregiudicatezza nell’affrontare questioni di business. Possono dare ordini di morte ma non possono permettersi di avere un amante o di lasciare un uomo. Possono decidere di investire in interi settori di mercato ma non truccarsi quando il loro uomo è in carcere. Durante i processi capita spesso di vedere donne accalcate negli spazi riservati al pubblico, mandano baci o semplici saluti agli imputati dietro le gabbie. Sono le loro mogli, ma spesso sembrano le loro madri. Vestirsi in maniera elegante, curarsi con smalti e trucco mentre tuo marito è rinchiuso, è un modo per dire che lo fai per altri. Tingersi i capelli equivale a una silenziosa confessione di tradimento. La donna esiste solo in relazione all’uomo. Senza, è come un essere inanimato. Un essere a metà. Ecco perché le vedi tutte sfatte e trascurate quando hanno i mariti in cella. È testimonianza di fedeltà. Questo vale per i clan dell’entroterra campano, per certa ‘ndrangheta, per alcune famiglie di Cosa Nostra. Quando invece le vedi vestite bene, curate, truccate, allora il loro uomo è vicino, è libero. Comanda. E comandando riflette sulla sua donna il suo potere, lo trasmette attraverso la sua immagine. Eppure le mogli dei boss carcerati, sciatte sino a divenire quasi invisibili, sono spesso quelle che facendone le veci più comandano. (more…)