Posts Tagged ‘renato guttuso’

Renato Guttuso, Santa Panagia (Sicily), 1956

gennaio 12, 2014

Santa Panagia (Sicily) 1956 by Renato Guttuso 1912-1987

Renato Guttuso, Still Life in the Studio, 1962

agosto 12, 2013

Still Life in the Studio 1962 by Renato Guttuso 1912-1987

Renato Guttuso, The Discussion, 1959-60

giugno 2, 2013

The Discussion 1959-60 by Renato Guttuso 1912-1987

Scantily-dressed Women, ca 1940, Renato Guttuso. Italian (1911 – 1987)

ottobre 25, 2012

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Guttuso, lunga marcia nelle molte Italie

gennaio 15, 2012

Renato Guttuso

A 25 anni dalla morte (e cento dalla nascita) dell’artista siciliano. Dal fascismo al comunismo, dalla guerra al boom, ai dubbi religiosi

Marcello Sorgi per “La Stampa

Una parola, l’Italia di Guttuso. Meglio parlare delle sue molte Italie, quella di Garibaldi e poi di Giolitti, di Mussolini e degli intellettuali di regime, quella democristiana e comunista e poi craxiana, fino al sigillo finale di Andreotti. Una, due vite, a cavallo di uno, due secoli, percorsi insieme con leggerezza, cupezza e inguaribile ambiguità siciliana, molta curiosità, un certo uso di mondo e gusto della contraddizione.

Nato il 26 dicembre 1911 (ma denunciato all’anagrafe solo il 2 gennaio del ’12) a Bagheria, in una famiglia piccolo-borghese di provincia – padre agrimensore, nonno garibaldino combattente nella battaglia di Ponte Ammiraglio alle porte di Palermo, alta aristocrazia nelle amicizie giovanili e nell’innamoramento per la figlia del Duca di Salaparuta, Topazia Alliata -, Renato Guttuso, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita e il venticinquennale dalla morte (18 gennaio 1987), si ricorda soprattutto per la sua irrequietezza da artista, per l’insofferenza a vivere entro un orizzonte limitato, per il desiderio continuo di allontanamento, evasione, conoscenze ed esperienze sempre nuove.

La madre Giuseppina lo voleva avvocato, il padre Gioacchino, che per diletto cantava, suonava il flauto e dipingeva acquarelli, riconobbe subito il suo talento. Guttuso non aveva ancora vent’anni quando, in pieno fascismo, superate le selezioni locali e con la sola scuola dei decoratori di carretti siciliani, esponeva i suoi primi quadri alla Quadriennale e poi alla Biennale, proiettandosi sul piano internazionale. Era arrivato nel ’31 nella Milano fascista, intellettuale e un po’ frondista di Bottai e della rivista Corrente, del premio Bergamo contrapposto al premio Cremona, a Farinacci e all’ortodossia del regime. Trova De Grada, Vittorini e Quasimodo, scrittori, che svernano nell’ambiziosa galleria «Il Milione»; lo scultore Manzù così povero che una sua figlia morirà di denutrizione; i pittori Birolli e Sassu che finiranno arrestati nel ’35 nella prima grande retata contro gli antifascisti.

Il momento della conversione, dal fascismo all’antifascismo, viene nel ’37 a Roma, alla vigilia delle leggi razziali, quando Guttuso incontra Francesco Trombadori e per suo tramite la scuola pittorica romana, il cinema di Luchino Visconti e successivamente, nel ’40, il Pci clandestino di Togliatti, non ancora rientrato in Italia, e Alicata. A Metelliano, in Toscana, nella villa del collezionista mecenate Umberto Morra di Lavriano, conosce Bobbio, Capitini e lo stato maggiore di «Giustizia e libertà», ritratti in un disegno storico che qualche anno fa ha rivisto la luce a Torino. Bernard Berendson lo accompagnerà a Firenze. Mentre Bottai tollererà finché potrà l’eresia del giovane e molto amato pittore siciliano: il momento della rottura è nel ’43, quando Guttuso dipinge la sua Crocifissione, con la Maddalena nuda che abbraccia il corpo di Gesù, e spunta la sconfessione di Farinacci, seguita dalla scomunica del Papa.

Nel ’48 Guttuso è a Wroclaw, con Picasso e Neruda alla prima grande marcia della Pace. Da Bagheria alla Polonia sovietizzata della guerra fredda e della cortina di ferro che divide l’Europa, ha già fatto molta strada. Intellettuale organico, ancorché intimamente ironico, del movimento comunista (e stalinista) internazionale, è passato definitivamente nell’altro campo.

Ma a questo punto, per seguire la sua evoluzione, si possono allineare come pietre miliari i suoi quadri più importanti. Per rileggere, nella Crocifissione, il dolore e la desolazione della guerra, e nell’Occupazione delle terre la disperazione e la fame dei contadini siciliani, su uno sfondo oppressivo da girone infernale dantesco. Gli Anni Cinquanta porteranno un brusco cambio di scena descritto in due quadri fortemente simbolici, La spiaggia e il Boogie-woogie, con i nuovi riti di massa dell’inurbamento e delle vacanze sfrenate, la scoperta dei balli, dei divertimenti, dello stile di vita consumista che vengono dall’America, il progresso e il boom economico che Guttuso, con logica quanto arretrata visione anticapitalistica, percepisce come autentica «tragedia metropolitana». Salvo poi ripensarci, avvertendo il bisogno di modernità, culture e idee innovative, e trovando nell’Edicola, luogo dell’informazione, una sorta di santuario laico a cui si accosta un cittadino avido di conoscenza.

Dopo un altro decennio, e siamo nel ’72, saranno I funerali di Togliatti – con l’immagine pop della bara circondata di fiori colorati, che ricorda la copertina del Sgt. Pepper’s dei Beatles -, a chiudere il periodo dell’impegno, quando già il leader comunista è scomparso da un pezzo. Ma prima c’è un curioso episodio che porta Guttuso, in libera uscita dai rigori comunisti antisessantotteschi del suo partito, ad affrescare un muro della facoltà romana di Architettura accanto a Paolo Liguori e agli extraparlamentari del gruppo degli «Uccelli». E c’è un documentario, La rabbia, girato con Pasolini, suo stretto amico.

La nuova epoca guttusiana che verrà è inizialmente malinconica, di ricerca. C’è, nel ’76, la Vucciria: il vecchio e variopinto mercato siciliano sintetizza tutto il mondo antico che scompare, è Palermo ma potrebbe essere Marrakech o Tashkent, operai, contadini e lotta di classe non ci sono più. La desolazione di un cimitero di auto abbandonate è solo una tappa, mentre premono, sulla tela, donne nude o seminude che parlano, ballano o spettegolano tra loro nel grande quadro della Piscina.

Non si può capire Guttuso senza considerare il suo grande amore per le donne. Due in particolare, tra le tante che affollarono la sua esistenza: la moglie Mimise Dotti, artefice del suo successo iniziale e dell’accreditamento nel difficile ambiente politico, culturale e mondano della Roma fascista dei gerarchi. E Marta Marzotto, musa dell’ultima stagione, simboleggiata nella tigre che si aggira nervosa nel giardino del suo studio, nel quadro La visita della sera.

L’ultimo è il periodo dell’Italia craxiana, che come a molti vecchi comunisti anche a lui non piaceva. E del ripiegamento, del rifiuto degli obblighi della vita pubblica da senatore, dell’anzianità combattuta con ritmi frenetici di lavoro nei tre studi di Roma, Velate e Palermo, di una vita più ritirata, con gli amici con cui amava giocare a scopone tutti i giorni. Sono anche gli anni della lite con Leonardo Sciascia, e di un dubbio religioso più esplicito, che, pur presente da tempo nella sua vita (si pensi, ancora una volta, alla Crocifissione, o al terribile Gott mitt uns, in cui Dio è schierato con i tedeschi), resterà segreto fino all’ultimo.

E sarà in qualche modo consacrato, alla fine, nella surreale messa celebrata in casa, poco prima della morte di Guttuso, dal cardinale andreottiano Angelini, davanti allo stesso Andreotti e a Tatò, segretario di Berlinguer. E dal funerale cattocomunista a Santa Maria della Minerva, in cui non a caso Bo e Moravia si alzano a parlare uno dopo l’altro, mentre Iotti e Fanfani, emblematicamente, aprono allineati il corteo che accompagna la bara.

I quaderni inediti di Guttuso

dicembre 18, 2011

Renato Guttuso

Riflessioni sulla filosofia e sull´architettura, lunghi componimenti sui padri fondatori da Masaccio a Michelangelo. Ma soprattutto decine e decine di schizzi, bozzetti, studi di figure che segnalano l´urgenza di disegnare e di dipingere Nel centenario della nascita, i primi passi di un ragazzo diviso tra la Sicilia, la lotta degli umili e la pittura

Giancarlo Bocchi per “la Repubblica”

A S. Maria Novella si conserva il quadro della Trinità. […] Nel centro Cristo mentre dall´alto tende l´eterno padre con le braccia aperte per raccogliere il figlio. Dinanzi alla croce Maria e Giovanni e presso le colonne scannellate il committente in ginocchio insieme alla moglie. Racconta Flora Butitta: «Quando nel 1945 morì la madre, Renato non poté partecipare ai suoi funerali. La casa fu liberata dal proprietario e alcuni effetti personali vennero affidati al podestà. Dopo qualche tempo Renato tornò a Bagheria per ritirarli. Insieme al pittore Garajo, io lo aiutai. Fu per questo che mi regalò i suoi quaderni di scuola, per sdebitarsi». Per lei «sono solo un ricordo», ma quegli otto quaderni ora ritrovati raccontano molto dell´artista siciliano, una parte importante della sua esistenza, un periodo tra i meno conosciuti, di certo il più determinante per la formazione delle sue idee sull´arte e sulla vita. Anni di povertà e di speranza. Di forti ideali e di scelte obbligate. Di passioni e d´incertezze.
Tutto ha inizio a Bagheria, un paese di mille casette e una decina di sontuose ville nobiliari, il giorno di Santo Stefano del 1911. Ma Gioacchino e Gina, i genitori, vogliono regalare al piccolo Aldo Renato Guttuso una settimana di vita e lo registrano all´anagrafe di Palermo solo il 2 gennaio 1912.
Il primo ricordo di Guttuso bambino è drammatico. Un colpo di lupara rimbomba nel vicolo sotto casa, dietro corso Butera. Dal balconcino, ornato di vasi di gerani, Renato vede un uomo cadere a terra, morto. La violenza della sua terra gli entra dentro per la prima volta, lasciando un´impronta indelebile sulla sua sensibilità. La seconda scoperta di Renato è quella di avere due genitori molto diversi tra loro. La madre è una donna semplice, che vorrebbe imporgli un´educazione cattolica. Ogni giorno cerca di trascinarlo a messa, in Cattedrale. Il padre è invece un anticlericale, figlio di un garibaldino mazziniano, un uomo dai modi eleganti e raffinati che ama l´arte, scrive di teatro e di cinema. È un agrimensore e porta spesso con sé il figlio in giro per i campi insegnandogli ad amare «l´umanità dolente e disperata» della Sicilia.
Appena adolescente, Renato è di casa al circolo anarco-socialista “Filippo Turati”, fondato da Ignazio Butitta a Bagheria, dove si pubblica il foglio La povera gente e si organizzano le manifestazioni dei braccianti. È la sua prima scuola di antifascismo, proprio negli anni in cui il regime di Mussolini si va consolidando. A dodici anni scopre davanti alla nuova casa di corso Diaz, sempre a Bagheria, «una miniera di colori, segni e figure»: è la bottega di Emilio Murdolo, pittore di carretti siciliani, suo primo maestro. Da quel momento Renato inizia a sfogliare con passione i libri d´arte del padre, futura fonte d´ispirazione per i quaderni del liceo.
Intanto in casa Guttuso si tira la cinghia. La madre sogna «il figlio avvocato» e vede l´innamoramento del ragazzo per l´arte come un ostacolo alle proprie ambizioni. Gioacchino, fine acquerellista, incoraggia invece la passione del figlio e gli suggerisce di frequentare gli altri artisti locali. Renato dà ascolto alla madre, continua a studiare e nonostante le difficoltà economiche viene iscritto al liceo classico Umberto Primo di Palermo. Ma già a quindici anni inizia anche a scrivere di arte sul primo dei suoi quaderni ora ritrovati, e apre il suo primo studio nel piccolo abbaino che si affaccia sul terrazzino di casa con vista sul golfo. Presto questo spazio angusto, ma panoramico e soleggiato, diventa una “factory” frequentata dai giovani artisti come Nino Franchina, Giuseppe Barbera, Nino Garajo, e anche da Topazia Alliata di Salaparuta, giovane ed esuberante duchessa, che studia all´accademia d´arte e dipinge con talento. I due diventano inseparabili, e si innamorano. Renato si presenta al padre di Topazia a Villa Valguarnera, e chiede ufficialmente al duca il permesso di frequentare la figlia. Iniziano le incursioni dei due giovani a Palermo sulla veloce limousine guidata dallo chauffeur sudanese del duca di Salaparuta. Non pensano ci siano grandi differenze tra loro, ma quando il gruppo di artisti si riunisce sulla terrazza di corso Diaz a parlare di arte e di futuro, la madre di Renato non può offrire loro che una piccola fetta di melone per ciascuno.
Il giovane, di idee antifasciste, a Palermo si trova a fare i conti con un´altra realtà. Incontra un grande maestro di pittura nel futurista Pippo Rizzo, uno degli artisti di punta del movimento di Marinetti, che predica la rivolta contro Giotto, Raffaello e Tiziano. Ma il giovane Guttuso non la pensa allo stesso modo. Decine di pagine dei suoi quaderni sono dedicate non solo ai grandi della pittura antica, ma anche ai cosiddetti “minori”, che per lui “minori” non sono. I quaderni del liceo si riempiono di più di cento tra schizzi, disegni, studi di figure, che ora attendono di essere esaminati in modo approfondito. Tutte le altre materie lo interessano assai meno e i voti in pagella sono appena accettabili. Renato vorrebbe disegnare e dipingere, dipingere e disegnare. Sono proprio i suoi quaderni a riportare quest´urgenza, questa pulsione. Illuminano un mondo fatto di grandi passioni, ma anche di scelte difficili e non più rinviabili. «Non è più il tempo – scrive – dei giardini di limoni, delle notti di luna e dei discorsi antichi dei contadini di Bagheria». Non è più il tempo di far convivere pacificamente il “libero pensiero” del padre e il conformismo della madre. C´è una vita da «vivere accanitamente». Ma quale, e dove?
Il giovane Renato legge i discorsi di Lenin sugli opuscoli dell´Avanti! diffusi clandestinamente. Sui quaderni di scuola compare una piccola falce e martello, vicino a figure indistinte e al disegno di un ometto trasfigurato alla George Grosz. Disegno autografo o forse frutto collettivo della “factory” bagherese. Compare anche un´annotazione, probabilmente dello stesso Renato, ma con calligrafia stravolta: «Renato Guttuso Bagheria, disegna meglio con la mano sinistra…».
Frequenta il coetaneo Franco Grasso, attentamente osservato dalla polizia politica fascista, animatore di un gruppo che si svilupperà nel Fuai, il Fronte unitario antifascista d´ispirazione comunista. Ma poi, quando si iscriverà alla facoltà di legge per volontà della madre, per usufruire dei servizi assistenziali e per poter partecipare alle esposizioni pubbliche deve accettare la tessera dei Guf, i Giovani universitari fascisti.
Sono gli eventi che decidono per il ventenne. Solo dopo alcune mostre nel continente e il successo ottenuto da due opere esposte alla Prima Quadriennale di Roma, nel 1931, Renato decide che non diventerà mai un avvocato. Abbandonerà gli studi universitari e partirà per la capitale. Ormai ha in testa una sola cosa: fare l´artista. E artista diventerà, sarà l´artista di punta della sinistra italiana, il pittore acclamato ma anche criticato, l´amico di Picasso ma anche il difensore del realismo, l´uomo che amava i trasgressori ma che trasgressore non era. Perennemente al bivio nei suoi primi vent´anni, scelse infine il Pci.

Diritti Globali

Guttuso, grande pittore reazionario

settembre 12, 2010

Nell’articolo: La spiaggia del 1955-56, a esempio, è il manifesto del passaggio al realismo esistenziale, che segna una ritrovata voglia dei giovani italiani di uscire, divertirsi, spogliarsi, dimenticando i traumi della guerra […..] Da segnalare infine la ricca sezione dedicata all’erotismo, tema che ha accompagnato Guttuso non come un’ossessione, ma come un autentico piacere. Perché lui era un uomo che amava le donne

Luca Beatrice per “Il Giornale

Popolarissimo (e potentissimo) in vita, messo da parte, certamente sottovalutato, dopo la morte. Dalla sua scomparsa, avvenuta nel gennaio 1987, Renato Guttuso ha visto progressivamente erodersi il ruolo che aveva avuto nel corso della sua esistenza. Pittore ufficiale del Partito Comunista, frequentatore assiduo dei salotti dell’alta borghesia romana, oggetto di gossip per la dedizione verso il sesso femminile, in particolare per la storica relazione con Marta Marzotto. Chi lo ha conosciuto, parlava di lui come di un galantuomo d’altri tempi, profondamente mediterraneo, personaggio simbolo dell’Italia del ’900 che si apprestava a cambiare faccia, da realtà in prevalenza agricola a metropolitana, evidenziandone tutte le contraddizioni e i voltafaccia.
Se fosse attivo oggi, un pittore come lui verrebbe certo etichettato come reazionario. La sua figurazione, in alcuni casi di grande qualità, non avrebbe nessuna possibilità di transitare nel circuito museale ufficiale. Passerebbe come un artista retrò e quindi ascritto di diritto a un’estetica «di destra». Guttuso ha una folgorazione per Picasso dopo aver visto Guernica, massima espressione del diritto-dovere etico-sociale di un intellettuale, chiamato a esprimersi sui drammi della storia. Dopo quel capolavoro, è il 1937, non sarà più possibile estraniarsi dalla realtà; quindi le elucubrazioni linguistiche delle avanguardie non avevano, secondo lui, diritto di cittadinanza in un’epoca lacerata e devastata. L’arte doveva gridare forte il suo dissenso, esprimendolo senza mezzi termini, con un linguaggio chiaro che arrivasse diritto al cuore della gente. (more…)

Renato Guttuso – La Vucciria, 1974

aprile 25, 2010