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Piccola Posta di Adriano Sofri

settembre 14, 2010

Su Rai 3 domenica sera è andato in onda un bellissimo documentario, “Benvenuti a Detroit”, di Andrea Salvadore. Non so voi, ma io non sapevo niente di una quantità di cose, compresa l’ascesa il trionfo la decadenza e la rovina di Detroit, quattro secoli di impero romano giocati in cent’anni soli, e ora il ricominciamento su un terreno seminato a sale. Non sapevo quasi niente di Marchionne, o almeno di quell’altro Marchionne che cita Nietzsche (ma un Nietzsche umano) e la caverna di Platone direttamente in inglese -sicché trovo ancora più incongruo che riservi a noi dei licenziamenti esemplari a Melfi o a Mirafiori: o il pullover e Platone, o i licenziamenti esemplari. Non avevo visto niente di simile alla grandiosa fabbrica smessa diventata parco dell’arte dei writer. Non avevo sperimentato il gusto delle rovine applicato all’anno scorso. Bellissimo. Altrove ho visto anche qualche immagine dell’ingorgo automobilistico di 120 km fra Pechino e la Mongolia interna. Ho pensato che forse era la notizia decisiva su Detroit, e anche su Pomigliano.

da “Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

settembre 10, 2010

da “Il Foglio

Molte cose si possono discutere della pretesa della Fiat, prontamente accolta, di abolire la contrattazione nazionale. Però bisognerebbe almeno riconoscere che al cuore della cosa sta l’intenzione di riprendere tutto il potere sulla fabbrica, rendendola extraterritoriale rispetto alle regole elementari della democrazia. Non importa che si pensi che sia un ritorno al passato o un autoritarismo novissimo, legato alle occasioni che l’abbondanza planetaria di lavoro a basso costo e a bassissima dignità offre al capitale e a chi ce l’ha: si tratta comunque di quel feudalesimo per il quale la democrazia e la cittadinanza si arrestano ai cancelli dei corpi separati, delle case chiuse e delle galere, delle scuole e dei collegi, delle zone militari, dei cantieri e in generale dei luoghi sui quali sono sospesi i diritti ordinari e comanda il padrone, interno di famiglia compreso, piazze comprese, magari – almeno un ticket. Gli “eccessi” sindacali fanno da giustificazione, dove davvero avvengono, o da pretesto, dove si inventano, al dispotismo del comando, che è la musica cui irresistibilmente i padroni tendono. A cavallo fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta fu messa in discussione e largamente battuta questa regola padronale e baronale, e non a caso le condizioni in cui si lavora (o si studia, o si fa il militare e il poliziotto, o il medico e il paziente, il carcerato e il matto, il mezzadro e la bracciante, la centralinista e la badante) diventarono così importanti, più della stessa aspirazione salariale. Da allora il tenore dei salari e in genere dei pagamenti del lavoro dipendente è peggiorato sul serio, e si è accresciuto a dismisura il divario fra chi vive del suo lavoro e chi del lavoro altrui. Il pianeta globalizzato prende per il collo i lavoratori dei paesi “ricchi” e delle legislazioni e delle condizioni di lavoro più dignitose, costruite su secoli di lotte, e fa risaltare la questione del potere d’acquisto dei salari e dell’iniquità oltraggiosa dei redditi. Così facendo, ottiene anche che lo scandalo della disuguaglianza economica metta in secondo piano fino ad annullarla la questione di come si lavora, con quali orari, quali metodi, quanta fatica, quanta nocività, quali rischi e quale dignità. I padroni moderni, anche quelli che vanno sotto il nome di manager, fanno tesoro della nuova geografia dello sfruttamento per presentarsi come titolari di una responsabilità generale nei confronti dell’irresponsabilità e dell’egoismo di chi lavora per loro. Non hanno peli sulla lingua, e più arrogante è il loro linguaggio, più trionfano nel plauso della vasta categoria di chi vive, o aspira a vivere, di attività privilegiate – come in quell’idea del giornalismo, sempre meglio che lavorare – e che se ne fottono della pur minima discrezione suggerita dalla canzone: “Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar, e sentirete la differenza di lavorare e di comandar”. Come in quell’idea della vita, che comandare e fottere è molto meglio che lavorare. Grande fratello trasparente e case chiuse a doppia mandata: ecco il programma. Le case e caserme e galere e fabbriche e università e chiese chiuse, i corpi separati, sono una questione della democrazia altrettanto e più seria del Parlamento per nomina regia. Ora, un buon conservatorismo radicale è lontano o contrario o insensibile a questi temi? E un conservatorismo radicale deve tendere a considerare razionale tutto ciò che diventa reale, e nemmeno solo nella storia del passato remoto o prossimo, ma anche un’ora fa e nel prossimo quarto d’ora? Tutto, dal buon uso della tortura all’insofferenza per il diritto di sciopero?

Piccola Posta di Adriano Sofri

settembre 3, 2010

Viene un momento in cui tenere insieme cose opposte diventa molto difficile. Per esempio: il crollo delle vendite di automobili in Italia è una cattiva notizia o una buona notizia? L’ingorgo in Cina, paese già della Lunga Marcia, di 10 mila camion e cento chilometri, è una notizia cattiva o buona? Le automobili sono mezzi per gli umani, o viceversa? Troppo facile, dite?

da “Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

agosto 30, 2010

Mio fratello Gianni mi ha raccontato che l’altroieri alla Festa bolognese dell’Unità hanno proiettato un film su Bologna 1945-80, fatto di materiali d’epoca e interviste ad amministratori di allora. Alcuni erano presenti e hanno parlato. Adriana Lodi ora ha 77 anni (posso dirlo perché è scritto nella sua sommaria biografia nella rete civica, dove si trova una bellissima intervista sulla nascita dei servizi sociali). Era assessore quando introdussero i celebri asili nido. Andò così: che lei e uno dell’opposizione fecero un viaggio (per la prima volta da Bologna!) per andare a Copenaghen a un convegno sugli anziani. Poi, siccome lei aveva un cugino emigrato a Stoccolma, andarono a Stoccolma due giorni a proprie spese e visitarono molti asili. Lei aveva una piccola Comet e fotografò banchi, sedie e tutto. Fu così che criteri forme e misure dell’attrezzatura scolastica svedese divennero poco per volta lo standard prima degli asili nido di Bologna, poi di quelli dell’Emilia-Romagna e infine di tutta l’Italia. Se il cugino fosse emigrato in Finlandia le cose sarebbero andate diversamente. E se Adriana Lodi non fosse stata lei stessa donna e lavoratrice e madre. E anche se le persone avessero già smesso di viaggiare a spese proprie.

da “Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

agosto 21, 2010

Nell’articolo: “Il Palio, dico la corsa, ha assunto sempre di più i tratti dell’agonismo ippico: cavalli buoni e ben conosciuti, cure scrupolose e (troppo?) penetranti, fantini iperprofessionalizzati”. Ecco: quel troppo interrogativo è di troppo

Postilla obbligata sul Palio, a proposito degli otto cavalli risultati “non negativi” a un esame antidoping – non confermato dall’esame successivo – e fatti oggetto di un’indagine. La notizia è stata data in modo equivoco, così da lasciar pensare che otto cavalli sui nove che hanno corso il Palio dell’Assunta fossero sospetti di doping. Al contrario, erano otto cavalli fra i tanti visitati nelle selezioni, e perciò esclusi dalla scelta. Il comune avrebbe fatto meglio a rendere subito noto l’esito, benché controverso, delle analisi, così tagliando corto con ogni equivoco. In generale, ogni reticenza è sbagliata e fa il gioco del partito preso contro il Palio.

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Piccola Posta di Adriano Sofri

luglio 28, 2010

Ieri ho telefonato alla casa editrice La Tartaruga. Ha curato libri molto belli. La signora che mi ha risposto mi ha detto che non si poteva parlare con nessuno, solo scrivere, chissà perché. Allora scrivo. La Tartaruga ha ripubblicato quest’anno una selezione dei Diari di Sof’ja Andreevna Tolstaja, 1862-1910 – li aveva stampati nel 1978 – con una prefazione di Doris Lessing. Vi si legge che “il grande Tolstoj era una sorta di mostro”, che è abbastanza vero, e comunque Tolstoj sarebbe stato del tutto d’accordo. Vi si legge anche (p.7) che “La Sonata a Kreutzer… racconta l’omicidio di un ipotetico amante da parte del marito”. Sintassi a parte (che suggerisce che l’ipotetico amante sia stato ucciso da suo marito) la notizia è piuttosto forte. Il marito, il signor Pozdnysev, non ha ammazzato la moglie. Questa derubricazione di un celebre uxoricidio a omicidio semplice (forse per corroborare l’impressione di Lessing che la Sonata a Kreutzer sia “una classica descrizione dell’omosessualità maschile”) è passata liscia anche sul Corriere della Sera, che lo scorso primo febbraio anticipò la prefazione. Visto che c’ero, ho letto anche l’introduzione di una curatrice. Vi si legge (p.12) che Tolstoj “propagandava la sua etica, rifiutava di sporcarsi le mani con i soldi e ‘nello stesso tempo ha fatto debiti dappertutto e a Tanja chiede in prestito diecimila rubli. Sempre falsità, falsità e io non le sopporto’”. L’idea di Tolstoj che chiede in prestito diecimila rubli a sua figlia Tania è piuttosto bizzarra. In realtà, p.221, Sof’ja Tolstaja sta parlando di Certkov: “Oggi ho letto una lettera di Certkov a L.N. Tutta la lettera non è naturale: sempre le stesse considerazioni sulla lotta contro la carne, sui soldi e sul peccato di averli. Nello stesso tempo ha fatto debiti dappertutto e a Tanja chiede in prestito 10.000 rubli. Sempre falsità” eccetera. Ecco, avevo telefonato per questo, augurando molte ristampe.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

luglio 25, 2010

Sul sito di Repubblica ieri c’era il resoconto di una visita ispettiva di parlamentari radicali e volontari di Ristretti orizzonti e del Garante dei detenuti all’Ucciardone. La visita aveva preso le mosse dalla lettera di un detenuto a Riccardo Arena: “Cara Radiocarcere, sono un detenuto dell’Ucciardone e quando sono entrato qui dentro sono stato nel ‘canile’. Ovvero una gabbietta, larga un metro e alta due, dove stai chiuso in pedi per ore, qualcuno anche per giorni, io ci sono stato 10 ore. E’ stato terribile. Vomitavo, facevo i bisogni e piangevo. Ma nessuno è venuto a vedere come stavo… Dopo il canile mi hanno portato in uno stanzone pieno zeppo di detenuti. Lì c’era gente malata di mente, stranieri, tossicodipendenti in crisi d’astinenza, malati d’Aids. Dopo circa un mese mi hanno portato in quella che sarebbe diventata la mia cella e mi son detto: ‘il peggio è passato!’ E invece mi sbagliavo, l’inferno vero all’Ucciardone iniziava lì”. I visitatori hanno trovato il canile e le gabbie. “Il giorno dell’ispezione dentro c’era un ragazzo – ha detto Rita Bernardini -, ma quando ho fatto per chiedergli da quanto tempo fosse lì dentro, di fatto mi è stato impedito”. Ecco, sempre ieri, i giornali davano brevissima notizia del suicidio del provveditore calabrese alle carceri, in vacanza a Tropea, era indagato per “abuso d’ufficio e minacce a un direttore di carcere”, si proclamava innocente: aveva il porto d’armi, si è sparato con la sua pistola. Ancora ieri, a Catania, si è ammazzato un detenuto di 39 anni -il nome non importa, solo il numero ordinale, era il trentottesimo: si è reciso la carotide con una lametta da barba. Chissà come se l’era procurata, una lametta da barba.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

luglio 10, 2010

Marija Olsufieva è nata (nel 1907) vissuta e morta (nel 1988) a Firenze, dove i suoi erano venuti, prima perché era sembrato loro che fosse un posto buono per far nascere i figli, poi perché avevano lasciato la Russia del ‘17. Marija è stata traduttrice e traghettatrice e ospite di poeti e scrittori russi per tutta la vita. La conobbi quando Lotta Continua aveva smesso di essere un’organizzazione politica per sopravvivere come un giornale famelico, e si era (finalmente) appassionata alla sorte del dissenso sovietico, per far conoscere e sostenere il quale Marija avrebbe collaborato con chiunque. Nel nostro caso lo fece più cordialmente grazie a persone come Lisa Giua Foa. Ho letto ora nelle Edizioni di storia e letteratura, curata nel 2002 da Stefania Pavan, una ricca scelta delle carte di Marija Olsufieva donate da sua figlia Elisabeth Michahelles all’Archivio contemporaneo del Gabinetto Vieusseux. (Che nell’Ottocento si forniva assiduamente dei giornali russi, permettendo a Dostoevskij di venirli a leggere ogni mattina nel suo lungo soggiorno fiorentino). Sono carteggi con gli editori e gli autori, quando erano viventi, e Olsufieva ne diventava immancabilmente amica: classici come Babel’ e Belyj e Blok, e Nina Berberova, Bulgakov, Gumilev, Kuznecov, Mandel’stam, Pasternak, Platonov, i coniugi Sacharov, Sinjavskij, Sklovskij, Solzenicyn… Sono molte le notizie e i passi interessanti, compresa una amplissima corrispondenza con Fosco Maraini consulente scrupolosissimo e spiritoso per la versione della “Storia segreta dei mongoli”. E frasi rivelatrici, come il poscritto di una lettera di Bulat Okudzava, scrittore poeta e cantautore, dopo l’uscita italiana di un suo romanzo: “Se la casa editrice ne ha la possibilità, potrebbe mandarmi anche una sola altra copia? Si intende che pagherò le spese”. Ho scoperto un dettaglio commovente, che Olsufieva non si limitava a leggere una enorme quantità di testi russi per promuoverli instancabilmente presso gli editori italiani (spesso invano), ma li traduceva subito, per sé, indipendentemente dall’eventualità che fossero accolti e pubblicati. Non lo faceva per esercizio ma disinteressatamente, per amore.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

giugno 20, 2010

Ho accolto con entusiasmo la discussione dei pensieri di Guido Viale, che hanno così ragione, e da tanto tempo, che vengono presi in conto solo quando succede un disastro, e si impongono misure d’eccezione. Così la buona ragione di Viale si tramuta nel suo torto immediato, perché il governo dei rifiuti e il ripudio dell’automobile privata e il riuso sono argomenti da pazzi quando tutto va bene (cioè normalmente e micidialmente male) e argomenti di lusso quando l’acqua arriva alla gola, e si tratta di sgombrare le strade di Napoli o di firmare la soppressione dei diritti del lavoro – o anche, perché i disastri sono universali, di mettere in discussione le energie fossili quando il Golfo del Messico è fottuto. “Per ora”, si tratta di salvare l’occupazione a Pomigliano. Intanto, la monnezza si riammucchia nelle strade di Napoli. E così via. La pagina del Foglio è insieme una conferma della logica del “per ora”, e insieme una sua possibile obiezione. Buon lavoro.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

giugno 18, 2010

Nell’articolo: Vedo, non dall’appello ma da allusioni di contesto, che questo equivoco micidiale viene attribuito specialmente alla campagna di Repubblica contro la legge sulle intercettazioni. Io scrivo su Repubblica (le stesse cose che scrivo qua) ciò che non impegna né quel giornale (tanto meno questo) né me, e peraltro, senza attenuare di un millimetro il mio attaccamento alla inviolabilità della vita privata, ritengo pessima sotto ogni riguardo – per la privatezza, per l’autonomia delle indagini criminali, per la libertà di stampa – la legge sulle intercettazioni

da “Il Foglio”

Caro Foglio, vorrei dichiarare, e anzi ribadire la mia adesione al principio della libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, che nell’appello pubblicato ieri si è imperniato sul ripudio dello slogan “Intercettateci tutti”. Vorrei allegare le seguenti considerazioni.
1. Il grido “Intercettateci tutti” è palesemente un calco di altri slogan, e in particolare di quello: “E adesso, uccideteci tutti”. Dunque, una volta ammesso che dei giovani di Locri non si augurassero affatto di essere tutti uccisi, e intendessero invece esprimere la propria determinazione “al costo di essere uccisi”, si capisce che l’altro slogan voglia esprimere una determinazione alla autonomia dell’indagine penale e alla libertà di stampa e di parola “al costo di essere intercettati”.
2. Non c’è dubbio che lo slogan “Intercettateci tutti” intenda però anche dire, in molti dei suoi pronunciatori e sostenitori: “Non abbiamo niente da nascondere”, o “Male non fare paura non avere”, e simili concetti. Simili concetti corrispondono, suppongo per lo più senza volere, con l’essenza intima del totalitarismo, che è il sogno di annullare le persone a vantaggio del corpo sociale, e di conoscere ogni pensiero e sentimento dei sudditi, fino a cancellarne pensieri e sentimenti che non coincidano con la lezione impartita dal potere. Chi cede a questa prodigalità – di mettere la propria sfera privata a disposizione dell’occhio pubblico – non capisce che l’aspirazione più profonda e irreparabile del potere è di impadronirsi, più che dei piani criminali o sovversivi o semplicemente indisciplinati delle persone, dei loro pensieri e delle loro parole più comuni e normali. Di sentire due ragazzi che si dicono “Ti amo”, di spiare un abbraccio fra due vecchi, di leggere le pagine di diario di una bambina. Tutti abbiamo tutto da nascondere, salvo ciò che viola la legge giusta a detrimento degli altri. Tutti dobbiamo fare bene sapendo che è rischioso. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

giugno 13, 2010

Ascolto il racconto di un posto bellissimo in cui vengono ospitati bambini che hanno malattie gravi, per essere curati e fare una vacanza. C’è un bambino straordinariamente felice. Ma il penultimo giorno se ne sta in disparte con un’aria triste. Gli si fanno attorno premurosamente, scherzano, cercano di fargli allegria, ma lui resta silenzioso, in pensiero. “Che cos’hai? – gli chiedono – Per favore, dicci che cosa c’è che non va”. Alla fine lui spiega: “Ho l’impressione di stare guarendo. Ho paura che non mi prenderanno più”.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

giugno 8, 2010

Ho un’idea di che cosa siano le cosiddette rivolte in carcere oggi: si traducono immediatamente in botte, trasferimenti punitivi, denunce e sacrificio dei poveri “benefici” ventilati dalla buona condotta, e anche, inevitabilmente, nello scontro con le persone che il sistema penitenziario mette corpo contro corpo di fronte ai detenuti. Detto questo, non devo spiegare né a me stesso né ad altri la doppia sensazione che provo quando leggo, come in questi giorni, delle “rivolte” in carcere: di preoccupazione e pena per i protagonisti, ma anche di una giustizia, di una legittima difesa della propria incolumità e della propria dignità. A Genova, dei detenuti si sono ribellati perché la cooperativa che somministra i farmaci, non pagata, ha deciso di “sospendere le pastiglie” (sic!). Quanti reati comprende questa notizia, e tutti dalla parte dei carcerieri, e dei più titolati fra loro? L’intera condizione carceraria è oggi illegale, e come tale riconosciuta dalle autorità, per impudenza o demagogia, e dai sindacati della polizia penitenziaria, che sanno meglio di tutti come stanno le cose, e di chi è la responsabilità. Io stesso non saprei dire niente di più duro di quello che stava ieri nei comunicati dei sindacati degli agenti. La Corte costituzionale ha appena stabilito che i giudici di sorveglianza riconoscano i diritti elementari che per regolamento spettano ai detenuti, a cominciare dallo spazio in cui sopravvivere, e che le loro decisioni siano tassative per l’amministrazione penitenziaria. Non so se la notizia sia già arrivata a tutti i tribunali di sorveglianza: ma è l’ennesima dimostrazione, come le sentenze europee, della piena illegalità della situazione delle galere. Basterebbe applicare la legge, e l’intero edificio crollerebbe. Che cosa pensare di un intero edificio costruito sull’oltraggio alla legge? Chi è più fuorilegge, quelli di dentro in basso o quelli in alto di fuori? Ah, ieri si è rivoltato anche un singolo detenuto a Fuorni, Salerno, sarebbe uscito presto, dicono le cronache. Aveva 34 anni, si è impiccato. Era il ventinovesimo dell’anno. Oggi qualcuno si rivolterà con un lenzuolo d’ordinanza in un cesso di cella, per fare cifra tonda.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 28, 2010

Mi dispiace che la Fiorentina abbia perso Prandelli, ma la Nazionale l’ha guadagnato, e Coverciano è a Firenze. Prandelli è un allenatore bravo, ma se non fosse anche un uomo bravo sarebbe difficile spiegare l’affetto speciale che le persone hanno per lui. Mi dispiace anche che al suo posto arrivi Mihajlovic. Il quale è stato un gran calciatore, fenomenale nei calci piazzati, negli insulti razzisti, negli sputi (ciao Mutu) e in altre scorrettezze, e pare che, dopo una Bologna mediocre, abbia ben figurato allenando il Catania. Delle sue opinioni, direte, chi se ne frega: dopotutto deve fare l’allenatore di calcio, non il militante politico. Be’, non esattamente. Lui ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni, e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati. Perché, dite, Firenze dovrebbe essere scontenta di un allenatore che andava bene a Catania? Non so, vediamo. Forse Firenze è diversa da Catania, e forse Catania stessa sarebbe diversa da Catania, se ne avesse l’occasione. E Belgrado? Il Parlamento di Belgrado ha appena votato, con una leggera maggioranza, ma con una maggioranza, una condanna dello sterminio di Srebrenica. Certo, l’ha fatto anche per cattivarsi l’approvazione dell’Unione europea, certo, si è guardata dall’impiegare il nome di genocidio: ma l’ha fatto, ed era la prima volta. Sinisa Mihajlovic non l’ha fatto, se non sbaglio. Fiorentini, ancora uno sforzo.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 26, 2010

Francesco Recami, “Prenditi cura di me”, Sellerio, mostra il deserto senza remissione della vita ordinaria contemporanea, per giunta a Firenze, e nei dintorni di casa mia. La vita livida e squallida che coinvolge tutti i personaggi, e specialmente il protagonista, uno che dice stronzo pezzo di merda vaffanculo al resto del mondo, a quello che gli sta davanti nel traffico, a sua madre malata, alla sua badante, agli altri, uno che in fondo, e neanche in fondo, desidera che gli altri, sua madre eccetera, muoiano, è del tutto verosimile, e induce a chiedersi quanta distanza ci separi da uno come lui, ammesso che una distanza ci separi -però sì, direi. E comunque ho visto ieri sera una giovane badante che incontro sempre nel paese, mentre accompagna sorreggendolo, a passi cortissimi e lentissimi, un signore molto anziano. Era la prima volta che la vedevo sola, correva e aveva un’espressione felice. Ho pensato che avesse finito l’orario e andasse a un suo appuntamento.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 18, 2010

Messo in lista il ventiseiesimo suicidato – sabato, carcere di Siracusa – parliamo oggi di studentesse e studenti dell’Accademia di belle arti di Brera (di un corso dal titolo lungo, “Teoria e pratica della terapeutica artistica”) e delle detenute del carcere di Milano-Bollate che hanno lavorato insieme, ogni giovedì per un intero anno, a fabbricare arazzi colorati. Gli arazzi, molto belli, sono stati appena messi in mostra a Milano: si possono vedere, e guardare le fotografie delle loro autrici, in un bel volume curato dalla promotrice dell’impresa, Tiziana Tacconi: “Gli arazzi della legalità”, patrocinato da università milanesi e Accademia, e dal carcere diretto da Lucia Castellano. Arricchito di testi interessanti, il catalogo trascura di indicare come può essere trovato e acquistato, dunque vi allegherò la mail della curatrice: Tacconi.Tiziana@libero.it e quella di Brera, ufficio.stampa@accademiadibrera.milano.it. Anche perché la vendita degli arazzi vuole contribuire a finanziare un laboratorio del feltro nello stesso carcere femminile, idea preziosa. Si tratta, come dice la signora Castellano, di “riempire di significato le giornate recluse”. Le numerose fotografie del catalogo mi hanno ricordato, per analogia e per contrasto, che ricami e arazzi e paramenti religiosi erano l’occupazione preminente di donne recluse nei secoli, e soprattutto di quelle suore, monacate più o meno per forza, che si facevano cieche ricamando piviali, e la cui mano, come scrisse nel Seicento una fra le più ribelli e geniali fra loro, Arcangela Tarabotta, “trafiggerà con le punture d’un ago l’ozio per ucciderlo”. Per contrasto, però, perché le donne fotografate nel volume sono allegre e piene loro stesse di colori, e se non fosse per una nostalgia di parrucchiere a volte non vi si distinguerebbero libere da prigioniere.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 11, 2010

Ogni giorno, da tredici anni – se non sbaglio – devo decidere come riempire questo spazio. Lo faccio in modo sempre più povero, lo so. Non è una scusa l’anzianità di servizio, perché altri, Vincino e Andrea per esempio, sono altrettanto anziani (di servizio) e reggono benissimo. Va bene: pressoché ogni giorno mi chiedo se dedicare questo spazio alla quotidiana infamia carceraria. Non manca mai. Oggi, ieri per chi legge, si è suicidato un detenuto. Per adempiere a una Piccola posta, si potrebbero preparare dei moduli prestampati, da riempire. 1. Età (ieri, 57 anni). 2. Nazionalità (ieri, italiano). 3. Luogo di morte (ieri, carcere di Como). 4. Modalità (ieri, e quasi sempre, impiccagione; segue inalazione di gas). 5. Numero ordinale nell’elenco dei suicidati dell’anno (ieri, Ventunesimo, ma Venticinquesimo secondo altri calcoli). 6. Numero progressivo dal primo annuncio del grandioso Piano carceri (ieri, Centesimo detenuto suicidato). 7. Altre ed eventuali. Ecco. Ogni giorno mi chiedo se riempirlo o no, il modulo. Non è questione di utilità: so benissimo che è del tutto inutile, siamo gente di mondo, al mondo, e alle sue ecc.me autorità, non gliene frega niente, ma niente, dei detenuti che si ammazzano o che vivono nel modo in cui vivono. Non è nemmeno una questione morale: star zitti non è più immorale che dedicare dieci righe e cinque minuti alla menzione dell’ultimo essere umano che era così disperato da appendersi ai lacci delle proprie scarpe. Allora si va a casaccio, certi giorni si riempie il modulo, certi giorni no. Si può parlare d’altro, delle lucciole che si sono fatte vive sabato notte, da me, o dell’eurozona, che non si sente tanto bene. Oggi ne abbiamo parlato. Ah, si chiamava, leggo, Eraldo De Magro. Chissà chi era. Va be’, chi se ne frega.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 8, 2010

Per favore, qualcuno richiami l’attenzione del presidente Moratti su questa piccola posta. Gentile presidente Moratti, c’è qui, a San Giovanni Valdarno, Matteo Sterbini, un ventenne che potrei provare a descrivere per molte qualità. Per esempio è uno che ama la musica e se ne intende parecchio, e anche di cinema, è intelligente, leale con gli amici, attento agli altri. In genere la prima cosa che gli altri vedono di lui è che si muove in una sedia a rotelle. Le trascrivo una lettera che scrisse qualche anno fa: (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 4, 2010

Giorgio De Lorenzi e altre persone di Narni si sono messe assieme per soccorrere la famosa tavola autografa dell’Annunciazione di Benozzo Gozzoli, di proprietà del comune, messa a giacere da 8 anni su dei cavalletti in un locale del vescovado di Narni, coperta di polvere e “climatizzata” da “stracci bagnati” piazzati sotto i cavalletti. Ho letto due volte per essere sicuro che dicesse così. Ci sono fotografie “clandestine” che documentano il degrado. Per vederlo di persona occorre un permesso. Nel museo cui l’opera è destinata c’è una fotografia e la dicitura “in restauro”. Ci sono 30 mila euro ministeriali stanziati nel 2008 e finora non usati. L’Associazione Amici dell’Annunciazione fondata da Giovanna Eroli discendente del cardinale Eroli che a metà del ’400 commissionò l’opera cerca di portare alla pubblica attenzione la vicissitudine del capolavoro di Benozzo. La deputata radicale Elisabetta Zamparutti ha presentato un’interrogazione al ministro Bondi. Non mi è facile capacitarmi della questione. Il sindaco di Narni, Bigaroni, si disse qualche tempo fa “entusiasta” dell’imminente restauro e deciso a esporre l’opera, recuperata al tempo e ai maltrattamenti, in occasione della Corsa dell’Anello, che, se non sbaglio, culminerà domenica prossima, ma senza Benozzo. Io c’entro poco, ma vado pazzo per Benozzo Gozzoli. Siccome mi pare che anche il sindaco di Narni, prestigiosa carica di una così bella città, vada pazzo per lui, e anche il ministro Bondi, e tanti altri a Narni e nel mondo, è ragionevole aspettarsi che si venga a capo della cosa presto e bene, no?

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 30, 2010

Disceso dall’Olimpo (2.917 metri sul livello del mare) Zeus avvistò su una spiaggia, forse dalle parti della penisola sarda del Sinis, o lunghesso un lido libanese, la giovane principessa Europa che raccoglieva fiori con una grazia speciale, e se ne invaghì, come gli succedeva. Incaricò Hermes di fargli da mezzano, Hermes portò sulla spiaggia l’armento di buoi del re Agenore e Zeus, mutato in toro candido e maestoso dalle corna di luna, si sdraiò ai piedi della bella che non poté resistere all’invito e salì sulla sua groppa. Ne venne la fortuna dei pittori di tutti i tempi. Europa fu così rapita e trasportata fino a Creta, dove si oppose alla violenza del padre degli dei fino a che, tramutato lui ora in un’aquila reale, lei dovette soccombere. Divenuta regina di Creta e sposa di un altro, Europa ebbe tuttavia da Zeus tre figli almeno, fra cui Minosse. Zeus poi si dimise e diventò un toro nella costellazione anonima, e anche gli altri dei lasciarono perdere la terra dei mortali. Quanto a Europa, mutata in continente via via più allargato, fu condannata a trasformare in euro tutto quello che toccava.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 28, 2010

Le notizie sui successi di inquirenti e forze di polizia nelle catture e incriminazioni di membri delle mafie e sequestri di beni sono le più benvenute. Così ieri da Reggio Calabria e da Caltanissetta, dove è risuonato il nome della Calcestruzzi spa (di Bergamo, questa), già glorioso a suo tempo, il tempo di Panzavolta e Gardini, per aver realizzato l’ingresso della mafia in Borsa: così Giovanni Falcone; la storia è stata puntualmente ricostruita da Enrico Deaglio in “Patria”. Il ministero dell’Interno, benché impronti spesso le sue comunicazioni a un tono propagandistico (compreso il ricorso d’ordinanza al verbo “sgominare”) può vantare la sua parte di merito. E’ vero il contrario, quando viene vantata la drastica riduzione degli sbarchi “clandestini” sulle coste italiane. Argomento di forte presa, cui sembra cedere, per viltà o opportunismo, anche la gran parte dell’opinione pubblica. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 22, 2010

Marcello Veneziani, sul Giornale, mi dichiara “sprezzante”: non in questa o quella circostanza, ma così, in generale. E avverte, anzi “confida”, che, sprezzante come sono, non gli risponderò. L’articolo mi addebita testualmente, nell’ordine: razzismo radical-chic (è il titolo); violenza verbale; echeggiamento degli anni di piombo; corrività, demagogia e fascismo; squadrismo delle origini secondo Pasolini; manicheismo da tempo di pace; superbia da antitaliano; riduzione di B. a ipocrisia facciale, e falsificazione delle sue opinioni; affinità con l’icona di B. da me stesso dileggiata; mistificazione della realtà; cedimento alla retorica e disprezzo per i fatti; provenienza da un radicalismo di cattivo utopismo; preferenza per l’antimafia parolaia e professionista rispetto a quella fattiva e sacrificale; di citare Borsellino e non Calabresi; di denigrare B. al modo in cui contemporaneamente si denigra Ratzinger; di aver scritto per Panorama detestandolo intimamente; di non scriverci più detestandolo platealmente e un po’ volgarmente; di snobismo incivile; di cecità ideologica; di torvo manicheismo; e, finalmente, del retaggio di atroci frutti. Gentile Marcello Veneziani, nel caso che io non fossi naturalmente sprezzante, come sono di mediocre altezza e di voce nasale, e provassi l’impulso di risponderle, prenderei il suo come un augurio – berlusconiano, diciamo – a vivere almeno centovent’anni. Abbia pazienza, dunque. Qualche tempo fa lei – salvo errore – mi inviò un libriccino di poesia con dedica, cui risposi ringraziando. Ammetterà che era più facile.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 15, 2010

“Vado a vedere se di là è meglio”. Si intitola così il “breviario mitteleuropeo” che Francesco M.Cataluccio ha appena pubblicato nella Memoria di Sellerio (412 pagg., 15 euro). Ancora la Mitteleuropa? – direte. Be’, è un libro bellissimo. Cataluccio non ha avuto paura di andare nei posti dove alla fine sono andati tutti, e di guardare e ascoltare le persone su cui tutti hanno scritto, e ha messo da parte una miriade settecentesca di racconti, aneddoti, ritratti, riflessioni imprevedibili e vivacissime. Del resto, la Mitteleuropa di questo libro comprende, com’è giusto, Buenos Aires e Parigi, Venezia e Baku, Dublino e New York. Buenos Aires è Gombrowicz e Kapuscinski, Parigi, si sa, è una capitale polacca, Dublino è il Beckett di Antoni Libera, Venezia é Brodski… Cataluccio è riuscito a raccontare la propria vita senza esagerare, e la vita degli altri senza dissimularsi. Ha fatto tesoro di quel pensiero di Milosz: “Se potessi ricominciare da capo, ogni mia poesia sarebbe il profilo o il ritratto di una persona concreta, o più precisamente, un lamento sopra il suo destino”. Ne è venuto un gran bel libro di storie, che è forse il modo migliore di scrivere un libro di storia al giorno d’oggi. Cataluccio del resto è uomo di libri di carta, altrui, curati tradotti e pubblicati, e proprii. Ora, grande e grosso com’è, ha scritto un libriccino per le edizioni Nottetempo intitolato “Che fine faranno i libri?” In una cui breve appendice ricorda suo padre, che accompagnando i figli bambini ai giardinetti si portava dietro un corredo di libri da panchina, per non perdere tempo, e un mezzo limone, per sfregarlo sulle sbucciature dei pargoli. Siano benedetti i padri, i limoni e i libri.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 13, 2010

Nel giro di un giorno abbiamo preso sul serio l’eventualità che avessero legami con al Qaida, che si adoperassero per soldi all’assassinio di un governatore e che avessero confessato tutto. E’ azzardato fare il chirurgo o l’infermiere in Afghanistan. Bisogna essere prudenti, guardarsi dai talebani, dal governo afghano, dai provocatori, dalla Nato, dai giornali e, in particolare, dal governo italiano.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 6, 2010

La sera di Pasqua Brina Brillo e io avevamo voglia di serenità, e ci siamo messi a guardare su Sky cinema un film di Disney sui fenicotteri rosa. A volte, sul torrido lago salato dove nascono in Tanzania, il sale lasciato dall’evaporazione si cristallizza sulle zampe dei piccoli fenicotteri, appesantendo i loro passi, fino a che devono soccombere ai predatori o inciampare definitivamente, restando ad agonizzare in una pozza d’acqua e di sale. Quando i piccoli sono molto piccoli e le uova non si sono schiuse tutte arrivano i neri marabù e i grandi rapaci, seminano il panico nel mucchio e fanno strage di piccoli e di uova. Durante la migrazione dei piccoli, che non possono ancora volare, guidati dagli adulti, verso un lago più fresco, le iene assaltano la fila, la dividono e infieriscono. Molti piccoli scampati ai predatori sono rimasti però indietro e non riusciranno più a unirsi al gruppo. Che arriva finalmente al lago verde, impara a nutrirsi dal becco capace finalmente di filtrare le alghe dal fango, e può librarsi nel rosso volo magnifico. Alcune migliaia di piccoli, riassume la suadente voce conduttrice, hanno dovuto soccombere, ma quasi un milione di fenicotteri è arrivato alla meta e la vita si rinnova. Così è, ma quello che rimane in mente è il cammino zoppo del piccolo dalle gambe sottilissime ingessate dal sale alla zuava, che cade da una zampa all’altra e inciampa cadendo sempre più rovinosamente sul becco, fino a non riuscire più a sollevarsi. Un film terribile. La didascalia finale spiegava che quel paradiso rosso di due milioni di fenicotteri è minacciato dallo sviluppo e dall’inquinamento: chi si accorgerà, chiedeva, di un mondo ormai senza fenicotteri rosa? Infatti. Intanto, Brillo Brina e io siamo andati a letto angosciati per quel piccolo fenicottero bianco di sale, che non aveva fatto in tempo a diventare rosa: uno per tutti. Era una storia di Pasqua.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 2, 2010

Vorrei partecipare del bilancio sulle elezioni in Lazio, nelle quali vi è stata così a cuore la sconfitta di Emma Bonino, di cui a me sarebbe piaciuta la vittoria. Vorrei dire prima che sono diventate molte le posizioni dei radicali dalle quali dissento, serbando intatto il mio affetto per loro e la solidarietà con tanta parte dei loro pensieri. Pur legando di fatto ormai da anni la propria attività al Partito democratico, sono costantemente tentati, e spesso compiaciuti, di mettere pressoché sullo stesso piano partitocratico destra e sinistra, che a me sembra un errore enorme, quando la destra inclina all’usurpazione della democrazia. Nel capitolo ultimo delle regionali, ho trovato inspiegabili certe presentazioni autonome, e in alcuni casi farsesche. In Toscana –dove, come spiega bene Enrico Rossi, non si tratta di “conservare” un potere inveterato, ma di riguadagnarsi il consenso delle persone, ciò che è avvenuto in modo confortante, e basti il raffronto con l’Emilia – c’è stata prima un’investitura di Oliviero Toscani, il quale voleva chiedere il sostegno della destra per abbattere il regime rosso, poi una lista di ottime persone che non è stata nemmeno di disturbo, se non per la contraddizione stridente con la lista laziale, e con l’apprezzamento reciproco fra Bonino e Rossi. Vicissitudini locali a parte, le liste radicali, dove sono riuscite a presentarsi, hanno preso, se non sbaglio, la percentuale più irrisoria della loro antica storia, più vicina allo zero che all’uno. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 30, 2010

Caro Giuliano, certo che si fa un abuso di galera preventiva. Lo si fa a tappeto, per un pregiudizio inveterato, per abitudine, per distrazione, nei confronti della massa senza nome di detenuti tipici, schiuma della terra. Lo si fa a ragion più voluta nei confronti delle persone di rango e reddito medioalto che di tanto in tanto un’onda anomala travolge provvisoriamente. Allora entrano in gioco vanità e pubblicità, predilezioni politiche – che non vuol dire partitiche, e possono anche essere il colpo al cerchio e alla botte che passi per equanimità – e aspirazioni di carriera. L’abuso della galera preventiva è di norma frutto di un cinismo senza ambizioni, di routine. E’ il caso più penoso e meno grave. Non sanno quello che fanno, e comunque non se lo chiedono. Fanno come tutti o quasi, lasciano che passi il tempo che li separa dalla sera, dalla promozione e dalla pensione. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 28, 2010

Caro Giuliano, lasciami tornare sulla questione lessicale. La mia protesta contro etichette come pro-vita o antiabortista, che implicano avversari pro-morte e abortisti, non è una trovata recente, e anche qui ne ho scritto da anni. Ma questo non importa, mi importa di più la sostanza. Io sono stato, quanto e probabilmente molto più di te, uno stronzo nei miei personali comportamenti rispetto all’aborto. Ne sono pentito e pieno di rimpianti. Naturalmente questo è più facile oggi, quando sono venute meno le tentazioni. Però si tratta di ripensamenti pentimenti e rimpianti piuttosto antichi, ormai. Detto questo, non accetto di dirmi abortista, e mi offendo se me lo sento dire. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 25, 2010

Ho letto che anche l’Accademia di Belle Arti di Milano deve traslocare, abbandonando la gloriosa sede di Brera. A sovrintendere al trasloco c’è ora Caterina Bon Valsassina, già direttrice dell’Istituto Centrale per il Restauro a Roma – oggi visitato dall’ufficiale giudiziario incaricato di eseguire lo sfratto – e la coincidenza mi ha incuriosito, benché le due situazioni non siano probabilmente comparabili. Direttore dell’Accademia milanese e studenti sono contrari allo spostamento. Non so quali siano le ragioni degli uni e degli altri. Ma anche ammesso che studenti e docenti sentano semplicemente il trasferimento da un luogo così centrale e proverbiale e carico di storia come una perdita di rango, tendo a simpatizzare con loro. L’Accademia di Belle Arti – in quella di Firenze insegnai a lungo, e mi piaceva – è una specie di territorio libero, almeno fino a che programmi e regolamenti non spengano nei giovani la bella voglia che li ha portati lì. Perciò mi viene naturale di paragonarla alla galera – di cui fui ospite così a lungo, e non mi piaceva – in cui si va con tutt’altro spirito, e si studia l’arte di sopravvivere. Però che San Vittore sia svuotato e il carcere trasferito fuori mano, sebbene sappia che i suoi locali sono pessimi, non mi sembra una bella notizia. Impenetrabili ottuse e ostili come vogliono essere, le prigioni sono pur sempre riconosciute da chi ci passa attorno. Si vedono, si deve spiegare ai bambini che cosa sono, non si può far finta che non esistano, e che non si sappia che cosa ci succede dentro. Così, la vita civile ha molto da perdere dalla cancellazione dalla scena urbana delle belle arti e degli zoo per umani.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 17, 2010

Caro Vittorio Feltri, sul sito del Giornale, curato da Mario Cervi, un lettore lamenta che io scriva, “e dunque tanto male non stia”. Mi chiama spiritosamente “ammalato cronico ergo libero a casa sua”. Mi chiama “pluricondannato”, che vorrebbe dire condannato per più reati, ma lui vuol dire condannato ripetutamente, dimenticando che se questo è avvenuto è anche perché intanto ero stato pluriassolto. Non citerò nemmeno lo stucchevole dettaglio che ero e sono innocente. Si chiede se la mia condanna sia stata “definitivamente sospesa a divinis”, e se mi sia stata concessa la grazia alla chetichella. E, di fronte a tanto scandalo, invoca il soccorso di Di Pietro e Travaglio, colpevoli di occuparsi di Berlusconi invece che di me. Bene. Prima che il lettore mi mandi i suoi periti di parte riassumerò secondo i periti d’ufficio, essendo da tempo indifferente alla privatezza: ho un esofago rattoppato, la cui recidiva sarebbe finale, ho un polmone mutilato, altre deficienze effettivamente croniche, e più di recente un cancro alla prostata –non ho più la prostata, ho ancora il cancro. Per queste ragioni sono da tre anni detenuto a domicilio, dopo aver trascorso nove anni effettivi in una cella ed esserci quasi crepato. Non sono affatto libero, ma posso, quattro giorni alla settimana, uscire di casa due ore di mattina e due di pomeriggio nel paese in cui abito; e in altri tre giorni spingermi in città. Dal bell’inizio di questa storia, sento deprecare che “tanto gli danno la grazia”. Ora, diventata insostenibile la formulazione, ci si immagina che l’abbia già avuta, zitto zitto. Quanto a Travaglio, il lettore si rassicuri: si occupa di me senza risparmiarsi. Qualche giorno fa ha denunciato il sindaco di Salerno De Luca che si era augurato di trovarlo sulla sua strada di notte. Ora, Travaglio aveva a suo tempo intimato a me di “strisciare lungo i muri nottetempo, senza farmi vedere né sentire”, e si era augurato che “qualcuno incazzato venisse a cercarmi”: lo stesso pensiero del sindaco di Salerno, solo più articolato e più vigliacco. Siccome chiamai e chiamo tuttora Travaglio un piccolo squadrista per conto terzi, lui potrebbe denunciare anche me, e chiedere l’unificazione del dibattimento, poiché si tratta quasi letteralmente dello stesso tema. Il lettore potrebbe seguire il caso, rinunciando provvisoriamente a rammaricarsi che io, per il momento, scriva e viva. Cordiali saluti.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 9, 2010

Ho annotato delle cose dal Foglio di sabato. Il mio amico Luigi Amicone mi addebita di aver messo sullo stesso piano, scrivendo su Repubblica, i pasticci elettorali di Roma e di Milano. Ha letto male, perché avevo scritto: “Ci sono tribunali e giudici deputati a decidere, nella provincia di Roma in cui la lista del Pdl non è stata mai nemmeno presentata, come nella Lombardia in cui lista e firme di Formigoni sono state presentate secondo un andazzo finora indisturbato”. C’è una differenza fra una lista mai presentata – e l’impensabile indecenza di reintrodurla nel gioco con un decreto – e una lista presentata e controfirmata secondo l’andazzo finora indisturbato. Tant’è vero che non era irragionevole immaginare una riammissione della lista lombarda decisa dal Tar, accompagnata magari da un pronunciamento sull’inaccettabilità dell’andazzo, che andava oltretutto a detrimento dei pochi che avevano cercato di sottrarvisi, e una esclusione della lista Pdl alla provincia di Roma, che non avrebbe impedito il voto per la Polverini. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

marzo 2, 2010

Chi, come me, si augura di cuore la vittoria di Emma Bonino in Lazio, non si rallegra certo dell’assenza della principale lista opposta. Ma Renata Polverini sbaglia del tutto, mi pare, quando si dice delusa dai radicali. I quali hanno appena ridato prova – una prova che ad alcuni di noi è parsa eccessiva, quanto allo sciopero della sete di Emma – di un attaccamento strenuo alla legalità, alla forma della legalità, e al rispetto delle regole. Lo stesso rispetto con cui Marco Pannella, Rita Bernardini e altri esponenti radicali (fra loro Sergio Stanzani, che ha compiuto ieri i suoi gloriosi 87 anni) sopportano l’assurda e scandalosa esclusione dalla candidabilità “amministrativa”, regionali comprese – che del resto sono elezioni politicissime. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

febbraio 16, 2010

Torna Sanremo e torna il ricordo di Luigi Tenco. Del suicidio, e più che del suicidio del suo movente dichiarato: “Come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale”. Era inevitabile che ci fossero dubbi, sospetti, insinuazioni, il foglio d’addio sottoposto a innumerevoli perizie grafiche. Se quella era una ragione per spararsi, che cosa bisognerebbe fare quando si ride la notte dell’Aquila – allegria dei terremoti – si mira per legge a dichiarare fuorilegge il governo dei terremoti e dell’allegria, si nomina una responsabile dell’eventistica danzante, e si pubblicano intercettazioni sulla ricerca dei preservativi usati?

14 febbraio

Di cose che fanno schifo abbondano i giorni. Da quelle di venerdì, giorno ricco, ne trattengo solo due. L’infamia di Massimo Ciancimino, il quale avrebbe sostenuto che Benigno Zaccagnini avrebbe chiesto a suo padre e colleghi di mafia di non (rpt: non) liberare Aldo Moro. E l’inventiva creatrice del signore che gestisce il luogo in cui rilassarsi e ripassarsi e ha spiegato che la signora Regina, citata nelle intercettazioni, è in realtà la responsabile dell’eventistica danzante. L’eventistica danzante: meglio dell’utilizzatore finale. Cronache dell’Italia, la penisola dei famosi.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

febbraio 9, 2010

Il film su Franco Basaglia per Rai Uno – scrivo avendone vista la prima parte – è molto bello, e Basaglia era una gran bella persona. Era di parecchi anni avanti sul proverbiale Sessantotto, e gente come me che si voleva rivoluzionaria e che nel ‘68 era già adulta si lasciò sorprendere dalla scoperta che nelle case chiuse della pazzia e della prigionia, davanti alle quali si era passati tante volte voltandosi dall’altra parte, come coi bordelli, c’erano dei sepolti vivi capaci di colpo di sentire pensare e lottare. Quella meravigliosa scoperta avvenne una volta per tutte, e oggi chi si compiace dell’auge rinnovata delle esclusioni e delle reclusioni non può invocare per sè nessuna ingenuità ignoranza e buona fede. Nemmeno si dovrebbe maramaldeggiare contro i proclami di allora per cui la malattia non esisterebbe, e nemmeno la morte: non si pensava così, benché si facesse come se la malattia e la morte non esistessero, finché non se ne fu schiacciati. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

febbraio 3, 2010

Non c’è niente di più insensato che ridurre l’importanza della geografia. Oggi parleremo di Casteltodino. Casteltodino è una frazione del comune di Montecastrilli (Terni), a 436 metri sul livello del mare. Conta 867 abitanti (censimento del 2001), circa 1.300 oggi. Di fondazione romana, nel 1366 venne assediato da Giovanni l’Acuto. Il 14 luglio 1849 ebbe l’onore di ospitare per qualche ora Giuseppe Garibaldi. Il paese ha una squadra di calcio, seconda nel campionato regionale di seconda categoria, girone E. Domenica scorsa ha avuto l’onore di ritirare la squadra in trasferta a dieci minuti dalla fine della partita, dopo che per un’ennesima volta uno dei due suoi giocatori di antica origine nigeriana era stato apostrofato da un avversario: “Vattene a casa, sporco negro”. Infatti il ragazzo insultato ha casa, come i suoi compagni, a Casteltodino, e ci sono tornati tutti. Nella prossima lezione parleremo di Milano.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 30, 2010

E’ in libreria da oggi un rapido libro di Enrico Donaggio e Diego Guzzi, “A giusta distanza. Immaginare e ricordare la Shoah”, ed. L’ancora del mediterraneo. Libro prezioso per chi pensa di saperne molto, e per chi vuole cominciare a saperne. Ha 160 pagine, costa 14 euro. Racconta la Shoah, prova a immaginarla per il futuro prossimo in cui non ci saranno più testimoni, la mette a confronto con le catastrofi prodotte e sofferte da umani nel mondo di oggi, e si chiede, e chiede, che uso fare di tutto quello che abbiamo conosciuto. Fa suo il proposito con cui Yehuda Bauer trattò, nel 2006, il Giorno della memoria: “Appartengo a un popolo che ha dato al mondo i dieci comandamenti. Conveniamo sul fatto che ne servono altri tre, questi: tu non sarai l’aggressore, tu non sarai la vittima; e tu non accetterai mai, mai, di restare uno spettatore passivo”.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 12, 2010

Caro direttore, ecco due o tre pensieri su Rosarno. Uno sul ministro dell’Interno: se molti cittadini bianchi di Rosarno stanno aggirandosi in squadre variamente armate per fare piazza pulita dei neri di Rosarno, e quel giorno il ministro dice che la causa della notte di ribellione è il lassismo nei confronti degli immigrati, quelle parole sono destinate a suonare come un incitamento o almeno una giustificazione alle orecchie degli squadristi. Uno sul Problema, così come ogni volta viene di nuovo trattato, benché non sia più nuovo da tempo: ammessa qualunque diagnosi delle origini di un groviglio diventato drammatico, quando si apre la caccia all’uomo e più esattamente la caccia all’uomo nero, non si può che stare dalla parte del braccato e cacciato, anche quando non servisse ad altro che a non figurare negli annali futuri dell’infamia nella colonna di chi non mosse un dito né fece sentire una voce. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 9, 2010

Tutte le galere sono infelici, ma ogni galera è infelice a modo suo, e infelicissima quella di Sulmona. Vi si potrebbe, per economia, adottare un prestampato che lasci dei puntini per la data, e per il resto dica “si è suicidato” e “è stata aperta un’inchiesta”. E’ successo dieci volte in quindici anni. Tutti i suicidi sono tragici, ma ognuno è tragico a modo suo. Questa volta il detenuto, Antonio T., che aveva 28 anni,.era andato fuori in permesso -”permesso premio”, lo chiamano- e ha aspettato di tornare puntualmente in cella per annodare le lenzuola alle sbarre e impiccarsi. Chissà. Forse ha voluto concorrere alla statistica sui suicidi in carcere, che aveva appena battuto il record annuale, e nel novissimo 2010 ne conta quattro nella prima settimana. Almanacchi, almanacchi.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 7, 2010

Cara Concita De Gregorio, ti scrivo da tifoso della tua Unità, e dell’impegno che mette a far tesoro della sua anima femminile. Penso che la candidatura di Emma Bonino nel Lazio sia la miglior occasione per il Pd, e mi auguro che non sia sprecata. Ma naturalmente sono interessato a conoscere qualunque altra candidatura, e per esempio quella della tua collaboratrice Loretta Napoleoni, della quale questo giornale forniva ieri un ritratto decisamente allarmante. Così ho affrontato con una particolare attenzione l’articolo della Napoleoni sull’Unità di ieri, dedicato appunto alla “politica della paura che non sconfigge i kamikaze”. Non prendere per una frivolezza la mia osservazione: in un articolo breve ho contato undici errori di stampa. Quando si comincia per esasperazione a contare gli errori di stampa non si può che smettere di badare all’articolo. Non possiamo fare qualcosa per liberare l’Unità da questo guaio? Una rete di volontari domestici, non so, di Amici dell’Unità e dunque dell’Ortografia che facciano un buon uso della tecnologia piuttosto che lasciarla infierire e far rimpiangere, eroica fra le figure di una sinistra che fece il suo tempo, il Correttore di Bozze? Auguri e baci.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 31, 2009

Se vi sono rimasti ancora 37 euro (meno, con lo sconto) vi consiglio di regalare, ad altri o a voi stessi, il volume di 927 pagine che contiene l’opera omnia di Abdulah Sidran col titolo “Romanzo balcanico” (Aliberti editore). Sidran è nato nel 1944 a Sarajevo, è un poeta e uno scrittore, in prosa e per il teatro. E’ lo sceneggiatore di film come “Papà in viaggio di affari” e “Ti ricordi di Dolly Bell?”. Durante la guerra Kusturica lasciò Sarajevo per luoghi più felici e fedi più protette, e perfino per la Belgrado che lo premiò con la direzione di un festival. Sidran, e altri come lui, restarono, difesero quello che si poteva difendere, a cominciare dalla memoria, bevvero per riscaldarsi e presero nota di come si comportano gli umani e le loro città quando il mondo finisce. Il libro è un monumento a Sidran e al paese che ha amato e rimpianto e custodito, frutto di anni di lavoro del suo amico e curatore italiano Piero Del Giudice. Vi hanno collaborato decine di scrittori e fotografi e storici e traduttori e compagni di viaggio, ricucendo attorno ai testi di Sidran la trama strappata della storia della Jugoslavia, fino ai nostri giorni e alla sua lunga notte. E’ allegro e amaro, ed è formidabile. Viene da dire che un lavoro così presuppone una gran fiducia fatta al futuro. Forse. Senz’altro è prova di un intelligente e resistente amore per il passato. “Dev’essere che qualcosa di grosso e importante e bello in quell’idea ci sia stato. E tutta questa cazzata della Jugoslavia dev’essere stata senz’altro una cosa buona. Ma chi allora siamo Noi, che cosa siamo allora accidenti questi Noi, tartarughe, rane, maiali o mascalzoni. Se le cose sono così come evidentemente sono, per il mondo intero forse sarebbe meglio che noi semplicemente non ci fossimo. Così anche noi finalmente potremmo tirare un sospiro di sollievo”.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 23, 2009

Trascrivo da Wlodek Goldkorn, a proposito del furto della scritta “Arbeit Macht Frei”. “1) Auschwitz, in quanto luogo simbolo della Shoah, non è stata ‘profanata’, perché non ha per gli ebrei uno status simile a quello che ha il crocefisso nella religione cattolica, né è una reliquia. Sacro nell’ebraismo c’è solo Uno. Auschwitz è invece un luogo della memoria. Quella sì profanata. 2) E visto che siamo alla reificazione della memoria, nel senso che a un oggetto si dà un valore che va oltre il simbolo, vorrei ricordare che il cancello in questione ha poco a che fare con la Shoah, e molto invece con prigionieri politici polacchi (i militanti della resistenza anti nazista: i comunisti e gli anticomunisti). Il luogo della Shoah è Birkenau. I trasporti degli ebrei destinati alle camere a gas arrivavano lì, alla cosiddetta Judenrampe. E lì avvenivano le selezioni, si decideva chi doveva vivere (pochissimi) e chi invece veniva mandato alle camere a gas (quasi un milione di persone). 3) Nei pezzi su Auschwitz avrei voluto leggere qualcosa su quello che succede oggi, nel museo, attività, convegni, mostre. E anche come e da chi è stata decisa l’attuale forma del museo: che ha una storia lunga più di 60 anni, e l’evoluzione che ha subito corrisponde all’evoluzione della nostra percezione della memoria, della Shoah e delle minacce all’umanità oggi”.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 21, 2009

“Rivendicazione degli anarchici”, “Bomba anarchica”: ehilà, che eccesso di zelo. Che cosa sappiamo degli anarchici? Non sono nemmeno l’uno per cento, eppure esistono, in maggioranza spagnoli, vai a sapere perché, sarà che in Spagna non li capiscono. Hanno raccolto di tutto, cazzotti e sassate, hanno gridato così forte che ancora riescono a gridare, hanno il cuore davanti e in mezzo i sogni e l’anima tutta rosicchiata da certe fottute idee. Non arrivano a uno su cento eppure esistono, in maggioranza figli di niente o figli di così poco che non li si vede mai, salvo quando se ne ha paura, gli anarchici. Sono morti centodieci volte, e a che scopo, perché? Hanno una bandiera nera a mezz’asta sulla speranza e la malinconia per tirare avanti, coltelli per tagliare il pane dell’amicizia e delle armi arrugginite per non dimenticare che ce n’è sì e no uno su cento eppure esistono, e che si tengono stretti l’uno al braccio dell’altro, e felici: perciò sono sempre in piedi.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 10, 2009

Martedì a Bologna c’è stata una manifestazione indetta dalla Comunità filippina, cui hanno partecipato alcune centinaia di uomini donne e bambini, tutti con un lumino acceso, molti cartelli fatti a mano. Un massacro spaventoso era avvenuto il 23 novembre scorso nelle Filippine, a Maguindanao, che fa parte della regione autonoma musulmana dell’isola di Mindanao. Una colonna di auto in cui viaggiavano i sostenitori di un candidato alle prossime elezioni è stata aggredita, e tutti coloro che ne facevano parte sono stati uccisi. Si parla di 57 morti tra cui molte donne. Tra le vittime, 30 erano giornalisti, la qual cosa ha fatto salire le Filippine in testa alla classifica delle uccisioni di addetti all’informazione. Nei giorni successivi, dopo che il governo aveva proclamato lo stato d’emergenza, le indagini hanno portato all’arresto di Andal Ampatuan, membro di un potente clan politico dotato di milizie private paramilitari. Andal è figlio del governatore della Provincia, legato alla coalizione che regge attualmente il governo nazionale (dalla quale i due Ampatuan, padre e figlio, sono stati espulsi). A Bologna, ai promotori e oratori filippini, fra i quali Jo Avenido, Adelle Ignacio, Rica Nepomuceno, si sono affiancati cittadini italiani come Gerardo Bombonato per l’ordine dei giornalisti, Giulio Soravia, e mio fratello Gianni, che me l’ha raccontato. L’iniziativa della comunità filippina ha voluto ricordare le vittime e condannare ogni violenza politica; e anche far conoscere un episodio la cui gravità, nonostante l’eccidio di tanti giornalisti, è stata trascurata dall’insieme dell’informazione italiana. (Sul Courrier International e su Internazionale si sono letti due articoli più esaurienti, provenienti dalla stampa asiatica).

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 8, 2009

Ehi, è fantastico leggere le denigrazioni della manifestazione di sabato dopo che è andata così bene. Che cosa avrebbero scritto se fosse andata male? Quanto al Pd, dovrà almeno pensarci su, e immaginare come starebbe oggi se avesse esortato fiduciosamente ad aderire alla manifestazione e avesse dimostrato di rispettarne l’intenzione partecipando molto più largamente e senza bandiere. Le bandiere lasciate a casa dal Pd avrebbero fatto un meraviglioso contrasto col battaglione di bandiere dell’Italia dei valori, sulle quali non c’è solo un distintivo, ma un cognome: Di Pietro. Un cappello firmato.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 3, 2009

Si può pensare che ciascuno, imputato di qualcosa, abbia il diritto di difendersi nel processo e perfino dal processo. Ma se un eminente dirigente del Pd pensa così a proposito di una questione sulla quale si concentrano le preoccupazioni e le passioni di un intero elettorato, e lo dice in un’intervista a un giornale, almeno una domanda è inevitabile in quell’elettorato: come si capisce se le cose dette da un intelligente dirigente, com’è senz’altro Letta, in un’intervista, rappresentano quella che una volta si chiamava la linea del partito, o solo l’opinione di colui? E nell’uno e nell’altro caso, di chi è il partito? Può pronunciarsi su una questione così coinvolgente attraverso un’intervista di una persona a un giornale che dice una cosa mai detta, e carica di conseguenze emotive e simboliche? Il Partito democratico, almeno per chi partecipa del voto alle primarie (non per me dunque, che non ho diritto di voto nemmeno lì), dovrebbe apparire come una specie di patrimonio di quella parte dell’umanità, e fare una particolare attenzione al modo di raggiungere una posizione ed esprimerla. A meno che non si immagini che passate le primarie le questioni diventino cose di vicesegreteria, vicesegretamente pensate e comunicate.

Il Foglio

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 1, 2009

Caro direttore, sarei tentato di ricordarti la dizione classica sul partito di lotta e di governo. Mi rallegro sempre della tua attenzione all’invenzione di una sinistra, perché bisogna contare su qualcosa cui riparare. Non occorre che ti dica che l’opposizione forcaiola mi sembra spregevole quanto la maggioranza forcaiola. Le differenze, dette sommariamente, sono queste. Tu pensi che un Pd responsabile debba accordarsi con un centro destra responsabile, vigente Berlusconi. Io non credo che lo debba né che lo possa fare. In subordine, un Pd responsabile può mirare soprattutto ad allearsi con l’Udc, oltre che con Rutelli, sia perché incombono sempre delle elezioni, sia per apparecchiare una qualche via d’uscita all’eventuale, non si sa mai, crollo del regime. Però può anche mirare a dare voce e prospettiva a una vasta parte di società, che ai miei occhi presbiti non sembra riducibile alla pipinara, che comprende persone che hanno ripudiato la politica e magari anche il voto per disgusto o sfiducia, persone che affidano applauso e voto a chi le spara più grosse perché pensano che gli altri non le sparino affatto, giovani animati da un certo furore e da un’agilità che li tiene fuori dal recinto dei partiti, un partito come i radicali italiani (non è una pazzia trascurare un alleato che con Emma Bonino prende più del 5 per cento a Milano?), socialisti e verdi di lunga lena eccetera. Non saprei fare dei conti esatti, ma ho l’impressione che da questa seconda parte possa esserci anche, benché con tempi decisamente più lunghi, un numero equivalente se non superiore di possibili suffragi. Dovremmo essere d’accordo del resto sul fatto che i tempi brevi e i tempi lunghi non sono in realtà una misura di tempo, ma un modo di usare il tempo. Anche a me, che penserei a un vero grande e aperto partito democratico, non sfugge che le due prospettive sono, allo stato dei fatti e delle mentalità, piuttosto contrastanti fra loro. La prima è più pigra e prudente, la seconda più coraggiosa e aleatoria. Non vorrei essere nei panni di Bersani, per il quale comunque faccio il tifo. Però capisci perché, se fossi nei suoi panni, andrei alla manifestazione contro il berlusconismo.

Il Foglio