Posts Tagged ‘messico’

La via della droga va dal Messico agli Usa

ottobre 5, 2011

Carta di Laura Canali

Il confine fra i due Stati è da secoli teatro di illegalità. Oggi, stupefacenti di ogni genere sono la merce principale dei traffici che interessano l’asse sud-nord, e il cui controllo è causa da cinque anni di sanguinosi conflitti

Fabrizio Maronta per “Limes

Quella delle attività illegali al confine tra Messico e Stati Uniti è una storia vecchia quanto il confine stesso. I primi contatti tra coloni americani e residenti messicani (in quello che oggi è il Sud statunitense, strappato al Messico con la guerra del 1845-48 e con il Louisiana Purchase del 1853) risalgono al Settecento, ben prima dell’indipendenza dal Regno Unito, quando i venditori di pellicce di castoro del nord varcavano illegalmente il confine meridionale per vendere la loro preziosa merce. Nei decenni successivi seguirono venditori e imbonitori di ogni tipo, in un curioso gioco a parti rovesciate in cui a sconfinare erano i gringos e a reprimere i messicani, al contrario di quanto avviene oggi.

Nel Novecento, tuttavia, il contrabbando è divenuto sempre più appannaggio delle organizzazioni criminali messicane, benché in stretto contatto con le loro controparti settentrionali. Al crescere del divario economico tra Messico e Stati Uniti, i secondi sono divenuti il mercato di sbocco dei traffici illegali (droga, immigrati clandestini e, durante il proibizionismo, alcol), il cui flusso si è via via consolidato sulla direttrice sud-nord.

Volume e guadagni di queste attività sono cresciuti esponenzialmente tra gli anni Ottanta e Novanta, quando il sensibile miglioramento della sorveglianza aerea e marittima nell’area caraibica ha spostato le tradizionali rotte della cocaina a nord, verso il Messico. È in questo periodo che la città di Guadalajara assume rilevanza come hub del crimine organizzato messicano: la sua collocazione geografica – nella parte centro-occidentale del Messico, vicino al porto di Manzanillo (il più grande del paese) e ben collegata da autostrada e ferrovia – ne ha fatto il cuore logistico dei potenti cartelli della droga messicani.

Se i campi di battaglia sono Tijuana e Ciudad Juarez, a ridosso del confine, dove le “famiglie” combattono fra loro e con il governo messicano una guerra senza quartiere per il controllo dei traffici, grazie anche al fiume di armi acquistate negli Usa con i proventi del crimine, la loro base logistica è Guadalajara, la cui (relativa) pace è presupposto fondamentale della fluidità dei traffici. Fino alla metà degli anni Ottanta, la città è stata saldamente in mano a un cartello composto da nomi “storici” della scena criminale messicana: Rafael Caro, Ernesto Fonseca, Miguel Angel Felix (cui è liberamente ispirata la figura del boss della droga nel film Collateral) furono i primi a intuire e intercettare le opportunità schiuse dalla diversione della rotta caraibica.

Nel 1985 un’offensiva governativa prese di petto il “cartello di Guadalajara”, dal cui smantellamento sorse una galassia di organizzazioni minori in seguito federatesi nel cartello di Tijuana, in quello di Juarez, in quello del Golfo e nella Federazione di Sinaloa, la quale assunse il controllo della piazza di Guadalajara. Il monopolio mafioso era finito, ma nei successivi vent’anni si andò consolidando un equilibrio infranto, nel 2008, dalla rottura della Federazione, la cui costola scissionista (l’organizzazione Beltran Levya) si è alleata agli spietati Los Zetas, attaccando l’infrastruttura dei Sinaloa sulla costa pacifica. (more…)

L’ultima poesia di Javier per il figlio ucciso dai narcos

agosto 30, 2011

Il dolore e ha posato la penna: si è messo in marcia, non si è più fermato

Ettore Mo per “Il Corriere della Sera”, video

CITTÀ DEL MESSICO – «Mio figlio era un niño ingenuo e con un’anima nobile». Lo chiama ancora così, niño , bambino, anche se quando lo ammazzarono, Juan Francisco aveva già compiuto 24 anni. E ricorda pure che era «chiquito», piccolo piccolo, quando sognava un ingaggio nella Cruz Azul (squadra campione di Serie A in Messico), ma non ce la fece perché le sue ginocchia erano assai più deboli e vacillanti del suo spirito. Così si esprime il poeta messicano Javier Sicilia, 56 anni, onorato due anni fa nel suo Paese con il massimo premio letterario.
La notizia della morte di Juan Francisco gli giunse per telefono di prima mattina, mentre si trovava nelle Filippine per una conferenza. «Come sempre – lamenta ora – le brutte notizie arrivano all’alba». È un uomo di statura leggermente inferiore alla media, gracile, gli occhiali, pochi e già un po’ grigi i capelli. Quel mattino, subito dopo la telefonata, giurò a se stesso di non scrivere più poesie. L’ultima, dedicata al figlio, comincia col verso «Il mondo non è degno di parole» e termina col saluto estremo a Juanelo (così lo chiamava con tenerezza paterna) attraverso «il tuo e il mio silenzio». Il massacro ebbe luogo lo scorso 27 marzo, quando otto energumeni dello scellerato gruppo di narcotrafficanti soavemente etichettato «Pacifico Sur» irruppero in un bar di Cuernavaca e, dopo averli imbavagliati e insaccati come merce da scarto coi nastri adesivi, portarono via una mezza dozzina di giovani, tra cui Juan Francisco, che furono poi trovati cadaveri la mattina seguente in un campo fuori città. Il dramma ha aperto molte ferite nel cuore di Javier Sicilia, che sanguina ancora: «In realtà – ammette ora – ne rimasi sconvolto e la mia creatività poetica ne fu come asfissiata. Poi gradualmente mi sono ripreso e ho pensato che sarebbe stato più utile svolgere un’attività che richiamasse l’attenzione della gente sui problemi concreti: come il livello d’impunità, spaventoso, la corruzione dilagante nell’amministrazione e nella polizia, l’incontenibilità del narcotraffico che in quattro anni ha fatto più di 40 mila morti, per lo più civili innocenti». (more…)

La Pacifica Alleanza dell’America Latina

giugno 29, 2011

Colombia, Cile, Messico e Perù hanno siglato un accordo di integrazione economica. Non si tratta di un’alleanza delle destre o di una piccola Alca, ma della sponda latinoamericana dell’Apec, e del riconoscimento implicito dell’importanza dei legami con l’Asia

Maurizio Stefanini per “Limes

Nel settembre del 2009 si iniziò a parlare della possibile integrazione tra le Borse di Lima, Bogotá e Santiago, allo scopo di costruire una realtà di dimensioni comparabili a quelle delle Borse di San Paolo del Brasile e di Città del Messico. Il 9 novembre 2010 è stato firmato a Lima l’accordo per la costruzione del Mercato integrato latinoamericano (Mila), nato ufficialmente il 22 novembre. Juan Pablo Córdoba, presidente della Bolsa de Valores de Colombia (Bvc), ha ricordato come il Mila potesse mettere assieme 46 società con oltre un milione di dollari di transazioni al giorno, e 58 valori con tra 500.000 e un milione di dollari di transazioni. Durante il vertice iberoamericano di Mar del Plata del 3-4 dicembre il presidente messicano Felipe Calderón manifestò il proprio interesse per un accordo con l’asse Colombia-Perù-Cile. (more…)

Messico, parla Luz Sosa, giornalista in prima linea

giugno 23, 2011

La violenza dei narcos, la paura della popolazione: oggi il Messico vive sotto le regole della criminalità organizzata

Alessandro Grandi per “Peacereporter

La tremenda violenza in corso da anni nell’area nord del Messico, al confine con gli Stati Uniti, miete tutti i giorni decine di vittime. Una situazione divenuta ormai insostenibile. La popolazione ha paura e abbandona le proprie case e i negozi. La polizia, quando non è collusa con le bande criminali, viene presa di mira e colpita dai killer dei narcos. Un paese il Messico, che oggi non vede un futuro di pace. Ne abbiamo discusso al telefono con Luz Sosa, giornalista in trincea, sempre in prima line nel raccontare le atrocità della criminalità. La sua carriera, ricca di premi, è minata dalle minacce dei cartelli. (more…)

Caccia a “El Chapo”, invisibile boss dei narcos

maggio 1, 2011

Il suo vero nome è Joaquin Guzmán Loera, ma per tutti è “il tarchiato”. Ha preso in mano il mercato della coca, trasformato il Messico in un suo feudo ed è diventato un eroe popolare. Ecco come un giornalista si è messo sulle sue tracce. E perché una storia che si svolge nella lontana Sierra di Sinaloa riguarda anche l’Italia

Roberto Saviano, da “La Repubblica

Nulla si può comprendere del nostro tempo, del capitalismo moderno e di quello che sarà, se non si fissa in volto il Messico, attualmente la più importante narcodemocrazia del mondo. Raccontare del Messico spesso è impossibile. Proibito. Uccisi, torturati, decapitati per aver fatto il loro lavoro: così finiscono molti giornalisti che lì decidono di occuparsi di narcotraffico. Fare il giornalista in Messico è un mestiere pericoloso, forse il più pericoloso che si possa scegliere di fare in quella terra. Lo sa bene il giornalista statunitense Malcolm Beith che, al tempo delle ricerche nel Sinaloa, una notte vede arrivare al suo motel un gruppo di giovani armati, li sente entrare nella camera di fianco e decide di dormire in bagno, cosa che, forse ingenuamente, lo fa sentire più sicuro. Se sparano verso il letto direttamente da fuori la porta, avrà pensato, almeno mi salvo dormendo in vasca. Beith va in Messico con un unico obiettivo: raccontare del Numero Uno. Dell’uomo che ha cambiato il destino di quel Paese, responsabile di una quantità enorme di omicidi: El Chapo. Il narco che è riuscito a rendere il Messico il centro da cui si irradia il mercato mondiale della coca.
Figlio di un gomero, un coltivatore di papavero da oppio, il piccolo Chapo – soprannome che significa “basso e tarchiato” – cresce in un remoto angolo di Messico dove la droga sembra l’unica via per uscire dalla povertà. Non ha ancora vent’anni quando le crescenti richieste di stupefacenti dell’America post-Vietnam fanno diventare il Sinaloa un centro nevralgico del mercato che dalla Colombia raggiunge gli Stati Uniti passando per il Messico. I colombiani, all’inizio, pagano i messicani per il trasporto della merce. Poi questi ultimi chiedono come pagamento una parte del carico. Così i cartelli messicani diventano più potenti dei colombiani che restano meri produttori. In quegli anni, El Chapo impara il mestiere dal migliore di tutti: Miguel Angel Félix Gallardo, conosciuto come El Padrino. (more…)

La città che uccide le donne

luglio 28, 2010

Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità

Ilaria Biancacci per “Limes

La storia che vi voglio raccontare viene da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne. (more…)

Perché il Messico è diventato il paese più pericoloso del mondo

luglio 19, 2010

Nell’articolo: i narcos hanno vendicato l’arresto di un loro capo con una tempestiva azione classificabile come terrorismo: hanno rapito un civile, lo hanno vestito da poliziotto e poi lo hanno crivellato di colpi, lasciandolo agonizzante nel mezzo della strada. All’arrivo delle ambulanze e della polizia, la manovalanza dei cartelli ha attivato con un telefono cellulare un’autobomba parcheggiata nei pressi e caricata di dieci chili di esplosivo, uccidendo quattro persone

Guido De Franceschi per “Il Sole 24 Ore

Per misurare il tasso di violenza diffusa che da qualche anno strapazza il Messico basta leggere tre righe di un reportage apparso il 6 luglio scorso sulle pagine di El Espectador, il più antico quotidiano colombiano. Questo giornale, che pure si stampa nel ruvidissimo paese sudamericano e quindi non è sospetto di ingenui stupori dinanzi a episodi violenti, riporta le considerazioni di alcuni reporter di al-Jazeera che, reduci da un lavoro giornalistico nello Stato messicano di Tamaulipas, hanno assicurato di non aver mai visto un luogo tanto pericoloso. E dire che le troupe della tv araba non sono solite soggiornare in sonnacchiosi villaggi elvetici, quanto piuttosto nelle aree più turbolente del mondo.

Date queste premesse, per i media messicani, ormai assuefatti a quotidiani bollettini di guerra, la strage avvenuta all’alba di domenica scorsa nella città di Torreón, diciotto morti e una ventina di feriti gravi, assume una certa importanza solo per il numero particolarmente elevato di morti e per la giovane età (tra i venti e i trent’anni) della gran parte delle vittime. La dinamica del massacro, in Messico, è un drammatico déjà-vu. Una festa privata di compleanno con musica e balli è interrotta, intorno all’una e mezza, dall’arrivo di otto Suv. Dalle auto scendono uomini armati che aprono il fuoco con fucili Ak-47 e Ar-15. Dopo le raffiche, che lasciano a terra centinaia di bossoli e decine di persone, gli assaltatori se ne vanno con calma. (more…)

In nome della droga: la mattanza messicana

giugno 14, 2010

In Messico ogni giorno è un 2 di novembre. Ieri è stato quello più violento e sanguinoso degli ultimi sei anni: 85 morti. Rivalità tra bande, narcotraffico, innocenti stroncati dalla casualità. Donne, vecchi, bambini. La ferocia non guarda in faccia nessuno. Una mattanza senza soluzione di continuità. Lontano dalle luci abbaglianti delle località turistiche e dal silenzio sacro delle piramidi Maya, una guerra senza pari nel mondo: 22.700 morti dal 2006. Solo nei primi tre mesi del 2010 si sono contati 3.365 cadaveri. La gente continua a morire o a uccidere

Nell’articolo: “Fino al 2006 il governo messicano è rimasto passivo di fronte al fenomeno crescente della criminalità organizzata legata al traffico di stupefacenti. I cartelli della droga regolavano i conti tra loro. Una banda rimpiazzava l’altra spazzata via dal “mercato” o da dissidi interni. Poliziotti corrotti vigilavano su tutto questo, con le tasche piene di mazzette e senza la necessità di procedere ad arresti ed indagini”

Anna Mazzone per “Il Riformista

Dal Sudafrica il presidente Felipe Calderon inneggia al pugno di ferro. Ma i suoi 45.000 soldati finora non sono serviti a granché. Una «guerra persa». Così in tanti commentano la sua strategia anti-narcos; negli ultimi quattro anni ha schierato interi plotoni di polizia ed esercito per presidiare le aree più calde del Paese e stroncare sul nascere le dinamiche legate al mercato della droga. Ma le teste continuano a rotolare. Arti tagliati, bambini rapiti. L’orrore reitera se stesso e aumenta, persino. Una spirale di violenza che spinge molti a cercare rifugio oltre il confine, in quegli Stati Uniti sogno di mezzo mondo. Ma anche lì, spesso, i disperati trovano la morte.

Ottantacinque morti tra giovedì e venerdì. Il giorno più sanguinoso degli ultimi sei anni in Messico. 19 sono stati uccisi durante un assalto ad un centro per la cura delle tossicodipendenza. (more…)

MESSICO E NUVOLE (DI COCA)

dicembre 7, 2009

AL CONFINE CON L’ARIZONA C’è UNA VERA E PROPRIA RETE SOTTERRANEA PER CONTRABBANDIERI – SONO TUNNEL CHE SONO STATI SCAVATI DAI PAVIMENTI DELLE CASE AL CONFINE (NE HANNO SCOPERTI 120) – DA Lì PASSANO COCAINA, MARIJUANA, ARMI E IMMIGRATI – ED è guerra CONTINUA CON LA BORDER PATROL…

Guido Olimpio per “il Corriere della Sera”

L’agente della Border Patrol usa la torcia per far luce nel gigantesco canale sotterraneo. Una condotta che raccoglie, in certi periodi dell’anno, un fiume d’acqua piovana proveniente dal Messico. Ogni tanto si ferma ed esplora l’antro con un visore notturno. Sul pavimento melma, rifiuti, stracci. L’aria è fredda, sa di muffa. Il poliziotto controlla attentamente le derivazioni che si dipanano dall’asse principale.

Anche lì altri resti che segnalano il passaggio di esseri umani. Avanzi di cibo, una giacca. Siamo nelle viscere di Nogales, Arizona, città divisa da una barriera arrugginita dall’altra Nogales, quella messicana. Sopra di noi i frontalieri, le famigliole che vengono a fare la spesa, i campesinos con l’abito della festa e tipi che fissano chiunque passi.

Le due Nogales si guardano, vivono in simbiosi. E tu puoi vedere la vita dall’altra parte. Gente nei negozi, i bimbi che giocano, i venditori di tacos e tamales. Ma è una visuale parziale. Perché non sai ciò che accade sotto terra. A dieci metri di profondità. Magari, proprio in questo momento, stanno scavando un’altra galleria clandestina. (more…)

Quel muro messicano che separa il sogno dal bisogno

novembre 14, 2009

imagesdi Sergio Luzzatto

Adesso che i riflettori si sono spenti su un muro che non esiste più – il muro di Berlino – sarebbe il caso di accenderli su un muro che non esiste ancora, o esiste solo in parte: il Mexican Wall, la barriera che corre lungo quasi mille dei tremila chilometri di confine fra gli Stati Uniti e il Messico. Cioè lungo l’immensa frontiera che si estende dalla California al Texas attraverso l’Arizona e il New Mexico, e che separa (non diversamente, in fondo, dal vecchio muro di Berlino) due mondi. Da una parte il mondo della ricchezza, dall’altra quello della povertà. Oppure, almeno: da una parte il mondo del sogno, dall’altra quello del bisogno. (more…)

“Dietro il muro le vite perdute delle donne vittime dei narcos”

ottobre 5, 2009

ciudad%20juarezIl suo nome è Sergio Gonzàlez Rodriguez. È nato a Città del Messico. Ed è uno scrittore e giornalista (dal 1993 columnist del quotidiano messicano Reforma da sempre in trincea. Per il suo giornalismo d’inchiesta, per aver sfidato le gang del narcotraffico, per aver denunciato la complicità della polizia messicana e le connivenze del potere politico. In Italia, Sergio Gonzàlez Rodriguez è noto per il suo libro «Ossa nel deserto» (Adelphi 2008), romanzo sul narcotraffico, la violenza e gli omicidi seriali alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Nel libro, Gonzàlez Rodriguez ricostruisce e denuncia, con grande forza e spietata precisione, il fenomeno del femminicidio a Ciudad Jurez (nord del Messico-confine con gli Stati Uniti). Lì dal 1993 ad oggi più di mille donne giovani e giovanissime, alcune addirittura bambine, sono sparite e più di 400 sono state ritrovate cadavere, spesso orrendamente mutilate e seviziate, nel deserto che circonda la città o nelle povere bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez, ai confini con El Paso (Texas), nota per il grande potere dei cartelli del narcotraffico e per le presenza invasiva dell’industria maquiladora, fabbriche straniere di assemblaggio che sfruttano il basso costo della manodopera messicana, soprattutto femminile. L’Unità ha incontrato Sergio Gonzàlez Rodriguez a Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale.

La frontiera è il filo conduttore del suo lavoro di giornalista e scrittore. Come descrivere la frontiera tra Messico e Usa?
«È la frontiera maledetta. La frontiera del dolore, della sopraffazione, dei traffici di esseri umani e del contrabbando di armi. La frontiera del meticciato, dove è ancora forte l’influenza della cultura preispanica. Dove c’è povertà e diseguaglianza, dove è fortissima la religione cattolica. Questa realtà si trova di fronte ad una società, quella americana, iper sviluppata, e alla super potenza mondiale. La zona intermedia tra i due Paesi è segnata, insanguinata, dai conflitti. Una conflittualità alimentata e moltiplicata dal narcotraffico; che a sua volta vive e si alimenta col traffico di esseri umani, col riciclaggio del denaro sporco… In questa area frontaliera si scontrano la civiltà e la barbarie. Dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti considerano la frontiera con il Messico un’area ad altissimo rischio per la propria sicurezza…». (more…)

Messico, Killer contro tossicodipendemti

settembre 23, 2009

16547Una violenza inaudita si scatena contro i giovani tossicodipendenti ricoverati in centri per il recupero dall’abuso di droghe

Nord del Messico, non si placa la violenza che soprattutto nell’ultimo mese ha colpito i più deboli e indifesi: i tossicodipendenti.
E’ la seconda volta in 30 giorni che un commando composto da uomini armati fa irruzione in un istituto sanitario per il recupero di tossicomani e commette una strage.
L’ultima è avvenuta a Ciudad Juarez, Stato di Chihuahua. Dieci persone, tutti giovani che volevano uscire dalla schiavitù della droga, stavano riposando all’interno delle sale del centro Anexo de Vida, quando un gruppo di uomini armati è entrato nell’edifico lanciando una granata che ha causato il ferimento degli ospiti. Poi il commando avrebbe aperto il fuoco sui giovani scaricando diversi caricatori di fucili da guerra. Bilancio finale dell’incursione dieci morti. (more…)

Droga libera in Messico, negli Usa scatta l’allarme

agosto 23, 2009

imagesdal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK – Con una drastica svolta rispetto alla sua politica precedente, il Messico ha varato un’estesa depenalizzazione del consumo di droghe, e non solo leggere. Nessuno potrà più essere perseguito per il possesso di marijuana, eroina e cocaina, purché in modica quantità e per uso personale. La mossa segue il fallimento di anni di battaglia al narcotraffico basata sul pugno duro, e affidata a una polizia corrotta. Ma la riforma suscita allarme negli Stati Uniti, il principale mercato di sbocco per i narcos messicani. L’escalation della violenza dal Messico ha già cominciato a diffondersi negli Stati Usa confinanti. Ora Washington s’interroga sulle incognite di una liberalizzazione che può attirare i suoi concittadini verso un nuovo “turismo della droga”. (more…)

Solo il tempo lo dirà

luglio 29, 2009

imagesLotta alla droga e diritti umani, un connubio che sembra cambiare fini e mezzi della lotta al narcotraffico. Ma credere che sia finalmente una battaglia seria resta difficile

 

Gli scontri tra le mafie della droga in Messico, negli ultimi anni, si sono sparse a macchia d’olio dalla frontiera con gli Stati Uniti fino all’interno del Nordamerica. Dal dicembre 2006, circa 12.300 persone sono state ammazzate. Una carneficina, con cifre da vera e propria guerra. Che continua a crescere d’intensità: nei primi sei mesi di quest’anno, secondo il giornale messicano El Universal, sono caduti in 3.247 per mano del crimine organizzato. Ma se finora il governo messicano ha tentato a testa china di combattere questa piaga, militarizzando il paese e intascando i dollari Usa, adesso alza la cresta e punta il dito almeno sul metodo con cui la Casa Bianca affronta uno dei mercati più redditizi del mondo: la vendita illegale di marijuana. (more…)

Il traffico di immigrati non conosce crisi (anzi, la sfrutta)

giugno 25, 2009

AJUIDQZCAMHF9V4CAGA2SHWCAWFPY1YCAPCWOMACAZZF8RYCAGVLU84CAPVJ6IKCA68NCX3CANRQCUBCAVGIKYQCAS56OBLCAW4OEFXCA1EY3QLCARDO19ACA41CSXRCAKU3EIMCAFC3MTSCAR9A64TA Phoenix (Arizona) e nelle altre grandi città statunitensi del sud, i quartieri fantasma creati dalla crisi immobiliare diventano teatro di un nuovo business della malavita messicana, quello dei sequestri. A farne le spese, ancora una volta, gli immigrati irregolari

 

Picchiati e minacciati, pistola alla tempia, poi lasciati mezzi nudi, in piena estate come in pieno inverno, ammassati nelle stanze di un anonimo villino unifamiliare alla periferia di Phoenix, San Diego o Houston. Dove, se tutto va bene, sono trovati dalla polizia dopo una richiesta d’aiuto al 911, sussurrata da un telefono cellulare. È questo il destino di un numero crescente di aspiranti immigrati messicani, che provano ad entrare illegalmente negli Stati Uniti e a cui, negli ultimi due/tre anni, le stesse organizzazioni criminali cui essi si affidano per il viaggio chiedono riscatti fino a 5 mila dollari, per essere lasciati liberi (e vivi). Un prezzo alto, molto più alto dei circa mille dollari (pagamento anticipato) sborsati di solito per l’attraversamento del confine. (more…)