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L’importante è vincere

Mag 26, 2012

Giorgio Fontana per “Il Corriere della Sera

L’intervista a Fabiano Caruana comincia già come una piccola partita a scacchi: apertura e difesa. Quando contatto il padre — suo sostegno morale, primo fan da sempre, e curatore delle relazioni con la stampa — vengo informato che Fabiano è al momento impegnato in un torneo, e sarà disponibile solo dopo un paio di settimane: prima non c’è modo, la concentrazione durante l’attività agonistica è fondamentale. Del resto, come mi spiegherà Caruana stesso in seguito, la sua esistenza è scandita da ritmi molto precisi: come la maggioranza dei colleghi, vive di fatto come un atleta. Perché per diventare un campione di scacchi, il binomio genio e sregolatezza non funziona più (se mai ha funzionato): la concorrenza è agguerrita e oggi più che mai il gioco vive di aspetti altamente professionali.

«Il tempo che trascorro a casa è molto poco», ammette, «dato che sono impegnato per oltre centottanta giorni all’anno in tornei ed esercitazioni. Ad esempio: quest’anno, dal primo gennaio a oggi, sono stato a casa solo quaranta giorni — compresi i viaggi per andare e tornare. Quindi ho davvero poco tempo. Ma quando ne ho, lo uso per riposarmi e recuperare le forze. In una giornata tipo, leggo, faccio esercizi in palestra, guardo un film, seguo i tornei di scacchi e mi tengo informato su Internet». E il tempo libero? «Be’, l’unico tempo libero che ho è quando sono in vacanza, ossia dieci o quindici giorni all’anno. E non è nemmeno sempre così: l’anno scorso non ho fatto vacanze. Quest’anno, invece, andrò a trovare mio fratello e la sua famiglia ad agosto».

Ecco Fabiano Caruana: vent’anni non ancora compiuti, capelli ricci, sorriso timido dietro gli occhiali, nato a Miami il 30 luglio 1992 da mamma lucana e padre italoamericano. E al momento, all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei giocatori di scacchi.

Detto in una parola molto semplice, Caruana è un fenomeno. Per precocità e potenzialità, un talento simile ricorda quello di Bobby Fischer, l’eroe americano che sconfisse Spassky nel 1972 in un match che riproduceva in piccolo tutta la tensione della guerra fredda. E proprio come Fischer, Caruana è cresciuto nel quartiere di Park Slope a Brooklyn, dove ha imparato a giocare all’età di quattro anni. Da allora la sua progressione è stata continua e senza soste, supportata da una famiglia che ha sempre creduto in lui. In un’intervista concessa al sito Chessbase.com nel 2003, il padre di Fabiano disse che per consentire al figlio undicenne di studiare gli scacchi aveva pianificato un budget di circa 50mila dollari all’anno (necessari per pagare i viaggi e soprattutto gli allenatori: in ordine cronologico Bruce Pandolfini, Miron Sher, Boris Zlotnik e Alexander Chernin). Una bella somma, ma a quanto pare Luigi Caruana poteva contare anche sull’aiuto di uno sponsor — che, bisogna ammetterlo, aveva decisamente visto giusto.

A quattordici anni Fabiano è diventato il più giovane in Italia e America a ottenere il titolo di Grande maestro (la massima categoria degli scacchi). In seguito ha ottenuto performance straordinarie al torneo di Corus B del 2009, al campionato italiano del 2010 e a Nuova Delhi nel 2011. Raccogliendo ogni anno un aumento significativo del suo punteggio ELO (il sistema di ranking degli scacchisti, basato sui risultati ottenuti di partita in partita), fino ad arrivare lì, nella top ten. Fra i più forti di tutti. In mezzo, una vita da giramondo — Stati Uniti, Spagna, Ungheria, e infine la Svizzera — e un iter formativo ben poco classico. L’ultimo anno in cui ha frequentato formalmente la scuola è stato il 2004 a Brooklyn, più o meno con il termine delle scuole medie: da allora in poi è stata lamadre, insegnante, a occuparsi di lui tramite libri e corsi online.

Ma il caso di Caruana è interessante anche per un altro motivo: fra i due poli della propria identità ha scelto quello che per molti sarebbe il meno prevedibile. Oggi infatti vive a Lugano ma gioca per i nostri colori: fra i tanti cervelli in fuga, è un cervello rientrato. Un cervello di primissima qualità. «Passare alla Federazione italiana è stata per me una decisione del tutto naturale — racconta — sono cittadino italiano per nascita, i miei genitori sono entrambi di discendenza italiana e io vivo in Europa. Inoltre, proprio nel 2005, mi sono reso conto di avere raggiunto un livello in cui potevo dare un contributo reale allo sviluppo degli scacchi nel nostro Paese, anche a livello internazionale. A questo proposito, gli scacchi stanno attraversando una fase di rapida evoluzione in Italia».

Questa la storia. E quello che giace dietro? Caruana è una figura riservata. Le sue risposte sono nitide, ma anche tanto concise da essere sfuggenti: in generale trasmettono un grande pudore. E certo, a vederlo così, sembra la figura ideale per uno sport tutto fondato sulla logica. Il problema è che il gioco cui Fabiano ha dedicato la sua vita non è soltanto questo. E non è soltanto un gioco.

Sì, visto dal di fuori il mondo delle sessantaquattro caselle può sembrare un semplice passatempo da nerd, o un universo di gelidi calcolatori: ma sotto la superficie crepita il magma incandescente. Anzi, mettiamola così: gli scacchi sono (anche) dramma. Sono dramma perché non c’è altra invenzione umana che nasconda così bene la paura e il desiderio sotto i panni di un gioco: la crudeltà di avere regole tanto precise legate a un’immensa quantità di scelte; il silenzio pervaso da un’ansia fragilissima; la terribile arte del calcolo che coincide quasi con il dono di una razionale profezia (immaginare la posizione cinque o sei o dieci mosse in avanti); e soprattutto la distanza minima che separa la più grande creazione artistica dal totale fallimento, il trionfo dal tonfo — una mossa dimenticata nei meandri di una variante, un attimo di distrazione, un fatale, minuscolo errore.

No, non è solo un gioco.

Certo non è il caso di generalizzare. Gli scacchi possono essere anche un normale passatempo, e possiedono senz’altro un valore pedagogico. Stimolano l’attenzione e la concentrazione, e di recente il Parlamento europeo si è proclamato a favore di un programma «Scacchi a scuola», per introdurre il gioco nell’ambito dell’istruzione.

Eppure c’è sempre qualcosa che non torna, un leitmotiv che rimanda più al cuore che all’intelletto. Non è un caso se il rapporto fra letteratura e scacchi sia sempre percorso dal tema della follia, o dell’isolamento: da Nabokov a Maurensig passando per Stefan Zweig, i giocatori sono quasi sempre condannati a una fine terribile. Del resto i casi reali non mancavano: Wilhelm Steinitz, il primo campione del mondo, morì nel 1900 senza un soldo e malato di mente al Manhattan Hospital di New York. Aleksandr Alekhine, il grande campione russo, condusse un’esistenza segnata dall’alcolismo e morì malinconicamente solo, di fianco a una scacchiera. Il geniale Paul Morphy finì i suoi giorni corroso dalla depressione e stroncato da una sincope.

I pericoli dell’astrazione: come per la logica e la matematica, l’inesauribile bellezza degli scacchi è segnata anche dalla loro immensa complessità: il trionfo della mente sulla materia richiede un prezzo da pagare, e non ha nulla di pacatamente razionale. Anzi, è attraversato da una carica fortissima di adrenalina — di desideri, bisogni, dolore e passione.

Ogni giocatore, quando siede di fronte a un avversario, sente almeno in minima parte il desiderio di distruggerlo, come se fossero i soli due uomini rimasti sulla terra e combattessero per rimanere l’ultimo, per una mera questione di principio.

Così una partita incarna la più netta e primitiva delle distinzioni: bianco contro nero, senza sfumature di sorta, nemici assoluti. (Marcel Duchamp, grande giocatore, chiuse la faccenda definendo gli scacchi «lo sport più violento che esista»).

Eppure, proprio per questo, gli scacchi sono anche splendidamente meritocratici. Durante una partita, la fortuna in senso stretto non conta nulla. Così come a nessuno importa chi sei, da dove vieni, come ti chiami. Certo, nel mondo dei professionisti esistono comunque le lobby e le esclusioni, ma di fondo tutto ciò che ti viene richiesto è di dimostrare la tua forza sconfiggendo chi hai davanti. Questa promessa di equità, in un mondo sottoposto al caso e alla prevaricazione, è molto affascinante: anche un ragazzino può battere un grande campione, se si dimostra più bravo di lui. E a volte può accadere davvero che il ragazzino non smetta di vincere e diventi campione a sua volta. Vedi alla voce «Caruana», appunto.

Ecco, questo è forse l’aspetto più interessante della storia di Fabiano: a differenza di altri bambini prodigio non ha mai sciupato il proprio immenso talento, né è stato mai sopraffatto dalla paura — o dalla solitudine — che un dono del genere poteva recare. Si è evoluto, è cresciuto, e ha mantenuto una promessa coltivata nel tempo. In che modo?

A quanto pare, combinando un solido pragmatismo con la limpida percezione delle proprie capacità: «Sì, devo ammettere che la mia crescita è stata impressionante», spiega: «Oggi sono il più giovane nella top ten mondiale. Ma questo non mi spaventa. Non è un risultato ottenuto dal niente. Ho lavorato sodo per arrivare fin qui, dedicando tutte le mie energie a perseguire un unico obiettivo: diventare un giocatore di livello mondiale. A spaventarmi sarebbe invece la mancanza di progressi: sinceramente, non credo che potrei impegnarmi più di così né inventarmi niente di diverso da quello che faccio ogni giorno. Penso che il mio gioco continuerà a migliorare e, quindi, anche la mia posizione in classifica».

La stessa serenità permea il suo rapporto con i maestri del passato: «Ho un grande rispetto verso di loro, e ho studiato i loro scritti e le loro partite. Ma trovo in me stesso la mia personale fonte d’ispirazione», ammette senza falsa modestia. Ma di nuovo, questa constatazione non deve ingannare. Così come non deve ingannare il mondo apparentemente un po’ freddo dello scacchismo professionale, popolato solo a prima vista da ieratici «maestri dell’intelletto». Per raggiungere simili vette ci vuole qualcosa di più che l’allenamento o lo studio, e persino qualcosa di più che una capacità innata: ci vuole devozione.

Scriveva Zweig nella sua celebre Novella degli scacchi: «Non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco? Non è anche una scienza, un’arte, oscillante fra queste due categorie come la bara di Maometto fra cielo e terra, straordinario legame fra tutte le coppie di opposti?».

La domanda va rilanciata: come bilanciare oggi tutte queste esigenze? Come tenere sospesa in aria la «bara di Maometto» di cui parlava Stefan Zweig, rimanendo un professionista del XXI secolo (che deve ottenere risultati per guadagnarsi da vivere), ma anche un artista e forse persino uno scienziato?

La risposta di Caruana può sembrare elementare, ma in realtà lancia un ponte verso il bimbo che voleva diventare campione con tutte le proprie forze, e vendica il più grande dei sogni nel nome della medesima, irredenta passione. Quando si siede alla scacchiera, dice, «il mio obiettivo è vincere a ogni costo, non mi interessa altro. Ma durante una partita non penso al risultato. Mi concentro su quello che accade di fronte a me sulla scacchiera, passo dopo passo: faccio grande affidamento sul mio intuito e mi lascio assorbire completamente dal gioco. Condivido il fatto che gli scacchi siano un’arte, che abbiano importanti risvolti psicologici e che siano una lotta per la vittoria. Da parte mia, cerco di tenere in equilibrio tutti questi aspetti, cercando di trovare il gioco migliore possibile. E il gioco migliore è quello che punta a vincere. È questo che faccio», insiste, con disarmante semplicità. «Gioco per vincere».

Come chiunque, in fondo. Con la stessa determinazione. Perché no, non è solo un gioco: non lo è mai stato.

Partite a scacchi

novembre 29, 2011

Mauro Covacich per “Il Corriere della Sera

La scacchiera è un’arma carica in salotto. Di solito chi non gioca la ritiene un soprammobile elegante in grado di offrire un passatempo a chi è così barboso da preferire il silenzio alla festa che folleggia intorno a lui. Succede anche che una signora si avvicini ai due giocatori per offrire un altro whisky o accarezzare una spalla in attesa di incrociare un sorriso, uno sguardo rilassato. Nessuno sente l’odore del napalm, l’inferno scatenatosi nei cervelli di quei due buontemponi. Solo i bambini, grazie alla loro genuina propensione alla crudeltà, intuiscono lo spirito guerresco di tutti quei pezzi schierati – cavalieri, arcieri, fanti, regine e re arroccati in un castello – e se ne appassionano rapidamente.

Accanto a questa indiscutibile natura violenta, ancora più temibile proprio per la parvenza civile e pacata dietro cui si nasconde, il gioco degli scacchi vanta anche un altrettanto immediata suggestione metafisica: un reticolo quadrato di sessantaquattro posizioni che sembra sovrintendere «more geometrico» agli infiniti destini dell’uomo. Il cosmo retto dal sistema matematico di una ragione impersonale, priva di scopi che non siano il semplice rispetto delle sue regole procedurali. Una struttura formale che a ogni partita genera nuovimondi possibili, come Le città invisibili di Italo Calvino, come le molteplici varianti della vita esemplificate nel dramma Biografia di Max Frisch. Sono questi i due caratteri prevalenti nel codice genetico degli scacchi – violenza e metafisica, guerra e cosmogonia – ed è sempre sull’uno o sull’altro, alternativamente, che la letteratura ha puntato il suo microscopio.

Carroll, Attraverso lo specchio
A monte di Calvino e Frisch, e di ogni altra visione deduttivo-combinatoria, si colloca questo racconto di Lewis Carroll, il prete matematico sinistramente attratto dalle bambine che inventò il personaggio di Alice e il suo universo parallelo. Anche in Attraverso lo specchio viene sfondata la parete che separa la realtà dalla fantasia, ma ciò accade giocando a scacchi. Nella noia di un pomeriggio nevoso Alice cerca di insegnare il gioco alla sua gatta Kitty. In breve le due si infilano nel mondo riflesso nello specchio, uno specchio diventato garza sottile e poi pura e semplice foschia nella febbrile autosuggestione della bambina. Il racconto si sviluppa nella sequenza mirabolante di filastrocche e giochi linguistici che ne hanno fatto la sfida di ogni traduttore, nonché il modello degli sperimentalismi più arditi (su tutti, ilFinnegans wake di Joyce), ma qui interessa la struttura che lo sostiene: i singoli avvenimenti della storia seguono le mosse di una partita illustrata sul frontespizio. Come nei testi teatrali, i personaggi vengono presentati in colonna, in relazione al ruolo che ricoprono: l’ostrica, il ventaglio, la margherita sono pedoni; l’unicorno, la pecora e il vecchio sono pezzi. La trama è di fatto svelata in anticipo attraverso l’anomala sinossi del diagramma delle mosse, al punto che è possibile leggere il racconto limitandosi alla prima pagina, ovvero cogliendo da lì l’intero sviluppo fino al gran finale: «La regina bianca va in A6 (zuppa). Alice mangia la regina e vince».

Zweig, Novella degli scacchi
«Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco»? Si domanda l’alter ego dell’autore, mentre assiste a uno scontro che rivelerà tutta la forza ammaliatrice e il potenziale distruttivo della scacchiera, riverberando note drammaticamente autobiografiche (Stefan Zweig scrive questo racconto pochi giorni prima di suicidarsi, dopo essersi rifugiato in Brasile per evitare la persecuzione del Terzo Reich). Qui la concezione matematica di Carroll cede il passo a quella storia del duello, della sfida finale. Il Dottor B spiega al testimone-narratore perché è così terrorizzato all’idea di concedere la rivincita al campione Czentovic: ha imparato a giocare da un manuale, resistendo così alla tortura dell’isolamento a cui lo avevano sottoposto i nazisti. Negli scacchi ha trovato conforto, ma anche il ciglio più esposto sul baratro della follia. «Giocare da soli, a memoria, è come tentare di saltare la propria ombra», dice il Dottor B, il quale teme ora che cimentarsi con una persona in carne e ossa possa risucchiarlo nelle spirali autistiche da cui il rapporto con l’altro, secondo le aspettative degli astanti, dovrebbe al contrario allontanarlo. Il rischio di andare nel pallone è alto. L’errore è lì dietro l’angolo, pronto a far crollare il dilettante come il più ferrato dei giocatori.

Maurensig, La variante di Lüneburg
Sulla falsariga del racconto di Zweig si snoda anche il romanzo di Paolo Maurensig, con una «variante» che accentuerà il pathos della vicenda, arricchendola inoltre di un risvolto morale. Anche Tabori, come il Dottor B, è stato prigioniero in un Lager, ma il suo equilibrio mentale non era minacciato dalle partite di solitario quanto dalle sfide a cui lo costringeva il più perverso degli aguzzini, sfide la cui posta in gioco era la vita di altri prigionieri. Ecco allora quanto risulti sibillina la spiegazione della variante inserita in un dialogo all’inizio del romanzo: «Questa deve potersi mantenere il più possibile dinamica e non deve ridursi a quella staticità che le ha imposto lei. Mira essenzialmente alla promozione del pedone – è quella in sostanza la minaccia che comporta -, e l’iniziale sacrificio di cavallo non può restare infruttuoso, altrimenti si entra in un finale perduto». Tabori ha fatto morire molti suoi compagni prima che gli venisse svelata la posta in gioco, ora deve impedire che quei sacrifici siano infruttuosi.

Nabokov, La difesa di Luzin
È la lettura obbligata di chi ama gli scacchi, o amerebbe amarli. Vita e opere di un giocatore geniale. Il funzionamento diabolico della sua mente, la forza di astrazione di questo gioco. Luzin viene invitato a cena da un profugo russo come lui, ma completamente a digiuno di scacchi. «”Il bianco: re C3, torre A1, cavallo D5, pedoni B3 e C4. Il nero…”. “Roba complicata, gli scacchi” intervenne il signore balzando in piedi a molla e cercando di arginare il torrente di numeri e lettere che avevano in qualche modo a che vedere col nero”. “Supponiamo ora – disse Luzin serio – che il nero decida la miglior mossa possibile in questa posizione: da E6 a G5. A questo rispondo con la seguente mossa tranquilla…”. Luzin socchiuse gli occhi e quasi in un sussurro, increspando le labbra come per un bacio guardingo, emise non verbo, non il semplice accenno a una mossa, ma qualcosa di tenerissimo e infinitamente fragile. E sul suo volto era la stessa espressione, l’espressione di chi con un soffio faccia volare via una piuma dal volto di un bebè, quando il giorno seguente diede corpo alla mossa sulla scacchiera. L’ungherese, giallo dopo una notte insonne durante la quale era riuscito a passare in rassegna tutte le varianti (che si risolvevano comunque in pareggio), ma gli era sfuggita proprio quell’unica combinazione celata, cadde in profonda meditazione sopra la scacchiera, mentre lui, con uno schizzinoso colpetto di tosse, annotava amorevolmente la propria mossa su un foglio di carta».

Boito, L’alfier nero
Guerra e cosmogonia convergono forse una sola volta, e lo fanno nella straripante facondia di Arrigo Boito. Qui l’inferno personale del giocatore – la psicologia che sottende ogni mossa del bianco Anderssen e del «negro» Tom – trascende nella rappresentazione di un gioco che è prima di tutto allegoria dell’eterno conflitto tra Bene e Male, ovvero dell’equilibrio precario dentro il quale gravita il nostro povero mondo sublunare. «La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così quei pezzi d’avorio, non giuocava ad un giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile in ciò che circoscriveva l’inimico ad un ristrettissimo campo d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che s’avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile». Eppure, indovinate un po’ chi vinse? Una volta che le frecce degli arcieri superano la difesa nemica è difficile evitare lo spargimento di sangue.

Il più grande scacchista del mondo

Mag 13, 2010

La sfida si è trasformata in una maratona alla scacchiera per decretare il vincitore. Di mezzo ci è finita anche la nube vulcanica, obbligando Anand a 40 ore di viaggio in auto

Chissà a che cosa pensava il campione di scacchi Viswanathan Anand mentre sfrecciava in auto da Francoforte verso Sofia. Quaranta ore di macchina obbligate dall’immancabile nube, quasi fantozziana, del vulcano islandese che aveva paralizzato i cieli di mezza Europa. Forse Anand rifletteva sulle mosse da fare sulla scacchiera per non dare scampo al bulgaro Veselin Topalov, il suo avversario, che lo aspettava a Sofia per la sfida.

Il quarantenne indiano sarebbe dovuto arrivare a Sofia una settimana prima della finale del campionato del mondo di scacchi, ma il viaggio poco fortunato ha fatto sì che arrivasse a un solo giorno dall’inizio della competizione. A poco sono servite le richieste per rimandare di tre giorni l’inizio dello scontro programmato per il 23 aprile: impassibile, la giuria gli ha concesso un solo giorno di recupero. (more…)

I duellanti Kasparov-Karpov e la partita che non vuole finire

settembre 21, 2009
att_jpgSe gli scacchi siano un’invenzione di Dio o del demonio, lo discutevano già i Papi nel medioevo, senza che nessuno sull’argomento sia arrivato a offrire una risposta di fede. Che siano invece lo sport più violento che esista, più violento e pericoloso della boxe, più fulmineo nella sua risoluzione di una gara di cento metri piani e più massacrante nella sua durata di una maratona, non si sa esattamente chi l’abbia detto. Ma tutti sanno che è vero. Tutti sanno che sopra, attorno, dentro quelle sessantaquattro caselle bianche come la vita e nere come la morte c’è l’intero spettro delle passioni che l’essere umano nella sua esistenza, dall’estasi al terrore. L’estasi della vittoria, il terrore della sconfitta. E la partita è la vita. (more…)