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Lo spartiacque del Novecento

dicembre 13, 2011

Andrea Possieri per “L’Osservatore Romano

La mattina del 13 dicembre 1981, sul vecchio ponte in pietra che congiungeva Francoforte sull’Oder, nella Germania comunista, con il piccolo comune rurale di Słubice, in Polonia, non passò anima viva. Da Francoforte erano scomparse le massaie polacche che abitualmente facevano la coda dinanzi ai forniti negozi della città tedesca per acquistare salumi e scatolame, in gran parte prodotti paradossalmente proprio in Polonia. La controversa e discussa frontiera sull’Oder-Neiße, una settantina di chilometri a oriente di Berlino Est, era stata chiusa nella notte tra il 12 e il 13 dicembre dopo che il Consiglio Militare per la Salvezza Nazionale (Wron) comandato dal generale Wojciech Jaruzelski aveva introdotto lo stato di guerra e la legge marziale in Polonia.

Fu una svolta drammatica della crisi polacca e un’accelerazione imprevista della repressione politica dopo le parziali aperture dei mesi precedenti e il riconoscimento di Solidarność, il sindacato libero guidato dal Lech Wałęsa. L’introduzione dello stato di guerra si configurò immediatamente come un vero e proprio colpo di Stato che portò al fulmineo arresto di quasi tutti i capi del sindacato e dell’opposizione e all’emanazione di una lunga serie di restrizioni: dall’introduzione del coprifuoco all’interruzione delle comunicazioni telefoniche; dalla messa fuori legge dei sindacati, delle associazioni e delle organizzazioni sociali alla militarizzazione delle fabbriche; dalla proibizione di viaggi all’estero alle restrizioni degli spostamenti all’interno della Polonia; dall’istituzione di una rigida censura fino al divieto di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione, a partire dal telex: il sistema di telescriventi dell’epoca che aveva svolto, fino a quel momento, un ruolo decisivo nel coordinamento dal basso delle iniziative dei lavoratori e nella diffusione dei volantini e della parole d’ordine del sindacato.

L’enorme rapidità, l’immediato successo del colpo di Stato in Polonia e la scarsità di notizie che provenivano dal Paese contribuirono ad accrescere l’inquietudine dell’opinione pubblica occidentale. Un’opinione pubblica resa ancor più preoccupata dalla presenza di ben venticinque divisioni dell’Armata Rossa posizionate al confine polacco e dall’imbarazzante silenzio dell’Urss. Un silenzio che solo apparentemente contrastava con i durissimi giudizi politici sentenziati negli ultimi mesi dalla stampa sovietica. Basti ricordare che proprio nell’autunno del 1981, il primo congresso di Solidarność era stato definito impudentemente come «un’orgia antisocialista». E che proprio la mattina del 12 dicembre l’agenzia di stampa sovietica aveva accusato Solidarność di preparare un tentativo di colpo di Stato. Tuttavia, ammoniva l’inquietante comunicato della Tass, «le forze patriottiche della società polacca chiedono con crescente convinzione che i nemici del socialismo siano respinti come meritano per le loro attività criminali».

In questo clima surreale, dove la retorica dell’ideologia di Stato mascherava e giustificava, com’era consuetudine, le più brutali decisioni dei regimi comunisti, si svolse l’azione militare condotta dal generale Jaruzelski. E non fu certo un caso che «Trybuna Ludu», l’unico periodico polacco ancora in circolazione, rispolverò una retorica nazional-militarista, che mal si coniugava con l’ideologia ufficiale, per giustificare il colpo di Stato. Nel nome della salvezza nazionale titolò il giornale del Poup in cui si cercò di spiegare che le forze armate polacche avevano dovuto reagire per porre un argine all’azione di alcune forze distruttive che avrebbero potuto sovvertire il sistema socialista.

Al di là di tutte le formule retoriche, il 1981 polacco era destinato a diventare uno spartiacque fondamentale nella storia del Novecento. Un crocevia decisivo nelle sorti della contrapposizione Est-Ovest e l’inizio inarrestabile del declino della potenza sovietica. Nell’immediato, però, il rischio di un bagno di sangue era la preoccupazione maggiore per chi conosceva assai bene la vicenda storica della nazione polacca. Durante l’Angelus di domenica 13 dicembre, infatti, Giovanni Paolo II condensò in poche righe la commozione e l’angoscia personale per quei momenti tragici e affermò che dopo l’immane catastrofe della seconda guerra mondiale non poteva «essere versato altro sangue polacco». Ai pellegrini polacchi giunti in piazza San Pietro in quella domenica d’Avvento, ribadì con vigore che si doveva «fare tutto il possibile per costruire pacificamente l’avvenire della patria» anche in vista del prossimo giubileo della Madonna di Częstochowa, da sempre eretta «come difesa alla Nazione». Anche monsignor Jozef Glemp nell’omelia pronunciata la sera del 13 a Varsavia, oltre a manifestare il vivo disappunto per lo stato di guerra, espresse parole di grande conforto per il popolo polacco: «Non vi è bene più grande della vita umana: per questo farò appello alla ragione, anche a prezzo di ricevere insulti e chiederò, anche se dovessi farlo in ginocchio e a piedi nudi, che un polacco non lotti contro un altro polacco».

Quelle parole non erano il frutto di una commozione momentanea, ma il prodotto di un legame profondo tra l’identità nazionale e la fede religiosa di quella nazione. Un legame che era stato rinvigorito in alcuni passaggi decisivi della storia polacca. Innanzitutto nell’estate 1956, quando più di un milione di pellegrini aveva partecipato alla cerimonia di commemorazione del trecentesimo anniversario della liberazione dagli invasori svedesi, presso il santuario della Madonna di Częstochowa. In secondo luogo, nel 1966, quando una numerosa partecipazione popolare si era stretta attorno alla Chiesa polacca per la commemorazione dei mille anni del cristianesimo in Polonia, in ricordo del battesimo di Mieszko i. E infine il trionfale pellegrinaggio in Polonia di Giovanni Paolo II del giugno 1979 aveva mostrato, da un lato, che gli sforzi compiuti negli anni precedenti dal cardinale Wyszyński avevano dato i frutti sperati e, dall’altro lato, che la società polacca stava dimostrando una grande capacità di auto-organizzazione. Quella visita, come è stato notato da molti analisti, ebbe un effetto liberatorio sullo stato d’animo della nazione. Una spinta a creare quei necessari varchi di libertà, privati e pubblici, su cui si sarebbe innestato il mutamento politico.

Un mutamento che naturalmente si inscrive all’interno di un quadro di relazioni internazionali contrassegnato da lenti ma radicali sconvolgimenti. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, l’elezione di Ronald Reagan negli Stati Uniti e l’inizio della fine della recessione economica del mondo occidentale, infatti, non fecero altro che far emergere la crisi dell’intero sistema sovietico di alleanze internazionali. La crisi polacca, l’affermazione di Solidarność e la proclamazione dello stato di guerra, segnarono proprio questo: l’inizio della crisi inarrestabile dell’Urss. Anzi, ne furono il degno preludio.

La situazione internazionale, infatti, fece affiorare il divario tra la grande forza militare dell’Unione Sovietica e la sua sempre più evidente arretratezza economica: un divario che metteva in crisi il rapporto di alleanza egemonica del Pcus con le democrazie popolari dell’Est Europa e in particolare con la Polonia che, come molti storici hanno sottolineato, era considerata il gioiello dell’Impero sovietico. Per Stalin, infatti, era il maggior risultato politico strategico della seconda guerra mondiale. Per il dittatore georgiano e per i suoi successori, di fatto la Polonia era il fulcro della politica di sicurezza sovietica. Non a caso, sin dall’agosto 1980, da quando era iniziata l’ascesa pubblica di Solidarność, a Mosca era stata creata una commissione composta da Suslov, Andropov, Gromyko e Ustinov alla quale era stato affidato il compito di seguire la situazione polacca. Nella primavera 1981, inoltre, il Kgb aveva lanciato la seconda più grande operazione di intelligence della guerra fredda, denominata “attacco missilistico nucleare”, che coincise, non casualmente, con il fallito attentato al Papa del 13 maggio.

Nonostante questo enorme spiegamento di forze, la repressione del 1981 non ebbe gli stessi risultati del 1956 in Ungheria (e nella stessa Polonia) o del 1968 in Cecoslovacchia, ma al contrario aprì un vulnusnell’intero mondo del socialismo reale. La crisi polacca, come ha scritto Ennio Di Nolfo, è stata «un precoce ma non inatteso sintomo di fragilità» dell’intero sistema di potenza sovietico.

Nel nome del Padre del Figlio e di Solidarnosc

agosto 27, 2010

Trent’anni fa in Polonia il primo sindacato libero nel blocco comunista: un modello che doveva fare scuola sulla via della transizione alla democrazia

Nell’articolo: C’era davvero di che spaventarsi per tutti: per i gerontocrati in consunzione al Cremlino, per le cancellerie atlantiche che detestavano novità disturbatrici, per i capi comunisti dell’Est e in particolare dell’Ovest che non sapevano più quale fiaba ideologica raccontare alle proprie basi operaie [….] Tale smalto laico, risplendente di prestigio nazionale e internazionale, doveva purtroppo dissolversi in poco tempo. Le prime picconate partirono proprio dai vertici del nuovo Stato. Si vide con stupore l’ottimo e abile leader di sindacato Walesa trasformarsi, quasi da un giorno all’altro, in un presidente maldestro, bizzoso, litigioso, screanzato; cominciò a prendersela, in particolare, con la politica di rinnovamento misurato e razionale del premier Mazowiecki, cercando di opporgli brutalmente, ledendo la Costituzione, una confusa linea populista senza capo né coda

Enzo Bettiza per “La Stampa

Danzica 14 agosto 1980. Trent’anni orsono. Tutto cominciò con la diffusione di un pacchetto di volantini fra 17 mila operai dei cantieri navali intestati, per ironia della storia, al nome di Lenin.

I sindacati, che Lenin e i suoi eredi disprezzavano quali filiazioni «socialdemocratiche», conducevano allora nei cantieri polacchi una stentata semiesistenza clandestina. Il volantino era stato concepito da Bogdan Borusewicz, oggi presidente del Senato, in difesa di Anna Walentynowicz. Anna era un’operaia scomoda, riottosa, licenziata in tronco per aver incitato gli operai a rivendicare, appunto, quella libertà sindacale che il regime, pur fondato sul mito della classe operaia, vedeva come fumo negli occhi. Ebbe inizio uno sciopero che durò 18 giorni e che, dopo aver trovato la sua icona nella Walentinowicz, trovò anche un leader in un quarantenne baffuto, religioso, vivace, tenace, irascibile, che arringava gli scioperanti a resistere e adorare soltanto le immagini di Cristo e della Madonna Nera protettrice della Polonia. È così che i polacchi incanutiti ricordano ancora oggi il fervente elettricista Lech Walesa, lo Spartaco cattolico di Danzica, il tribuno carismatico di scarsa istruzione, che però sapeva parlare e scherzare da operaio con gli operai perfino nei frangenti più duri della resistenza al potere comunista. Ed è così che, dopo una successione di richieste contrattuali, contagiose più che aggressive, sempre negoziate abilmente da Walesa con le autorità, nacque Solidarnosc il 31 agosto 1980. Il parto era stato preceduto da una sorta di manifesto gestatorio, i famosi «21 Punti» incisi a mano su una tavoletta di legno, elevata nel 2003 dall’Unesco a un posto d’onore nella lista dei patrimoni culturali dell’umanità. (more…)

I sospetti mai sopiti verso Mosca e il passato di una nazione-vittima

aprile 11, 2010

L’idea della macchinazione è profondamente radicata. Chi crede ai complotti penserà al caso Sikorski

Il corpo del generale Wladyslaw Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio durante la Seconda guerra mondiale, riposa nella cattedrale di Cracovia. Ma il suo scheletro è stato riesumato un anno e mezzo fa nell’ambito di una ennesima indagine sulle cause della sua morte. Non sarei sorpreso se gli stessi dubbi e le stesse ipotesi accompagnassero le indagini sull’incidente aereo di Smolensk, la morte del presidente Lech Kaczynski, e la decapitazione dello Stato polacco.

Chi crede ai complotti troverà fra i due avvenimenti alcune interessanti analogie. Sikorski aveva avuto una parte considerevole nella politica polacca fra le due guerre: primo ministro e ministro della Difesa all’inizio degli anni Venti dopo la restaurazione della Polonia, rivale di Józef Pilsudski e esule a Parigi dopo il colpo di Stato del maresciallo nel 1926, nuovamente in campo verso la fine degli anni Trenta e capo del governo ombra che gli esuli polacchi avevano creato a Londra dopo la disfatta e la spartizione del Paese fra tedeschi e sovietici nel 1939. Nei mesi che seguirono l’invasione hitleriana dell’Urss, Sikorski, in omaggio alla nuova alleanza fra la Russia e gli Alleati, aveva ricucito i rapporti diplomatici con Stalin. Ma nell’aprile del 1943, con una mossa che era stata motivo di fastidio e imbarazzo per il governo sovietico, aveva chiesto a Mosca di aprire una indagine sulla morte dei 22.000 ufficiali polacchi di cui i tedeschi, qualche mese prima, avevano rinvenuto i cadaveri fra gli alberi della foresta di Katyn nei pressi della città di Smolensk e non lontano dal luogo in cui l’aereo di Lech Kaczynski è precipitato nelle scorse ore. (more…)

70 anni fa il massacro di 22mila polacchi

aprile 10, 2010

L’eccidio di Katyn, una delle pagine più tristi e meno conosciute degli orrori della seconda guerra mondiale

E’ stata una delle più imponenti fosse comuni dell’intera Europa, il teatro di un eccidio di proporzioni colossali che ha visto la morte di quasi 22 mila tra ufficiali e cittadini polacchi uccisi a sangue freddo dai soldati dell’Armata Rossa nel 1940. La Foresta di Katyn – dove il presidente polacco Kaczynski si stava recando per una commemorazione – è diventata uno dei luoghi di pellegrinaggio più tristemente noti del vecchio continente, uno dei simboli degli orrori della seconda guerra mondiale.

LE VITTIME – Vi persero la vita i prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e Ucraina occidentali, fatti uccidere su ordine di Stalin nella foresta di Katyń e nelle prigioni di Kalinin (Tver), Kharkov e di altre città sovietiche. Molti polacchi erano stati fatti prigionieri a seguito dell’invasione e sconfitta della Polonia da parte di tedeschi e sovietici nel settembre 1939. Vennero internati in diversi campi di detenzione, tra cui i più noti sono Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk vennero usati principalmente per gli ufficiali, mentre Ostashkov conteneva principalmente guide, gendarmi, poliziotti e secondini. Non tutti morirono a Katyn, ma quella città è divenuta il simbolo della strage ed è lì che si commemorano tutte le vittime. E’ lì che si stavano recando anche il presidente polacco e tutta la sua delegazione, tutti deceduti nell’incidente aereo avvenuto a poca distanza dall’aeroporto di Smolensk. (more…)

Polonia INQUIETA

luglio 30, 2009

images«La cesura del 1989 si rivela uno strumento poco adatto per leggere la nuova prosa polacca. Gli elementi di continuità convivono infatti con la ricerca di identità ancora sfuggenti»

 

È molto forte la tentazione di dividere la più recente prosa polacca con la data del cambiamento politico, una cesura simile a una breccia in un simbolico muro di Berlino: la letteratura combattente/ la letteratura libera. La cultura però frantuma la realtà delle biografie umane in migliaia di specchi, e l’immagine che ne risulta non è mai in bianco e nero, come ragione e torto nei testi di propaganda. La politica ha influito sulle tematiche letterarie e sui comportamenti umani ivi rappresentati, ma oggi che la politica e il mercato sono liberi non assistiamo a una rottura radicale dai generi e dalle correnti precedenti. (more…)