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Caccia a “El Chapo”, invisibile boss dei narcos

maggio 1, 2011

Il suo vero nome è Joaquin Guzmán Loera, ma per tutti è “il tarchiato”. Ha preso in mano il mercato della coca, trasformato il Messico in un suo feudo ed è diventato un eroe popolare. Ecco come un giornalista si è messo sulle sue tracce. E perché una storia che si svolge nella lontana Sierra di Sinaloa riguarda anche l’Italia

Roberto Saviano, da “La Repubblica

Nulla si può comprendere del nostro tempo, del capitalismo moderno e di quello che sarà, se non si fissa in volto il Messico, attualmente la più importante narcodemocrazia del mondo. Raccontare del Messico spesso è impossibile. Proibito. Uccisi, torturati, decapitati per aver fatto il loro lavoro: così finiscono molti giornalisti che lì decidono di occuparsi di narcotraffico. Fare il giornalista in Messico è un mestiere pericoloso, forse il più pericoloso che si possa scegliere di fare in quella terra. Lo sa bene il giornalista statunitense Malcolm Beith che, al tempo delle ricerche nel Sinaloa, una notte vede arrivare al suo motel un gruppo di giovani armati, li sente entrare nella camera di fianco e decide di dormire in bagno, cosa che, forse ingenuamente, lo fa sentire più sicuro. Se sparano verso il letto direttamente da fuori la porta, avrà pensato, almeno mi salvo dormendo in vasca. Beith va in Messico con un unico obiettivo: raccontare del Numero Uno. Dell’uomo che ha cambiato il destino di quel Paese, responsabile di una quantità enorme di omicidi: El Chapo. Il narco che è riuscito a rendere il Messico il centro da cui si irradia il mercato mondiale della coca.
Figlio di un gomero, un coltivatore di papavero da oppio, il piccolo Chapo – soprannome che significa “basso e tarchiato” – cresce in un remoto angolo di Messico dove la droga sembra l’unica via per uscire dalla povertà. Non ha ancora vent’anni quando le crescenti richieste di stupefacenti dell’America post-Vietnam fanno diventare il Sinaloa un centro nevralgico del mercato che dalla Colombia raggiunge gli Stati Uniti passando per il Messico. I colombiani, all’inizio, pagano i messicani per il trasporto della merce. Poi questi ultimi chiedono come pagamento una parte del carico. Così i cartelli messicani diventano più potenti dei colombiani che restano meri produttori. In quegli anni, El Chapo impara il mestiere dal migliore di tutti: Miguel Angel Félix Gallardo, conosciuto come El Padrino. (more…)