Posts Tagged ‘roberto bolano’

Il meglio di Bolaño, prima di Bolaño

gennaio 10, 2012

Con «I dispiaceri del vero poliziotto» continua il viaggio tra gli inediti dell’autore cileno

Luca Mastrantonio per “Il Corriere della Sera

Roberto Bolaño, come ogni scrittore, ambiva ad essere postumo. Certo non così precocemente – già prima di morire a 50 anni, il 14 luglio del 2003, sospettava che non avrebbe vissuto il successo del suo monumentale 2666, uscito nel 2004 – né così aleatoriamente postumo. Alla mercé delle logiche editoriali dell’agente post mortem Andrew Wylie, autorizzato dalla vedova Carolina Lopéz a ripescare e pubblicare opere degli inizi, interrotte o rinnegate, con il rischio di confondere omaggi e sciacallaggi. Se però Il Terzo Reich (2010) è un libro compiuto, benché ripudiato da Bolaño, e dell’ancora inedito Diorama non si hanno chiari indizi, I dispiaceri del vero poliziotto, sebbene incompiuto, è un libro che dà piena soddisfazione. Sia al lettore che conosce l’alto mare di Bolaño e qui ritrova la forma delle sue onde, sia al neofita che può immergersi dove, ancora, si tocca. E solo dopo decidere se affrontare le opere di taglia extralarge , come I detective selvaggi (Sellerio 1998), i pesi medi come Stella distante o i racconti di Puttane assassine .

Il libro, che esce l’11 gennaio per Adelphi, dà voce ad alcuni personaggi ricorrenti nell’opera del cileno. Certi vi compaiono con lo stesso nome, altri con piccole variazioni o sotto mentite spoglie onomastiche. Fulcro narrativo è il professor Amalfitano (figura importante, ed enigmatica, in 2666), ex detenuto politico cileno, di cui si rivela la cacciata dall’università di Barcellona e l’approdo in Messico, per lo scandalo legato alla sua omosessualità, scoperta a 50 anni, con lo studente Pandilla, struggente poeta malato di Aids, irretito da una mortifera nuova amante tossica, Elisa. Amalfitano ha una nuova fiamma, Castillo, che falsifica quadri per nordamericani ignoranti, e mantiene con Pandilla, che lavora all’opera Il dio degli omosessuali, una intensa corrispondenza epistolare. Se Pancho Monje, discendente di donne violate, e compare del poliziotto che indaga su Amalfitano e si innamora della figlia Rosa, assomiglia dannatamente al poliziotto di 2666 Lalo Cura (da leggere la locura , cioè «la follia»), è suggestiva ma può sviare la quasi omonimia tra Benno Von Archimboldi, scrittore tedesco presente in 2666 , e J.M.G. Arcimboldi, scrittore francese presente ne I dispiaceri del vero poliziotto.

Nelle 299 pagine dei Dispiaceri c’è un po’ tutto Bolaño: la letteratura, e la poesia soprattutto, come esperienza impagabile che anima e danna l’esistenza; Amalfitano & Co., Barcellona e Santa Teresa (la città messicana in cui trasfigura Ciudad de Juárez); le delizie d’amore e gli agguati di morte, il nazismo più grottesco e la dannata violenza sulle donne… L’effetto generale è di una compilation remix, che mescola piste vecchie (che il lettore ha già letto in opere successive) e nuove, inedite. Un best of, ma prima del successo: il meglio di Bolaño, prima di Bolaño. Il libro non è un romanzo, ma un laboratorio cui l’autore iniziò a lavorare dalla fine degli anni 80, per poi abbandonarlo e non rimetterci mano – se non per saccheggiarlo, magari. Le primizie sono soprattutto «amalfitane», riguardano il professore, la cacciata dall’Università, le lezioni di letteratura, le passioni e i giochi umoristici. Come quando a Bologna, ad una cena con patrioti italiani, si produce in un elogio parossistico delle forze armate, prendendo in giro il nazionalismo della Nuova Destra.

Tra i brani dei Dispiaceri che confluiranno in altre opere, saltano agli occhi i primi paragrafi del primo capitolo, dove compare un brano topico del realvisceralismo (un surrealismo di pancia) de I detective selvaggi. Bolaño, dopo aver diviso la letteratura in eterosessuale (romanzo), omosessuale (poesia) e bisessuale (racconti), si concentra sulla poesia. Qui, con la complicità linguistica di una apparente omofobia che forse è brutale e cameratesca omofilia, distingue le varie correnti, secondo narcisismo, plagio, isteria: «Frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi». Dagli arcinoti Whitman e Pasolini agli insospettabili Chlebnikov e Sanguineti. Così Bolaño trasforma la storia della poesia – sua vera musa, messa in prosa senza che mai assomigli ad una parafrasi – in una parodia del gay pride.

Ma com’è possibile che questo grande déjà vu non sembri un autoplagio? Perché l’opera del cileno è tutta interconnessa e portata avanti, contemporaneamente, su più livelli. E, soprattutto, perché il libro incompiuto di chi ha praticato l’inconclusione, lo spostamento dei punti di vista, la con-fusione tra letteratura e vita, assomiglia a uno dei suoi romanzi aperti. Anche se non è neanche un romanzo. Per quanti sforzi faccia Juan Antonio Masoliver Ródenas nella nota introduttiva a dimostrare il contrario. Forte della lettura che Bolaño dava dell’opera: il vero poliziotto è il lettore, costretto a seguire, nei testi, piste vere e false. Il dispiacere? La fine dell’inseguimento, della ricerca, la fine della lettura. Viene citata, giustamente, un’opera di riferimento per Bolaño, cioè Rayuela di Julio Cortázar, libro diviso in capitoli che il lettore può combinare a suo piacimento. Rayuela in italiano è Il gioco del mondo (Einaudi), quello che si fa saltando dentro le caselle numerate di un campanile disegnato a terra. Così è l’opera di Bolaño, nel suo insieme. Tutto quello che le gira attorno e dentro.

Nel mondo vi giocano ormai sempre più lettori. Dal Sudamerica agli Stati Uniti, che sono in preda ad una vera e propria febbre, dalla Spagna, dove ha vissuto, all’Inghilterra, dove in questi giorni è uscito, per la rivista «Granta» – nel numero dedicato all’horror – un testo inedito di Bolaño ispirato ai film zombie che vedeva a tarda notte. Si chiama El Hijo del coronel e racconta il vicolo cieco fisico ed emotivo di una ragazza morsa da uno zombie, del ragazzo che la ama e cerca di salvarla, del padre del ragazzo che cerca di salvare il figlio… Sul sito inglese è già visibile una graphic novel di Owen Freeman.

Anche l’Italia, amata e frequentata dall’autore, non lesina omaggi. Minimum fax ha in cantiere una raccolta di interviste a Bolaño, curata dalla traduttrice adelphiana, Ilide Carmignani. In queste settimane, in Cile, stanno terminando le riprese de Il futuro, della regista Alicia Scherson, tratto dal libro di Bolaño Un romanzetto canaglia, ambientato a Roma. La sua prima opera a finire sul grande schermo (facile da trasporre, rispetto ad altre). Per chi vuole essere sempre aggiornato sullo scrittore cileno abbondano siti e blog, tra cui l’ottimo Archivio Bolaño.

Secondo alcuni, siamo ad una vera e propria overdose. Per altri è solo metadone, contro le crisi di astinenza.

Amore e morte a vent’anni vissuti a cento all’ora

settembre 24, 2011

roberto bolano

In libreria il romanzo di esordio di Roberto Bolano: storia pulp tra le strade di una Barcellona insanguinata e terrorizzata dai Bonnie and Clyde del XXI secolo

Stefano Giani per “il Giornale

Storia d’amore e di coltello. Coltello per dire sangue. Angel e Ana uccidono con le pistole. Le bombe. Perfino una mitraglietta. Storia di un amore randagio. Di vent’anni buttati al vento. Sull’altare di una vita vissuta a mille all’ora. Per le strade di Barcellona. Uccidendo per soldi. E per sfregio. Per il desiderio di mostrare il volto truce dei vent’anni. Quelli di Ana, donna insofferente agli schemi. E forse anche a se stessa. Sesso, droga e poco rock ‘n roll. Anche se Jim Morrison e la sua musica fanno capolino tra le pagine di Roberto Bolano, autore cult di questo scorcio di XXI secolo, del quale esce in libreria il suo romanzo d’esordio «Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce» (Sellerio, pp. 220, euro 13), scritto a quattro mani con Andoni Garcia Porta. E oggi che Bolano non è più – è morto nel 2003 a soli cinquant’anni – i suoi libri ci lasciano il ritratto di uno scrittore vivace che sa farsi amare con le sue righe a tinte forti.
Angel Rios è un innamorato. Di una musica, quella dei Doors. Di un autore, il Joyce dell’Ulisse. Della penna, quella di uno scrittore in crisi di ispirazione e in cerca di un editore. Della vita vissuta pericolosamente. E soprattutto di una donna, quella Ana, amante criminale e irresistibile, che ama riamata lui e tanti altri allo stesso tempo. Quella di Angel, tuttavia, è un’esistenza selvaggia. Fatta di sogni sfasciati tra mille discussioni colte. Fatta di sogni sfasciati tra spinelli e rivoltelle. Tra sequestri e fughe. Un’esistenza dove il male e le atrocità si mescolano alla più scontata normalità. Dove il cuore di una donna ha un prezzo altissimo. Quello delle imprese criminali che hanno lasciato tracce e orme nel cinema e nell’immaginario. Bonnie e Clyde. «All’ultimo respiro» di Godard. Fughe perenni. Da tutti e da se stessi. Come Ana e Angel. Che finiranno i loro giorni in maniera diversa. Che lasceranno, nelle ultime pagine del libro, immagini differenti. Punizione e riscatto.
La verità è che Bolano non dà consigli nei «Consigli», ma fa rivivere le avventure e le disavventure di molta gioventù di oggi. Al confine. Tra bene e male. Dove il margine è labile. Oscillante. Quasi inesistente. E sorpassarlo è un attimo. E’ un continuo entrare e uscire dalla legalità e dalla normalità. Una storia che piacerebbe a Tarantino. Una storia pulp, dove non ci sono opposti, ma simili che si attraggono e si respingono. Dove il «re lucertola» suona la fine. «The end». Una melodia inquietante. Una colonna sonora che pervade le pagine di due giovani in preda all’autodistruzione. E alla distruzione di quei complessi edipici che occhieggiano nei rapporti di Ana con la madre. E nell’immaginazione di un lettore che cerca forse nel titolo un dialogo impossibile tra il poeta maledetto dei Doors e lo scrittore compassato che diede voce all’Ulisse.

La leggenda buffa dello scrittore ribelle e maledetto

novembre 25, 2009
Non ha fatto in tempo a vedere la propria fama mondiale, è morto a cinquant’anni, nel 2003, e nessuno, lì presso il Circolo Pickwick di Stoccolma, ha mai pensato a dargli un Nobel, anzi cinque anni prima lo hanno dato a Dario Fo, che non ha mai scritto un romanzo.
Ora il cileno Roberto Bolaño ha quel che si merita, meglio tardi che mai e, considerati i tempi della letteratura, neppure così tardi. Negli Stati Uniti, negli anni successivi alla morte, è diventato perfino un bestseller, benché sia stato necessario cucirgli addosso il mito di scrittore ribelle, alcolista e bohémien dalla vita sregolata, «il Kurt Cobain della letteratura latinoamericana». Eppure basterebbe andarsi a leggere i suoi libri per comprendere quanto poco c’entri con la leggenda del ribelle, e quanto abbia ragione il suo amico scrittore Horacio Castellanos Moya; altro che avvicinarlo alla poetica della Beat Generation, Moya lo sapeva, Bolaño è «più vicino a Balzac o Proust», e non esagerava. Andate a comprarvi, per esempio, 2666 (suo capolavoro, insieme a I detective selvaggi edito da Sellerio insieme ad altre opere minori non meno scintillanti), che Adelphi ha appena mandato in libreria in un’attraente edizione economica, mille pagine di un romanzo incredibile e a soli ventidue euro, cioè un universo intero a soli tre euro in più del bicchierino d’acqua di Veltroni. (more…)