Posts Tagged ‘Pablo Neruda’

Neruda e Rosales, la poesia mette d’accordo rossi e neri

gennaio 14, 2012

Pablo Neruda

Gabriele Morelli per “il Giornale

Pablo Neruda ebbe negli anni ’30 una lunga frequentazione con i maggiori rappresentanti della Generazione del 27: Lorca, Alberti, Aleixandre, Guillén, Salinas, Altolaguirre ecc. Egli stesso informa che, ad accoglierlo alla stazione Atocha di Madrid, dove nel ’34 giungeva come console del suo Paese, c’era Lorca con un mazzo di fiori. Da allora fino allo scoppio della guerra civile, l’autore del Canto generale sarà uno dei grandi protagonisti della vita culturale della Spagna: a lui i compagni affidano la direzione della rivista Caballo verde para la poesía che pubblica il suo manifesto della poesia impura; ancora, e a sancire il loro rapporto di stima e amicizia, gli stampano un libro dei suoi versi.
Partecipa all’iniziativa anche un gruppo di giovani scrittori della generazione successiva, tra cui il poeta granadino Luis Rosales – futuro Premio Cervantes di letteratura -, nella cui casa Lorca si rifugia per sfuggire alla violenza dell’esercito nazionalista. L’episodio va ricordato poiché dopo la tragica morte di Lorca è calata su Rosales la falsa accusa di non aver protetto l’amico; inoltre, la sua giovanile militanza falangista ha costituito per i professionisti dell’ideologia un marchio difficile da cancellare e che investe anche l’opera letteraria, di particolare rilievo nella poesia spagnola contemporanea. Ora il ritrovamento di una corrispondenza inedita intercorsa tra Rosales e Neruda permette di smentire la dicotomia fra i due, confermando che continuano a essere – malgrado la diversa fede ideologica (quella di Rosales sfumata e poi rimossa dopo il dramma della guerra civile) – grandi amici che dialogano a distanza.
Lo mostra l’autografo che Pablo invia nel ’72 all’omaggio tributato da una rivista al poeta granadino, dove definisce Rosales «un antipolitico» che ha superato la tragedia della morte di Lorca alimentando in silenzio la parola poetica. Durante e dopo il conflitto spagnolo la loro relazione si interrompe; tuttavia nel ’71, in occasione dell’assegnazione a Neruda del Nobel, il legame fra i due poeti riprende e si rinsalda. Non si conosce alcuna dichiarazione ufficiale di Rosales per l’evento, ma possiamo immaginare la sua felicità, la stessa espressa dal compagno falangista, il poeta Luis Felipe Vivanco, che nel suo diario, con evidente ironia verso il regime, commenta così il premio a Neruda: «Che trionfo per la Spagna di Franco! Hanno dato il Nobel a Pablo Neruda. Domani Pablo Casals, a 95 anni, presenta l’inno musicale dell’ONU e Pablo Picasso compie 90 anni». Al ritorno da Stoccolma, l’aereo di Neruda fa scalo nell’aeroporto Barajas di Madrid, dove sono ad attenderlo Rosales e Vivanco: una foto dell’epoca ritrae Pablo sorridente fra i due amici.
Due anni dopo, sempre durante la dittatura, Rosales prepara un’antologia nerudiana, intorno alla quale gira un trittico di lettere inedite che hanno per tema la produzione di argomento politico. Neruda ha deciso di escluderla per una serie di dinieghi ricevuti in precedenza; ma in realtà l’autocensura è limitata al tema della guerra civile, a causa delle pressanti richieste degli editori spagnoli che temono l’intervento franchista.
La corrispondenza inizia con una lettera di Rosales (13 febbraio ’73), che chiede a Neruda conferma della sua autorizzazione a eliminare «tutta la poesia che abbia un carattere chiaramente politico». La risposta di Pablo, da Isla Negra, è immediata (15 febbraio) e informa sulle difficoltà incontrate per la diffusione della sua poesia in Spagna, per cui ritiene opportuno eliminare i testi «che riguardano temi della guerra civile, che altrimenti metterebbero in pericolo la pubblicazione»; però è contrario a togliere le altre composizioni di contenuto ideologico. Un’ultima lettera di Rosales (21 febbraio) chiude il trittico: Luis esprime soddisfazione per il chiarimento avuto, mostrandosi d’accordo con le indicazioni ricevute dall’amico, poiché, commenta: «eliminare da una antologia così ampia della tua opera le poesie politiche non ha proprio senso». Entreranno infatti a far parte della grande raccolta da lui pubblicata molte composizioni del Canto generale sull’America dei grandi «fiumi arteriali» in opposizione a quella «della parrucca e della casacca», imposta dai colonizzatori spagnoli; né mancano testi da Le uve e il vento, come la poesia Il vento in Asia, un inno alla società comunista di Mao Tse-tung. Insomma, Rosales è fedele all’impegno contratto con l’amico: espurga i testi «politici» di tema spagnolo ne e inserisce altri ideologici: liriche che comunque – scrive Neruda alludendo alla Spagna di Franco – «si possono pubblicare da voi».

Pablo Neruda, d’amore e di politica

gennaio 11, 2012

David Hockney, «mMr. and Mrs. Clark and Percy», 1970-71, Londra, Tate Britain

La dittatura di Pinochet vedeva in lui un nemico. Le sue parole sono più forti di qualsiasi ambiguità

Antonio Moscato per “Il Corriere della Sera

Pablo Neruda non è mai stato dimenticato, anche negli anni più duri della dittatura di Pinochet. Al suo funerale, mentre ancora carceri e stadi traboccavano di detenuti, sfilarono tremila coraggiosi. A distanza di quasi quarant’anni il Partito comunista cileno ha chiesto la riesumazione del suo corpo per accertare con l’autopsia se a ucciderlo fu il cancro alla prostata con cui conviveva da qualche tempo o un’iniezione di veleno. Una richiesta che comunque non può aggiungere molto a quello che si sa: il Messico aveva inviato un aereo per portare in salvo il poeta, e proprio il giorno prima della partenza era avvenuto l’improvviso e imprevisto aggravamento che lo aveva stroncato in poche ore.

La giunta militare guidata da Pinochet (che oggi in Cile secondo il ministro dell’Educazione di Piñera non si dovrebbe più chiamare «dittatura») continuava a braccare i militanti della sinistra anche all’estero, uccidendoli a volte senza processo, e ha continuato a farlo per anni. Per Augusto Pinochet, Pablo Neruda era certamente un problema non facile. Il poeta era ammirato all’estero (nel 1971 aveva ottenuto il Premio Nobel per la letteratura), ma era soprattutto popolarissimo in patria, per i suoi versi e anche per i resoconti degli avventurosi viaggi giovanili, da Rangoon a Singapore a Batavia (Giacarta). In Estremo Oriente aveva cominciato prestissimo la sua carriera diplomatica, che si era poi spostata in Europa. Con brevi interruzioni dovute a governi ultraconservatori, era durata fino a poco prima della morte.

Pablo Neruda (che in realtà si chiamava Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, e aveva scelto quello pseudonimo per le sue pubblicazioni già nel 1920, quando aveva solo sedici anni), aveva partecipato attivamente a molte campagne elettorali, ed era stato più volte eletto senatore. Nel 1938, dopo la vittoria del primo governo di Fronte popolare guidato da don Pedro Aguirre, era stato nominato console a Parigi con l’incarico di mettere in salvo il maggior numero di repubblicani spagnoli. Nel 1948 era stato destituito da senatore dal regime conservatore di Gabriel González Videla che aveva messo fuori legge il Partito comunista: Neruda era stato braccato per un anno e, prima che riuscisse la sua fuga in Argentina, in tutto il mondo era stato creduto morto. D’altra parte in molti Paesi, compresa l’Italia, aveva subito spesso molestie e vessazioni poliziesche. Nel 1970, quando fu eletto presidente Salvador Allende, era stato nominato ambasciatore nella sua amata Francia, e aveva così mantenuto intatta la sua popolarità, evitando di prendere posizione nella turbolenta vita interna della coalizione di Unidad Popular.

Logico quindi che già il giorno della sua morte si fossero diffusi sospetti su una possibile causa dolosa, accresciuti dalla barbara distruzione della sua casa e dal saccheggio dei cimeli raccolti in una vita di viaggi. L’autopsia, richiesta recentemente sull’onda di quella ottenuta per Salvador Allende (che ha confermato che si uccise per non cadere nelle mani dei militari), non è ancora conclusa, ma cambierà poco: non c’è dubbio che in Neruda la giunta militare vedesse non il poeta, ma un uomo che poteva diventare dal Messico un punto di riferimento credibile per la resistenza. In ogni caso era un simbolo di tutto quello che il golpe voleva distruggere.

La popolarità di Pablo Neruda era indiscussa, ma la sua figura non era priva di contraddizioni. Le convinzioni politiche di Neruda hanno risentito fortemente del clima in cui si erano formate. Nella sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, (edizione italiana SugarCo, 1979), dice che «anche se la tessera l’ho ricevuta molto più tardi in Cile, quando entrai ufficialmente nel partito, credo di essermi definito di fronte a me stesso come comunista durante la guerra di Spagna».

La guerra di Spagna lo aveva sorpreso a Madrid, dove era arrivato in qualità di console, dopo esserlo stato anche a Barcellona. Subito dopo il Levantamiento di Franco, Neruda fu privato dell’incarico di console dal presidente Arturo Alessandri (un cognome che ritorna spesso nella storia del Cile). Anche come semplice cittadino, Neruda ebbe però subito un ruolo importante nella mobilitazione europea e delle Americhe in difesa del legittimo governo spagnolo. Ma mentre denunciava appassionatamente le atrocità franchiste, tanto più quando tra le vittime c’erano amici carissimi come Federico García Lorca o Miguel Hernández, la sua inesperienza politica lo portava a non vedere l’altro aspetto della guerra, la repressione di anarchici e trotskisti, veri o presunti, da parte degli uomini di Stalin.

Non era solo la sua ingenuità di neofita a determinare il rapporto ambiguo con lo stalinismo, ma la fedeltà cieca al Partito comunista cileno, che manterrà fino alla morte. Dice di aver avuto amici anarchici ma nelle sue memorie, finite pochi giorni prima della scomparsa, continua a ripetere le denigrazioni staliniane su di loro. E paradossalmente finisce per estendere le stesse accuse a tutta la tendenza guevarista in America Latina, sostenendo che mentre nel Partito comunista cileno, che era «di origine strettamente proletaria», erano difficili le infiltrazioni della Cia, le organizzazioni guerriglieriste «hanno spalancato le porte a ogni tipo di spia», inondando il continente di tesi che screditavano i vecchi gloriosi partiti. Salva soltanto la persona di Guevara, perché era stato colpito profondamente (tanto che ne parla più volte nelle sue memorie) dall’ammirazione per la sua poesia manifestata dal Che, che anche nell’ultima impresa boliviana si era portato nello zaino il suo Canto general . Neruda ha navigato senza problemi e senza dubbi nel mondo staliniano, al punto che di Stalin traccia (nel 1973!) un quadro abbastanza grottesco: il dittatore georgiano sarebbe stato un «uomo di principi e bonaccione, sobrio come un anacoreta, titanico difensore della rivoluzione russa».

È poco noto invece un episodio che aveva molto turbato Neruda: nel 1966 un gruppo di intellettuali cubani, tra cui Roberto Fernández Retamar, raccolsero migliaia di firme anche in altri Paesi su un appello che denunciava il poeta cileno come complice dell’imperialismo per aver accettato un invito a tenere conferenze negli Stati Uniti. Senza tener conto che a New York Neruda parlava in difesa della rivoluzione cubana! Era un pretesto per attaccare indirettamente il suo partito, allora in polemica con quello cubano. Ma a Neruda non appare chiaro. Nelle sue memorie si consola dicendo che col tempo «ogni ombra è stata eliminata» e «tra i due partiti comunisti più importanti dell’America Latina esiste un’intesa chiara e un rapporto fraterno». Gli sfugge che l’intesa era stata resa possibile dalla svolta filosovietica di Cuba dopo la morte di Guevara. Insomma, un’ennesima conferma che a un poeta va chiesto solo di essere un buon poeta, senza pretendere che possa essere anche una guida politica.

I postini di Neruda da Matilde:«Scusa se ti scrivo, non resisto»

luglio 23, 2011

Pablo Neruda insieme a Matilde Urrutia: la loro storia d’amore durò dal 1949 al 1973, anno della morte del poeta (FP)

Il carteggio segreto durò fino al ’55. Le spedì lettere da ovunque

Elisabetta Rosaspina per “Il Corriere della Sera

I violini certamente aiutano. Come quelli che, istruiti dalle note di Tchaikovsky, irretivano Pablo e Matilde un pomeriggio d’estate di 65 anni fa, tra i platani orientali del parco forestale di Santiago del Cile. Lui, 42 anni, già sposato e risposato; lei, 34, emancipata e indipendente. Ma ignara che fosse addirittura Neruda il piacevole signore con il quale stava avviando un gioco di sguardi all’ombra di un gazebo.

Si sorrisero, si piacquero, si persero. Si ritrovarono tre anni dopo, a Città del Messico, per decidere di non lasciarsi mai più: appuntamenti a Parigi, a Berlino, a Bucarest, complici i congressi politici e letterari per lui e i festival musicali per lei. Mentre le lunghe, tormentose pause tra un incontro e l’altro erano riempite da un fidato paraninfo: il servizio postale. Generazioni di postini di tutto il mondo, da Rio de Janeiro a Pechino, da La Paz a Vienna, hanno contribuito, senza saperlo, al più longevo amore di Neruda, tra il 1949 e il 1973.

Alle «11 e ¼ della notte del 21 dicembre», probabilmente del 1954, durante un convegno di scrittori sovietici a Stoccolma, l’impeto epistolare del poeta era in pieno conflitto con la consapevolezza dell’imprudenza sua e dell’amante: «La tua unica lettera nel portafoglio non voglio stracciarla, la leggo nei momenti più curiosi. Però anche se il tuo cuore è ingiusto, voglio che funzioni la tua testa. Non devo scriverti da qui»; e sottolineava invano il non, Neruda, firmandosi semplicemente «Tu Tuyo» (il tuo Tuo). (more…)

Dopo Allende, Neruda: assassinato da Pinochet

giugno 7, 2011

Pablo Neruda, premio Nobel per la letteratura nel 1971

Il Cile scava nel suo passato: il pm che indaga sulla fine del Presidente ora apre un’inchiesta sulla morte del poeta all’indomani del golpe

Gian Antonio Orighi per “La Stampa

Tra le sue migliaia di vittime, il defunto dittatore Augusto Pinochet potrebbe annoverare anche l’assassinio di Pablo Neruda: il premio Nobel della letteratura 1971 sarebbe stato freddato con una iniezione letale. La voce circola da anni, ma per la prima volta la magistratura di Santiago del Cile ha deciso di avviare un’inchiesta ufficiale dopo una denuncia del partito comunista cileno, di cui il poeta, scomparso a 69 anni, era l’esponente più prestigioso e famoso.

Il giudice che ha aperto il caso è Mario Carroza, già noto per aver aperto un altro fascicolo al fine di stabilire, con tanto di autopsia, se si è ucciso o è stato eliminato, a poche ore dal golpe dell’11 settembre ’73, anche il grande amico di Neruda, il presidente socialista Salvador Allende. Il pm fa sul serio, e ha richiesto non solo il certificato medico di morte, ma anche la scheda clinica dell’autore di Residenza sulla terra, ufficialmente defunto il 23 settembre ’73, 12 giorni dopo il colpo di Stato, per un «aggravamento del cancro alla prostata», nella clinica Santa María di Santiago. (more…)