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Jodice: ho fotografato l’anima

dicembre 20, 2011

Mimmo Jodice

Gianluigi Colin per “Il Corriere della Sera

«Se non ci fosse stata Angela le mie foto sarebbero ancora chiuse in fondo a un cassetto. Io mi nascondo sempre…». Angela è di là, il profumo del caffè avvolge lo studio di Mimmo Jodice ricolmo di libri, scatole di negativi, fotografie appoggiate alle pareti. Un universo denso di energia e storia, eppure lieve, delicato, come gli intensi occhi azzurri di Mimmo, 78 anni portati con la leggerezza di un ragazzo sempre curioso di scoprire il mondo. Sono pochi gli artisti che non usano l’io, Jodice ama il noi. Un sodalizio, quello tra Mimmo e la moglie Angela, che è una delle chiavi per comprendere il lavoro e il successo di un grande artista italiano: lui, fotografo dei paesaggi interiori, sognatore, visionario, poeta. Lei, insegnante di lingue, passionale, pragmatica, devota. Insieme, una coppia che, partita poverissima, ha unito incertezze, volontà e sentimenti per creare un universo di immagini dense di poesia metafisica, tracce quasi mistiche di una purezza dello sguardo.

Uno sguardo denso di riconoscimenti: dalla laurea honoris causa in Architettura, al premio per la cultura dell’Accademia dei Lincei; dalla cittadinanza onoraria di Boston alla prestigiosa nomina (di qualche settimana fa) di Cavaliere dell’Ordine delle arti e lettere del ministro della Cultura francese dopo una spettacolare mostra al Louvre. È lo stesso presidente Napolitano a congratularsi con il vecchio amico: «Un riconoscimento che ti sei guadagnato attraverso una lunga attività creativa particolarmente vicina per sensibilità e ispirazione alla nostra Napoli e tale da fare onore al nostro Paese». Ma non basta: sei università europee di Architettura hanno dato vita a una mostra-studio (inaugurata venerdì) dedicata al progetto ideale per l’archivio della fondazione. L’intera sala della Meridiana del Museo archeologico con i modelli di 60 progetti: tutti per Mimmo Jodice.

Sotto la barba bianca, col suo volto da moderno Ulisse, Jodice sorride sornione e aggiunge sottovoce: «Sono riconoscimenti che danno piacere. Ma la vera gioia è un’altra: quella di essere stato invitato al Louvre. Al di là della mia persona, questo dà la misura della considerazione della fotografia nel circuito dell’arte. Un riconoscimento, credo, davvero importante: mi sono sempre battuto perché finissero i pregiudizi e ora quello che resta è di aver contribuito in qualche modo perché assumesse questa dimensione e riconoscibilità nel mondo dell’arte».

«Io appartengo a una generazione che ha vissuto nel disagio. Nel ’44 avevo dieci anni… La fotografia è entrata nella mia vita per caso, quasi fosse stato un destino segnato: allora disegnavo, mi infilavo clandestinamente nelle stanze dell’Accademia per rubare qualche segreto sulla pittura, non pensavo alla fotografia. Poi un mio caro amico morì e il padre mi regalò il suo ingranditore. Tutto cominciò così, con una scatola di cartone con dentro un Durst 609. Non avevo la macchina fotografica, così le immagini me le inventavo in camera oscura, mettendo nei portanegativi pezzi di stoffa, cartoncini, foglie, di tutto. Era una fotografia sperimentale. Eravamo a cavallo tra gli anni 50 e i 60: c’erano straordinarie onde di rinnovamento, avevamo alle spalle il Neorealismo, vedevamo il primo Rauschenberg, il Living Theatre, leggevamo Ginsberg. Tutta la creatività, tutti gli atteggiamenti stavano cambiando. Mi sono trovato con questo ingranditore per le mani in un momento storico straordinario. E allora ho cominciato a fare quello che fino ad allora in camera oscura era proibito. Semplicemente scardinavo le regole per approdare a una mia identità ma sempre con la convinzione che la fotografia non si poteva tenere fuori dall’arte».

Mimmo Jodice parla con lentezza, come se la meditazione del suo sguardo fosse davvero un modo di sentire il mondo. Non a caso ama citare Pessoa: «Cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?». Ma Jodice non si è mai perso, anzi: ha solo inseguito con coraggio i suoi sogni.

«I miei maestri? Certo, ha avuto un’influenza speciale il mio frequentare gli artisti. Sì, gli artisti più di altri, mi hanno aiutato a capire. Negli anni Settanta, Napoli era un crocevia straordinario per l’arte. Ho collaborato molto con le gallerie d’avanguardia (Amelio, Lia Rumma) e ovviamente ho incontrato molti artisti che portavo nel mio studio, tra questi anche Beuys. Vedendo le foto di Gibellina distrutta dal terremoto, Beuys rimane sconvolto. Così, dopo aver chiamato il sindaco Ludovico Corrao partiamo verso quella città fantasma. Siamo stati insieme per un’intera giornata. Noi due, da soli, di fronte a quell’immagine di morte diventata simbolo di un infinito olocausto che la cronaca tragicamente ci impone».

Jodice viaggia sulle strade del tempo pensando a vecchi amici: «Accompagnavo Warhol a fare i ritratti alla grande borghesia. Aveva una polaroid mai vista prima, con il teleobiettivo. Sviluppava l’immagine mettendo la foto sotto l’ascella, era rapido, timido, poi mandava tutto alla sua Factory. Ne nacque un’amicizia: mi regalò la macchina fotografica, firmandola. La prima mostra in Italia di Mapplethorpe fu fatta a Napoli: era minuto, garbato, silenzioso, dolce. Un vero contrasto con la potenza provocatoria delle sue immagini».

«Milano e il mito del Jamaica? No, non c’era alcun dialogo. A Napoli non succedeva niente, zero. La mia era una fotografia di ricerca, solitaria, marginale. Eppure, sono stato tra i primi a fare una mostra al Diaframma, la celebre galleria di Lanfranco Colombo: si intitolava Nudi dentro cartelle ermetiche. Il titolo viene da Cesare Zavattini che scrisse la prefazione al piccolo catalogo. Zavattini ripeteva col suo vocione: “C’è Jodice che va in giro con foto chiuse dentro cartelle ermetiche. Ma io le distribuirei nelle scuole”».

«Abbiamo vissuto una stagione irripetibile, piena di energia e sperimentazione. Fa una certa tristezza oggi trovarsi di fronte a molti autori che cadono nella banalità della ripetizione, nell’omologazione. Certo, è difficile: i giovani si trovano in una dimensione di affollamento. Io vivevo una situazione nella quale la fotografia non veniva accettata, ora accade il contrario: tutti vogliono la fotografia, trovare nuove idee e nuovi percorsi è davvero complicato».

Alle spalle di Mimmo Jodice una delle sue foto più celebri, il volto di una statua romana conservata al Museo archeologico. Il tempo, la memoria, lo sguardo, elementi essenziali del suo lavoro che sembrano stridenti con le contingenze della contemporaneità.

«Il mercato? Le quotazioni di quattro milioni di dollari per una foto di Gursky? Il valore economico di un’operami interessa relativamente. Anzi, non mi interessa affatto», taglia corto Jodice. Quando vedo un’opera d’arte mi devo sentire prendere dentro, devo sentire un’emozione che mi invade, al di là del suo prezzo. Quell’opera, la devo vedere, rivedere e rivedere ancora: solo allora per me vale. Molte opere con cifre stratosferiche mi lasciano del tutto indifferente. Un esempio? Cosa mi interessa di vedere l’ennesima foto di Thomas Struth con i suoi noiosissimi visitatori in un museo? Ma dai!».

«Diciamo che sono delle distorsioni del mercato, delle follie. L’arte che costa molto diventa spessostatus. Li ho conosciuti tutti questi ragazzi della scuola di Düsseldorf. Ho fatto una mostra all’Accademia 25 anni fa, invitato dai Becher, i maestri dell’istituto: erano tutti promettenti studenti, Thomas Ruff, Candida Hoffer, Thomas Struth, lo stesso Andreas Gursky e altri. Nel tempo hanno prodotto cose straordinarie ma lì domina soprattutto la grande dimensione. Però non sempre, lo sappiamo bene, una foto grande è una grande foto».

Louvre, il custode diventa opera d’arte

aprile 23, 2011

Mimmo Jodice reinterpreta i capolavori con i volti di funzionari, impiegati e maestranze. Un mosaico in bianco e nero che annulla i confini tra le tecniche

Vincenzo Trione per “Il Corriere della Sera

Il protagonista di Antichi Maestri — l’ultimo, apocalittico, romanzo di Thomas Bernhard— è un vecchio signore che trascorre intere giornate in una sala del Kunsthisorisches Museum di Vienna a contemplare un solo quadro, il Ritratto di uomo dalla barba bianca di Tintoretto. Questo aristocratico personaggio prova fastidio, addirittura orrore, per le folle distratte e maleducate che spesso invadono i musei, trasformandoli in caotici grandi magazzini. Non tollera i riti di individui storditi dal bisogno di vedere tutto: «Camminano e camminano, guardano e guardano e poi, all’improvviso, crollano, semplicemente perché hanno fatto indigestione di opere d’arte». Nella maggior parte dei casi, si tratta di masse incolte, che vorrebbero «trangugiare tutto con indifferenza, magari tutta la pittura occidentale in una mattinata».

Eppure, nonostante questo rischio di imbarbarimento, i musei restano luoghi seduttivi, che custodiscono prodigi, visioni, fantasticherie. Attraversandoli, ci si può abbandonare a una sorta di sortilegio: come per incanto, dal presente transitiamo verso età lontane, tra simbologie e segni difficili da decodificare. Vittima di questo sortilegio è Mimmo Jodice. Come rivelano i suoi cicli sull’archeologia (si pensi a Mediterraneo). E la nuova avventura in cui ora è impegnato: la mostra, curata da Marie-Laure Bernadac, che aprirà tra qualche settimana al Louvre di Parigi (dal 20 maggio al 15 agosto). Si tratta di un evento, che rientra nella serie di esposizioni promosse dalla prestigiosa istituzione francese, tese a valorizzare il patrimonio storico-artistico esistente in una prospettiva contemporanea: significative personalità — come Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Louise Bourgeois, Lucian Fabro, Nan Goldin e Tony Cragg — sono state invitate a rileggere quadri e sculture del passato, suggerendo sofisticati giochi di corrispondenze, di rinvii, di dissonanze. (more…)