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Chiamalo se vuoi «slow journalism»

aprile 27, 2011

Giulia Crivelli per “Il Sole 24 Ore

Lavora per una casa editrice, la Condé Nast, che non si fa problemi a chiudere testate, magari storiche, se non sono più profittevoli. E che con altrettanta rapidità sostituisce direttori e art director, anche se famosi, di ottime frequentazioni e pieni di amicizie altolocate. Sempre nel caso in cui le riviste di cui sono responsabili perdano lettori e soldi. Eppure, se chiedete a David Remnick quale sia la formula di successo del «New Yorker», il settimanale che dirige dal 1998, come abbia capito cosa vogliono i lettori e come darglielo, lui risponde che non vorrebbe mai conoscere una simile formula.

Ammesso che esista, precisa. Usando toni pacati e soprattutto la logica, una costante della lunga conversazione a New York. La logica per Remnick non è un grimaldello per contraddire l’interlocutore, ma una dolce, implacabile alleata. «Se qualcuno mi dicesse che sa esattamente cosa vogliono i lettori gli direi di tenersi queste preziose informazioni. Non mi interessano. E poi parlare di lettori, genericamente, ha poco senso. Andrebbero considerati uno per uno… Detto questo, spero che ogni numero del «New Yorker» incontri il favore del maggior numero di lettori possibile. Non perché abbiamo scritto quello che si aspettavano, ma perché li abbiamo sorpresi, appassionati, magari fatti arrabbiare. Più spesso incuriositi, stimolati, divertiti. A volte pubblichiamo pezzi talmente complessi o di argomenti così poco conosciuti o allettanti… so dal principio che li leggeranno in pochi. Gli altri li salteranno a piè pari. O li salteranno e poi magari ci ripenseranno e gli daranno almeno un’occhiata. (more…)