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Fede e scienza dentro il tunnel

gennaio 27, 2012

Bosone di Higgs

Paolo Viana per “Avvenire

Peter Higgs, che ha “inventato” l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino “la particella di Dio”, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’universo, molto parla del Creatore. A maggior ragione da quando il centro europeo di ricerca nucleare è diventato la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto.

«Per tanto tempo, la Chiesa è stata alma mater della scienza – raccontava il cardinale Camillo Ruini uscendo dal tunnel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è registrato un grave ritardo, ma nel contrapporre scienza e fede c’è stata una forzatura, sottolineando le distanze e non le sinergie». Se si considera che il sincrotrone di 27 chilometri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica delle particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo “esplorativo” di una certa importanza.

E suggestivo: «In questi grandi laboratori – ha commentato monsignor Ignazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’esperienza di tanti giovani di tante nazionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commovente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso segno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e questo ci dice che i ragazzi hanno ancora il senso del rischio legato alla passione per il sapere.

Dobbiamo incontrarli dove vivono i loro interessi». Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il “fluido perfetto” e rilevatori in grado di scattare ad ogni secondo milioni di fotografie alle particelle elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsignor Fiorenzo Facchini e il demografo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicologia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il direttore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturalismo, interrogandone la struttura ancipite.

A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fondazione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ultimo nato è il centro Idra pediatrico): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusivamente attraverso il dato naturale, relegando l’uomo in un ruolo marginale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’essere la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione umana che è abitata dal libero arbitrio e dall’anima.

Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra società è imbevuta di questo naturalismo che afferma che tutto è solo natura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal». Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta discutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di liber naturae e di liber scripturae – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconoscere la presenza di Dio dal creato».

Il porporato ha parlato anche di un “ripensamento” teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risultati che queste scienze ci danno; diversamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta facile», giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione diversa. Tommaso d’Aquino introdusse il concetto di media via per risolvere la grande questione del rapporto tra il cristianesimo e il pensiero aristotelico. Tommaso è ancora attuale. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza umana, come mi insegnava Bernard Lonergan».

A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».

E alla fine sarà il Logos

gennaio 9, 2012
Andrea Vaccaro per “Avvenire
Alla fine sarà il Logos. Sta irrobustendosi, nella cultura contemporanea, una tendenza scientifico-filosofica, di matrice dichiaratamente non-cristiana, che non esita a parlare di Dio. Una visione dai tratti panteisti o, più propriamente, panenteisti (Dio non coincide con l’Universo, ma l’Universo è parte di Dio), che si colloca in un’ampia riflessione non tanto sull’origine del cosmo, quanto sul suo immanente sviluppo e destino.Ed è quasi come se quel Dio «cacciato» dal ruolo di Origine, che l’umanità gli aveva tradizionalmente attribuito («In principio Dio creò il Cielo e la Terra»), «rientrasse» con il nuovo ruolo di Compimento. Un Dio più omega che alfa, dunque, più ricapitolatore che fonte, più reditus che exitus.

Le attestazioni sono molteplici, anche in opere recentemente tradotte in Italia. Spesso si parte da tutt’altro genere di considerazioni e poi, inaspettatamente, sfogliando le ultime pagine, ecco che l’idea ritorna. In La Singolarità è vicina (Apogeo, 2008), Ray Kurzweil, uno dei maggiori teorici delle scienze applicate, dopo un grandioso affresco sullo stato e le tendenze di genetica, informatica e nanotecnologie, prosegue idealmente il suo grafico oltre le coordinate del tempo presente: «L’evoluzione va nella direzione di una maggior complessità, di maggior eleganza, conoscenza, intelligenza, bellezza, creatività e livelli più alti di attributi fini come l’amore. In ogni tradizione monoteista, Dio viene analogamente descritto con tutte queste qualità tese all’infinito… L’evoluzione procede inesorabilmente verso questa concezione di Dio, anche se non raggiunge mai esattamente questo ideale.

Dunque, possiamo pensare che il liberarsi del nostro pensiero dalle gravi limitazioni della sua forma biologica sia sostanzialmente un’impresa spirituale». Un percorso assai simile è tratteggiato da Kevin Kelly, una delle firme prestigiose della divulgazione scientifica americana, in Quello che vuole la tecnologia (Codice, 2011). Kelly usa il termine «tecnologia» nell’accezione larga dell’etimo «techne», per cui i suoi confini vengono a coincidere con tutto ciò che è introdotto nel mondo dall’essere umano: «la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere».

Tale cosmo di artefatti a firma umana – osserva Kelly – è come se adesso assumesse autonomia e tendesse per «inevitabilità strutturale» verso una direzione precisa, dove la casualità dell’ortodossia darwiniana è sostituita dai meccanismi dell’auto-organizzazione, imperativi di sviluppo che comparirebbero di nuovo, anche «se il nastro della vita venisse riavvolto». Ebbene, conclude Kelly, «se esiste un Dio, è precisamente il traguardo a cui punta tale traiettoria». Pur prendendo espressamente le distanze dal panteismo, Kelly finisce per parlare di «una forza impressa nel tessuto della materia e dell’energia» e, nelle pagine conclusive, chiama in gioco quella teologia del processo di J.B. Cobb jr. e D.R. Griffin nei cui confronti, complessivamente, sembra ben disposto. Un approccio frontale al tema è poi proposto da Stuart Kauffman, membro dello storico Istituto di Santa Fe, con il suoReinventare il sacro (Codice, 2010), introdotto da una dichiarazione d’intenti senza infingimenti: «Presenterò una nuova concezione di Dio – un Dio calato profondamente nella natura – e del senso del sacro, che fonderò su una nuova ed emergente visione scientifica del mondo».

La nuova visione scientifica è basata sul riconoscimento della «inadeguatezza del riduzionismo» e sull’affermarsi della «concezione emergentista», secondo cui la biologia e l’evoluzione non possono essere spiegate esaurientemente dalle sole leggi della fisica. Al loro posto, o meglio accanto ad esse, sta «una meravigliosa creatività naturale… e Dio è il nome da noi scelto per questa incessante creatività dell’universo naturale, della biosfera e delle culture umane». Kauffman rafforza la propria posizione con un elenco di nomi eccellenti della scienza della complessità che gli sono compagni lungo questo viaggio intellettuale – Phil Anderson, Robert Laughlin, Leonard Susskind… – e osserva come tale prospettiva offra il vantaggio di «schiudere agli umanisti laici la legittimità della loro spiritualità».

L’inaspettato accorciarsi del tempo tra una scoperta notevole e l’altra ed una rinnovata consapevolezza intorno alle potenzialità dell’essere umano nel destino del mondo – che non sono più, fortunatamente, solo potenzialità distruttive – alimentano, così, riflessioni intense sul senso della storia. E per itinerari di simile guisa, l’approdo è frequentemente costituito dalla nozione di Dio. Una nozione di Dio certamente sui generis, che evita quasi totalmente i concetti di «persona» e di «sostanza» e rimarca soprattutto l’aspetto di spinta interna al cosmo, razionale e diretta a uno scopo. «Quasi Dio» o «abbastanza Dio», si potrebbe dire, mutuando il titolo (God Enough che Steve Paulson ha dato alla sua conversazione tra scienza e fede con Kauffman comparsa su Atom & Eden.

Il dato forse più interessante di questa convergenza di idee sta nel nuovo rapporto concettuale che si viene ad instaurare tra fede e freccia dell’evoluzione. Il plurisecolare dibattito sullo «scoccare» di tale freccia ha sollevato interminabili contese – talvolta anche inappropriate, come la pseudo-opposizione tra i concetti di «creazione» ed «evoluzione», in linea teorica del tutto compatibili -, mentre l’attuale disquisire sulla «direzione» della freccia medesima sembra inclinare verso una ricomposizione. Con molte differenze, certo, ma, almeno, con un nucleo condiviso.

Quasi a confermare quanto il teologo Ian Barbour della Unity Church ebbe a dichiarare al momento di ricevere il premio Templeton: «L’evoluzione è l’idea più importante introdotta dalla scienza nel mondo moderno e i teologi non hanno ancora colto tutte le implicazioni di quest’idea, soprattutto a riguardo della natura umana, della creazione e della relazione Dio-mondo». E a segnare il rinnovato clima tra scienza e fede, all’apertura del teologo fa da pendant la suggestione dello scienziato. Nella fattispecie il fisico teorico Freeman Dyson che, muovendo dall’alveo delle considerazioni dei colleghi sopra tratteggiate, può consequenzialmente affermare come «sia giunto ormai il tempo di fare della escatologia una disciplina scientifica rispettabile».

I «talenti» della scienza

agosto 11, 2011

Luigi Dell’Aglio per “Avvenire

«Le domande scientifiche debbono ricevere risposte scientifiche. E le domande di contenuto teologico debbono avere risposte teologiche. La scienza non può provare che Dio non esiste. E la religione non può occuparsi della natura nei particolari, né della storia del mondo fisico». John Polkinghorne dimostra con la sua testimonianza personale (è fisico-matematico e prete della Chiesa d’Inghilterra) la possibilità di convivenza tra scienza e religione. Il conflitto può scoppiare, spiega, se e quando «una delle due tenta di invadere il campo dell’altra, violandone il legittimo dominio». Le sue asserzioni folgoranti sono conosciute in tutto il mondo e la domanda che gli viene rivolta più spesso riguarda proprio la scelta da lui compiuta a 47 anni (ora ne ha ottantuno) di lasciare la ben remunerata cattedra a Cambridge e una brillante carriera scientifica (ha dato un contributo non secondario alla scoperta dei quark) per diventare studente di teologia e fare il sacerdote in una parrocchia operaia di Bristol. Lui spiega che unire scienza e fede non è un ossimoro, una contraddizione in termini «come essere un macellaio-vegetariano». Nel 2002 ha ottenuto il Premio Templeton perché ha provato che la fisica e la fede permettono di esplorare «con due occhi» la realtà. Interverrà al Meeting di Rimini, la mattina del 24 agosto trattando il tema della certezza nella scienza.

Professore, sono sempre affidabili le certezze della scienza?
«La scienza fornisce all’umanità molte intuizioni e conoscenze significative e ben motivate. È perfettamente razionale e accettabile affidarsi a esse. Certo non ci danno la certezza assoluta. Un importante controllo e riesame può essere richiesto quando la conoscenza cresce notevolmente, come accade nel passaggio dalla fisica newtoniana alla teoria dei quanti e alla relatività». (more…)

1911-2011: l’Italia della scienza negata

aprile 18, 2011

Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore

Immaginate di vivere in un paese in cui l’egemonia culturale è dettata dallo spirito di un uomo che non eccelle solo nel proprio ambito, la matematica, ma è dotato anche di una visione generale, storica, critica, dei diversi saperi scientifici; e che ama ricollocarli, nel loro continuo intrecciarsi e progredire, entro una visione unitaria del sapere. Un uomo che, senza disdegnare le discipline umanistiche, è ben consapevole di quanto la scienza abbia contribuito, e potrà in futuro contribuire, alla crescita dell’industria, dell’istruzione generale, del vivere civile. (more…)

Fatti e valori della conoscenza

gennaio 10, 2011

Hilary Putnam da “Il Sole 24 Ore”

Qual è il rapporto della filosofia con la scienza? La risposta a questa domanda è resa problematica da alcune idee erronee, molto diffuse sia a livello filosofico sia a quello del senso comune: un esempio è l’idea secondo cui chi fa scienza applicherebbe una sorta di “algoritmo”. Nessuno scienziato, però, la pensa così. In realtà la ricerca scientifica presuppone – anche se spesso solo implicitamente – giudizi di ragionevolezza che possono essere oggettivi e manifestano le proprietà tipiche dei giudizi di valore. Avevano insomma ragione i maestri del pragmatismo quando sostenevano che «la conoscenza dei fatti presuppone la conoscenza dei valori». Questa osservazione è però stata largamente ignorata dalla storia della filosofia della scienza dell’ultimo mezzo secolo. Così, pur di non mettere in questione il vecchio dogma – l’ultimo dogma dell’empirismo? – secondo cui i fatti sono oggettivi e i valori soggettivi e non possono mai mescolarsi, sono state proposte le ipotesi più bizzarre: Popper ha sostenuto che la scienza presuppone solo la logica deduttiva, Reichenbach ha tentato di fondare deduttivamente l’induzione, Carnap ha preteso di ricondurre la scienza a un algoritmo e Quine ha sostenuto che le teorie scientifiche vengono scelte in base a misteriosi «condizionali osservativi veri» o, alternativamente, secondo modalità che andrebbero studiate dalla psicologia. (more…)

La forza debole della scienza

novembre 15, 2010

Sergio Luzzatto per “Il Sole 24 Ore

«La Repubblica non ha bisogno di scienziati». Si racconta che fu questa – nella Parigi del Terrore – la replica di un giudice del tribunale rivoluzionario alla domanda dell’imputato Antoine Lavoisier: il chimico più illustre del suo tempo, che aveva pregato i magistrati di rinviare la sua condanna a morte come ex ministro di Luigi XVI per dargli modo di perfezionare, dal carcere, le misure del nuovo sistema metrico decimale. Già, la Repubblica di Robespierre non aveva bisogno di quel genio, il padre della chimica moderna, che ai fantasmi del flogisto aveva sostituito la legge sulla conservazione della massa e che aveva battezzato l’ossigeno, l’idrogeno, l’azoto… Il processo davanti al tribunale rivoluzionario durò meno di ventiquattr’ore. Il pomeriggio dell’8 maggio 1794 Lavoisier salì i gradini del patibolo, offrendo la sua bella testa di cinquantenne alla lama della ghigliottina.

Oltre due secoli più tardi, la Repubblica italiana ha bisogno di scienziati? Si direbbe proprio di no. Nel 2008, la quota del Pil investita in ricerca ammontava per l’Italia all’1,09%, contro il 4,53 di Israele e il 3,73 della Svezia, ma ben lontano anche dal 2,11 della Francia o dal 1,78 della Gran Bretagna. Più impressionante ancora il dato relativo alla percentuale di ricercatori ogni mille occupati: 3,38 per l’Italia, contro l’11,05 del Giappone e l’8,15 della Francia, ma anche contro il 4,28 della Grecia (nell’area Ocde, fa peggio di noi soltanto la Turchia). Quanto al corpo docente del l’università italiana, è il più anziano fra tutti quelli dei paesi Ocse. Fino al caso estremo dei fisici: con un 2% di docenti sotto i 40 anni, mentre il 48% ha più di 60 anni e il 30% ne ha più di 65. (more…)

APPRENDISTI STREGONI

luglio 29, 2010

Giorgio Israel per “Il Giornale

«Quando giunsi all’Institute of Advanced Study di Princeton – raccontava nel 1964 il premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi – speravo che gomito a gomito con quei grandi scienziati atomisti e matematici avrei appreso qualcosa sulla “vita”. Appena dissi loro che in ogni sistema vivente vi sono più di due elettroni, i fisici smisero di parlarmi. Con tutti i loro calcolatori, non potevano neppure dire cosa avrebbe fatto il terzo elettrone».
Szent-Györgyi non faceva che descrivere in modo sarcastico la consapevolezza dei fisico-matematici dei limiti di previsione della loro disciplina. Fin dalla fine dell’Ottocento è noto che in meccanica classica non si può prevedere in modo esatto la dinamica del moto di più di due corpi celesti. Non solo. Per fare questa previsione occorre conoscere i dati che definiscono lo stato iniziale del sistema. Ma può accadere che una perturbazione anche minima di quei dati conduca a prevedere un’evoluzione completamente diversa e, siccome la determinazione dei dati è inevitabilmente soggetta a errori, la previsione sul medio-lungo periodo è inattendibile. Poi ci si è resi conto che anche i modelli matematici usati per prevedere i fenomeni atmosferici sono soggetti a questa «patologia», il che spiega come mai le previsioni meteorologiche sul medio e lungo periodo siano inattendibili. Ma anche nel caso del sistema solare si è calcolato che oltre i 100mila anni le previsioni perdono valore. (more…)

Tra dogmatismo e fallibilismo

giugno 11, 2010

Quando la scienza si arrocca su un certo paradigma, magari per difendere posizioni di potere acquisite, escludendo come pazzo o eretico chi lo contesta, si comporta in modo dogmatico

Nell’articolo:Borges ha scritto la novella “Funes el memorioso” dove racconta di un personaggio che ricorda tutto, ogni foglia che ha visto su ogni albero, ogni parola che ha udito nel corso della sua vita, ogni refolo di vento che ha avvertito, ogni sapore che ha assaporato, ogni frase che ha letto”

Umbero Eco per “L’Espresso

Sul “Corriere della sera” di domenica scorsa Angelo Panebianco scriveva sui possibili dogmatismi della scienza. Sono fondamentalmente d’accordo con lui e vorrei solo mettere in evidenza un altro aspetto della questione.
Dice in sintesi Panebianco che la scienza è per definizione antidogmatica, perché sa di procedere per tentativi ed errori e perché (aggiungerei con Peirce, che ha ispirato Popper) il suo principio implicito è quello del “fallibilismo”, per cui sta sempre all’erta nel correggere i propri sbagli. Essa diventa dogmatica nelle sue fatali semplificazioni giornalistiche, che trasformano in scoperta miracolistica e verità assodata quelle che erano solo caute ipotesi di ricerca. Ma rischia anche di diventare dogmatica quando accetta un criterio inevitabile, e cioè che la cultura di un’epoca sia dominata da un “paradigma“, come non solo quelli darwiniano o einsteiniano, ma anche quello copernicano, a cui ogni scienziato si attiene proprio per espungere le follie di chi si muove al di fuori di esso, compresi i matti che ancora sostengono che il sole gira intorno alla terra. Come la mettiamo col fatto che l’innovazione avviene proprio quando qualcuno riesce a mettere in questione il paradigma dominante? Quando la scienza si arrocca su un certo paradigma, magari per difendere posizioni di potere acquisite, escludendo come pazzo o eretico chi lo contesta, non si comporta in modo dogmatico? (more…)

LA NATURA DELLA LEGGE

febbraio 6, 2010

Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo viene stabilita la possibilità di giungere alla conoscenza oggettiva della realtà. Un cambiamento di paradigma che investe il diritto. Da allora la ricerca della verità della pena discende dall’applicazione di un rigoroso metodo scientifico

La mentalità dominante, che si riflette nel diritto, invoca lo scienziato per ottenere certezza. Per esempio, sarà lo scienziato a dire al giudice, a seguito di una perizia, se determinate strutture di protezione possano essere sufficienti per evitare una perdita radioattiva. Il suo ruolo processuale, in casi di notevole complessità come nell’ipotesi di catastrofi, può essere chiave. Il giudice «sa di non sapere» e si rivolge allo scienziato per sapere con certezza ciò che non sa. Nel sistema statunitense, dove la verità processuale scaturisce da un conflitto fra opposte verità partigiane (il tanto ammirato sistema adversary) è raro che il giudice ricorra ad un proprio scienziato di fiducia come invece avviene nei sistemi europei continentali più propensi alla ricerca di una verità «oggettiva».
Negli Stati Uniti sono gli avvocati delle parti a farsi assistere da uno scienziato per suffragare le loro affermazioni. Ovviamente, poiché gli scienziati sono pagati dalle parti contrapposte per suffragare una verità partigiana, anche la scienza dimostra la propria partigianeria. Ma l’incrollabile fede del diritto moderno nella verità scientifica non viene meno: lo scontro fra opposte verità scientifiche viene soggettivizzato. Non si tratta di prendere atto di due verità in conflitto ma di comparare la credibilità ed il prestigio di ciascuno scienziato che «descrive» una verità di per sé oggettiva. Un confronto in cui ciascuna delle parti mostra il curriculum vitae del proprio scienziato per dimostrarne la maggior credibilità. E così la parte che avrà potuto permettersi lo scienziato più prestigioso (in relazione allo status della sua sede accademica) potrà avvalersi di una costosa «verità» scientifica. (more…)