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Miti (infranti). Lasciamo in pace tutti i nostri eroi

settembre 14, 2010

nella foto «Amami» di Gianluigi Colin

Informazione globale e riservatezza, perché non confondere biografia e opera letteraria

Nell’articolo: Volesse inviare un messaggio a Salinger nell’aldilà. «Sebbene tu ci abbia provato, vecchio pazzo d’un eremita, per quanto ce l’abbia messa tutta a proteggerti, per quanto tu abbia messo tutti i filtri possibili per non farti raggiungere dalla pubblica curiosità, per quanto tu abbia eretto muri invalicabili di fronte all’ingerenza e all’indiscrezione, ecco che noi siamo venuti a snidarti nella tomba. E in un modo talmente beffardo e triviale che va tutto a merito della nostra intelligenza e della nostra spregiudicatezza» […..] Il messaggio è forte e chiaro: non c’è nulla che voi possiate scoprire sul mio conto che io non vi abbia già detto!

Alessandro Piperno per “Il Corriere della Sera

Saranno passati poco meno di trent’anni dal giorno in cui, in uno dei circoli canottieri appollaiati sulle rive del Tevere, m’imbattei in uno dei miei idoli calcistici. All’epoca uno dei migliori centravanti in circolazione dotato di un destro formidabile (giocava nella squadra per cui tutt’ora disperatamente tifo). Corporatura massiccia, faccia ordinaria, capelli all’indietro da gangster, impressionante come la postura di un siffatto essere umano, in campo, assumesse una tale plasticità. E insomma eccolo lì, il mio eroe, seduto a un tavolino ai bordi di una piscina, vestito in borghese, di fronte a sé un piatto di qualcosa di fresco e di estivo. Non so cosa mi abbia preso. Sarà stato lo stupore o l’emozione, ma contravvenendo ai diktat di una radicata timidezza e di un’educazione intransigente sono rimasto lì a guardarlo imbambolato per qualche secondo. Almeno finché lui non mi ha strappato all’incantesimo strillando: «Ehi, ragazzino, la smetti di fissarmi!». Da allora non lo fissai più neanche in campo. Diffamai persino il suo famoso tiro di collo. Finché non fu venduto.

La vita difficile dei fan. Ecco la lezione assimilata a bordo piscina, alle soglie dell’adolescenza. Mai incontrare i tuoi miti. Mai cercare con loro una complicità. Mai illuderti che il tuo amore — se non altro in virtù del fiero disinteresse che lo anima — debba essere ricambiato. Tu li conosci, i tuoi eroi; loro non sanno chi sei. E non vogliono neppure saperlo. Tu li idolatri fino alla commozione, loro non hanno niente per cui ammirarti. Difficile da digerire, ma è così che funziona. Non era Leopardi a dire che la cosa più ardua è imbattersi in un essere umano «abitualmente sopportabile»? Perché il tuo eroe dovrebbe fare eccezione? Le persone sono per lo più deludenti.

E non stupisce che la delusione ispirata dagli individui unanimemente venerati sia ancor più cocente. Proust ha cercato di spiegarcelo in tutte le salse. La Recherche pullula di grandi artisti abitualmente insopportabili. D’altro canto, è nota la posizione proustiana sulla vita privata degli artisti. Essa non conta, non ha valore. Proprio come non contava la malagrazia del mio idolo calcistico. Tutto sommato, di fronte a un destro così irresistibile chi se ne frega delle buone maniere? va bene, Proust la pensava così per ragioni strumentali. Non essendo per nulla fiero della sua vita, voleva che gli altri se ne dimenticassero. La sua difesa della privacy degli artisti, e quindi della propria, era un monito ai posteri: diffido chiunque dal ficcare il naso nei miei affari di cuore e di letto; guardate che popò di opera che vi ho donato e lasciate stare tutto il resto. Ma siamo certi che siano solo queste le sue motivazioni? (more…)