Posts Tagged ‘saul bellow’

SAUL BELLOW INEDITO

maggio 23, 2012

Saul Bellow

Satisfiction.me

Nel Natale del 1997 Bellow legge il manoscritto di Ho sposato un comunista, ultimo romanzo di Philip Roth dopo l’acclamato Pastorale americana, che di lì a poco avrebbe vinto il premio Pulitzer. Roth è alle prese con l’ascesa e il fallimento della famiglia americana nel Novecento, e in Ho sposato un comunista affronta gli anni della caccia alle streghe e del maccartismo. Attraverso le voci di Nathan Zuckerman e di un suo vecchio insegnante di liceo, segue le orme dell’ebreo Ira Ringold – alias “Iron” Rinn – da operaio sindacalista a attore radiofonico di successo e quindi a marito e padre, diviso tra una moglie ebrea e antisemita e una figlia gelosa e incontentabile. La famiglia di Ira finirà per distruggersi, inevitabilmente – come quella dello Svedese in Pastorale americana.

Bellow dunque riceve e legge il manoscritto, restandone “insoddisfatto”. Non gli piacciono le somiglianze tra la moglie di Ira e l’ex moglie di Roth, non condivide l’implicita condanna del maccartismo, non capisce perché Roth si sia fissato tanto con un “idiota grande e grosso” come Ira, con “questo testone di ferro”. In sostanza, Bellow non ama niente di Ho sposato un comunista, forse non finisce nemmeno di leggerlo. Dal tono della lettera, sembra persino un po’ stizzito: perché Roth ha scritto un libro del genere?

Bisogna fare qualche premessa al Bellow di quegli anni, però. Nel 1992 è morto il suo caro amico e intellettuale di destra Allan Bloom, e da allora Bellow viene tacciato sempre più spesso di misoginia, di razzismo, di arroganza, di essere un “angry old man”. Le sue dichiarazioni di certo non lo aiutano. Come racconta Guido Fink nella fondamentale edizione dei Meridiani, già nel 1988 Bellow si chiedeva: “Qual è il Tolstoj degli zulù? Chi è il Proust della Papuasia? Mi piacerebbe leggerli.” E la morte di Bloom – che nel 2000 diventerà Abe Ravelstein, protagonista dell’ultimo, grande romanzo bellowiano – non farà che acuire il suo ultraconservatorismo.

Il Bellow di questa lettera legge quindi Ho sposato un comunista in chiave essenzialmente “politica”, e non può fare a meno di stroncarlo. Ma, come scrive affettuosamente a Roth, “non c’è molta gente con cui possa essere così aperto”.

Edoardo Pisani

Caro Philip,

Scusa se sono stato così lento. Janis ha preso per prima il tuo manoscritto e tutto il suo entusiasmo, i suoi apprezzamenti e le sue perplessità mi sono poi state comunicate. Un nuovo libro di Roth è un grande evento, da queste parti. Siamo, per usare i termini della Chicago degli anni venti, tuoi tifosi e seguaci.

Quando è partita in Canada per Natale, a vedere genitori, sorella, fratello e marmocchi, mi ha lasciato Ho sposato un comunista per le vacanze. Leggere il tuo libro mi ha consolato in questa casa vuota. È una gioia poter leggere uno dei tuoi manoscritti – mi dicevo in anticipo –, ma stavolta l’effetto complessivo non è stato soddisfacente. Ero particolarmente consapevole dell’assenza di distanza – non che uno scrittore debba per forza mettere dello spazio tra se stesso e i personaggi, nel suo libro. Ma dovrebbe esserci un certo distacco dalle passioni personali dello scrittore. E qui parla uno che ha commesso lo stesso peccato in Herzog. Eppure ho attraversato il confine troppe volte, per assalire il campo nemico. Dopotutto il mio Herzog era uno sciocco, un intellettuale fallito, in fondo un sentimentale. Nel tuo caso, l’uomo che ci dà Eve e Sylphid è un enragé, un fanatico-sul-serio.

Ma non è questo il difetto maggiore di Ho sposato un comunista. Il lettore, per rispetto al tuo talento, è più che disposto ad andare avanti con te. Ma non sarebbe capace, come non lo sono stato io, di andare avanti con Ira, probabilmente il meno riuscito dei tuoi personaggi. Suppongo che tu non riesca a sopportare Ira più del lettore. E tuttavia rimani fedele a questo testone di ferro – questo idiota grande e grosso, che ti attrae per motivi a me del tutto sconosciuti.

Ora, c’è un vero mistero riguardo ai comunisti occidentali, per limitarmi a quelli. Come hanno potuto accettare Stalin – uno dei tiranni più mostruosi di sempre? Avresti pensato che la divisione tra Hitler e Stalin della Polonia, la sconfitta dei francesi e la conseguente invasione della Russia avrebbero dovuto far riconsiderare ai membri del Partito Comunista le loro fedeltà. Invece no. Quando andai a Parigi nel 1948, scoprii che i maggiori intellettuali francesi (Sartre, Merleau-Ponty, etc) restavano fedeli a Stalin, nonostante il suo mare di sangue. E vabbè, qualsiasi paese, qualsiasi governo, ha il suo mare, o lago, o stagno. Stalin rimaneva ancora “la speranza” – malgrado il chiaro parallelismo con Hitler.

Per farla breve – la ragione: la ragione risiede nell’odio verso il proprio paese. Tra i francesi si trattava del vecchio confronto degli “spiriti liberi”, o artisti, con la borghesia al potere. In America era la lotta contro il maccartismo, la House Committee che indagava sulle sovversioni e via dicendo, il che giustificava la sinistra, i sostenitori di Henry Wallace, eccetera. Il vero nemico era a casa (slogan di Lenin nella prima guerra mondiale). Se ti opponevi al Partito Comunista, stavi con McCarthy, non c’erano altri modi di vederla.

Beh, è stata un’idiozia pessima e grave. Non ci voleva un gran cervello, per vedere cosa fosse lo Stalinismo. Ma i gli attivisti e i militanti rifiutavano di confrontarsi con i semplici fatti, disponibili a tutti.

Basta: obietterai che tutto ciò è riconosciuto in Ho sposato un comunista. Beh, sì e no. Tu ci dici che Ira è un bruto, un assassino. Ma chi altro c’è? Ira e Eve sono al centro del tuo romanzo – e questa coppia, a cosa ammonta?

Uno dei tuoi temi persistenti è la purificazione che si può ottenere solo attraverso la rabbia. Le forze aggressive sono liberatrici, etc. E questo mi sembra un punto di vista legittimo. OK, se i tuoi personaggi sono titani. Ma Eve è semplicemente una donna pietosa, e Sylphid una ragazzina viziata, debole e grassa, con una gobba da bisonte. Questi non sono titani.

Non c’è molta gente con cui possa essere così aperto. Siamo sempre stati schietti fra di noi, e spero che continueremo a esserlo, a dirci entrambi cosa pensiamo. Sarai arrabbiato con me, ma credo che non mi taglierai fuori per sempre.

Sempre tuo,

Saul

Questo testo è l’estratto di un discorso pronunciato da Saul Bellow nel 1988 ed è stato pubblicato per la prima volta sulla New York Review of Books nel 2011

novembre 19, 2011

da “Informazione Corretta

Leggendo le memorie di Lionel Abel, “The Intellectual Follies”, sono rimasto particolarmente colpito da un brano molto interessante nel capitolo dedicato agli ebrei. Durante la guerra, scrive Abel, aveva sentito parlare delle atrocità naziste e dei campi di sterminio nell’Europa orientale, “ma non ebbi la vera consapevolezza di quello che era accaduto fino al 1946, più di un anno dopo la resa tedesca, quando portai mia madre al cinema e vidi un cinegiornale in cui si mostravano i filmati dell’ingresso dell’esercito americano nel campo di concentramento di Buchenwald. Vidi con i miei stessi occhi la scoperta dei mucchi di cadaveri, i corpi emaciati e scheletrici dei prigionieri appena liberati, le forche e le camere a gas dove i nazisti uccidevano in massa le proprie vittime. Non avrei mai più potuto dimenticare quelle immagini, ma altrettanto indelebile fu ciò che mi disse mia madre quando uscimmo dal cinema: ‘Non credo che gli ebrei riusciranno mai a superare questa vergogna’. Non disse nulla sulla vergogna morale per la nazione tedesca… ma soltanto qualcosa su una vergogna ben più che morale, e riguardante gli ebrei. Come riuscirono gli ebrei a superarla? Emigrando in Palestina e creando lo stato di Israele”. Anch’io ebbi modo di vedere i cinegiornali sui campi di concentramento. Ne ricordo in particolare uno in cui si vedevano i bulldozer americani spingere cadaveri nudi verso una fossa comune: dai corpi dilaniati si staccavano membra e teste che ruzzolavano per terra. La mia reazione a queste immagini fu simile a quella della signora Abel: un senso profondamente inquietante di vergogna e di degrado umano, come se, proprio a causa di questi tormenti, gli ebrei avessero perduto il rispetto del resto dell’umanità, tanto da poter essere ora visti come vittime disperate, incapaci di un’onorevole autodifesa e, probabilmente in conseguenza di ciò, oggetto di una comune e istintiva repulsione – insomma, un senso di contaminazione personale e di ripugnanza. Il mondo avrebbe osservato questi cadaveri con una commiserazione che li avrebbe collocati ai margini dell’umanità. “Senza dubbio, l’Olocausto fu una tragedia”, scrive ancora Abel; e, con la tipica debolezza degli scrittori per le categorie letterarie, continua discutendo le teorie sulla tragedia: “Quando pensiamo alla tragedia dobbiamo ricordare che i migliori critici della tragedia in quanto forma d’arte ci hanno detto che alla fine di essa ci deve essere un momento di riconciliazione. Lo spirito umano, offeso dagli eccessi delle atrocità, deve essere riconciliato con la realtà delle cose. Da un male così spaventoso deve uscire un bene; e per gli ebrei questo bene fu riconosciuto soltanto nella fondazione dello stato di Israele. Il frutto dell’Olocausto fu il successo del sionismo”. A margine di questo brano scrissi la seguente nota: “Dobbiamo davvero buttarci in questa cosa?”. Non ero affatto sicuro che fosse il momento di calare il sipario sul Quinto Atto. La lotta continuava. Quel che era certo, però, era che i fondatori dello stato di Israele, grazie alla loro virilità, avevano risollevato il rispetto perduto degli ebrei. Avevano cancellato la maledizione dell’Olocausto, della mortificazione della vittimizzazione, e di questo gli ebrei della Diaspora furono estremamente grati, ripagando Israele con il loro fedele sostegno. Forse una categoria più appropriata della tragedia, se davvero abbiamo bisogno di una categoria, sarebbe l’epica: infatti, secoli e secoli di continuata adesione alle idee ebraiche ci fanno pensare a un lungo e ininterrotto epos, alla dedizione di un popolo a qualcosa di sommamente superiore a se stesso. In Germania la ripresa dell’epica nella forma wagneriana e poi hitleriana può ben essere stata un tentativo di soppiantare l’epica ebraica. Persino il piano di distruggere gli ebrei era di portata epica. La costruzione dello stato di Israele fu un ulteriore capitolo dell’epica ebraica. Probabilmente non conta affatto quale categoria letteraria si scelga, ma dato che sto parlando di ebrei e letteratura, non è forse inappropriato riflettere sulla tragedia e sull’epica, perché ciò che viene messo in luce dalla precedente discussione è proprio il fatto che in questo mondo moderno di abissi e baratri nichilistici gli ebrei, per l’orrore delle loro sofferenze e per la loro reazione a tale sofferenza, non rientrano nel nichilismo prevalente dell’occidente – se desiderano separarsi da questo nichilismo hanno un’alternativa più che legittima. Allo stesso tempo, ho spesso pensato che sarebbe stato davvero un miracolo se gli ebrei non fossero stati portati alla follia dalle esperienze vissute in questo secolo. Rileggo la poesia di Yeats “Why Should Not Old Men Be Mad” e riconosco le provocazioni dei suoi vecchi: un bel giovanotto che diventa un giornalista alcolizzato, una promettente ragazza che fa dei figli con uno zoticone. Sì, sono tragedie private – e non le si devono minimizzare. Ma confrontatele con il progetto di annientamento totale di un antico popolo, provate a pensare cosa significhi il fatto che il vostro essere ebreo vi condanni alla morte, e queste tragedie private vi appariranno come irrilevanti cause di follia. E certe volte riconosco in me stesso, un anziano ebreo, una certa pazzia o un certo estremismo, come se il vaso non riuscisse più a contenere ciò che gli viene versato dentro, e ho l’impressione che le mie pareti mentali stiano frantumandosi. Talvolta mi sembra di vedere, nella politica israeliana, indizi di una razionalità danneggiata dalla memoria dell’Olocausto. E anche se dovessimo accettare la visione catartica di Abel su Israele e considerare la fondazione dello stato israeliano un riuscito Quinto Atto – questo dramma, il dramma della Fondazione, può essersi anche concluso, ma il coinvolgimento degli ebrei nella storia dell’occidente è tutt’altro che terminato. Il capitolo americano di esso è senz’altro ancora aperto. I tempi sono molto cambiati (lo fanno sempre, non è vero?) da quando Karl Shapiro pubblicò il libro “In Defense of Ignorance”. Lo lessi durante gli ottimistici anni Sessanta e il capitolo dedicato agli scrittori ebrei in America mi colpì in modo indelebile. Shapiro sostiene che l’intelligenza creativa degli ebrei è stata per secoli indirizzata su sentieri secondari: “La straordinaria forza intellettuale degli ebrei del nostro tempo raggiunge e tocca ogni cosa di questo mondo tranne la coscienza ebraica”. E ancora: “A bene osservare, ci sono soltanto due paesi al mondo in cui lo scrittore ebreo è libero di creare la propria coscienza: Israele e gli Stati Uniti… L’ebreo europeo è stato sempre un visitatore, un ospite… Ma in America tutti sono dei visitatori. In questa terra di visitatori permanenti, l’ebreo ha la rara possibilità di ‘vivere la vita’ di una piena coscienza ebraica. Gli ebrei vivono un fantastico paradosso storico: siamo gli aborigeni spirituali del mondo moderno”. In altre parole, sostiene Shapiro, l’ebreo americano è riuscito a “sollevarsi dalla coscienza storica fino a raggiungere una piena coscienza ebraica”. Quando invece Shapiro riconosce una somiglianza tra l’umanesimo mistico giudaico e l’umanesimo laico americano, non riesco più a seguirlo. Ma la sua precedente affermazione, ossia che negli Stati Uniti lo scrittore ebreo è libero di creare la propria coscienza, mi sembra estremamente affascinante. Ma, nella costruzione della sua propria coscienza, quali sono i limiti che il nostro scrittore ebreo americano deve prendere in considerazione? Ho parlato prima degli abissi nichilistici del mondo moderno e ho sostenuto che gli ebrei, proprio a causa delle loro spaventose sofferenze e dell’atrocità della Soluzione finale, non sono stati toccati dal nichilismo dell’occidente. Se desiderano staccarsi da questo moderno nichilismo europeo possono legittimamente fare questa scelta. Cosa intendo dire esattamente con queste parole? Sono questioni estremamente difficili. Naturalmente, mi verrà chiesto di definire il termine nichilismo. Che cos’è? Possiamo scegliere tra una molteplicità di definizioni. Per Nietzsche, il nichilismo significa l’abolizione di tutti i parametri e i valori fondamentali finora accettati. Ma questa potrebbe essere una definizione troppo generica per risultare utile. Coglie maggiormente nel segno la tesi secondo cui il nichilismo nega l’esistenza di qualsiasi sé sostanziale e distinto. Questa mancanza di un sé sostanziale rende ogni individuo inutile o insignificante. Se noi siamo insignificanti, cosa importa che accadrà di noi? Ciononostante, chi viene ucciso non deve per forza accettare di essere definito in questo modo dai propri assassini o di vedersi sottratta da essi la propria umanità e la propria vita. L’onere del giudizio ricade sugli assassini, il cui retroterra è nichilistico. Deve essere il paese che ha commesso i crimini ad assumersene la responsabilità e la colpa. Gli uccisi non sono stati invitati a partecipare al Nulla, ma se lo sono visto gettare addosso. Noi siamo liberi di sottrarci (di sottrarre almeno le nostre menti, se non possiamo sottrarre anche i nostri corpi) alle situazioni in cui la nostra umanità, o la mancanza di essa, viene definita da altri anziché da noi stessi. Sono stati i carnefici a decretare che la carneficina era permessa, e che chi era destinato al massacro aveva al massimo un’insignificante diritto all’esistenza fondato sull’indifendibile finzione di una personalità individuale. I teorici dell’eutanasia avevano già da parecchio tempo accettato l’annientamento dei non adatti. Persino moderati Fabiani vegetariani come G. B. Shaw (e ce n’erano molti altri) concordavano sul fatto che una società progressista doveva prendere provvedimenti per sbarazzarsi degli elementi difettosi e imperfetti. Queste riforme socialmente e storicamente “progressiste” furono introdotte in Europa centrale dai nazisti con sistematica rigidità e una sorta di ironia purgatoria nei confronti degli ebrei e di altri popoli ritenuti superflui. E’ appunto questo che mi spinge a parlare di nichilismo. Sarebbe un errore accantonare, in nome della modernità, come cosa insignificante l’antica tendenza a connettere l’ordine spirituale presente nell’universo con le nostre stesse vite. Nella nostra disposizione pragmatica rispetto all’ordinamento sociale non lasciamo alcuno spazio all’influenza delle credenze generali sulle nostre particolari opinioni circa la moralità. Nel suo recente e breve saggio intitolato “Death of the Soul”, il filosofo William Barrett ci offre un’utile discussione sulle conseguenze della scomparsa (anzi, della distruzione del sé. Barrett sottopone a un esame critico la concezione che aveva Heidegger dell’essere umano. In che modo, a giudizio di Heidegger, noi siamo nel mondo? A Heidegger domandiamo: “Chi è l’essere che attraversa tutti questi vari modi di essere? (O, detto in linguaggio più tradizionale: chi è il soggetto, l’Io, che soggiace e persiste attraverso tutti questi molteplici modi del nostro essere?). E qui Heidegger risponde in modo evasivo”: “Non siamo null’altro che un aggregato di modi di essere, e qualsiasi centro organizzativo o unificante che asseriamo di aver trovato è soltanto qualcosa che noi stessi abbiamo forgiato o escogitato”. “Perciò, c’è un buco profondo al centro del nostro essere umano – perlomeno secondo i termini in cui Heidegger descrive questo essere. Di conseguenza, dobbiamo in definitiva riconoscere un carattere desolato e vuoto nel suo pensiero, per quanto possiamo ammirare l’originalità e la novità della sua costruzione”. Poi Barrett domanda: “Come può un essere privo di un centro essere realmente etico?”. Ed ecco la sua conclusione: “Heidegger non può essere accantonato: il quadro desolato e vuoto dell’essere che egli ci fornisce può essere semplicemente la percezione dell’essere che opera in tutta la nostra cultura, e gli siamo debitori per averla riconosciuta e portata in superficie. Per andare oltre Heidegger dovremo passare attraverso questa percezione dell’essere, al fine di raggiungere l’altra sponda”. A questo vorrei aggiungere un’altra considerazione: le questioni che non possono essere risolte con argomentazioni filosofiche rimangono spesso aperte per l’arte, ed è pertanto un errore che gli scrittori accettino il predominio dei filosofi e scrivano poesie, romanzi e commedie per illustrare, confermare ed elaborare i pensieri consegnatici da illustri (e anche non illustri) pensatori (cartesiani, kantiani, hegeliani, bergsoniani, marxisti, freudiani, esistenzialisti, heideggeriani, ecc.). Né i filosofi né gli scienziati sono in grado di spiegare agli artisti in modo conclusivo e definitivo che cosa sia l’essere umano. Ma non dilunghiamoci oltre su tale questione, almeno per il momento. Stavo dicendo prima che il destino degli ebrei, nel Ventesimo secolo, è stato quello di soffrire le crudeltà del pensiero e della politica nichilista. Non ho detto che gli ebrei – i sopravvissuti e i loro discendenti – sono sfuggiti a quel desolato e vuoto quadro dell’essere che, come dice correttamente Barrett “è all’opera in tutta la nostra cultura”. Tutti coloro che vivono nell’occidente, noi compresi, dobbiamo sopportare questa desolazione. Nessuno può sfuggire ai sentimenti che trasmette, alle motivazioni che inculca in noi, alle condizioni umane che il nostro ambiente ci rende familiari, alla forza invasiva di tali condizioni alle quali siamo costretti a sottometterci, all’influenza che esercitano sulla nostra personalità, alle mutilazioni che ci infliggono, alla schiacciante potenza plasmatrice di un nichilismo ormai predominante. Ciò che intendo dire è che anche gli ebrei non possono sottrarsi a queste forze dominanti della desolazione. L’ortodossia ebraica, naturalmente, rivendica la propria immunità da questa condizione generale, ma la maggior parte di noi non condivide questa convinzione ortodossa. Osservati da vicino, anche gli ortodossi appaiono ammaccati da queste ambiguità e dalla violenza che la nostra epoca scatena imparzialmente contro tutti noi. Anche gli israeliani rivendicano la propria immunità, e in un certo senso la minaccia di distruzione cui sono esposti giustifica questo atteggiamento. Ma anch’essi fanno parte dell’occidente civilizzato. Hanno inevitabilmente adottato la visione occidentale, nonché tecnologie e scienze occidentali, armamenti occidentali, sistemi bancari occidentali, forme diplomatiche occidentali. La difesa dello stato sionista ha portato alla creazione di una mini-superpotenza e di conseguenza Israele è in larga misura obbligato a condividere il malessere che tutti noi soffriamo – francesi, italiani, tedeschi, inglesi, americani e russi. Israele viene tenuto sott’occhio dall’occidente, e la stampa e l’opinione pubblica occidentale si sforza di trovare prove della malvagità ebraica e forse il suo obiettivo è proprio quello di coinvolgere gli ebrei nel proprio nichilismo. La creazione dello stato di Israele è stata una risposta alla furia nichilistica dei due potenti stati europei che diedero inizio alla guerra, e alla complicità degli altri stati che non riuscirono, e forse non vollero, proteggere i propri ebrei; e i fondatori di Israele ne erano perfettamente consapevoli Ma il mondo occidentale ora mostra una certa refrattarietà a sanzionare la soluzione israeliana – in altre parole, a lasciare che gli ebrei la facciano franca. Quanto agli ebrei in Francia, Inghilterra e Stati Uniti che rivendicano un posto nella vita comune dei propri rispettivi paesi, essi accettano anche di condividere il disperato senso di non-essere-nell’essere – di fronteggiare il buco profondo che sta al centro del sé, la disperazione che sorge dal cuore moribondo di ogni “società avanzata”. Dopo queste osservazioni sulla concreta situazione degli ebrei e della civiltà dalla quale non possiamo ora essere separati, vorrei tornare all’affermazione che feci nel 1976 e che offese così profondamente l’illustre studioso Gershom Scholem, ossia che io sono uno scrittore americano e un ebreo. Chiaramente, lo fece infuriare il fatto che io mi considerassi innanzitutto uno scrittore. La maggior parte degli americani, vedendo il mio nome, probabilmente pensa: “E’ un ebreo”, e poi aggiunge: “E’ uno che scrive”. Qui le priorità non contano. Ma io non sono un fautore dell’assimilazione. In quanto ebreo, tuttavia, sono già da tempo perfettamente consapevole dell’importanza politica dell’America nella storia mondiale, della straordinaria ospitalità offerta da questo paese a tutti i rami dell’umanità. Ciononostante, sono un ebreo e in quanto tale sono altrettanto consapevole, in forza della stessa storia ebraica, che non posso contare su leggi e istituzioni illuminate per la protezione mia e dei miei discendenti. Osservo con attenzione il presente ebraico e ricordo perfettamente il passato ebraico – non soltanto le sue spesso eroiche sofferenze ma anche la suprema importanza del significato della storia ebraica. Ci rifletto continuamente. Leggo. Cerco di capire cosa possa significare essere un ebreo che non può vivere secondo le regole di comportamento stabilite nel corso di secoli e millenni. Non sono, come si usa dire, un ebreo osservante e dubito che Scholem fosse un perfetto ortodosso. Era, tuttavia, immerso nel misticismo ebraico del Sedicesimo secolo, e studiò approfonditamente la Cabala, per cui appare difficile che fosse privo di un sentimento religioso. Io, al contrario, sono un ebreo americano i cui interessi sono in larga misura, anche se non esclusivamente, di carattere laico. Non c’è alcun modo in cui la mia esperienza di vita americana e moderna possa essere riconciliata con l’ortodossia ebraica. Tanto che i miei antenati, se avessero la possibilità di osservare e giudicare con i propri occhi, mi troverebbero una creatura davvero strana, non meno strana dei concittadini cattolici, protestanti o atei. Tuttavia il loro scandalosamente bizzarro discendente asserisce di essere un ebreo. E naturalmente lo è. Non può essere considerato responsabile per le trasformazioni storiche delle quali è diventato l’improbabile erede. Per gli scrittori che vivono in occidente e particolarmente negli Stati Uniti, è ormai troppo tardi per risolvere le difficoltà di cui ho parlato sopra. Oggi quasi nessuno ne è consapevole. Soltanto raramente gli scrittori mostrano di rendersi conto della grande libertà di cui godono qui. Hanno il privilegio di poter essere sfrenati nella loro distruttività. Con ciò stesso vogliono mostrare che l’America non ha possesso su di loro. Sono estremamente permalosi sul fatto di non essere posseduti. Ma, d’altra parte, nessuno li prende molto sul serio. Per dire le cose più chiaramente, non si ritiene che debbano dare conto delle proprie opinioni. Queste opinioni sono polvere rarefatta: priva di qualsiasi peso. Che cosa significa questo? Si può dire che nel nostro stordimento stiamo annichilendo persino il nichilismo? Gli scrittori ebrei, se desiderano esercitare la propria opzione di rifiuto dell’indole nichilista, possono farlo tranquillamente, ma sarebbe molto meglio per loro – anzi per tutti noi – se non si ergessero a portavoce della coscienza o non cercassero di creare grattacapi al mondo, per così dire, con il loro moralismo. Non ho mai cercato di non essere riconosciuto come ebreo per sfuggire alla discriminazione. Non me ne è mai importato molto, e non ho mai concesso a nessuno la possibilità di discriminarmi – e ora è troppo tardi per preoccuparmi di queste cose. La mia opinione, condivisa da molti, è che non esista soluzione per il problema ebraico. La malvagità contro gli ebrei non cesserà certo in un prossimo futuro, né scomparirà la coscienza di essere un ebreo, dato che il rispetto di sé impone agli ebrei di rimanere fedeli alla propria storia e alla propria cultura, che non è tanto una cultura nel senso moderno del termine quanto piuttosto una fedeltà millenaria alla rivelazione e alla redenzione. Un filosofo le cui opinioni sul tema del giudaismo mi hanno particolarmente influenzato sostiene che gli ebrei moderni per i quali l’antica fede è scomparsa continueranno a stimarla come una nobile illusione. L’assimilazione è un’alternativa impossibile e ripugnante. Ciò che ci rimane è la contemplazione della storia ebraica. “Il popolo ebraico e il suo destino somaggiormente illuno la testimonianza vivente dell’assenza di redenzione”, scrive lo stesso filosofo. E afferma che l’autentico significato del popolo eletto sta proprio nella testimonianza di ciò: “Gli ebrei sono stati scelti per provare l’assenza della redenzione. Si ritiene… che il mondo non sia la creazione del Dio giusto e vivente, il Dio santissimo, e che della mancanza di giustizia e carità siamo responsabili noi stessi, creature peccaminose. Un’illusione? Un sogno? Ma non è mai stato sognato sogno più nobile”. Queste parole non sono incompatibili con l’affermazione di Karl Shapiro, secondo il quale negli Stati Uniti lo scrittore ebreo è libero di crearsi la propria coscienza. E nel processo di tale costruzione troverà necessario contemplare la storia ebraica, cercando di scoprirne il suo più intimo significato. Per un uomo moderno questo è probabilmente ciò che costituisce una vita ebraica. All’inizio di questo discorso ho detto: “La mia prima forma di coscienza è stata quella di un cosmo, e in questo cosmo io ero un ebreo”. Dopo oltre settant’anni di vita, circa cinquanta dei quali trascorsi scrivendo libri, non posso fare nulla di più che descrivere quanto è accaduto, e posso soltanto offrire me stesso come esempio illustrativo. Sarà questa stessa documentazione a mostrare che cosa il Ventesimo secolo abbia fatto di me e che cosa io abbia fatto del Ventesimo secolo.

Questo testo è l’estratto di un discorso pronunciato da Saul Bellow nel 1988 ed è stato pubblicato per la prima volta sulla New York Review of Books nel 2011

novembre 12, 2011

da “Informazione Corretta

Qualche breve parola preliminare sul titolo di questo discorso: si parla di alcuni aspetti della mia storia personale e della sostanzialità della persona che sta dietro a questa storia. Il concetto della sostanzialità di una persona è stato sottoposto dai pensatori modernisti, postmodernisti e postpostmodernisti a un esame critico che ricorda l’indecente uso di effigi da parte degli ingegneri che simulano incidenti automobilistici e collisioni aeree: manichini che vengono dilaniati davanti ai nostri occhi o bruciati dalle fiamme della benzina. Il “problema dell’identità” ha assillato e lacerato l’intelletto moderno. Perciò quale diritto ho io, in considerazione del “nuovo look” prospettato per gli individui da illustri pensatori esistenzialisti, decostruzionisti e nichilisti, di parlare della mia personalità e della mia storia personale? (more…)

Donne, scrittori e libri: i segreti di Mr Bellow

dicembre 27, 2010

Pubblicato l’epistolario del premio Nobel 1976: oltre 700 lettere ad amici e nemici, familiari e colleghi che spiegano la sua opera. Datate tra il 1932 e il 2004 parlano delle sue opere, dei divorzi e degli “errori più comuni”

Aridea Fezzi Price per “Il Giornale

Molti scrittori sono deludenti corrispondenti e molte delle lettere che scrivono hanno solo un rapporto marginale con la loro opera. Non nel caso di Saul Bellow (1915-2005), il premio Nobel per la letteratura nel 1976, indimenticabile autore di Herzog, Le avventure di Augie March, Il mago della pioggia e molti altri capolavori, la cui narrativa scaturiva sempre dalle sue esperienze personali, un’«autobiografia superiore» l’ha definita Martin Amis. Nel 1992 lo scrittore dichiarava in una lettera a Stanley Elkin: «Preferisco pensare alle pagine di narrativa che scrivo come a lettere rivolte alla gente che amo, per la maggior parte degli sconosciuti». (more…)

Un insopportabile stato di frustazione

luglio 13, 2009

imagesSaul Bellow

Più di sessant’anni fa, grazie al mio professore di inglese del liceo, ho imparato a memoria assai lunghi passi della Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Il marinaio, come forse ricorderete, ferma un invitato che sta andando a un matrimonio e letteralmente lo costringe ad ascoltare la sua storia.

L’invitato, offeso, grida:
“Smettila!Via la mano, vecchio pazzo!”
Subito la sua mano lo lasciò.
Egli lo tiene con l’occhio scintillante…

Coleridge ci racconta che il banchetto è cominciato, i musicisti stanno già suonando, la sposa è bella come una rosa, eppure il marinaio non ha intenzione di lasciar andare il proprio ascoltatore:
L’ospite nuziale si batte il petto,
Non ha scelta, può soltanto ascoltare… (more…)