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SAUL BELLOW INEDITO

maggio 23, 2012

Saul Bellow

Satisfiction.me

Nel Natale del 1997 Bellow legge il manoscritto di Ho sposato un comunista, ultimo romanzo di Philip Roth dopo l’acclamato Pastorale americana, che di lì a poco avrebbe vinto il premio Pulitzer. Roth è alle prese con l’ascesa e il fallimento della famiglia americana nel Novecento, e in Ho sposato un comunista affronta gli anni della caccia alle streghe e del maccartismo. Attraverso le voci di Nathan Zuckerman e di un suo vecchio insegnante di liceo, segue le orme dell’ebreo Ira Ringold – alias “Iron” Rinn – da operaio sindacalista a attore radiofonico di successo e quindi a marito e padre, diviso tra una moglie ebrea e antisemita e una figlia gelosa e incontentabile. La famiglia di Ira finirà per distruggersi, inevitabilmente – come quella dello Svedese in Pastorale americana.

Bellow dunque riceve e legge il manoscritto, restandone “insoddisfatto”. Non gli piacciono le somiglianze tra la moglie di Ira e l’ex moglie di Roth, non condivide l’implicita condanna del maccartismo, non capisce perché Roth si sia fissato tanto con un “idiota grande e grosso” come Ira, con “questo testone di ferro”. In sostanza, Bellow non ama niente di Ho sposato un comunista, forse non finisce nemmeno di leggerlo. Dal tono della lettera, sembra persino un po’ stizzito: perché Roth ha scritto un libro del genere?

Bisogna fare qualche premessa al Bellow di quegli anni, però. Nel 1992 è morto il suo caro amico e intellettuale di destra Allan Bloom, e da allora Bellow viene tacciato sempre più spesso di misoginia, di razzismo, di arroganza, di essere un “angry old man”. Le sue dichiarazioni di certo non lo aiutano. Come racconta Guido Fink nella fondamentale edizione dei Meridiani, già nel 1988 Bellow si chiedeva: “Qual è il Tolstoj degli zulù? Chi è il Proust della Papuasia? Mi piacerebbe leggerli.” E la morte di Bloom – che nel 2000 diventerà Abe Ravelstein, protagonista dell’ultimo, grande romanzo bellowiano – non farà che acuire il suo ultraconservatorismo.

Il Bellow di questa lettera legge quindi Ho sposato un comunista in chiave essenzialmente “politica”, e non può fare a meno di stroncarlo. Ma, come scrive affettuosamente a Roth, “non c’è molta gente con cui possa essere così aperto”.

Edoardo Pisani

Caro Philip,

Scusa se sono stato così lento. Janis ha preso per prima il tuo manoscritto e tutto il suo entusiasmo, i suoi apprezzamenti e le sue perplessità mi sono poi state comunicate. Un nuovo libro di Roth è un grande evento, da queste parti. Siamo, per usare i termini della Chicago degli anni venti, tuoi tifosi e seguaci.

Quando è partita in Canada per Natale, a vedere genitori, sorella, fratello e marmocchi, mi ha lasciato Ho sposato un comunista per le vacanze. Leggere il tuo libro mi ha consolato in questa casa vuota. È una gioia poter leggere uno dei tuoi manoscritti – mi dicevo in anticipo –, ma stavolta l’effetto complessivo non è stato soddisfacente. Ero particolarmente consapevole dell’assenza di distanza – non che uno scrittore debba per forza mettere dello spazio tra se stesso e i personaggi, nel suo libro. Ma dovrebbe esserci un certo distacco dalle passioni personali dello scrittore. E qui parla uno che ha commesso lo stesso peccato in Herzog. Eppure ho attraversato il confine troppe volte, per assalire il campo nemico. Dopotutto il mio Herzog era uno sciocco, un intellettuale fallito, in fondo un sentimentale. Nel tuo caso, l’uomo che ci dà Eve e Sylphid è un enragé, un fanatico-sul-serio.

Ma non è questo il difetto maggiore di Ho sposato un comunista. Il lettore, per rispetto al tuo talento, è più che disposto ad andare avanti con te. Ma non sarebbe capace, come non lo sono stato io, di andare avanti con Ira, probabilmente il meno riuscito dei tuoi personaggi. Suppongo che tu non riesca a sopportare Ira più del lettore. E tuttavia rimani fedele a questo testone di ferro – questo idiota grande e grosso, che ti attrae per motivi a me del tutto sconosciuti.

Ora, c’è un vero mistero riguardo ai comunisti occidentali, per limitarmi a quelli. Come hanno potuto accettare Stalin – uno dei tiranni più mostruosi di sempre? Avresti pensato che la divisione tra Hitler e Stalin della Polonia, la sconfitta dei francesi e la conseguente invasione della Russia avrebbero dovuto far riconsiderare ai membri del Partito Comunista le loro fedeltà. Invece no. Quando andai a Parigi nel 1948, scoprii che i maggiori intellettuali francesi (Sartre, Merleau-Ponty, etc) restavano fedeli a Stalin, nonostante il suo mare di sangue. E vabbè, qualsiasi paese, qualsiasi governo, ha il suo mare, o lago, o stagno. Stalin rimaneva ancora “la speranza” – malgrado il chiaro parallelismo con Hitler.

Per farla breve – la ragione: la ragione risiede nell’odio verso il proprio paese. Tra i francesi si trattava del vecchio confronto degli “spiriti liberi”, o artisti, con la borghesia al potere. In America era la lotta contro il maccartismo, la House Committee che indagava sulle sovversioni e via dicendo, il che giustificava la sinistra, i sostenitori di Henry Wallace, eccetera. Il vero nemico era a casa (slogan di Lenin nella prima guerra mondiale). Se ti opponevi al Partito Comunista, stavi con McCarthy, non c’erano altri modi di vederla.

Beh, è stata un’idiozia pessima e grave. Non ci voleva un gran cervello, per vedere cosa fosse lo Stalinismo. Ma i gli attivisti e i militanti rifiutavano di confrontarsi con i semplici fatti, disponibili a tutti.

Basta: obietterai che tutto ciò è riconosciuto in Ho sposato un comunista. Beh, sì e no. Tu ci dici che Ira è un bruto, un assassino. Ma chi altro c’è? Ira e Eve sono al centro del tuo romanzo – e questa coppia, a cosa ammonta?

Uno dei tuoi temi persistenti è la purificazione che si può ottenere solo attraverso la rabbia. Le forze aggressive sono liberatrici, etc. E questo mi sembra un punto di vista legittimo. OK, se i tuoi personaggi sono titani. Ma Eve è semplicemente una donna pietosa, e Sylphid una ragazzina viziata, debole e grassa, con una gobba da bisonte. Questi non sono titani.

Non c’è molta gente con cui possa essere così aperto. Siamo sempre stati schietti fra di noi, e spero che continueremo a esserlo, a dirci entrambi cosa pensiamo. Sarai arrabbiato con me, ma credo che non mi taglierai fuori per sempre.

Sempre tuo,

Saul

Il primo roth

febbraio 1, 2012

Philip Roth

Scene da un matrimonio per riscoprire l’esordio di un grande maestro

Philip Roth, da “la Repubblica”

Le nozze. Fatemi cominciare dai parenti. C’era il lato della famiglia della signora Patimkin: sua sorella Molly, una gallinella popputa con le caviglie gonfie che le formavano un anello sopra le scarpe, e che avrebbe ricordato il matrimonio di Ron se non altro perché si era massacrata i piedi nelle scarpe con tacchi di otto centimetri, e il marito di Molly, Harry Grossbart, il ricco agricoltore di provincia che aveva fatto fortuna con l’orzo e il granoturco ai tempi del proibizionismo. Ora faceva del volontariato al tempio e ogni volta che vedeva Brenda le dava una pacca sul sedere: una specie di contrabbando fisico che veniva fatto passare, immagino, per affetto familiare. Poi c’era il fratello della signora Patimkin, Marty Kreiger, il re dell’hot dog kosher, un uomo immenso, con tanti stomachi quanti menti, e già, a cinquantacinque anni, con tanti attacchi cardiaci quanti i menti e gli stomachi sommati insieme. Era appena tornato da una terapia sui Catskill, dove, a quanto diceva, non aveva mangiato altro che bastoncini di crusca All-Bran, e vinto millecinquecento dollari a gin rummy. Quando il fotografo venne a fare il suo lavoro, Marty mise la mano sui seni a frittella di sua moglie e disse: – Ehi, che ne dite di una foto cosí? – Sua moglie, Sylvia, era una donna fragile e sottile con l’ossatura di un uccellino. Aveva pianto per tutta la cerimonia e, anzi, singhiozzato apertamente quando il rabbino aveva dichiarato Ron e Harriet «marito e moglie davanti a Dio e allo stato del New Jersey». Piú tardi, a cena, si era abbastanza rinfrancata per dare una botta sulla mano del marito mentre l’allungava per prendere un sigaro. Però, quando lui si sporse per stringerle un seno, sembrò atterrita e non disse nulla.C’erano poi le sorelle gemelle della signora Patimkin, Rose e Pearl, che avevano, tutt’e due, i capelli bianchi, dello stesso colore delle Lincoln decappottabili, e voci nasali, e mariti che le seguivano ma parlavano solo tra loro come se, in realtà, le sorelle si fossero sposate tra loro, e i mariti pure. I mariti, che si chiamavano Earl Klein e Manny Kartzman, sedettero l’uno vicino all’altro durante la cerimonia, e anche a cena, e una volta addirittura, mentre l’orchestra suonava tra una portata e l’altra, si alzarono, Klein e Kartzman, come per ballare, e invece raggiunsero il fondo della sala dove insieme a lunghi passi misurarono la larghezza del pavimento. Earl, come appresi dopo, era nel ramo della moquette, ed evidentemente cercava di capire quanti soldi avrebbe fatto se l’Hotel Pierre si fosse rivolto a lui per una fornitura.

Dal lato del signor Patimkin c’era soltanto Leo, il suo fratellastro. Leo aveva sposato una donna di nome Bea alla quale nessuno pareva rivolgere la parola. Bea continuò a saltellare su e giú durante il pasto e a correre alla tavola dei piccoli a vedere se sua figlia, Sharon, era trattata bene. – Le avevo detto di non portare la bambina. Prendi una babysitter, ho detto –. Leo mi raccontò queste cose mentre Brenda ballava col testimone di Ron, Ferrari. – Cosa siamo, milionari?, mi fa lei. No, per carità, ma si sposa il figlio di mio fratello, potrò fare un po’ di festa, no? Macché, abbiamo dovuto tirarci dietro la bambina. Aah, cosí adesso ha qualcosa da fare! –. Si guardò intorno. Sul palco Harry Winters (nato Weinberg) dirigeva la sua band in un medley da My Fair Lady; sulla pista ballava gente di tutte le misure, tutte le forme, tutte le età. Il signor Patimkin ballava con Julie, alla quale era scivolato il vestito dalle spalle scoprendo la piccola schiena morbida e il collo lungo, come quello di Brenda. Lui ballava a piccoli passi e stava molto attento a non pestarle i piedi. Harriet, che a detta di tutti era una bellissima sposa, stava ballando con suo padre. Ron ballava con la madre di Harriet, Brenda con Ferrari, e io mi ero seduto per un po’ sulla sedia vuota accanto a Leo perché non mi toccasse essere invitato a ballare con la signora Patimkin, che sembrava il senso in cui andavano le cose.
– Tu sei il ragazzo di Brenda? Eh? – disse Leo.
Annuii: avevo smesso già da un po’ di dare imbarazzate spiegazioni. – È una pacchia, ragazzo, – disse Leo, – non fartela scappare.
– È molto bella, – dissi io.
Leo si versò una coppa di champagne, quindi attese come se pensasse ancora che si sarebbe formata la schiuma; quando questo non accadde, si riempí il bicchiere fino all’orlo.
– Bella, non bella, che differenza c’è? Io sono un uomo pratico. Se sto in basso devo esserlo per forza. Se invece sei Ali Khan pensa pure a sposare le dive del cinema. Non sono nato ieri… Sai quanti anni avevo quando mi sono sposato? Trentacinque. Non capisco perché diavolo avessi tanta fretta –. Vuotò il bicchiere e tornò a riempirlo. – Ti dirò una cosa: in tutta la vita mi è capitata solo una cosa buona. Due, forse. Prima che tornassi dalla guerra mi arrivò una lettera di mia moglie: non era ancora mia moglie, allora. Mia suocera ci aveva trovato un appartamento a Queens. Sessantadue e cinquanta al mese, costava. Ecco l’ultima cosa buona che mi è capitata.
– Qual era la prima?
– Quale prima?
– Lei parlava di due cose.
– Non ricordo. Dico due perché mia moglie mi dice sempre che sono sarcastico e cinico. Così forse non penserà che mi credo tanto furbo.
Vidi Brenda e Ferrari separarsi, e allora mi scusai e mi diressi verso di lei, ma proprio in quel momento il signor Patimkin lasciò Julie, e sembrava che i due cavalieri stessero per scambiarsi la dama. Invece si fermarono sulla pista da ballo, tutt’e quattro, e quando li raggiunsi ridevano e Julie stava dicendo: – Che c’è di tanto buffo? – Ferrari mi disse «Ciao!» e si portò via Julie, facendola scoppiare in una risata.
Il signor Patimkin aveva una mano sulle spalle di Brenda, e l’altra si posò improvvisamente sulle mie. – Vi divertite, ragazzi? – disse. Stavamo ondeggiando, tutt’e tre, al ritmo di Get Me to the Church on Time.
Brenda diede un bacio a suo padre. – Sì, – disse. – Sono così sbronza che la mia testa non ha neanche bisogno del collo.
– È un bel matrimonio, signor Patimkin.
– Se avete bisogno di qualcosa chiedete a me… – disse il padre di Brenda, un po’ brillo pure lui. – Siete due bravi ragazzi… Sei contenta che tuo fratello si sposa? Eh? Che bambola!
Brenda sorrise, e anche se evidentemente credeva che suo padre avesse parlato di lei, io ero sicuro che intendeva riferirsi a Harriet.
– A te piacciono i matrimoni, papà? – disse Brenda.
– Mi piacciono i matrimoni dei miei figli… – Mi diede una manata sulle spalle. – Voi due, volete qualcosa? Andate a divertirvi. Ricorda, – disse a Brenda, – tu sei il mio tesoro… – Poi guardò me. – Qualunque cosa voglia la mia Buck va bene anche per me. Non c’è azienda così grande da non aver bisogno di un’altra testa.
Sorrisi, anche se non direttamente a lui, e alle loro spalle vidi Leo che ingollava champagne e ci guardava; quando incontrò il mio sguardo mi fece un segno con la mano, un anello col pollice e l’indice, come a dire: – Così va bene, così va bene!
Allontanatosi il signor Patimkin, Brenda e io ballammo stretti stretti, e ci sedemmo solo quando i camerieri cominciarono a girare per la sala col piatto forte. La tavolata era rumorosa, particolarmente alla nostra estremità, dove gli uomini erano tutti compagni di squadra di Ron, in uno sport o nell’altro, e mangiavano un fantastico numero di panini. Tank Feldman, il compagno di stanza di Ron, venuto in aereo da Toledo, continuava a mandare il cameriere a prendere panini, sedano, olive, sempre con grande gioia di Gloria Feldman, la sua squittente mogliettina, una ragazza nervosa e denutrita che abbassava continuamente lo sguardo al davanti del suo vestito come se sotto ci fossero dei lavori in corso.

Diritti Globali

E se Kafka non fosse morto di tubercolosi…

luglio 26, 2011

Un libello di Roth a metà tra realtà e fantasia ipotizza una diversa fine per l’autore del «Processo». E arriva ad immaginare che lo scrittore sia stato il suo insegnante a scuola. Cambia la storia ma non il risultato: anche il finto professore morì solo e infelice

Stefano Giani per “il Giornale

Kafka e Roth. Scrittori. Ebrei. Poco altro. Nulla lega – tra loro – Kafka e Roth. Se non un desiderio. Quello dello scrittore americano che immagina di aver avuto come insegnante lo scrittore cecoslovacco. O meglio, che l’autore del «Processo» non fosse mai morto in quel lontano 1924, l’ultimo felice della sua breve vita. Anzi. Si fosse trasferito a Newark dove il piccolo Roth era nato e viveva. E andava a scuola. Sembra quasi un atto d’amore «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno. Ovvero guardando Kafka» (Einaudi, pp.40) attualmente in libreria, testo di sconcertante ma affascinante approccio. Non già un saggio, non certo un romanzo, forse semplice narrativa d’invenzione, a metà strada tra l’ucronia e il semplice sogno. (more…)

Indignato da Nobel

settembre 21, 2009

imagesPhilip Roth sta sbiellando a causa dell’ancora mancata assegnazione del Nobel. E quando un autore come Roth sbiella è sempre cosa buona e giusta. Indignation, appena tradotto per Einaudi (Indignazione, pp. 136 euro 17,50), è il suo libro per il Nobel. Per questo motivo ci dice molto di più di quanto l’autore voglia dirci e, come raramente accade, è un libro che segna i confini tra la letteratura americana e quella europea, marcate la prima dai Pulitzer, la seconda, appunto, dal Nobel. Con Indignation è come se Roth mordesse la mano a se stesso, diventando, pur di ottenere questo anelato premio, uno scrittore di stampo “europeo”.

 La differenza d’impegno. Ma in cosa consiste questa differenza? Presto detto, nell’“ingaggio”, nell’impegno, laddove la letteratura americana vuole storie microscopiche che parlino degli individui osservati come insetti, il gusto europeo vuole l’ampio respiro, vuole la Storia con la S maiuscola, non le storie infinitesimali che fanno di ogni possibile lettore il protagonista di un romanzo privato. (more…)

Philip Roth, non c’è pace per i giusti che si indignano troppo

settembre 14, 2009

att_jpgCome in Everyman c’è un morto che parla. Come in Patrimonio al centro della scena ci sono un padre e soprattutto un figlio. In Indignazione (Einaudi, pagg. 136, euro 17,50, traduzione di N. Gobetti) ci sono quindi gli elementi del miglior Philip Roth. Di inedito, nel nuovo romanzo dello scrittore americano, c’è una crudeltà mai così disperata, perché qui non c’è alcun «patrimonio» umano da salvare, e nemmeno la parziale consolazione di andarsene dopo una vita normale.

Quel che colpisce però è la bravura eccezionale nel cogliere e raccontare temi universali, ad esempio il rapporto fra padri e figli. L’autore evita il rischio di cadere nella banalità con un racconto cinico ma toccante. Il morto che parla è Markus, il protagonista, caduto diciannovenne nel corso della guerra di Corea. Il primo sberleffo di Roth è proprio all’ateismo convinto e battagliero del ragazzo. Dopo aver tenacemente rubricato l’aldilà alla voce «fanfaluche», la scoperta della sua esistenza è uno smacco. Certo, è un po’ diverso da come lo immaginano le Chiese. «Da non credente – dice Markus all’inizio del libro -, pensavo che l’aldilà fosse senza tempo, corpo, mente, anima, dio, senza niente che avesse forma o sostanza. Non sapevo che non solo non era senza ricordo, ma il ricordo sarebbe stato tutto. Non ci sono porte, non ci sono giorni. E il giudizio è infinito, non perché qualche divinità ti giudichi, ma perché le tue azioni sono giudicate in un continuo brontolìo da te stesso». E dunque Markus è condannato a ricordare e a raccontarci la sua breve vita. (more…)

Anatomia di Zuckerman, cantore del nostro ego

giugno 15, 2009

imagesPHILIP ROTH. Esce per Einaudi la raccolta sul personaggio-mito dello scrittore Usa. Un individuo eccezionale che non smette di essere storia di tutti noi

 

Può capitare a volte che un’idea editoriale di per sé semplicissima abbia conseguenze addirittura rivelatrici. È il caso di un volume, appena uscito negli Einaudi Tascabili, che sotto il titolo complessivo di Zuckerman raccoglie tre romanzi e un racconto lungo di Philip Roth pubblicati, con precisa cadenza biennale, fra il 1979 e il 1985 (645 pp., euro 19,50). A favorire come meglio non si potrebbe la lettura continuata dell’intero ciclo, provvede la mano di un unico traduttore, il bravissimo Vincenzo Mantovani. Va osservato che ogni singolo libro che compone questo ciclo può essere letto e goduto singolarmente. Ma solo il loro insieme rivela pienamente il senso e le ambizioni dell’impresa di Roth, sofisticato manipolatore dei più diversi registri e generi narrativi, dal romanzo di formazione alla favola iniziatica, passando per la satira sociale, la divagazione saggistica, la confessione, la caricatura, il delirio paranoide, il monologo amletico… (more…)