Posts Tagged ‘palestina’

I palestinesi all’Onu sbagliano, da uomo di pace vi spiego perchè

ottobre 1, 2011

Bernard-Henri Lévy

Bernard-Henri Lévy per “Il Corriere della Sera”

Da oltre quarant’anni sono favorevole all’avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita — fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori — non ho smesso di dire e ripetere che è l’unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace.

Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché.

La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell’opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell’Istituto Truman per la pace, all’Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l’idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull’argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità.

La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un’idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l’idea di negare la strada che anch’egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all’Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all’evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l’uomo che l’ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L’omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L’evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d’ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l’assordante silenzio sull’accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell’Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità. (more…)

Abu Mazen: “Nessuno potrà fermare la nascita della Palestina”

settembre 30, 2011

«Se Obama mette il veto va contro i principi stessi dell’America»

RACHIDA DERGHAM, da “La Stampa

Presidente, come si è sentito a parlare davanti all’Assemblea Generale? Che cos’ha provato in un momento simile?
«Sentivo di essere testimone di un evento storico, di essere lì a presentare una richiesta giusta e sacrosanta: il diritto di ottenere uno Stato che sia a pieno titolo membro delle Nazioni Unite, come tutti gli altri. Mi è sembrato che se si fosse votato in quel momento avremmo avuto un appoggio unanime. Ma purtroppo ci sono persone che vogliono impedire al popolo palestinese di raggiungere questo traguardo e l’unica cosa da fare è essere pazienti».

Teme le reazioni? Pensa che quest’avventura possa avere conseguenze indesiderate?
«Non è un’avventura. Al contrario, è uno sforzo ben calcolato. Per oltre un anno abbiamo discusso la questione e l’abbiamo esaminata da ogni angolo. Ne abbiamo parlato con le altre nazioni arabe e con la Lega Araba, che sono sempre state al corrente di ogni nostro passo. Siamo stati chiari con tutti, senza trucchi. Nei nostri incontri e nelle nostre dichiarazioni, è sempre stata palese la nostra posizione».  (more…)

L’intervento di Bibi Netanyahu alla Assemblea Generale dell’Onu

settembre 26, 2011

da “Informazione Corretta

” Signore e signori, Israele ha steso la sua mano in pace dal momento in cui è stata istituita 63 anni fa. Per conto di Israele e il popolo ebraico, porgo la mano ancora oggi. La porgo al popolo di Egitto e Giordania, con rinnovata amicizia per i vicini con i quali abbiamo fatto pace. La porgo al popolo della Turchia, con rispetto e buona volontà. La porgo al popolo della Libia e Tunisia, con ammirazione per coloro che cercano di costruire un futuro democratico.
La porgo agli altri popoli del Nord Africa e della penisola arabica, con i quali vogliamo creare un nuovo inizio. La porgo al popolo di Siria, Libano e Iran, con rispetto per il coraggio di chi lotta contro una brutale repressione.

Ma soprattutto, porgo la mia mano al popolo palestinese, con cui cerchiamo una pace giusta e duratura.
Signore e signori, in Israele non si è mai attenuata la nostra speranza per la pace. I nostri scienziati, medici, innovatori, applicano il loro genio per migliorare il mondo di domani. I nostri artisti, i nostri scrittori, arricchiscono il patrimonio dell’umanità.
Ora, so che questo non è esattamente l’immagine di Israele che è spesso ritratta in questa sala.
Dopo tutto, fu qui che nel 1975 si affermò l’antico desiderio del mio popolo di ristabilire la nostra unità nazionale nella nostra patria biblica – fu allora che questo sentimento venne vergognosamente assimilato e rimarcato , come razzismo.
E fu qui nel 1980, proprio qui, che l’accordo di pace storico tra Israele e l’Egitto non è stato elogiato, ma è stato denunciato!
Ed è qui, anno dopo anno che Israele è stato ingiustamente e unilateralmente accusato. E’ sovente individuato come deprecabile più spesso di tutte le nazioni del mondo messe insieme.
Ventuno delle 27 risoluzioni dell’Assemblea Generale condannano Israele – l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Bene, questa è un aspetto infelice dell’istituzione delle Nazioni Unite. E’ il teatro dell’assurdo. (more…)

Questione palestinese: i sauditi si preparano a intervenire

luglio 14, 2011

Original Version: The Saudis prepare to step up

Il piano palestinese di dichiarare un proprio Stato alle Nazioni Unite, sempre più minacciato da Israele e dagli Stati Uniti, potrebbe guadagnarsi nuovo sostegno a livello internazionale; in particolare quello dei sauditi – scrive l’analista ebreo americano MJ Rosenberg

da “Medarabnews

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Fortemente incoraggiato dai finanziatori dell’AIPAC, il Congresso tratta i palestinesi come guerrafondai anche quando perseguono la pace, e gli israeliani come amanti della pace anche quando la rifiutano. Questo è cinico. E le persone che esigono che il Congresso si comporti in questo modo sono solo degli sciovinisti che tifano per la propria squadra, come se si trattasse di una partita di baseball e non di un conflitto che uccide.

Alla fine di giugno il Senato  ha approvato all’unanimità una risoluzione redatta dall’AIPAC con lo scopo di mettere in guardia i palestinesi contro le terribili conseguenze che dovranno affrontare se si rivolgeranno alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento del loro Stato. (more…)

La Palestina non è stata rubata, è stato acquistato Israele

giugno 27, 2011

di Daniel Pipes

“I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi”. È questo il mantra che l’Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media. Quest’asserzione riveste un’enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: “Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un’ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell’Ap del diritto d’Israele ad esistere”. L’accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un’immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina. Ma quest’accusa è fondata? (more…)

‘Obama non capisce che Israele è solo contro tutti’

giugno 14, 2011

L’ex membro dell’intelligence dell’Esercito israeliano spiega che l’opinione pubblica dello Stato ebraico sarà sempre divisa in due. Uno Stato palestinese finirebbe nelle mani di Hamas. La primavera araba per ora sta rafforzando gli islamisti e l’Iran

Niccolò Locatelli per “Limes

Mordechai Kedar ha fatto parte per venticinque anni dell’intelligence dell’Idf, l’esercito israeliano. Attualmente è ricercatore presso il Begin Sadat Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan di Ramat Gan, in Israele.


LIMES: Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu la pace può essere raggiunta solo attraverso il negoziato, ma lui non vuole negoziare con Hamas. D’altra parte, Hamas non riconosce Israele. Come uscire dall’impasse?
KEDAR: Per rispondere è necessario chiarire il concetto di “pace” in Medio Oriente. In Europa due parti fanno la pace quando decidono di abbandonare la guerra e convivere pacificamente. In Medio Oriente, la pace è quella situazione che si crea fra una parte invincibile e una sconfitta. Non sono compresi baci e abbracci ma solo la coesistenza tra due parti, una delle quali ha rinunciato a distruggere l’altra.
Questo tipo di pace non ha bisogno di negoziati, pertanto è per noi possibile – anche con Hamas – solamente dopo che questa avrà rinunciato all’idea di ributtarci a mare, non perchè gli siamo simpatici, ma semplicemente perchè Israele è invincibile. Fino a quando saranno convinti che siamo invincibili, ci lasceranno in pace. Questo è il massimo che possiamo ottenere in questa sfortunata regione. (more…)

«Negoziare con i palestinesi si può, ma solo lavorando dietro le quinte»

giugno 3, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

Presidente Peres, fra tanti leader mondiali, oggi a Roma troverà anche Abu Mazen. È vero quel che scrive la stampa israeliana, che mentre il premier Netanyahu fa la voce grossa, in gran segreto lei s’incontra e negozia da mesi col presidente dell’Autorità palestinese?
«Guardi, ci sono sempre un sacco di voci nella vita politica. Non possiamo sfuggirvi, ma nemmeno usarle come punto di riferimento…» .
Ma dopo il discorso di Netanyahu al Congresso, che è sembrato chiudere su ogni richiesta di Obama, sopravvive la possibilità d’un accordo?
«Penso che si debba aprire un negoziato diretto e condurlo con discrezione. Perché bisogna sempre distinguere fra posizioni d’apertura e mosse dietro le quinte. Le posizioni d’apertura sono, il più delle volte, le più estreme: al momento, queste posizioni le avverto da tutt’e due le parti. Allora, se ci sono le aperture e bisogna trovare un terreno comune, lo si fa senza troppa pubblicità. Ogni mossa non può essere seguita dai media: se c’è pressione, non possiamo più muoverci. La strada giusta è aprire i negoziati pubblicamente e poi condurli con discrezione, per raggiungere un vero accordo» . Deimille vestiti che Shimon Peres ha indossato nella sua vita lunghissima, l’ultimo gli somiglia di più: la grisaglia tenue e morbida del dialogo riservato, in un Paese costretto da sempre alla divisa ruvida e sgargiante delle emergenze urlate. Un inossidabile padre della patria. Un quasi ottantottenne che ancora s’appassiona di nanotecnologia, impreziosisce i discorsi con poesie giapponesi, tesse opportunità di pace col realismo del tirare a campare. «I leader italiani — dice — li ho conosciuti tutti. Uno che mi ha colpito, però, è stato Andreotti. La prima volta era ministro della Difesa, come me. Molti anni fa. E già m’impressionava la sua saggezza. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopravvivere a tanti governi. Mi rispose: “Guardi, basta non considerare i ministri come amici. Per stare con gli amici, si va in vacanza: stare al governo è un’altra faccenda”. M’è sempre piaciuta questa sua saggezza» . Saggio o avventato, Abu Mazen sogna di proclamare l’indipendenza palestinese entro l’anno.  (more…)

‘Uno Stato palestinese sotto occupazione è una finzione’

giugno 1, 2011

Il professore dell’Università di Bir Zeit parla dell’accordo tra Hamas e Fatah, dell’impatto della primavera araba sulla questione palestinese e di come uscire dall’ìmpasse con Israele. Il ruolo dell’islamismo e quello – irrilevante – di salafiti e al Qaida

Niccolò Locatelli per “Limes

Asem Khalil è il direttore dell’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies dell’Università di Birzeit, in Cisgiordania. Può essere contattato a questo indirizzo:asemkhalil@gmail.com.

LIMES: Secondo un rapporto dell’Onu l’Autorità Nazionale Palestinese è pronta per diventare uno Stato. Lei è d’accordo? Quali sono le misure più urgenti da compiere a tal fine?

KHALIL: Non spetta a me essere d’accordo o meno con un rapporto dell’Onu. Ho però dei dubbi sui criteri che chi ha scritto il rapporto sembra aver adottato. La Banca Mondiale e altre organizzazioni internazionali si confrontano con l’Anp in Cisgiordania ma evitano la Striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas dal 2007. Ciò porta a formulare giudizi equivoci, soprattutto se per “Stato” intendiamo tutti i territori occupati da Israele nel 1967. Inoltre esse guardano all’Anp come se fosse un’azienda o un’enorme Ong: valutano i miglioramenti solo in base alla trasparenza e alle qualità amministrative. Un processo di State-building così depoliticizzato può portare a tanti risultati, ma non a uno Stato inteso come organizzazione politica di una comunità su un dato territorio.
Lo State-building è giudicato in base ai risultati finanziari e di sicurezza: ciò che viene considerato progresso sta in realtà favorendo la creazione dell’ennesimo regime autoritario nell’area, addirittura col consenso internazionale! Il fatto che questi tentativi di consolidamento siano portati avanti sotto l’occupazione israeliana rende il quadro più confuso: l’Anp si sta configurando come una debole entità para-statale: non era nemmeno in grado di pagare gli stipendi del proprio personale perché Israele le aveva ritardato il trasferimento dei proventi della riscossione dei dazi doganali.
In conclusione, non credo che sia possibile creare uno Stato sotto occupazione. Secondo me il processo dovrebbe verificarsi dopo la fine della stessa. (more…)

Cosa sono i confini del 1967

maggio 20, 2011

La prima cosa da sapere è che sono stati la base di tutte le trattative condotte finora tra Israele e Palestina. La seconda cosa da sapere è che Israele non li ha ottenuti nel 1967

Giovanni Fontana per “ilpost”. Le cartine qui

“I territori del ‘67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”, ha detto ieri Barack Obama, nel proprio discorso sul Medio Oriente. Ci sono due cose da sapere, intanto: la prima è che si chiamano territori del ’67, ma Israele li ha ottenuti vent’anni prima: dopo la guerra del ’48. La seconda è che sono stati la “base” di tutte le trattative fra israeliani e palestinesi – e sappiamo tutti com’è andata, visto che siamo ancora qui a parlarne. Verrebbe da chiedersi, allora, perché Obama li riproponga come punto di riferimento per raggiungere la pace. La risposta è semplice: non sono una novità, non sono una via facile, ma sono l’unica strada percorribile. Come disse una volta il presidente israeliano Peres «non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel».

Per questo, l’insistenza sulla questione dei territori è più che giustificata: l’eterno conflitto arabo-israeliano è, prima di ogni altra cosa, una guerra per ogni piccolo pezzetto di terra. Se andate in giro in quelle zone, da Tel Aviv a Ramallah, vi spiegheranno che il problema del conflitto arabo-israeliano è uno, anzi sono due: c’è troppa storia e troppa poca geografia. Sulla storia del conflitto israeliano si potrebbero scrivere biblioteche intere, che difatti sono state scritte. Quello che segue vuole essere un velocissimo riepilogo dei principali eventi utili a capire cosa sono questi fantomatici territori del ’67, e perché sono così importanti. (more…)

Ultra ortodossi Naturei Karta

gennaio 10, 2011

Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore”

“Quello che noi vogliamo rion è un ritorno ai confini del ’67, ma.che tutto il paese sia restituito ai palestinesi”. È difficile immaginare un programma politico più chiaro e più estremo di questo: nessuna mediazione, nessuna mano tesa, nessun tentennamento. Tanto meno una spartizione della terra tra i due contendenti. Semplicemente, l’orologio della storia deve tornare indietro di un secolo almeno, con le lancette là dove si trovavano all’inizio del Novecento, quando il sionismo era solo un’utopia irrealizzabile e la Palestina ancora saldamente in mano ai suoi abitanti arabi. Se vi siete chiesti quale gruppo fondamentalista islamico abbia espresso recentemente una posizione così intransigente, siete sulla strada sbagliata. La frase in apertura è stata pronunciata da un rappresentate ufficiale dei Neturei Karta, i falchi dell’antisionismo religioso militante ebraico. La restituzione incondizionata di tutto Israele ai palestinesi e l’abolizione immediata dell’«entità sionista» è del resto l’obiettivo dichiarato di questo movimento. Non va dimenticato che la ruggine tra l’ambiente tradizionalista e i sionisti è vecchia quanto il sionismo stesso, anche se si è espressa nel corso dei decenni con voci, motivazioni e accenti diversi. (more…)

Il prezzo per la libertà di Gilad Shalit

luglio 1, 2010
Nell’articolo L’unica possibile argomentazione morale valida contro la liberazione di Gilad Shalit è legata al fatto che, in base all’esperienza passata, alcuni dei prigionieri liberati potrebbero tornare a commettere atti terroristici e perciò non sarebbe giusto liberare un unico soldato in cambio della possibile perdita della vita di molti altri israeliani.

AVRAHAM B. YEHOSHUA per “La Stampa

Tra le varie argomentazioni di chi si oppone ai termini della trattativa per la liberazione di Gilad Shalit ce n’è probabilmente solo una che abbia un qualche valore morale. Tale argomentazione non ha nulla a che vedere con l’immagine di forza che vuol dare di sé Israele, dal momento che dopo ogni guerra è già accaduto che lo Stato ebraico abbia rilasciato centinaia se non migliaia di prigionieri nemici in cambio di pochi ostaggi israeliani e quegli scambi a mio parere hanno solo rafforzato la sua dignità e il suo valore agli occhi dei suoi cittadini e di altri.

Tale argomentazione non è nemmeno inerente al consolidamento del prestigio di Hamas. La sconfitta di questa organizzazione durante l’operazione «Piombo fuso» getterebbe infatti un’ombra sul prestigio che la sua leadership deriverebbe da uno scambio di prigionieri. Inoltre la salda posizione dell’Autorità palestinese, che già da diversi anni riesce a garantire stabilità e ordine interno ai territori sotto il suo controllo e a sviluppare una solida infrastruttura economica, si basa su contingenze ideologiche e politiche inerenti alla vita e agli interessi palestinesi e non crollerà se qualche centinaio di terroristi di Hamas che hanno trascorso alcuni anni nelle prigioni israeliane verranno liberati. (more…)

“Tornatevene ad Auschwitz”

giugno 12, 2010

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Nell’articolo: “Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici”

Alessandro Schwed per “Il Foglio

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. 

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.  (more…)

Contro le idee, la forza di Israele non può nulla

giugno 3, 2010

Original Version: Against ideas, Israel’s force is impotent

A partire dalla Guerra dei Sei Giorni, Israele si è fissata sull’uso della forza militare; ma nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza – non da un assedio, non da un bombardamento, non essendo spianata con i cingoli dei carri armati, e non dai commando della marina – afferma lo scrittore israeliano Amos Oz, da “Medarabnews

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Per 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la “forza” della forza solo sotto forma di frustate sulla loro schiena. Ora, per diversi decenni siamo stati in grado di esercitare la forza noi stessi. Tuttavia questo potere ci ha intossicato sempre di più. Sempre di più immaginiamo di poter risolvere con la forza ogni problema che incontriamo. A un uomo con un grosso martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.

Nel periodo precedente alla fondazione dello Stato, gran parte della popolazione ebraica in Palestina non comprendeva i limiti della forza e pensava che potesse essere usata per raggiungere qualsiasi obiettivo. Per fortuna, durante i primi anni di Israele, leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol sapevano benissimo che la forza ha i suoi limiti, e furono attenti a non andare al di là di quei confini. Ma a partire dalla guerra dei sei giorni nel 1967, Israele si è fissata sull’uso della forza militare. Il ritornello è: ciò che non si può ottenere con la forza, lo si può ottenere con una forza ancora maggiore. (more…)

Si definiscono pacifisti ma sono seminatori d’odio

giugno 1, 2010

Gian Micalessin per “Il Giornale

La grande paura israeliana, il sospetto che ha spinto il governo di Benjamin Netanyahu a mandare gli incursori della marina a bloccare il convoglio in navigazione verso Gaza si nasconde dietro la sigla Ihh. Le tre lettere, abbreviazione dell’organizzazione umanitaria turca «Insani yardim vakfi», ovvero «Fondo di aiuto umanitario», sono per l’intelligence israeliana il simbolo dei legami sempre più profondi tra i fondamentalisti di Hamas e i gruppi islamici turchi. E non soltanto per le foto che documentano l’incontro del 2009 a Damasco tra Bulent Yildirim, fondatore e capo indiscusso di Ihh, e il segretario generale di Hamas Khaled Mashaal. Più di quelle foto preoccupano il tentativo della «Ihh» di espandersi da Gaza alla Cisgiordania e gli antichi legami con esponenti della jihad internazionale, tra cui alcuni militanti transitati dalla moschea milanese di via Jenner ai campi di battaglia di Bosnia, Afghanistan e Cecenia. Preoccupazioni diventate sempre più assillanti quando l’Ihh ha assunto il coordinamento dei cosiddetti «pacifisti» confluiti a Cipro mettendo a disposizione della flotta per Gaza tre navi pagate con i propri fondi. (more…)

Gli Stati Uniti finanziano il piano di apartheid stradale di Israele

maggio 23, 2010

Original Version: US Funds Israel’s Apartheid Roads Plan

L’agenzia del governo americano USAid sta contribuendo alla costruzione di una rete di strade “separate” per i palestinesi in Cisgiordania, mentre ai coloni israeliani resta l’uso esclusivo delle superstrade e delle strade di rapido scorrimento; in questo modo si crea un sistema di “apartheid stradale” che favorisce le colonie ed è in contrasto con l’obiettivo di creare uno stato palestinese – scrive il giornalista Jonathan Cook,  scrittore e giornalista free lance inglese che vive a Nazareth, in Israele; i suoi ultimi libri sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books), da “Medarabnews

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La costruzione di alcune sezioni di una controversa rete stradale separata in Cisgiordania, progettata da Israele per i palestinesi – lasciando le strade principali per l’uso esclusivo dei coloni – è finanziata dall’agenzia di aiuti del governo americano. Lo rivela una mappa preparata da ricercatori palestinesi.

Si dice che USAid, che finanzia progetti di sviluppo nelle aree palestinesi, abbia contribuito a costruire 114 chilometri di strade proposte dagli israeliani, nonostante la promessa fatta da Washington sei anni fa secondo cui gli USA non avrebbero fornito aiuti nell’attuazione di quello che è stato diffusamente descritto come il piano di “apartheid stradale” di Israele.
 
Ad oggi, l’agenzia ha finanziato la costruzione di quasi un quarto della rete stradale segregata proposta da Israele nel 2004, secondo quanto affermato dall’Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ).
 
Le strade intendono fornire percorsi alternativi per collegare le comunità palestinesi, spesso riqualificando contorti sentieri o costruendo gallerie al di sotto delle strade già esistenti. (more…)

Craxi e l’OLP: “La lotta armata dei palestinesi è legittima”

maggio 20, 2010

Piccoli Lerner crescono

maggio 3, 2010

Lo hanno chiamato J-Call – “European Jewish Call for Reason” – ma è la versione in salsa europea di J-Street – la lobby ebraica liberal e pacifista nata nel 2008 in risposta all’American Israel Public Affairs Committee. Ha raccolto l’adesione di tanti intellettuali e commentatori europei, dai Bernard-Henri Lévy ai Gad Lerner, ed è un “appello alla ragionevolezza” per la pace tra Israele e i palestinesi. Ma la ragionevolezza è stata riassunta nella critica al governo del premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Gli intellos impartiscono lezioni sul “futuro di Israele”, ma dimenticano il programma nucleare dell’Iran, i missili Scud consegnati dalla Siria a Hezbollah e i razzi che Hamas continua a lanciare da Gaza. Dicono “siamo al di sopra delle divisioni partigiane”, ma rivendicano di essere “la sinistra ebraica della diaspora”, da non confondere con “la sinistra al governo in Israele”, come spiega al Foglio il professore Zeev Sternhell, uno dei promotori. (more…)

Chi sono i veri amici di Israele?

marzo 24, 2010

“Nella lite sugli insediamenti, chi sono i veri amici di Israele?”, si è chiesto qualche giorno fa, dalle pagine del Washington Post, Stephen M. Walt, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Harvard, in merito alla crisi scoppiata fra Washington e Tel Aviv a seguito dell’annuncio israeliano di un piano edilizio per la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme Est.

La disputa ha suscitato un intenso dibattito negli Stati Uniti, fra coloro che hanno valutato positivamente la reazione dell’amministrazione Obama e coloro che l’hanno invece aspramente criticata, ritenendola indegna di uno stretto alleato di Israele.

Su posizioni molto critiche nei confronti di Obama si sono schierati l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) – la principale e più potente lobby filo-israeliana negli USA – ed altri gruppi fra cui l’ Anti-Defamation League, a cui bisogna aggiungere un consistente blocco di membri del Congresso, non solo repubblicani ma anche democratici.

A sostegno della posizione adottata dalla Casa Bianca si sono schierati gruppi filo-israeliani pacifisti come J Street e Americans for Peace Now. Degna di nota è anche la posizione espressa dal generale David Petraeus, attualmente a capo dello U.S. Central Command (la cui area di responsabilità copre tutto il Medio Oriente, fino all’Asia centrale, con l’esclusione di Israele e dei Territori palestinesi). Petraeus ha affermato che la sicurezza delle truppe americane in Medio Oriente è messa in pericolo dal conflitto israelo-palestinese.

Questo conflitto alimenta sentimenti anti-americani, secondo Petraeus, a causa di quello che viene percepito in Medio Oriente come un atteggiamento parziale degli Stati Uniti a favore di Israele. Il generale americano ha affermato che la collera suscitata nei paesi arabi dall’irrisolta questione palestinese rende più facile ad al-Qaeda e ad altri gruppi estremisti il compito di reclutare nuovi seguaci, e permette all’Iran di avere maggiore influenza nel mondo arabo. (more…)

La gola profonda di Israele era un figlioccio di Hamas

febbraio 25, 2010

Francesca Marretta
Traditore per Hamas, eroe nazionale per Israele. Mosab Hassan Yousef, 32 anni, figlio dello sceicco Hassan Yousef, fondatore di Hamas e figura leader del movimento islamico in Cisgiordania, ha spiato palestinesi come lui passando informazioni allo Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, per oltre dieci anni. Lo rivela il quotidiano israeliano Ha’aretz , anticipando, nell’edizione di venerdì prossimo, stralci di “Figlio di Hamas”, un libro autobiografico in uscita negli Stati Uniti. Sottotitolo: “acconto di terrore, tradimento, intrigo politico e incredibili scelte”. Ovvero la doppia vita di Mosab, che ha inizio quando, nel 1996, non ancora ventenne, è reclutato dallo Shin Bet mentre è in carcere in Israele. (more…)

Le conseguenze dell’occupazione

febbraio 6, 2010

Il commento di Neve Gordon, politologo israeliano, autore di Israel’s Occupation

La sua scuola guida era a Gaza. Quindici anni dopo, i suoi studenti vedono un palestinese solo dal mirino di una mitragliatrice. Così Neve Gordon, politologo israeliano, ha capito quanto l’occupazione fosse cambiata – e quanto fosse necessario cominciare ad analizzarla, oltre che descriverla e denunciarla. Per scoprire, contro ogni apparenza, non un dominio saldo e invincibile, ma inesorabile, invece, un fallimento.
Neve Gordon è professore di Scienza Politica all’Università Ben Gurion di Beer Sheva. Il suo ultimo libro, Israel’s Occupation, è stato pubblicato nel 2008 dalla University of California Press, Berkeley. Larga parte dei suoi scritti è online.

Moshe Dayan è ministro della Difesa, in ginocchio pregando al Muro del Pianto appena conquistato, quando si accorge di una bandiera israeliana sulla moschea di Al-Aqsa: è il 1967, e ordina immediata la sua rimozione. Ariel Sharon andrà a passeggiarci davanti annunciato da una fanfara di poliziotti e soldati – è il 2000, e sarà di nuovo Intifada.

Un obiettivo chiaro da sempre. Israele non ha mai pensato, mai, che avrebbe un giorno restituito l’intera terra occupata in cambio della pace. Innesca rapido, deciso gli insediamenti: e soprattutto, scolpisce attento la studiata ambiguità della Risoluzione 242, che nella versione inglese sigilla la Guerra dei Sei Giorni dimenticando un articolo determinativo, così da lasciare vaghi i territori oggetto del futuro ritiro. Ma se l’obiettivo è chiaro – quale invece la strategia? Fermarsi a Ben Gurion, che sfidava gli inglesi in nome di un Mandato chiamato Bibbia, fermarsi generici all’ambizione massimalista di Eretz Israel è impedirsi l’indagine e comprensione di quanto accade. Perché questa, semplicemente, non è mai stata una ‘terra senza un popolo’: Israele è sempre stato consapevole della presenza dei palestinesi, e della loro forza demografica: e il suo problema è stato dall’inizio, con risposte più o meno radicali, come avere la dote senza la sposa, per sintetizzarla con Yigal Allon – la terra senza i suoi abitanti. E capire la strategia allora, non solo il suo obiettivo, capire come Israele cerca di costruire questo massimo della terra con il minimo degli arabi, è fondamentale. Perché poi per esempio, arriva Sharon un giorno, criminale di Sabra e Chatila convertito improvviso in uomo di pace per il cosiddetto disimpegno da Gaza: e sembra il ritiro, e si applaude – e è invece l’assedio, e la fame e il Piombo Fuso. Fondamentale: perché in questo ‘come’ altrimenti, inavvertiti, si rimane impigliati. I palestinesi con le loro Oslo – noi con i nostri aiuti umanitari. (more…)

I principi arabi cercano di superarsi a vicenda, e la posta in gioco è sempre più alta

gennaio 30, 2010

I principi arabi hanno la minima idea di ciò che realmente accade intorno a loro nel mondo arabo? – si chiede il noto corrispondente britannico Robert Fisk

Il principe dell’Arabia Saudita Al-Walid bin Talal è un uomo particolare.
Dice di non voler essere primo ministro del Libano – tutti coloro che vogliono essere primi ministri del Libano lo affermano – ma è immensamente ricco. E’ vero, il suo conto in banca è sceso da  23,7 miliardi di dollari a “soli” 13,3 miliardi a partire dal 2005 (così ha riportato la rivista Forbes). Ma egli ha appena annunciato di voler costruire l’edificio più alto del mondo – un colosso alto 1 km che farà impallidire il suo vicino, l’emiro di Dubai, che il mese scorso tra le dune di sabbia dei suoi falliti creditori ha inaugurato il misero Burj Khalifa, alto 828 metri. Al-Walid, nipote del re Abdullah, comprensibilmente chiama la sua ditta Kingdom Holdings, la holding del Regno. Tra l’altro, è anche uno dei principali azionisti della News Corp di Rupert Murdoch, motivo per cui non leggerà questo articolo sul Times. Lunga vita alla Kindgom Holdings! (more…)

Israele e i pendii di Masada

dicembre 19, 2009

Il recente incendio appiccato da coloni ebrei a una moschea in Cisgiordania è solo l’ultimo campanello d’allarme del fondamentalismo ebreo ortodosso che si sta impadronendo dello stato di Israele – scrive l’analista israeliano Akiva Eldar – un fondamentalismo che richiama alla mente l’episodio degli zeloti che perirono nella fortezza di Masada

Per decenni i coloni hanno rubato le terre di inermi contadini palestinesi, e i governi israeliani hanno pavimentato le strade dei coloni. Ogni anno, durante la raccolta delle olive, malfattori ebrei compiono incursioni negli uliveti della Cisgiordania, e la “longa mano” delle forze di sicurezza israeliane si rivela troppo corta per aiutare i palestinesi. Nei rari casi in cui esse catturano i colpevoli, un giudice caritatevole “prende in considerazione le circostanze attenuanti”. 

Ma appiccare il fuoco a una moschea – e in occasione della Festa delle Luci (l’episodio si è verificato venerdì 11 dicembre, quando alcuni coloni hanno appiccato il fuoco in una moschea nel villaggio palestinese di Yasuf, scrivendo messaggi minatori in ebraico sul soffitto dell’edificio (N.d.T.) )? Questa volta hanno davvero esagerato. Neanche il presidente ha potuto ignorare un simile “atto deplorevole”, come lo ha definito. Tuttavia, egli è lo stesso Shimon Peres, che come ministro della difesa ebbe l’onore di piantare il primo albero nell’insediamento di Ofra in Cisgiordania, le cui case sono costruite per la maggior parte su terreni privati palestinesi. (more…)

Salvate (non solo) il soldato Shalit

dicembre 6, 2009

di Sergio Luzzatto

Da tre anni e mezzo a questa parte, da quando cioè un commando palestinese attaccò un posto di frontiera israeliano nel sud della striscia di Gaza, uccidendo due militari di Tsahal e catturandune un terzo, la sorte del ventenne soldato Gilad Shalit è divenuta in Israele un autentico psicodramma. Né la vicenda è rimasta confinata entro i confini dello Stato ebraico: nel frattempo, il soldato prigioniero si è visto attribuire la cittadinanza onoraria di Parigi e di Roma. Ma adesso, alla possibile vigilia della liberazione di Shalit per opera di Hamas in cambio della liberazione di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, anche altri nodi della questione meriterebbero divenire al pettine. (more…)

I coloni alla conquista di Gerusalemme Est

dicembre 4, 2009

Francesca Marretta
Gerusalemme
Tengono in pugno un paese. Sono i “settlers”, i coloni israeliani, che come un virus per cui non si sperimenta un vaccino, si rafforzano, mutano e continuano a insediarsi tra le case arabe di Gerusalemme est e della Cisgiordania.
E dopo l’annuncio del governo Netanyahu del congelamento, per dieci mesi, dell’edilizia abitativa nella sola West Bank, sono scesi sul piede di guerra. Gli ispettori inviati in questi giorni per controllare che la sospensione temporanea dei lavori sia implementata, si trovano la strada sbarrata. Ieri ci sono stati sei arresti. Due ministri del governo Netanyahu, Ely Yishai (interni, Shas) e Ghilad Erdan (ambiente, Likud) si sono inoltre rifiutati di mettere a disposizione per le verifiche gli ispettori dei loro dicasteri. In un incontro tenuto ieri per placare l’ira dei “settlers” Netanyahu li ha inviati a rispettare la legge. Ma ha anche detto: «Dobbiamo attraversare questo periodo (la moratoria di 10 mesi, ndr) in uno spirito di cooperazione». Insomma, pazientate un attimo. (more…)

Se la Palestina è negata da un muro: storia di un esproprio

novembre 28, 2009

Luisa Morgantini
Lo scorso 9 novembre tutti abbiamo festeggiato i 20 anni della caduta del muro di Berlino. Commozione e indignazione per quel simbolo di violenza fatto di cemento su cui donne e uomini e artisti da tutto il mondo hanno impresso le loro immagini colorate di libertà. Nessuno o quasi ha però ricordato che un muro alto nove metri divide la Palestina. Un muro dell’apartheid e della violazione del diritto internazionale che Israele malgrado appelli, risoluzioni di parlamenti e assemblee delle Nazioni Unite continua a rivendicare. E davvero quasi nessun media ha mostrato le immagini di giovani palestinesi, israeliani e internazionali che a rischio della loro vita, nello stesso giorno in cui si commemorava la caduta del muro di Berlino, hanno aperto un varco nel muro a Khalandia e a Ni’lin. Un piccolo spazio di libertà. (more…)

L’intellettuale palestinese rompe il tabù. La Spianata ? Sacra prima agli ebrei

novembre 28, 2009

GERUSALEMME — L’invito alla prima era una mail inviata con largo anticipo. E a largo rag­gio: «In occasione della presentazione della raccol­ta di ricerche storiche ‘Dove Cielo e Terra s’incon­trano’, presso L’École Biblique di Gerusalemme, in­terverranno gli autori…». Un’occasione: non sem­pre capita che vicino alla Porta di Damasco si trovi­no a discutere studiosi israeliani e palestinesi. Un’occasione unica: fra quegli autori, era annuncia­to anche Sari Nusseibeh. L’Amos Oz arabo. La co­scienza di Gerusalemme est che mai tace. O quasi mai: rispettoso del pubblico accorso, Nusseibeh non ha declinato l’invito. S’è presentato puntuale nel giardino dell’École. S’è accomodato in platea. Ma quand’è venuto il suo turno, chiamato a spiega­re il capitolo che aveva scritto, dove sostiene quel che nessun arabo sosterrebbe e cioè che gli ebrei hanno più d’una ragione per celebrare la lo­ro memoria nel cuore di Gerusa­lemme, lì Nusseibeh ha esercita­to il diritto al silenzio. Riluttan­te. Forse spaventato. Ha sorriso, s’è protetto con una mano, se l’è cavata con quattro parole — «mi spiace, non posso» — e se n’è an­dato. (more…)

Coloni: una minoranza ebraica in Palestina?

ottobre 9, 2009

imagesLa presenza di quasi mezzo milione di coloni israeliani in Cisgiordania rappresenta l’ostacolo maggiore alla creazione di un futuro stato palestinese. Ma, piuttosto che obbligare necessariamente tutti i coloni a tornare entro i confini di Israele, si potrebbe prevedere una soluzione in cui alcuni di essi rimarrebbero come minoranza ebraica in uno stato palestinese – scrive Bill Glucroft

Se dobbiamo credere agli esperti e alle persone di parte, i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti non sono mai stati peggiori. Sembra che i toni assunti dall’amministrazione del presidente Barack Obama siano i più severi degli ultimi tempi. Il discorso pronunciato al Cairo da Obama non sembra essere stato di aiuto, lasciando Israele, che già si sente vulnerabile, con la sensazione di essere stata tradita.

Uno dei maggiori punti di disaccordo è rappresentato dagli insediamenti. Obama vuole un loro congelamento immediato, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe al massimo d’accordo a concedere una pausa parziale. Anche gli israeliani di sinistra credono che l’amministrazione americana “chieda troppo, e troppo presto”; un problema che si trascina da 35 anni non può essere risolto in tutta fretta.

Ci sono ora più di 285.000 coloni nella Cisgiordania occupata, esclusa Gerusalemme Est. Sebbene molti potrebbero essere convinti a tornare in Israele adattandosi ad un eventuale accordo con i palestinesi, una minacciosa minoranza ha reso ben chiara la propria intenzione di impedire la pace ad ogni costo, sostenendo allo stesso tempo di non costituire un argomento di discussione. Ad ogni modo, questa minoranza potrebbe effettivamente non costituire un problema se Israele, i palestinesi ed i negoziatori internazionali ripensassero il percorso verso la pace. (more…)

Oktoberfest in Palestina. La birra non è più tabù

ottobre 6, 2009

imagesSabato scorso Taibeh, l’unico villaggio palestinese interamente cristiano, ha cominciato la sua «resistenza pacifica all’occupazione israeliana» con una strategia conviviale – la birra – e l’ha conclusa domenica sera. In quel lasso di tempo si sono bevuti più di mille litri di Taibeh, in un’atmosfera a metà strada tra l’Oktoberfest di Monaco e una festa di partito. Certo, sottolinea David Khoury, sindaco e proprietario della fabbrica di birra, Taibeh con i suoi novemila visitatori non può certo confrontarsi con una festa che ne attira sei milioni. In compenso, se pure qualche giovane cristiano o musulmano era un po’ alticcio, nessuno è rotolato per terra. (more…)

Israele: aprono le scuole, ma non per tutti

settembre 11, 2009

Scuola_150Il sabato non ci vanno gli ebrei, ma ci vanno gli arabi. La domenica ci vanno gli ebrei, ma non gli arabi. Che cos’è?

Per aiutarvi a rispondere a questo indovinello posso dire che questo è quanto accade ogni settimana a Gerusalemme dove la vita degli arabi e quella degli ebrei sembra non trovare occasioni di incontro. Mai nello stesso ospedale, mai negli stessi supermercati, mai negli stessi bar e, soluzione del nostro indovinello, mai nella stessa scuola.

Almeno la campanella però è suonata per tutti lo stesso giorno e il primo settembre i bambini di Gerusalemme si sono diretti verso la scuola. (more…)

Tel Aviv, le “Madonne suicide” indignano Israele

settembre 5, 2009

madonne_suicideSette Madonne che, come da iconografia classica, tengono strette tra le braccia Gesù bambino. Sette Madonne con il volto delle terroriste suicide palestinesi. Tra di loro anche Wada Idris, la prima donna kamikaze della seconda intifada rappresentata con un’aureola in testa. Facendosi saltare in aria nel 2002 nella parte occidentale di Gerusalemme, uccise un uomo e ferì oltre cento persone. 

Decisamente troppo per la comunità di Tel Aviv che ha reagito con orrore di fronte alle opere esposte nella mostra “Ferror” (female-terrorism), chiusa ieri ancora prima di essere inaugurata.

Un’offesa ai sentimenti pubblici e alla memoria delle vittime” questa la voce indignata che si è levata dal nutrito gruppo di familiari delle vittime che hanno sentitamente manifestato davanti la sede dell’Associazione dei giornalisti israeliani, dove la mostra era stata allestita. “Vorremmo far capire ai realizzatori di queste opere – tra l’altro israeliani – che pensano sia artistico utilizzare l’immagine dei kamikaze, che questo ferisce molte persone”, hanno spiegato i contestatori. (more…)

Il congresso di al-Fatah, tra Abu Mazen e Barghouti

settembre 4, 2009

imagesNonostante la profonda crisi Fatah è riuscita a tenere il suo congresso, dopo 20 anni. Lo scontro tra vecchia e nuova guardia. La rendita di posizione di essere l’unico movimento laico palestinese con cui dialogare

 

«La pace è una nostra scelta, la resistenza un nostro diritto», sono queste le parole con le quali il 4 agosto scorso il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen ha inaugurato il tanto atteso sesto congresso di al-Fatah. Il congresso, che si è tenuto a Betlemme, è stato un vero e proprio evento storico, considerando che ci sono voluti vent’anni al partito che fu di Arafat per tornare a sedersi attorno a un tavolo per ricucire i dissidi interni e risolvere la sua crisi di credibilità. Una crisi diventata sempre più esplosiva soprattutto dopo la vittoria elettorale di Hamas del 2006 ed il conseguente colpo di stato del 2007, con il quale il movimento ha preso il potere sulla striscia di Gaza, spaccando in due la realtà palestinese. (more…)

Quel giorno che mio padre invitò a pranzo Begin alla vigilia di Camp David

agosto 10, 2009
imagesÈ comparso in uno studio televisivo per la prima volta un paio di mesi fa. È raro che si faccia riprendere da Tv e flash dei fotografi. Ma quella occasione per lui era immancabile. Trent’anni dalla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele che seguì gli accordi di Camp David: lui era in America e ricorda tutta la fatica di suo padre. Gamal el Sadat, l’unico figlio maschio dell’ex presidente Anwar el Sadat (che aveva altre sette figlie femmine da due mogli diverse) oggi è un ingegnere di 52 anni. Dopo una lunga esperienza negli Stati Uniti è tornato a vivere nel suo Paese. Si è rifugiato a Shibin, una zona di campagna a una quarantina di chilometri dal Cairo dove è sempre vissuto suo padre. La televisione di Stato egiziana ha faticato per convincerlo ad accettare l’invito per una ricorrenza storico così importante per il Medioriente: il primo segnale di pace dopo trent’anni di guerra sanguinosa tra gli arabi e Israele. Ma quella di Gamal non è una cronaca storica: è la memoria di un pezzo di vita. Il ricordo del padre e di una sala da pranzo, dove da giovane ha pranzato con la sua famiglia e i leader israeliani. (more…)

Gerusalemme, questa non è casa vostra

agosto 4, 2009

AP3BAY4CASPLT5PCAOGL3CGCAVDPAROCA88IHJ2CAT0DOR8CA7IL3VNCA40J7JDCAYQVOD2CANUBVA4CAFJ5MA2CA5G7YYGCA6NQIRICAZL876JCA0ZVG2VCA7MTN5KCA9W8AP6CAAN5SHHCANCH08CFamiglie palestinesi sfrattate da quartiere storico. Al loro posto si insediano i coloni

 

Si sono presentati come da noi avviene per gli sgomberi di occupanti illegali di abitazioni, o di immigrati che hanno trovato abusivo rifugio in casermoni abbandonati, ex-ospedali fatiscenti, capannoni diroccati. Solo che i poliziotti con manganelli e in assetto anti-sommossa che domenica all’alba hanno fatto irruzione nella vita di 53 persone a Gerusalemme Est hanno sfollato gente che viveva nella propria casa da anni. Dalle loro case i palestinesi, tra cui 19 bambini, del distretto di Sheik Jarrah, se ne sono dovuti andare per una decisione della Corte Suprema israeliana, che ha stabilito come quella porzione di territorio appartenesse allo Stato di Israele. (more…)

La missione di Khaled, raccontare la Shoah ai ragazzi palestinesi

luglio 23, 2009

imagesBETLEMME — Il militare israeliano che al posto di blocco perquisisce il bagagliaio non si aspetta di trovare quella foto. Bianco e ne­ro. Un bambino con le mani alzate, i fucili puntati dei soldati tedeschi. E’ l’immagine simbolo dell’Olocausto e la didascalia — «1943, Ghetto di Varsavia» — è scritta in ara­bo. Come arabo è il guidatore, che ha viag­giato da Nazareth a Betlemme per incontra­re i giovani del campo rifugiati di Dheishe e raccontare loro quello che non hanno letto nei libri di scuola.Khaled Ksab Mahamid ci mette i suoi sol­di (ha comprato ottanta pannelli dallo Yad Vashem) e il suo tempo. Ci ha rimesso il salu­to dei vicini e il rispetto del fratello. Per lui è una missione: «I leader arabi temono che parlare dell’Olocausto significhi legittimare il trattamento inflitto dagli israeliani ai pale­stinesi. Invece, i palestinesi devono studiare la Shoah per capire meglio il popolo ebraico e cominciare a sviluppare una storia comu­ne ». Questo avvocato di mezza età ha aperto un museo a Nazareth («il primo e unico per gli arabi», sostiene) e nei fine settimana gira per le città e i villaggi della Cisgiordania, do­ve lo invitano e dove riesce a imporsi («non ho rapporti ufficiali con l’Autorità palestine­se »). (more…)

Intervista a Avigdor Lieberman

luglio 15, 2009

imagesL’Europa non può imporci un accordo

 

Ministro, questa settimana l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Javier Solana ha detto che forse sarà necessario prestabilire una data entro la quale la comunità internazionale riconosca lo Stato palestinese. Israele rischia di vedersi tagliato fuori?
«L’esperienza che abbiamo accumulato negli anni mostra che nelle due volte in cui abbiamo firmato acordi di pace, con Egitto e Giordania, ciò è avvenuto al termine di negoziati diretti con i nostri vicini. La pace può essere edificata, sviluppata, ma non imposta. Comunque non mi impressionerei eccessivamente per le dichiarazioni di Solana, la cui carriera nell’Unione Europea volge al termine». (more…)

Conflitto israelo-palestinese, la storia degli altri

luglio 11, 2009

imagesIn un testo di storia per le scuole, israeliani e palestinesi cercano di scoprire le ragioni di 60 anni di ostilità, riportando nello stesso libro due interpretazioni dei fatti : quella israeliana e quella palestinese

 

Sami Adwan ha una storia da raccontare che ha uno stupefacente cambio di rotta. Si può riassumere così:Nato nel 1954 in un villaggio accanto a Hebron, in Cisgiordania, trascorre la sua infanzia sotto l’occupazione israeliana. Lavora duro e riesce ad entrare all’università in Giordania. Per molto tempo, pensa degli israeliani quello che tutti in Palestina pensano di loro: “Sono la ragione di tutta la mia miseria e della mia sofferenza”. Adwan la pensa ancora così quando va negli Stati Uniti per studiare educazione – evita conferenze e seminari dove sa che incontrerà studenti ebrei.A quel punto, non aveva mai parlato con un israeliano; non li conosceva per niente come civili ma solo come soldati ai posti di blocco. Non voleva conoscerli. (more…)