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“Cara Maria”, “Pier Paolo mio”: Pasolini-Callas

maggio 27, 2012

Paolo Mauri per “la Repubblica”

Quando Maria Callas incontrò Pier Paolo Pasolini per girare Medea era una diva secondo alcuni ormai sul viale del tramonto, ma ancora in primissimo piano come personaggio da rotocalco. L´armatore greco Onassis, con cui aveva vissuto per nove anni, l´aveva lasciata per sposare la vedova Kennedy con uno sciame di pettegolezzi praticamente infinito. «Nove anni di sacrifici inutili», aveva commentato lei. L´incontro con Pasolini era stato propiziato da Franco Rossellini che con Marina Cicogna avrebbe prodotto il film: la Callas poteva essere un´ottima Medea e naturalmente un formidabile aiuto per un successo internazionale. Pasolini non era mai stato un frequentatore di teatri d´opera. Aveva visto un Trovatore a Bologna, quando aveva diciotto anni e non si era entusiasmato. Molti anni dopo, un Rigoletto visto a Caracalla con Ninetto Davoli gli era piaciuto, ma questo non cambiava niente. Nico Naldini dice che confondeva Cherubini con Boccherini.
Gli piaceva la musica classica che ascoltava in casa sua o da Elsa Morante che aveva una discoteca molto ben scelta, ma molto meno l´opera. Comunque della Callas voleva tutto meno la cantante o la diva: gli era piaciuto il viso, che rimandava a una realtà contadina primigenia, un viso addolcito dai trascorsi borghesi, ma molto intenso e vero. Pasolini disse a un certo punto che la Callas aveva la stessa verità di un Franco Citti preso dalla strada, come se dalla strada e non dal palcoscenico venisse anche lei. L´avrebbe ripresa con dei lunghi primi piani, mentre lei, che aveva avuto come regista anche Visconti, era abituata a stare in scena con il pubblico a una certa distanza. Le avrebbe spiegato la differenza tra il cinema e il teatro nella lettera ritrovata ed esposta in questa mostra in casa Testori a Novate, una lettera scritta dopo una giornata di lavoro insieme sul set, quando aveva notato in lei il turbamento per non essere stata pienamente padrona di sé e del suo corpo. «Questo stringimento al cuore lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch´io, con te. È terribile essere adoperati, ma anche adoperare».
Il cinema, le spiega ancora nelle righe successive, è fatto così: una frantumazione della realtà che poi viene ricomposta «nella sua verità sintetica assoluta». Medea fu un film faticoso: le riprese in Cappadocia, che figurava come l´antica Colchide, poi a Grado dove il Centauro ammaestra il giovane Giasone e infine a Pisa nella Piazza dei Miracoli dove, ad onta di ogni plausibilità cronologica, Pasolini aveva posto la Ragione in omaggio a Galileo: la razionale Corinto che si opponeva a Medea. La Callas aveva avuto dalla produzione una cameriera, Bruna, oltre alla sua assistente Nadia Stancioff. Non lasciava mai i suoi due cagnolini. Il rapporto con Pier Paolo divenne intenso: fu più di un´amicizia e a un certo punto, complice una foto scattata in aeroporto dove si vedono i due scambiarsi un bacio sulle labbra, si parlò addirittura di amore. Ne parlarono cioè i rotocalchi e i giornalisti più inclini al gossip e la storia fu ripresa diverse volte. Uno scrittore spagnolo, Terence Moix, la rielaborò e voleva anche farne uno spettacolo.
In realtà si trattava di un amore impossibile, anche se tra i due c´era affetto e profonda confidenza. Pasolini era disperato perché Ninetto Davoli lo stava lasciando per una ragazza. Nell´agosto del ´71 aveva scritto a Paolo Volponi: «Sono quasi pazzo di dolore. Ninetto è finito. Dopo quasi nove anni Ninetto non c´è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia».
La Callas fu messa a parte della tragedia e gli scrisse: «Sono infelice per te, ma contenta che ti sei confidato in me. Caro amico – sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te – come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo che sarebbe andata così. Ti ricordi a Grado in macchina si parlava e con Ninetto di amore e che so io – dentro in me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo uomo tanto intelligente – lo dovevi sapere. Invece ti attaccavi anche tu a un sogno – fatto da te solo – perché è così anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola…».
Non è la prima volta che la Callas, che si firma «Maria (fanciullina)», si incarica di dire a Pier Paolo cose magari spiacevoli. In una lettera scritta «dalle nuvole» e cioè da un aereo della Olympic Airways in volo per New York, arriva a dirgli che l´amicizia di Alberto Moravia (con il quale lei e Pier Paolo insieme a Dacia Maraini avevano condiviso un viaggio in Africa) non l´ha mai del tutto persuasa. «Sai, caro amico, di veri amici – o veri e basta, pochi ne ho trovati, per non dire nessuno… E ci tengo alla tua verità e sincerità. Siamo assai legati psichicamente – oso dire come raro si fa in vita». Un italiano dalla sintassi bizzarra, chiosa Nico Naldini nella sua Breve vita di Pasolini, «forse appreso nei corridoi dei teatri».
«Assai legati psichicamente»: Maria Callas coglie la profondità di un rapporto che non è semplice amicizia. Per Maria Pasolini riprende a dipingere in modo oserei dire carnale, usando elementi naturali, come il succo dei fiori, per Maria si adatta a fare una crociera con il panfilo di Onassis e a passare una vacanza nella sua isola, per Maria scrive poesie che Enzo Siciliano ha interpretato con finezza nella sua Vita di Pasolini. «La donna è per Pier Paolo “riapparizione ctonia” – riapparizione da un viaggio compiuto in luoghi mai percorsi. La donna torna con una notizia, la notizia del “vuoto nel cosmo” […] In Maria, Pier Paolo – una sera a Parigi (“Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso/con la trama dei rami neri”) lesse una richiesta d´amore: amore fra donna e uomo. Vi lesse la consueta, antica, donnesca richiesta che l´uomo sia “padre”. Pier Paolo, a quella richiesta, non poteva dare risposta».
Le poesie per Maria figurano in una delle raccolte più problematiche di Pasolini: Trasumanar e organizzar uscita per la prima volta nel 1971. La precedente raccolta, Poesia in forma di rosa risaliva al 1964, dunque Trasumanar è un ritorno alla poesia dopo un lungo silenzio, con la volontà di tracciare alcune linee guida per il proprio scrivere versi. Trasumanar è, come si sa, un verbo dantesco e viene dal primo canto del Paradiso. Trasumanar è andare oltre l´umano, cui segue, nella Commedia, «significar per verba», cioè dare senso attraverso le parole. Pasolini gioca con il dettato dantesco, fino alla parodia («Manifestar significar per verba non si poria») e detta all´Ansa, per gioco, la propria scelta stilistica: «Smetto di essere poeta originale, che costa mancanza/ di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo./Adotto schemi letterari collaudati per essere più libero./Naturalmente per ragioni pratiche». Andrea Zanzotto colse bene la difficoltà dell´insieme. I critici non si mossero per questa raccolta e Pasolini, provocatorio, si recensì da solo sul Giorno. Ma la poesia più luminosa non è tra quelle per Maria Callas: è una poesia per Ninetto, datata 2 settembre 1969. Si conclude così: «Della nostra vita sono insaziabile/ perché una cosa unica al mondo non può essere mai esaurita».

Diritti Globali

Pier Paolo Pasolini, da “la Repubblica”

Cara Maria, stasera, appena finito di lavorare, su quel sentiero di polvere rosa, ho sentito con le mie antenne in te la stessa angoscia che ieri tu con le tue antenne hai sentito in me. Un´angoscia leggera leggera, non più che un´ombra, eppure invincibile. Ieri in me si trattava di un po´ di nevrosi: ma oggi in te c´era una ragione precisa (precisa fino a un certo punto, naturalmente) ad opprimerti, col sole che se ne andava. Era il sentimento di non essere stata del tutto padrona di te, del tuo corpo, della tua realtà: di essere stata “adoperata” (e per di più con la fatale brutalità tecnica che il cinema implica) e quindi di aver perduto in parte la tua totale libertà. Questo stringimento al cuore lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch´io con te. È terribile essere adoperati, ma anche adoperare.
Ma il cinema è fatto così: bisogna spezzare e frantumare una realtà “intera” per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi più “intera” ancora. Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia. È appunto terribile sentirsi spezzati, sentire che in un certo momento, in una certa ora, in un certo giorno, non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi: e questo umilia, lo so.
Io oggi ho colto un attimo del tuo fulgore, e tu avresti voluto darmelo tutto. Ma non è possibile. Ogni giorno un barbaglio, e alla fine si avrà l´intera, intatta luminosità. C´è poi anche il fatto che io parlo poco, oppure mi esprimo in termini un po´ incomprensibili. Ma a questo ci vuol poco a mettere rimedio: sono un po´ in trance, ho una visione o meglio delle visioni, le “Visioni della Medea”: in queste condizioni di emergenza, devi avere un po´ di pazienza con me, e cavarmi un po´ le parole con la forza. Ti abbraccio.

Diritti Globali

PIER PAOLO PASOLINI INEDITO: LA LUCE DELLA RESISTENZA

aprile 29, 2012

da “Satisfiction.me

“Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire”. È questo uno dei molti passaggi di sorprendente attualità tratti da un inedito di Pier Paolo Pasolini scritto nel 1955. Pasolini aveva previsto non solo il ’68, ma anche il filo sempre più sottile tra intellettuali e politica. Questo inedito, però, è anche un vero e proprio manifesto programmatico di quelle che saranno le sue opere e la sua vita. Due pagine dattiloscritte che riemergono ora, insieme ad alcune lettere inedite, dall’Archivio di Giancarlo Vigorelli: all’epoca redattore e caporedattore di riviste come “L’Europeo” e “Oggi”, inviato speciale e critico letterario de “Il Tempo” e negli ultimi anni presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani di Milano. Fu proprio Vigorelli, scomparso lo scorso settembre a 92 anni, tra i primi a scoprire il talento di Pasolini: grazie ad una sua recensione l’Italia iniziò a conoscere il poeta de La meglio gioventù. Lo testimoniano anche le lettere che Pasolini scrisse a Vigorelli tra gli anni ’50 e ’60 , sempre in bilico tra  timidezza quasi reverenziale e affetto, bisogno conclamato  di aiuto e brevi ma folgoranti confidenze. Ansioso per una mancata risposta, poi felice per la recensione particolarmente apprezzata dal padre: del quale il giovane poeta  dimostra di desiderare  il consenso e la stima, in modo quasi angosciante.

Ne deduciamo inoltre che molti, se non  tutti i suoi scritti giovanili fossero custoditi non dalla madre, come si è sempre scritto, ma proprio dal vecchio e malato genitore.

In quegli anni difficili Vigorelli gli commissiona molti articoli per le sue riviste ed è tra i pochi intellettuali italiani – Alberto Moravia, Carlo Bo, Gianfranco Contini ed Emilio Cecchi – a difenderlo durante il processo per oscenità intentato nel 1955 contro Ragazzi di vita. Questo saggio inedito, che sarebbe dovuto apparire sulla rivista “Paragone”, e le lettere (qui pubblicate in versione non integrale)  sono tuttora  custoditi nell’Archivio Vigorelli insieme a autografi, inediti, epistolari, documenti e manoscritti di tanti grandi scrittori italiani ed Europei del ‘900, come europea è la sua raccolta di libri, quasi 50.000 volumi, buona parte in edizioni e lingua originale.

Gian Paolo Serino

La luce della resistenza

Qualcosa pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato il mondo esterno – la classe dirigente italiana, nella fattispecie – all’involuzione di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame stantìo, impuro e un po’ ridicolo.

Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli – come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato – che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze.

Allora, ciò che univa era la necessità del combattere – dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso.

Dei borghesi – come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» – commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità.

Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente.

Lettere inedite

[frammenti]

Una felicità quasi infantile

Ecco alcuni brani dalle lettere inedite che Pier Paolo Pasolini scrisse al critico Giancarlo Vigorelli

Roma 10 Giugno ‘50

Gentile Sig. Vigorelli, forse avrà avuto notizia dagli uscieri o dalla telefonista della mia insistenza nel volerla rivedere: non era per capriccio, Lei lo sa. Ora avrei bisogno del materiale che Le ho lasciato, per cercare di pubblicarlo da qualche altra parte.

Roma 30 agosto ‘54

Caro Vigorelli, Bertolucci mi ha avvertito che per la recensione Lei desidererebbe qualche altra cosa mia. Ho messo insieme tutto quello che ho potuto trovare nei miei cassetti: di cui è custode mio padre. È mio padre che viene a portarLe il pacco. Sono documenti della mia prima gioventù letteraria.

Roma 6 ott 1954

Caro Vigorelli, ho letto stamattina, appena alzato, il tuo stupendo articolo. Sono qui senza parole, tanto sono colpito e sovvertito. E sono oppresso insieme da una contentezza quasi infantile (quella che vedo dipinta negli occhi di mia madre e di mio padre) e da una nuova, ancora più ossessionante responsabilità. Non trovo altro modo di ringraziarti che prometterti di non risparmiarmi, di non attutire mai, anche dovesse assumere forme di smania o di vizio nell’ordine irrazionale, o di mania intellettualistica o moralistica, quella passione che tu hai sentito nei miei versi.

Roma 11 dicembre ‘55

Caro Vigorelli, ormai tu sei una delle sei o sette persone per cui io scrivo, come destinatari diretti e coscienti: e sei stato tu a volerlo essere, a esserlo, sin dalle prime ormai antiche letture. Forse, per orgoglio, per eleganza, non avrei dovuto scriverti queste righe: ma perché? che me ne importa dell’orgoglio, dell’eleganza, non voglio saper vivere.

Roma, 8 ottobre 1969

Caro amico, la critica in genere ha accolto un mio film Porcile in modo ingiusto e sgradevole. Temo che a causa di questa accoglienza, tu non sia andato a vedere il mio film […]. Ma io invece ci tengo enormemente a Porcile, che considero la mia opera più riuscita.

dall’Archivio Giancarlo Vigorelli

Quella messa per Pasolini e l’equivoco della conversione

novembre 15, 2011

Pier Paolo Pasolini

L’opera dell’intellettuale è fitta di segni religiosi, ma intesi come categorie premorali

Franco Brevini per “Il Corriere della Sera

Pasolini senza pace. Sono trascorsi trentasei anni dalla sua tragica fine su uno sterrato di Ostia, eppure la figura dello scrittore non sembra ancora congedarsi dai clamori della cronaca per comporsi nel distacco della storia. Di vedove Pasolini ne ha sempre avute e da subito sulla sua eredità si accanirono in molti. Ora gli tocca perfino una messa, in occasione del convegno su «Pasolini e il sacro», organizzata a Casarsa il prossimo 19 novembre e celebrata da padre Virgilio Fantuzzi, il critico cinematografico di «Civiltà cattolica». D’altronde è stato lo stesso Pasolini a incoraggiare molti equivoci, rilanciando la figura dello scrittore comecomédien et martyr.

La tendenza a proporsi come un homo patiens è rintracciabile in Pasolini fino dagli inizi. Non c’è forse un rapporto fra il Cristo fanciullo impudicamente esposto sulla croce nelle blasfeme poesie dell’ Usignolo della Chiesa cattolica e il polemista civile che ostenta e sconta pubblicamente la propria omosessualità? Tutta la sua opera gronda di categorie religiose, usate con deliberata disinvoltura. Intitola una raccolta poetica La religione del mio tempo, gira La ricotta e Il Vangelo secondo Matteo, in Teorema un giovane dio sconvolge una famiglia borghese, progetta perfino un film su San Paolo. Ma il Vaticano censura i suoi film, La ricotta gli costa una denuncia per vilipendio della religione e nuovi guai gli procureràTeorema.

Ma cos’è il sacro per Pasolini? È una categoria premorale: sacri sono rousseauianamente i diritti della creatura. I ragazzi di vita compiono atrocità, cui basta a riscattarli la loro condizione creaturale. In Accattone un giovane ladro e magnaccia può morire sulle note della Passione secondo Matteo . Nel suo antimodernismo, al disincanto del capitalismo, opponeva la sacralità della «meglio gioventù», della civiltà contadina e delle plebi del Terzo mondo.

In un’opera segnata da un fondo ossessivo, la sacralità fu per lui una metafora per rivendicare i diritti di una diversità sessuale, che ostentò sempre con impudicizia. «Gettare il proprio corpo nella lotta». E la lotta era un’esperienza di riconsacrazione sacrificale dopo gli incontri mercenari con i ragazzi di vita. Per questo in lui militanza significa subito martirio: un Cristo esposto, che attraverso la vocazione pedagogico-socratica cerca il riscatto dal proprio peccato.

Tuttavia non si dovrebbe scordare che di tutto questo parliamo perché è diventato parole e immagini di una delle più folgoranti avventure creative del secondo Novecento. Tornare a quelle parole e immagini, misurarsi con l’opera invece che con la fallacia della biografia, può essere il modo più serio per onorare quel suo doloroso sacro.

Pasolini, un grande inquieto sulle tracce del sacro

novembre 14, 2011

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

Una Messa per il poeta. Ma anche per il regista, il polemista o qualsiasi altra definizione si voglia affiancare al nome di Pier Paolo Pasolini. Una Messa per il grande inquieto, dunque, sempre tentato dall’esperienza del sacro e sempre contraddittorio nell’esplorazione del mistero.

Accade sabato 19 novembre a Casarsa della Delizia, al termine del convegno su “Pasolini e il sacro” che il locale Centro studi organizza a partire da venerdì 18 in collaborazione con una serie di realtà tra le quali si trova anche la Pro Civitate Christiana di Assisi (per informazioni www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it ). Com’è noto Casarsa, in provincia di Pordenone, è il paese d’origine della madre dello scrittore, Susanna, che insieme con Pier Paolo e gli altri defunti della famiglia Pasolini verrà ricordata durante il rito celebrato da padre Virgilio Fantuzzi, il critico cinematografico di «Civiltà cattolica» che dell’opera pasoliniana è considerato uno degli esperti più autorevoli.

«Anche per me – spiega Fantuzzi – tutto comincia con Il Vangelo secondo Matteo. Nel 1964, quando uscì il film, stavo ancora studiando per diventare gesuita e all’epoca seminaristi e sacerdoti non potevano frequentare le sale pubbliche. Ma c’erano le proiezioni in collegio e fu così che vidi per la prima volta il Vangelo.

Ne rimasi molto colpito, ma anche sconvolto, perché avevo letto le professioni di ateismo del regista. Trovai il modo di incontrare Pasolini per dirgli quello che pensavo. E cioè che, se non fosse stato credente, non avrebbe mai potuto dirigere un film come quello. Lui mi ascoltò, diventammo amici e da allora in poi discutemmo spesso delle tematiche che lo appassionavano. So benissimo che religiosità di Pasolini è un argomento controverso. Quello che posso dire con sicurezza è che negli ultimi anni della sua vita non si dichiarava più ateo».

Un altro dato inconfutabile è la centralità che Il Vangelo secondo Matteo conserva all’interno dell’opera di Pasolini. «Anche dal punto di vista stilistico – precisa Fantuzzi –. In un primo momento aveva pensato di girarlo con un’impostazione “romanica”, simile a quella di Accattone, in modo da mantenere una distanza con le immagini, riprese frontalmente. Si ritrovò invece, come ammise lui stesso, ad adottare una modalità “impressionista-espressionista”, di pieno coinvolgimento, che pure non gli impedì di attenersi con fedeltà pressoché letterale al testo di Matteo. Una “conversione” ci fu, dunque. Sui generis, compiuta anzitutto suil piano dello stile, ma non per questo meno significativa».

A ribadire quanto complesso possa essere il discorso sulla religiosità pasoliniana è un altro dei relatori del convegno di Casarsa, lo storico Remo Cacitti, docente di Letteratura cristiana antica alla Statale di Milano. «Pasolini fu spesso accusato di ateismo – ricorda lo studioso –, ma in termini che ricordano le analoghe imputazioni che i romani rivolgevano ai cristiani delle origini.

Su due aspetti, in particolare, l’ateismo dello scrittore si avvicina al cosiddetto “ateismo protocristiano”. I pagani trovavano intollerabile il fatto che i seguaci di Gesù non onorassero gli dèi della città. Per questo Luciano di Samosata li accosta addirittura agli epicurei. Ecco, mi pare che le critiche rivolte a Pasolini poggiassero sulla stessa insofferenza per il suo atteggiamento di demistificazione religiosa. Il secondo elemento è la demistificazione politica: i cristiani rifiutavano l’identificazione, tipica dell’età augustea, tra religio, pietas e humanitas, in conseguenza della quale chi non era pius si poneva al di fuori del consesso umano. Senza dimenticare che a Roma, tradizionalmente, l’accusa di empietà andava di pari passo con quella di licenza sessuale. Tutti aspetti che tornano nella querelle su Pasolini, che tuttavia appare sempre impegnato in una personalissima “imitazione di Cristo”».

Prova a tirare le fila il critico Filippo La Porta, che a Casarsa pronuncerà un intervento dal titolo programmatico: “Il sacro è la realtà stessa”. «Pasolini – argomenta La Porta – muove da una posizione che potremmo definire gnostica: gettato nel mondo, lamenta il trauma della perdita e percepisce il mondo come ostile. Ma non si ferma qui, perché strada facendo si accorge che la realtà stessa può essere il luogo in cui il sacro si manifesta, se non altro come memoria di un’ineffabile unità originaria. È un percorso in cui giocano un ruolo importante gli scritti di Mircea Eliade, di cui Pasolini è lettore e da cui attinge l’idea che ogni oggetto è sé stesso e, nel contempo, significa anche altro da sé. Siamo, si capisce, in una visione ciclica del tempo, di ascendenza pagana, che però nella vicenda di Pasolini si intreccia spesso con un cristianesimo contadino, a sua volta non estraneo a questa percezione cosmica. Più ancora che sul piano concettuale, del resto, il rapporto di Pasolini con il cristianesimo si consuma nella dimensione di una concretezza che si sarebbe tentati di qualificare come politica e che ha il suo compimento nella gratuità, in una purezza di sguardo che lo porta, da ultimo, a riconoscere la vita come dono».

L´atlante dei volti perduti che pasolini ci ha lasciato

novembre 2, 2011

Nell´intervento per il Premio Napoli, il filosofo francese confronta l´opera dell´autore di “Accattone” con quella dell´antropologo Ernesto De Martino. Etnologo e cineasta sono accomunati dalla cultura visiva tra documentario e neorealismo

Georges Didi-Huberman per “la Repubblica”

Lo stesso anno, il 1961, in cui Pasolini girava Accattone – seguito, qualche mese dopo, da quel furioso montaggio poetico-apocalittico che fu La Rabbia – il grande etnologo italiano Ernesto De Martino intraprendeva un lavoro colossale, rimasto incompiuto alla sua morte, riguardo alla questione delle “apocalissi culturali”. Sarebbe forse molto utile analizzare con precisione le analogie, i parallelismi, le convergenze fra l´opera del poeta e quella dell´antropologo. Come Pasolini farà tutta la vita, così Ernesto De Martino non esita a diagnosticare delle “fini del mondo” in vari fenomeni storici: la decolonizzazione, la lotta rivoluzionaria, i problemi culturali – o addirittura psicopatologici – legati, per esempio, alla minaccia nucleare.
È dunque attraverso l´osservazione fenomenologica dei corpi e dei loro gesti che Ernesto De Martino – erede in questo senso dei lavori di Aby Warburg o di Marcel Mauss – trova la materia prima per la sua analisi: movimenti, affetti, tecniche corporee messe in atto nei saluti, nei giochi, nelle danze o nelle processioni religiose; tutto ciò costituiva il veicolo, sempre singolare, di un rapporto generale con il mondo. E tale rapporto – come in Pasolini – si formula sempre sotto forma di critica, ossia come consapevolezza di una crisi: quella “crisi della presenza” di cui Ernesto De Martino fa un concetto centrale dell´intero suo approccio etnologico delle “sopravvivenzepagane” nel cattolicesimo: pratiche magiche, trance e danze del tarantismo, lamenti rituali… La sua opera Furore simbolo valore potrebbe quasi essere il titolo – e anche il contenuto – di un poema di Pasolini. La sua ipotesi sui rapporti fra storia e “metastoria” potrebbe giustificare un´estetica uguale a quella del regista di Edipo re, legittimando una certa posizione epistemica nell´osservazione etnografica.
Pasolini incontrò Ernesto De Martino nel 1959, il 6 novembre precisamente: avevano ricevuto ex aequo il premio letterario della città di Crotone; il primo per il suo racconto Una vita violenta, il secondo per la sua inchiesta Sud e magia. (more…)

Parise contro Pasolini, il pigro e la vocina

ottobre 4, 2011

Goffredo Parise (1929-1986) e Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

A un quarto di secolo dalla morte, si celebra lo scrittore vicentino che occupò con PPP la scena degli Anni 70

Marco Belpoliti per “la Stampa”

Antipatia è uno dei Sillabari . Vi si racconta del rapporto tra due uomini. Il primo è un po’ pigro, il secondo ha invece una voce dolcina. Questi telefona la mattina all’uomo pigro e gli chiede di dare un sostegno economico ad alcuni spagnoli che lottano contro il regime di Franco e versano in condizioni di indigenza. Il pigro non acconsente. A lui la vocina non piace. Certo è una persona importante, o meglio «molti giudicano un segno della propria importanza ritenerlo importante». Ma per lui, per il pigro, la vocina possiede una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca dentro un incavo osseo come certi tipi sdentati e occhi mobilissimi che non si fermano mai negli occhi della persona con cui parla. (more…)

I termini di un paragone. Analogie e coincidenze nelle opere di Pasolini e Foucault

luglio 12, 2011

Le vite e le opere di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault sono caratterizzate da numerose coincidenze, risonanze e convergenze: anticipiamo un saggio di Wu Ming 1 tratto dalla Nuova Rivista Letteraria, semestrale di letteratura sociale.

di Wu Ming 1, da “Micromega

Nel corso degli anni, leggendo diversi libri di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) e Michel Foucault (1926-1984), mi sono reso conto di numerose coincidenze, risonanze e convergenze, non solo tra le loro opere, ma anche tra le loro vite. Non posso dire con sicurezza di averle còlte per primo: su entrambi i suddetti è ormai disponibile una letteratura sterminata, inassimilabile da chiunque. L’ermeneutica pasoliniana e quella foucaultiana producono a getto continuo nuove «letture» più o meno pertinenti, e nelle varie lingue i libri si contano a centinaia, forse migliaia. Può dunque darsi che altri abbiano già steso «appunti» simili ai miei. Al momento, però, ne dubito. Pur seguendo – nei limiti delle mie possibilità e competenze – il dibattito su Pasolini e su Foucault, e avendo trovato alcuni (pochi ma importanti) riferimenti incrociati, non mi è ancora capitato di leggere una trattazione dei molti parallelismi fra i due autori. Cosa sorprendente, dato che certe analogie, come suol dirsi, saltano agli occhi. (more…)

Ora basta santificazioni, Pasolini resta un lupo

luglio 3, 2011

Sui media si ricorda lo scrittore come “mite” e” dolce”, facendone una Maria Goretti in versione gay. Per capire l’opera e l’artista bisogna parlare della sua violenza e della sua ossessione per il sesso e la morte

Aurelio Picca per “il Giornale”

Non è imbarazzante parlare di violenza, masochismo, sadismo riguardo un grande poeta. Non lo è soprattutto quando Pier Paolo Pasolini, il più complesso e vaticinante artista dopo D’Annunzio, rischia di essere trasformato in una specie di Maria Goretti truccata da omosessuale tosto, che preferiva gli etero ai gay. È il coro di Facebook che lo vuole santificare, e anche di alcuni “intellettuali” televisivi, come recentemente capitato a Porta a Porta, dove di lui hanno detto: «Era un uomo mite». O come, ieri in un’intervista alla Stampa, Adriana Asti che lo ricorda sul set di Accattone «riservato, spesso imbarazzato, e dolcissimo».
È da tempo che si gira intorno all’idea che Pasolini fosse un violento attratto dalla violenza, eppure alla resa dei conti nessuno vuole accettarla, così si cerca di rimuovere a vantaggio della beatificazione, della vittima sacrificale, dell’agnello dato in pasto ai lupi. Non ci siamo, non si può come al solito accettare la potenza poetica e l’eleganza tutta italiana dello scrittore, e mistificare la sua vita.
Vincenzo Consolo mi raccontava che Pier Paolo passava le notti a rincorrere il suo fidanzato Ninetto Davoli. Urlava, urlavano. Il regista voleva prenderlo, l’attore scappava. Nella camera d’albergo si sentiva un fracasso che svegliava nel pieno della notte i clienti. Anche gli imbianchini, classe 1940, mi raccontarono che quando arrivava ai Castelli Romani con il suo Maggiolino, dopo i «rapporti» chiedeva di essere picchiato. Renzo Paris, invece, racconta di quanto Alberto Moravia fosse preoccupato per lui in India, alla ricerca delle location di Un’idea dell’India. Pasolini ingaggiava file di ragazzi che spesso scambiavano la sua porta con quella dello scrittore de Gli indifferenti, per non parlare delle notti newyorchesi… (more…)

Adriana Asti: “Quell’estate di 50 anni fa sul set con Pasolini”

luglio 2, 2011

L’attrice ricorda le riprese di “Accattone”: «Eravamo molto legati»

Mirella Serri per “La Stampa

Aho! Che ci’ai da guardà? Che ci’ò a rogna? So’ ancora la mejo de la piazza». Con una montagnola di capelli cotonati fino all’inverosimile sulla piccola testa, esile come un grissino, Amore, ovvero Adriana Asti, fa roteare il suo borsone alla maniera di una delle tante lucciole che si vendono al Pigneto. Oggi il quartiere, con i suoi pub e localini, è tra i più trendy della capitale, ma negli anni Sessanta era l’anticamera dell’inferno, porta di accesso ai rifiuti umani delle borgate.

La Asti è una delle «piropatetiche» di Accattone: così la chiama Franco Citti, protagonista bello e dannato, modernissimo in maglietta e pantaloni neri. Perché il primo film di Pasolini, a rivederlo oggi, i suoi 50 anni che ricorrono in questi giorni non li dimostra per niente.  (more…)

«Fotografami qui, sarà uno scandalo». Pasolini tre giorni prima di morire

marzo 18, 2011

La scrittura, le case, l’intimità: settantotto scatti a Sabaudia e Chia, che il poeta non fece in tempo a vedere

Lorenzo Viganò per “Il Corriere della Sera

Seduto a un grande fratino di fronte alla finestra. Mentre batte sui tasti della Lettera 22. Intento a rileggere e correggere con una Bic i fogli dattiloscritti. Ma anche di fianco alla sua Alfa 2000 sul ponte di una Sabaudia spettrale, con il vento che gli scombina i capelli o mentre cammina tra strade deserte e architetture fasciste. E poi ancora al lavoro, inginocchiato per terra a disegnare, e infine nudo, completamente nudo, in una camera da letto austera, con le pareti di pietra e la coperta a uncinetto, disteso a leggere un libro prima di addormentarsi. Lui, solamente lui, circondato dal silenzio e dalla solitudine. È un Pier Paolo Pasolini intimo e privato quello ritratto dal fotografo Dino Pedriali nell’ottobre del 1975. Spiato con discrezione nei momenti della sua vita quotidiana in situazioni che, nelle intenzioni dello scrittore, avrebbero dovuto rientrare nel progetto Petrolio, il suo ultimo romanzo (incompiuto) uscito postumo, nel 1992. Immagini in bianco e nero che dopo essere state custodite gelosamente per 35 anni, intraviste appena in una mostra allestita a Roma dopo la morte dello scrittore, e in parte stampate per quell’occasione in un libro (ormai introvabile), vengono ora pubblicate integralmente nel volume Pier Paolo Pasolini. Fotografie di Dino Pedriali (Johan & Levi editore, pp. 120, € 38), in uscita il 17 marzo. Settantotto immagini, scattate in un due sessioni di due giorni ciascuna tra la casa di Sabaudia e quella di Chia, nel viterbese, di cui fanno parte per la prima volta tutti quei nudi (anche notturni, scattati tra il 28 e il 29 ottobre) che nessuno aveva mai visto; nessuno, nemmeno lo stesso Pasolini che morì poche ore prima che Pedriali glieli mostrasse. Un libro che non è solo una raccolta di fotografie, dunque, ma una sorta di documento, di racconto, reso ancora più intenso, e tragico, dalla storia che lo accompagna. (more…)

Le colpe di Pier Paolo

novembre 6, 2010

Massimo Fini per “Il Fatto

Ho incontrato per la prima volta, nel settembre del 1974Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre in questi giorni, mi pare senza particolari celebrazioni, il 35° anno dalla tragica morte, una morte molto pasoliniana. Lo andai a trovare nella sua casa romana, all’Eur, per intervistarlo sul “Fiore delle Mille e una notte” uscito da poco. Non c’era intorno a lui alcun odore di zolfo. Normale, piccolo borghese, era il quartiere dove abitava, così come la sua casa, con i centrini sotto i vasi di fiori, i ninnoli, i comodini e tutto quanto. Una casa piccolo borghese. Mentre parlavamo sulla terrazza, in un dolce mattino di fine estate, lo osservavo con attenzione. Non aveva, Pasolini, a differenza di tanti altri intellettuali italiani (parlo di quelli di allora, s’intende), la conversazione spumeggiante, il linguaggio pirotecnico, la citazione seducente, ma il modo di parlare piano, pacato, rettilineo, modesto di chi è profondamente consapevole della propria cultura e perciò non la esibisce. E in questa atmosfera anche le cose che diceva, le stesse che scritte suscitavano scandalo, irritavano o entusiasmavano, parevano cose normali, elementari e quasi banali. I gesti erano misurati, tranquilli. Solo il volto di Pasolini era un po’ diverso, un volto profondamente segnato, un volto quasi da Cristo, ma un Cristo molto diverso dal terribile “Cristo putrefatto” di Matias Grünewald o, tanto meno, dal Cristo oleografico dell’iconografia cattolica. Insomma, anch’esso, un Cristo molto normale, un Cristo piccolo borghese. (more…)

Mangiamoci Pasolini in salsa piccante

ottobre 31, 2010

Ingerirlo per capirlo meglio e trarne forza: a 35 anni dalla morte è ora di andare oltre l’amore o la repulsa. Dal nuovo libro di Belpoliti

Marco Belpoliti per “La Stampa

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro di te nelle buie viscere». Con questi versi si apre la quarta parte de Le ceneri di Gramsci, pubblicate nel 1957 da Pier Paolo Pasolini. Versi che esprimono in forma efficace il suo atteggiamento, non solo di poeta, ma anche di uomo.

Parole nette: lo scandalo, la contraddizione, l’essere con te e contro di te, il cuore e le viscere, la luce e il buio. Parole che commuovono e che chiedono, com’è stato detto, una fraterna e totale complicità. La complicità con chi ti sta dicendo che è con te e contro di te nel medesimo tempo. Una contraddizione, ma anche un’identificazione. Questo è Pasolini. Alfonso Berardinelli in un suo saggio ha perfettamente individuato la «sublime autocommiserazione» e l’«orgoglio irremovibile della vittima» grazie al quale Pasolini ha potuto esprimere al meglio il suo messaggio. L’effetto è quello dell’emozione e della repulsa insieme: «I conflitti morali in cui Pasolini trascina il lettore sono conflitti che riguardano anzitutto lui: amarlo o respingerlo. Ma è lui stesso che sembra costretto, nello stesso tempo, ad accettarsi o a respingersi». Che è quello che ci chiede con i suoi versi – sulla mia generazione, ma anche su quella dei miei fratelli maggiori, e anche dei padri, l’intellettuale corsaro e luterano ha avuto un’influenza decisiva, sino al ricatto, o all’auto-ricatto morale -: essere con lui e contro di lui. (more…)

Pasolini, il Poeta delle Ceneri: in libreria l’autobiografia in versi

luglio 8, 2010

Nell’articolo: E poi, una volta arrivato il successo, le tante vicissitudini giudiziarie: il processo a Latina per un’assurda accusa di rapina a mano armata; la querela di «un certo Salvatore Pagliuca», parlamentare democristiano che per una coincidenza aveva un nome simile a quello di un personaggio del film Accattone

Pietro Piovani per “Il Messaggero

ROMA (8 luglio) – Pochi sanno che Pier Paolo Pasolini, nella sua vasta opera letteraria, ci ha lasciato anche un’autobiografia. È un’autobiografia in versi, sia pure versi vicinissimi alla prosa, secondo lo stile che Pasolini adottò nella sua ultima produzione poetica. Si chiamaPoeta delle Ceneri, e la sua stesura si colloca fra il 1966 e il 1967. Rimasto per anni nel cassetto senza essere pubblicato, il dattiloscritto è venuto alla luce dopo la morte dell’autore fra le carte del suo studio in via Eufrate.

Oggi Poeta delle Ceneri viene pubblicato dall’editore Archinto (75 pagine, 11,50 euro). Non si può considerare un vero inedito, poiché era già stato stampato nel 1980 da Enzo Siciliano nella rivista “Nuovi argomenti”, ed è anche inserito nella raccolta di tutte le poesie pasoliniane curata da Walter Siti per i Meridiani Mondadori. È però la prima volta che Poeta delle Ceneri arriva in libreria in un volume autonomo. (more…)

Pasolini, le ceneri di Ostia

marzo 10, 2010

All’Idroscalo un’ordinanza del sindaco abbatte con le ruspe la borgata ricca di memorie dove fu ucciso lo scrittore

BEPPE SEBASTE

La prima volta che visitai quest’ultima borgata di Roma mi venne in mente il detto di Cézanne, rilanciato in anni recenti da Wim Wenders: «Bisogna fare presto se vogliamo ancora vedere qualcosa, tutto sta per scomparire». L’Idroscalo di Ostia, quartiere del XIII municipio di Roma, sorta di favela messicana alla foce del Tevere – cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata molto più tardi) sta effettivamente per sparire.

Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati dal sindaco Petroselli negli Anni 80, si costeggiano i cantieri navali del Porto Turistico coi lussuosi yachts ancorati, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo in cui fu ammazzato), oltre la quale a volte volteggiano fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, dietro una fabbrica di materassi in un terrain vague cespuglioso, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo (detta anche «Torre di San Michele»), abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché finisce la strada, in prossimità della foce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza, dai colori pastello. (more…)

«Quelle carte rubate dopo la morte»

marzo 4, 2010

Pasolini e «Petrolio»: Guido, cugino di Pier Paolo, conferma l’episodio

Dunque, ricapitoliamo. L’«Appunto 21» di Petrolio, che si intitola «Lampi sull’Eni», fu scritto certamente da Pasolini, ma nel manoscritto del romanzo non c’è: ne è rimasto solo il titolo. Fu scritto certamente, perché qualche pagina dopo l’autore vi fa cenno, rimandando il lettore a quel paragrafo come a un testo compiuto. Il secondo volume Mondadori (Meridiani) dei Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, contiene Petrolio, il libro incompiuto a cui Pasolini stava lavorando da tre anni quando, il 2 novembre 1975, venne ucciso a Ostia nelle circostanze oscure di cui sappiamo. Nella Nota al testo riguardante il romanzo, Silvia De Laude chiarisce la genesi e lo stato dei lavori e nelle Postille che ne seguono commenta, da brava filologa, passo per passo, la situazione testuale, le varianti, le cassature e le inserzioni. Ma in coincidenza di quella pagina bianca e del successivo riferimento nell’«Appunto 22», non c’è nessuna annotazione che illustri le ragioni del vuoto e il cenno alla parte mancante. (more…)

Israele Diario Pier Paolo Pasolini

dicembre 18, 2009

Ripenso a Pasolini e mi viene in mente l’Ecclesiaste

dicembre 18, 2009

di Vincenzo Cerami
L’incontro che noi artisti abbiamo avuto con Benedetto XVI, il 21 novembre, ci ha portato a riflettere sul senso del nostro lavoro da una prospettiva particolare. Il Papa in qualche modo ha chiesto ai presenti di rivisitare il rapporto tra arte e teologia, tra il racconto della vita e la spiritualità della voce narrante.
In tempi per fortuna tramontati il mio maestro, nonché mio insegnante alle scuole medie, Pier Paolo Pasolini, diceva che il “contrario” della religione non è il comunismo (che, benché abbia  preso  dalla  tradizione borghese lo spirito laico e positivista, è in fondo molto religioso) ma il capitalismo (spietato, crudele, cinico, puramente materialistico, causa di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, culla del culto del potere, covo orrendo del razzismo). (more…)

FACEVO BARBA E CAPELLI ALLA BANDA DELLA MAGLIANA (E A PASOLINI)

novembre 27, 2009

PARLA IL BARBIERE DI RENATINO DE PEDIS: VOLEVA LA RIGA A SINISTRA E LASCIAVA DELLE MANCE DA NABABBO (E UNA STRISCIA DI COCA) – SU EMANUELA ORLANDI MAI UNA PAROLA, MA IO ANDREI A SANT’APOLLINARE – PASOLINI SFIDÒ LA VIRILITÀ DEL “BRECCOLA”… E VINSE…

Claudio Marincola per “Il Messaggero

Del Salone di piazza Trilussa è rimasta solo la vecchia poltrona in ghisa e alluminio. Un pezzo raro, di quelli che ormai si vedono solo in certi film italo-americani. I clienti bussano, e lui li fa accomodare su quella seduta regale, come si farebbe con un vecchio amico. Gente a cui ha visto i capelli crescere e poi imbiancarsi e cadere. Di cui sa vita, morte e miracoli. Si sta lì, si aspetta il proprio turno, si guarda in tv un vecchio telefilm di Zorro.

Funziona così da quando, 8 anni fa, lui e suo fratello, tutti e due barbieri, come padre e nonno del resto, lasciarono il vecchio negozio e continuarono ognuno per proprio conto a lavorare a domicilio. Intorno non c’è Trastevere, non ci sono i vicoli, gli odori. Ma lo specchio rimanda le stesse immagini rassicuranti. Lui, che ora ha 73 anni e preferisce non leggere il suo nome sul giornale, che taglia i capelli ai clienti, tutti un po’ più vecchi. (more…)

“Chi nun more se rivede”

novembre 24, 2009

Dal caso Montesi a Emanuela Orlandi, da Pasolini a Pecorelli, quanti misteri all´ombra del potere romano – Così sesso, intrighi e servizi segreti segnano la cronaca nera – Anche la morte di Brenda sembra presagire una trama di accuse e sospetti – Bonaventura definì Roma “la grande meretrice dell´Apocalisse”…

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica

Finché si scherza, si scherza. Ma prima o poi – e succede da qualche millennio – Roma sacrifica sull´altare del potere un´altra delle sue vittime; e dopo la cerimonia, che è cruenta, ma sempre invisibile, dentro i fumi del rogo già pare di scorgere l´immagine della creatura immolata, e con lei i dubbi, i sospetti, le leggende, le accuse, le credenze, i miti, a volte, che ne accompagneranno la più fantasmatica sopravvivenza all´interno del sistema politico, mediatico e cannibalico.

“Anvedi, porello”, poveretto, o forse “porella”, nel caso di Brenda, commenteranno i romani veraci, quelli che da venerdì mattina guardano l´orologio aspettandosi con impaziente scetticismo l´ingresso in scena dei servizi segreti. Perché non c´è qui fattaccio politico o delitto parapolitico che non contempli l´ombra di qualche spione. Basti pensare che pure nell´omicidio di via Poma, a un certo punto, è spuntato fuori un confidente del Sisde, impegnatissimo ad alzare il polverone. (more…)

Pasolini, il posto delle lucciole

ottobre 11, 2009

imagesViaggio in Friuli, dove 60 anni fa scoppiava lo scandalo che avrebbe segnato una svolta nella vita del poeta

MARCO BELPOLITI
RAMUSCELLO (PD)
Una grande casa di color rosso mattone, dalla forma irregolare e gli infissi di legno chiaro, occupa il posto dove un tempo c’era il prato. L’hanno terminata da poco, e con la sua mole impegna tutto lo spazio visivo lungo la piccola via asfaltata che dalla chiesetta di Santa Sabina arriva qui incrociando la strada verso San Vito in Tagliamento. Una ragazza uscita dall’edificio dispone la biancheria su uno stenditoio pieghevole e traguarda più in là, oltre gli alberi. Dietro l’edificio, composto di due corpi asimmetrici, incastrati l’uno nell’altro, un Lego banale, c’è il resto di quel campo: erbacce che crescono dappertutto e i segni di un vivaio di piante abbandonate. Tra l’erba alta c’è anche un trattore dismesso, rovina della civiltà contadina nell’età della sua motorizzazione, anch’essa tramontata da un pezzo. (more…)

La lezioni di Pasolini, a sinistra prendono lucciole per lanterne

settembre 30, 2009

imagesdi Marcello Veneziani

Ho visto l’altra notte in solitudine una lucciola. Era in un cespuglio ai piedi del parco naturale dell’Uccellina, c’erano i grilli e qualche estrema cicala friniva prima di morire con l’ultimo lascito d’estate. Mi sono avvicinato incredulo, convinto che si trattasse di un abbaglio, o di un filo della luce artificiale; una lucciola, in autunno… la nostalgia può dare microscopiche allucinazioni. E invece era lì, timida e dispersa. Non vedevo una lucciola da dieci anni, almeno. Le avevo viste da bambino e miracolavano le sere d’estate; ricordo come in un sogno una passeggiata serale ai primi di giugno, noi bambini avanti e i grandi dietro, e quelle infime stelle a nostra altezza che balenavano tra le siepi – vedetele ma non cercate di afferrarle perché si spengono, ci dicevano le mamme – e poi l’odore intenso di quei campi, l’incanto del cielo stellato e il canto dei grilli che riempiva il buio. Poi non le ho viste più per tanti anni, e mi ero convinto che Pasolini avesse ragione a denunciarne la scomparsa. E invece le rividi una notte in Abruzzo, e poi ancora nella campagna pugliese, nel profondo nord e a Talamone dove ce n’erano tante passeggiando la sera verso la rocca, prima che decidessero di sparare i riflettori, massacrando così le lucciole e l’incanto. Poi non le ho più viste ed ho nuovamente creduto che fossero scomparse. Ora ne ho ritrovata una, profuga sperduta e fuori stagione, ma non l’ho trovata per caso. (more…)

Pasolini shock. Ragazze emancipate? Roba da puttanelle della borghesia

agosto 14, 2009

imagesdi Renzo Paris

Inedito. Da alcuni versi espunti dalla versione definitiva di “Affabulazione”, un dramma sul rapporto padre-figlio, la giovinezza maschile e la sua potenza sessuale, spunta la polemica dello scrittore-poeta-regista sulla falsa libertà delle «indecenti» donne negli anni Sessanta. La «disperata sincerità» dell’intellettuale contro l’omologazione dei desideri, l’ideologia trasgressiva dettata dal nuovo capitalismo

Pasolini scrisse questi versi nel 1966 . Fanno parte dei trecento e più che cancellò nella versione del suo dramma più bello Affabulazione, che consegnai a Nuovi Argomenti nel 1969. In quei tre anni così densi di avvenimenti, compreso il Sessantotto, il poeta ebbe modo di rimettere le mani più e più volte al suo dramma, che gli sembrò a quel punto profetico, vista la piega delle nuove generazioni italiane , sempre più lontane dalla poesia della tradizione, finite nell’imbuto del consumismo e del suo rifiuto.
La sua frenesia riscrittoria era dunque dovuta al materiale vivo su cui lavorava, compresi i tradimenti del suo Ninetto Davoli. La gioventù dei fiori si era trasformata, incanaglita, politicamente diventando estremista e parolaia proprio in quegli anni e il francescanesimo del suo protagonista ragazzo si era per così dire ideologizzato, mascherandosi di un anti Pci viscerale che gli aveva fatto scrivere che quel partito era il paese pulito in un paese orribilmente sporco. (more…)