Posts Tagged ‘seconda guerra mondiale’

Quegli ebrei più furbi della «volpe» Rommel

dicembre 12, 2010

Rommel

da “Il Giornale

Per il lettore che vive nel Terzo Millennio non è semplice tornare sui fatti della seconda Guerra mondiale. Eppure a volte emergono dei momenti, degli snodi epocali, in cui si avverte il bisogno di riesaminare, pur con estrema cautela, quel piacevole ma ambiguo chiacchiericcio che sempre accompagna il corso della Storia. Anche se costa qualche fatica ammettere, per esempio, che i valzer e le mazurche dei panzer di Rommel nel deserto libico-egiziano, ’41-42, non erano solo la spettacolare musica suonata da un «artista» della guerra moderna, ma anche e soprattutto il risultato di un efficientissimo sistema di radiospionaggio che il generale tedesco aveva organizzato dal Cairo a Gerusalemme: occhi e orecchi segreti che immancabilmente gli consentivano di conoscere e prevedere ogni mossa del nemico, l’8ª Armata britannica.
Diceva il più grande stratega degli ultimi secoli, Napoleone, che non aveva bisogno di generali bravi; gli bastava che fossero fortunati. Rommel fu uno di quei generali bravi, forse anche troppo, che a un certo punto si trovò a dover fare i conti con la sfortuna, e inevitabilmente perse la partita. Sfortuna materializzata in un pugno di uomini e donne ebrei combattenti dell’Haganah e del Palmach, all’epoca i gruppi armati del Movimento sionista in Palestina, che con una fulminea operazione di intelligence e sabotaggio neutralizzarono le centrali di ascolto dell’Afrika Korps – il Raggruppamento motocorazzato della Wehrmacht sbarcato in Libia nel novembre 1941 allo scopo di aiutare la 1ª Armata italiana in difficoltà – per convertirle in centrali di disinformazione grazie all’aiuto di marconisti tedeschi catturati e costretti, con la tortura, a trasmettere false informazioni militari ai loro Comandi. (more…)

D-Day: miti, leggende e brutalità della battaglia che salvò l’Europa

agosto 3, 2010

Nell’articolo: I rapporti tra liberatori e liberati, almeno nei primi giorni, spesso erano fondati sul reciproco sospetto. Ma con i tedeschi le cose non andavano meglio: «L’avventata sollevazione della Resistenza in molte parti della Francia, ispirata dai messaggi radiofonici degli Alleati e di De Gaulle», scatenò la violenta reazione delle SS. Forse i massacri di civili non raggiunsero certe punte come in Italia, dove il fronte paralizzato fino praticamente al termine della guerra prolungò il calvario nelle retrovie, ma furono pesanti

Fabio Fattore per “Il Messaggero

Lo sbarco in Normandia: uno di quegli eventi che cambiano il corso della storia e sul quale, proprio per questo, sembra sia già stato detto tutto. Non è così: primo, perché la sua stessa popolarità ha fatto fiorire leggende ed errori; secondo, perché la storiografia è una scienza che cambia e affrontare oggi, con nuovi strumenti, questa pagina della Seconda guerra mondiale, può portare a risultati sorprendenti. Specie quando a cimentarcisi è uno storico come Antony Beevor, allievo di John Keegan e sostenitore della tesi che non basta fare storia guardando i fatti dal basso (una tendenza diffusa a partire dagli anni Ottanta, che ha attinto da fonti come diari, lettere, interviste mettendo a fuoco l’umanità di chi ha vissuto il dramma in prima linea) ma bisogna saperli guardare anche dall’alto: studiare le mosse dei comandi e non perdere mai di vista il contesto. Beevor sa dosare bene le due angolazioni e il risultato, ancora una volta, è una ricostruzione rigorosa, chiara ma capace di appassionare il lettore come un romanzo – qualità piuttosto rare tra gli storici italiani, portati a scrivere per se stessi o per gli “addetti ai lavori”, ma tipiche della grande tradizione anglosassone. (more…)

Francia 1943 gli invasori italiani salvano gli ebrei

giugno 28, 2010

Mentre in tutta Europa i ghetti bruciavano, un villaggio delle Alpi Marittime era divenuto la terra promessa

Nell’articolo: Ma la memoria degli anni di Vichy, dei piccoli Giuda che lavorarono con l’invasore, in Francia ancora oggi è questione ingarbugliata e invelenita. Così la storia degli ebrei dei dipartimenti del Sud è omessa, per i francesi non esiste. E ora che un romanzo l’ha portata alla luce c’è chi mette in dubbio l’onestà e gli scopi di quegli italiani

Domenico Quirico per “La Stampa

CORRISPONDENTE DA PARIGI
Primavera-estate del 1943: i ghetti in tutta Europa bruciano, treni riempiti fino all’orlo dai meticolosi burocrati della Soluzione finale trasportano verso le tenebre dei campi migliaia di ebrei, il terrore tutto depositato negli occhi dall’oscura intensità. Si mormorano parole che hanno sangue nelle sillabe. Ma c’è un luogo, nell’Europa unificata dal Nuovo ordine hitleriano, dove tutto ciò sembra un incubo da cui in ogni momento ci si può destare. Il luogo e la sua storia riemergono in questi giorni in Francia sulla scorta di un romanzo denso e commosso, La réfugiée de Saint-Martin, scritto da Jacqueline Dana e ambientato appunto in quell’estate.

A Saint-Martin-Vésubie, nelle Alpi Marittime francesi, scorrono giorni sereni: gli ebrei passeggiano per le strade di quel paesino di villeggiatura che sembra un presepe. Incrociano i poliziotti di Vichy, li guardano con aria di sfida e quelli scantonano. Nei prati squadre si sfidano in accanite partite di calcio. Ma a suscitare entusiasmo sono soprattutto gli incontri di boxe: tra i profughi ebrei c’è un ex professionista che ha addestrato alcuni ragazzi alla «nobile arte». I soldati dell’armata italiana di occupazione hanno accettato la sfida, ci si batte con accanimento e cavalleria. La sinagoga è fitta di gente come la scuola ebraica. Tra i giovani, ebrei, francesi e italiani, nascono amori gelosie tradimenti. (more…)

Balbo, l’anti-Duce che non voleva entrare in guerra

giugno 22, 2010

Nell’articolo: Quando, la sera stessa del 28 giugno, Dino Grandi seppe della morte del Maresciallo dell’Aria, considerò il fatto «un evento funesto» e disse ad alcuni amici che erano con lui: «Balbo è un fortunato perché la morte lo ha sorpreso al suo posto di combattimento ed egli non vedrà, come noi vedremo, la rovina dell’Italia»

Francesco Perfetti per “Il Giornale

Il 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.
La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose – e anche le ricostruzioni storiografiche – esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore. (more…)

Gli ebrei spagnoli venduti da Franco

giugno 22, 2010

Nell’articolo: A quegli stessi giorni, secondo El País, risale la decisione di riattivare una vecchia intesa firmata dal generale Severiano Martinez Anido, che aveva conferito già nel 1938, alla polizia politica tedesca lo status diplomatico in Spagna, per poter agevolmente controllare i trentamila tedeschi residenti

Elisabetta Rosaspina per “Il Corriere della Sera”

La prova cartacea era conservata all’Archivio storico nazionale di Madrid, proveniente dal Governo civile di Saragozza, e dimostrerebbe quel che già sostenuto da alcuni libri storici, come «L’antisemitismo in Spagna» (di Gonzalo Alvarez Chillida e Ricardo Izquierdo Benito). Ossia l’esistenza di un patto tra i collaboratori di Hitler e quelli di Franco. In cambio della cattura dei rifugiati politici spagnoli nella Francia occupata dai nazisti, una «Brigata speciale» avrebbe creato uno schedario dei residenti di origine o religione ebrea in Spagna. Come contributo alla «soluzione finale». (more…)

Le operazioni dei servizi inglesi per rovesciare il Duce

giugno 17, 2010

Esce il primo studio sistematico sui rapporti fra l’intelligence britannica e l’antifascismo. Badoglio avrebbe dovuto guidare un triumvirato con Grandi e Bottai

Nell’articolo: “Sempre nell’estate del 1943, il SOE, grazie all’interessamento di Dulles, aprì un contatto con l’industriale Adriano Olivetti, ritenuto particolarmente adatto per la sua ascendenza ebraica e per le sue assicurazioni di antifascismo, testimoniate, malgrado l’affiliazione al Pnf nel 1933, da una serie di attività contrarie al regime e dalla sua contiguità con gli ambienti di Giustizia e Libertà”

Francesco Perfetti per “Il Giornale

In piena guerra venne creata, dalla fusione di tre preesistenti organismi che si occupavano della sicurezza nazionale, una branca di intelligence britannico, denominata Special Operations Executive (SOE), cui venne affidato il compito di gestire le covert operations e dirigere i movimenti di resistenza armata nei territori occupati dai tedeschi. Anche all’Italia questo organismo riservò una grande attenzione e cercò di stabilire contatti con quasi tutti i settori dell’opposizione al regime, dall’antifascismo azionista sino alla fronda istituzionale.

Il ruolo svolto dai servizi segreti inglesi per la destabilizzazione del regime fascista e i rapporti stabiliti con ambienti della Resistenza in Italia sono stati oggetto, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, in coincidenza con l’apertura degli archivi inglesi, di numerosi e rigorosi studi, ma anche, purtroppo, di servizi giornalistici semplicistici, fondati sull’utilizzazione acritica di documenti spesso di seconda mano. Ai lavori di Massimo De Leonardis su La Gran Bretagna e la Resistenza Partigiana in Italia (Elsevier, 1988), di Tommaso Piffer su Gli Alleati e la Resistenza italiana (Il Mulino, 2010), di Mauro Canali su Leo Valiani e Max Salvadori. I servizi segreti inglesi e la Resistenza (Nuova Storia Contemporanea, 2010) si aggiunge ora un importante volume di Mireno Berrettini, dal titolo La Gran Bretagna e l’antifascismo italiano. Diplomazia clandestina, intelligence, operazioni speciali (Le Lettere) in libreria a fine mese. Si tratta della prima parte di una meticolosa ricerca sulla politica della Gran Bretagna nei confronti della resistenza partigiana in Italia fino al 1945, effettuata da uno studioso che ha setacciato gli archivi inglesi e quelli italiani con un rigore metodologico e una intelligenza critica che gli hanno consentito di evitare il rischio di semplificazioni e generalizzazioni. (more…)

Il capitano Lussu e la rivolta della Sardegna contro l’Italia fascista

giugno 14, 2010

Nel 1940 l’esule italiano propose a Churchill di appoggiare un’insurrezione guidata dai reduci della Brigata Sassari. Londra pensava di usare l’isola come portaerei terrestre per colpire le città tirreniche

Nell’articolo: La situazione mutava a fine gennaio ’42, quando Lussu raggiungeva Londra, sotto lo pseudonimo di Meyer Grienspan, preceduto da un’informativa che lo qualificava come «una personalità di massimo prestigio destinato a intrattenere proficuamente rapporti con i nostri ministri e le più altre gerarchie militari».

Eugenio Di Rienzo per “Il Giornale

Da un documento conservato nei National Archives (HS/9/621/7) apprendiamo che, alla fine del 1940, Emilio Lussu (uno dei principali esponenti dell’antifascismo emigrato) entrava in contatto a Lisbona con un agente inglese, comunicandogli di «essere certo che un’organizzazione partigiana in Sardegna avrebbe creato una vasta azione insurrezionale contro il governo di Roma».

La massa di manovra su cui contava Lussu doveva essere costituita dai quadri del Partito Sardo d’Azione, di cui era stato fondatore, «composti da ufficiali e sottoufficiali con una non comune esperienza militare formatasi alla Brigata Sassari che avevano servito ai suoi ordini durante la Grande guerra». Quei reduci, già impiegati durante il conflitto civile che, tra 1919 e 1922, avevano opposto i clan fascisti e antifascisti nell’isola, dovevano operare esclusivamente contro i reparti tedeschi, acquistandosi «il favore dell’esercito italiano che era prevalentemente formato da sardi». L’aspirazione autonomista, continuava Lussu, era diventata generale e in essa poteva riconoscersi l’intero antifascismo isolano. L’azione decisiva, con il concentramento di tutte le bande di guerriglia, sarebbe dovuta avvenire in occasione di una spedizione alleata, alla quale avrebbe fatto seguito «la presa del potere politico e la formazione di un governo provvisorio che avrebbe parlato a tutta l’Italia per spingerla a rovesciare il fascismo». (more…)

L’onore dei vinti

giugno 10, 2010

Centomila prigionieri italiani in Sud Africa nel campo di Zonderwater durante la seconda guerra mondiale

Nell’articolo: “Alla fine della guerra circa duemila prigionieri chiesero al governo sudafricano di restare nel Paese che li aveva ospitati e trattati con umanità in quegli anni tragici per i destini del mondo, ma inizialmente furono accolte solo ottocentocinquanta domande. Tuttavia, negli anni a venire, almeno duemila ex prigionieri tornarono in Sud Africa per motivi di lavoro e numerose famiglie italiane si stabilirono nella provincia di Pretoria”

di Gaetano Vallini per “L’Osservatore Romano

Quattordici quartieri, cinquanta rioni, trenta chilometri di strade, scuole, mense, luoghi di culto, un ospedale con tremila posti letto, teatri, campi di calcio, tennis, bocce, basket, pallavolo, palestre, sale di scherma, ring per il pugilato, una rivista ufficiale, officine, laboratori e campi coltivabili. No, non è la descrizione di una cittadina ben attrezzata, ma quella di un campo di prigionia della seconda guerra mondiale. Un campo decisamente particolare:  quello di Zonderwater, nei pressi di Pretoria, in Sud Africa, destinato ad accogliere i soldati italiani catturati dagli Alleati nei vari fronti del continente africano, da El Alamein all’Etiopia.
Dotato inizialmente di tende precarie e servizi insufficienti, il campo fu successivamente trasformato in una vera e propria “città del prigioniero” grazie alla lungimiranza delle autorità sudafricane e degli stessi detenuti che, pur rinchiusi tra i reticolati, si resero protagonisti di una vicenda irripetibile, realizzando con il proprio lavoro gli edifici e le strutture che consentirono loro di vivere dignitosamente il periodo di prigionia. Il campo di Zonderwater – in cui tra il 1941 e il 1947 transitarono oltre centomila militari italiani – dimostrò al mondo che attraverso il rispetto della Convenzione di Ginevra si poteva alleggerire la difficile condizione della detenzione. Per questo fu additato dalla comunità internazionale come un modello esemplare. E gli italiani costretti a restarvi ne conservarono un ricordo positivo. (more…)

E il duce (abbagliato) salì sul treno in corsa

giugno 9, 2010

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra

Nell’articolo: “Il Governo inglese si dimostrò poco propenso a fare concessioni all’Italia, non per miopia politica (come talora si è sostenuto) ma per una serie di considerazioni estremamente realistiche:  il duce – così si pensava – non poteva cambiare schieramento né restare per sempre fuori dalla guerra”

di Roberto Pertici per “L’Osservatore Romano
Il 10 giugno del 1940, l’Italia interrompeva la non belligeranza dichiarata il primo settembre dell’anno precedente ed entrava nel nuovo conflitto europeo. Si tratta della scelta più impegnativa e tragica che una sua classe dirigente abbia compiuto nel xx secolo, ma sul percorso che portò Mussolini e i suoi più diretti collaboratori a quel passo ancora ci si interroga. Non pochi presentano l’alleanza italo-tedesca come uno sbocco inevitabile dell’affinità ideologica dei due regimi, ma in realtà si trattò di una vicenda molto più complicata, legata a problemi geo-politici oltre che immediatamente ideologici, e che solo molto tardi giunse a un punto di non ritorno. In essa emergono nitidamente la mancanza di realismo, la sopravvalutazione del proprio peso nella politica internazionale, la colpevole sottovalutazione dell’impreparazione militare del Paese, che contrassegnarono allora la politica del duce:  limiti ancor più inescusabili in chi faceva sfoggio continuo di “realismo” e di “spirito guerriero”. (more…)

Hitler-Franco, ecco perché l’alleanza non si fece

giugno 7, 2010

Nell’articolo:  “L’invio dei volontari franchisti a supporto dello sforzo bellico contro l’Urss era però l’unica concessione militare che Hitler riusciva a strappare. La Spagna restava, infatti, in una situazione di benevola neutralità nei confronti dell’Asse”

Eugenio Di Rienzo per “Il Giornale

Dopo un lungo colloquio con Francisco Franco, il 23 ottobre 1940 a Hendaye, Hitler confidò a Mussolini di «preferire di vedersi strappati tre o quattro denti piuttosto di dover nuovamente parlare con un uomo simile». Franco infatti, aveva respinto la proposta del Führer di fare entrare la Spagna a fianco dell’Asse, dimostrandosi sordo alle intimidazioni del capo della Germania nazista che nei mesi precedenti aveva fatto intendere di essere disposto a piegare la resistenza di Madrid anche attraverso l’invasione. (more…)

Lanital, salpa e rayon, la guerra degli italiani

giugno 5, 2010

La nostra vita quotidiana tra divieti e tessuti autarchici

Antonio Carioti per “Il Corriere della Sera

Nessuno che si tenga minimamente informato può dirsi colto di sorpresa, quando nel primo pomeriggio del 10 giugno 1940, sotto un sole ormai estivo (31 gradi a Milano, 26 nella più temperata Roma), i megafoni agli angoli delle strade annunciano che «alle ore 18, dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini parlerà al popolo italiano». In tutto il Paese, anche nei centri minori, carri radiofonici e camion di camicie nere percorrono le vie, esortando la popolazione a concentrarsi nelle piazze e davanti alle sedi del Partito nazionale fascista.

La guerra è nell’aria. Gli italiani l’hanno sentita avvicinarsi man mano che i giornali si riempivano di titoloni inneggianti alla trionfale avanzata tedesca in Francia. Le scuole hanno chiuso prima del tempo, il 31 maggio, e le strade sono piene di bambini e ragazzi: molti si apprestano a partire per le colonie di villeggiatura, fiore all’occhiello del regime. Il 4 giugno il governo ha rinviato l’Esposizione universale del 1942, per la quale è stato realizzato il nuovo quartiere romano dell’Eur. Si lavora per trasferire al sicuro le più importanti opere d’arte esposte nelle gallerie: anche le grandi vetrate del Duomo di Milano sono state rimosse. (more…)

10-06-1940, l’avventura senza ritorno del Belpaese

Mag 31, 2010

Antonio Airò per “Avvenire

Domenica 9 giugno 1940. All’Arena di Milano si conclude il XXVIII Giro d’Italia. Il vincitore è un giovane corridore ancora poco noto al grande pubblico. «Il coscritto Fausto Coppi», come titola a tutta pagina “La Gazzetta dello Sport”. Il favorito Gino Bartali ottiene il gran premio della montagna. La settimana prima il campionato di calcio registra il successo della squadra dell’Ambrosiana-Inter. Una calda giornata di festa riempie, in questo giorno, cinema, teatri, alimenta passeggiate, raduni familiari. Da 248 giorni, da quando il 1° settembre 1939 la Germania aveva invaso la Polonia, l’Italia vive una situazione di «non belligeranza», (ma di sostanziale «preguerra») in una altalena continua tra un conflitto sempre ritenuto imminente stando alle dichiarazioni sempre più bellicose di non pochi gerarchi, e una neutralità accettata quasi come una «camicia di forza» della quale solo il Duce, che godeva della fiducia dei cittadini, poteva porre rimedio nel migliore dei modi.

La guerra nel resto d’Europa ha infatti non poche conseguenze: minore tenore di vita di moltissime famiglie, aumento di povertà, prodotti, lo zucchero, il caffè (con il ricorso al suo surrogato, il karkadè), il sapone razionati; compaiono le tessere alimentari con il conseguente espandersi del mercato nero; per tre giorni la settimana è proibita nelle macellerie la vendita della carne e scatta il divieto ai ristoranti di servirla ai clienti. Intatto si infittiscono le chiamate alle armi dei giovani di leva e degli appartenenti alle classi più mature, in numerosi Comuni si installano le sirene d’allarme, si tagliano i consumi di carburanti e si proibisce la circolazione nelle ore notturne; entra in vigore l’oscuramento all’esterno delle abitazioni, si moltiplicano i manifesti che invitano i cittadini a contribuire allo sforzo bellico che il Paese dovrà sostenere. Gli 8 milioni di baionette, tanto vantati dalla propaganda del regime, non ci sono. Mussolini sa, come risulta da un rapporto della Difesa, che «non c’è nessuna difesa antiaerea e che l’Italia potrà essere pronta solo dall’ottobre 1942». (more…)

Shoah, quei treni si potevano fermare?

Mag 22, 2010

Paolo Sorbi per “Avvenire

«È un errore supporre che il problema di evitare un’altra guerra non solo europea ma, con ogni probabilità mondiale, dipenda, per la maggior parte, dalla risposta che Hitler ha indirizzato alle potenze di Locarno. Bisogna, io credo, fermare ora la valanga!» Così Winston Churchill sull’Evening Standard del 3 aprile 1936. Come sappiamo le potenze democratiche fecero orecchie da mercante. Continuarono inutili conversazioni col tiranno tedesco e pochi anni dopo scoppiò la tremenda Seconda guerra mondiale. Se non inquadriamo “l’abbandono ebraico” in questo scenario di politica internazionale di metà, fine degli anni Trenta non possiamo intendere perché poi nessuno poté più salvare l’ebraismo europeo. Allora, nell’inizio del ’36, con una decisione di attacco alla Germania nazista, sarebbe stato possibile. Ma questo non ci fu.

L’impossibilità di agire durante la guerra, mentre si doveva agire prima, lo sottolinea correttamente Claude Lanzmann, attuale direttore di Temps Modernes e grande regista di Shoah, in un lungo servizio uscito di recente sul Nouvel Observateur. Le democrazie furono culturalmente innanzitutto, e poi anche politicamente, “bloccate” dall’insidiosa tattica hitleriana, accettarono la linea delle continue mediazioni con Hitler dell’allora primo ministro inglese Chamberlain. Anche perché, ribadisce sempre Lanzmann, la percezione dell’importanza culturale e spirituale dell’Ebraismo nella millenaria storia europea non era affatto centrale nell’opinione diffusa degli europei, sia nelle élites che nelle popolazioni.  (more…)

La cattiva coscienza di chi accusa Pio XII

aprile 22, 2010

La spartizione della Polonia del 1939 e i silenzi consapevoli degli Alleati di fronte alla tragedia della Shoah

di Raffaele Alessandrini
L’antica favola del lupo e dell’agnello insegna che quando il forte si lagna lanciando accuse al più debole, magari strepitando di aver subito da lui improbabili torti, sta preparandosi a divorarlo. Le corrispondenze storiche sono numerose sia pure con le debite varianti:  talvolta i lupi sono più di uno. Per di più alla scena cruenta possono esservi altri testimoni diversamente cointeressati. Questi ultimi, pur essendo consapevoli che il debole, ormai privato brutalmente dei propri diritti, sta soccombendo alle brame fameliche del prepotente, restano a guardarne il sacrificio con calcolata inerzia. E dire che avrebbero argomenti e mezzi per impedire o limitare lo scempio. Quando poi il precipitare degli eventi li costringe a intervenire – poiché la fame del predatore non si placa – si trovano a loro volta prigionieri della logica pragmatica della violenza e della sopraffazione per la quale vi saranno moltissimi altri deboli e innocenti a pagare il prezzo più alto e atroce. L’invasione nazista della Polonia del 1° settembre 1939 che diede l’avvio alla seconda guerra mondiale è certo un esempio evidente di questo. Ma lo sono anche il disinteresse per gli ebrei e il loro consapevole abbandono da parte degli Alleati nonostante fossero pienamente al corrente dei piani hitleriani di “soluzione finale”. Lo ha ricordato anche un ampio servizio di Claude Weill su “Le Nouvel Observateur” del 4-10 marzo 2010 (pp.16-28) nel quale risalta la polemica tra il regista e intellettuale parigino Claude Lanzmann, l’autore del famoso lungometraggio-fiume – nove ore – Shoah (1985) e il romanziere Yannik Haenel che nel settembre 2009 ha pubblicato il volume Jan Karski (Gallimard) dedicato a un eroe della resistenza polacca al nazismo che – infiltratosi in un campo di sterminio (e non sarebbe stato il solo polacco a farlo) – mise sull’avviso il presidente Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca degli orrori in atto. (more…)

Gli orrori della Wehrmacht

marzo 31, 2010

Anche l’esercito regolare tedesco fu coinvolto nei crimini contro l’umanità

di Gaetano Vallini
Arrivò a contare quasi diciotto milioni di uomini e, nella più sanguinosa delle guerre della storia, per un certo periodo riuscì a occupare mezza Europa. Ciononostante, quella che è considerata una delle più spietate ed efficienti macchine da combattimento mai approntate finì per soccombere in una totale disfatta. La Wehrmacht, l’esercito voluto da Adolf Hitler in sfregio alla pace di Versailles, fu molto più che una poderosa forza armata. Vincolata com’era a un giuramento di fedeltà al führer prima ancora che alla patria, attraverso i suoi vertici si abbrutì in quell’umiliante sottomissione, divenendo strumento della dittatura nazista e complice di una folle guerra di distruzione e di un inumano progetto di purificazione razziale.
Dopo anni di silenzio, il dibattito su cosa fu la Wehrmacht è stato infuocato in Germania, dove ci si è confrontati su questioni rilevanti:  fino a che punto le forze armate regolari tedesche furono coinvolte nei crimini del Terzo Reich? In quale misura presero parte attiva alla pianificazione e alla realizzazione di azioni belliche contro la popolazione civile e persino alla deportazione e allo sterminio di milioni di ebrei? Perché si fecero coinvolgere nei crimini contro l’umanità? Che cosa sapevano i soldati delle atrocità compiute sotto la bandiera con la croce uncinata? Sono le stesse domande cui ha cercato di dare una risposta Guido Knopp nel libro Wehrmacht (Milano, Corbaccio, 2010, pagine 325, euro 24) nel quale lo storico e giornalista ripercorre la storia dell’esercito del führer soprattutto attraverso le testimonianze di quanti ne fecero parte, dai generali ai semplici soldati. (more…)

MAFIA POWER

marzo 17, 2010

NEL 1943, PER SBARCARE IN SICILIA, ANCHE GLI AMERICANI FURONO COSTRETTI A SCENDERE A PATTI CON COSA NOSTRA ACCETTANDO IL PRINCIPIO DI OMERTÀ – RAPPORTO DEI SERVIZI SEGRETI USA: “SOTTO IL FASCISMO LA MAFIA VENIVA TENUTA SOTTO CONTROLLO. OGGI E’ RINATA E SI E’ INFILTRATA NEL GOVERNO MILITARE ALLEATO”…

Attilio Bolzoni per “la Repubblica”

Gli americani erano arrivati in Sicilia in estate e avevano subito capito che era un luogo molto speciale. Al Quartier generale alleato di Algeri cominciarono però ad allarmarsi davvero verso l´inizio dell´autunno, quando decisero di spedire in missione a Palermo un giovane capitano dei servizi segreti: volevano un dettagliato rapporto «su un fenomeno che avrà gravi implicazioni per la situazione politica attuale e futura dell´isola e del resto d´Italia». Volevano capire cosa stava succedendo in quel pezzo irrequieto d´Europa liberata.

Il capitano W. E. Scotten contattò le sue fonti nelle province occidentali dell´isola e, dopo qualche settimana, inviò una relazione ai superiori: «A parte le opinioni popolari o gli aspetti politici, questo è un problema estremamente importante: tutti coloro che non ne sono venuti a contatto diretto però hanno serie difficoltà a valutarlo». Fu così che il capitano Scotten scoprì la mafia. E fu così che gli Alleati scoprirono che lo sbarco del 10 luglio del 1943 aveva riportato nell´isola non soltanto la libertà ma anche i suoi vecchi padroni: i boss di Cosa Nostra.

In quel rapporto che l´ufficiale della Military Intelligence inoltrò al brigadiere generale Julius Cecil Holmes – sei pagine custodite nei National Archives di Kew Gardens, alle porte di Londra – c´è la prova di un accordo cercato dagli agenti segreti statunitensi e britannici con la mafia siciliana. Uno dei primi, uno dei tanti. (more…)

Bombe sul Vaticano

marzo 15, 2010

Una testimonianza del 1943

di Lina Vagni Sansone

Come testimone oculare – nella mia infanzia vissuta nel trascorso periodo bellico – ricordo un gravissimo episodio avvenuto il 5 novembre 1943 alle ore 23.30 in una notte di plenilunio che – nonostante l’oscuramento vigente su Roma “città aperta” – illuminava a giorno la cupola della basilica di San Pietro. Cupola ben visibile dalle finestre della nostra abitazione di Largo Trionfale, situata a circa cinquecento metri dalle Mura Leonine e che è rimasta ben impressa nella mia memoria insieme ai drammatici avvenimenti che seguirono. (more…)

La storia supera l’epica del D-Day

gennaio 23, 2010

Olivier Wieviorka rilegge un episodio chiave della seconda guerra mondiale

di Gaetano Vallini

“Liberato da tutti gli orpelli di un’impresa gloriosa, lo sbarco in Normandia deve essere visto come un evento essenzialmente umano, nella sua grandezza come nelle sue debolezze. Affrettò la sconfitta del Reich, ma il tracollo della Wehrmacht avvenne soprattutto nelle steppe russe, e liberò l’Europa occidentale, ma non poté prevenire la sovietizzazione dell’Europa orientale. La campagna di Normandia contribuì a restituire la libertà al popolo francese, pur infliggendo atroci sofferenze ai civili. Tutto ciò induce a guardarsi bene dal dare dell’operazione “Overlord” una lettura eroicizzata, se è vero che la storia degli uomini riveste sempre l’epopea dei toni della tragedia”.
È questa la chiave di lettura che lo storico francese Olivier Wieviorka dà del “D-Day” nel libro Lo sbarco in Normandia (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 394, euro 32). Un’interpretazione tesa a spogliare quell’importante capitolo della seconda guerra mondiale dall’alone epico – costruito nell’immaginario collettivo anche grazie a tutta una serie di produzioni hollywoodiane più o meno intrise di retorica, da Il giorno più lungo al più recente Salvate il soldato Ryan – che in parte ne ha condizionato anche la ricostruzione oggettiva. (more…)

Ora gli storici possono fare la loro campagna di Russia

dicembre 3, 2009
Giorni fa, a Rieti, ho visto in anteprima l’intervista a un reduce della campagna di Russia, realizzata dai bravissimi studenti di una scuola media superiore. Angelo Blasetti, novantenne, ha un’aria incredibilmente giovanile e serena, vista l’esperienza che gli toccò vivere oltre 65 anni fa. Ne ha parlato quasi come fosse una cosa normale: era la guerra, sia pure combattuta in uno dei fronti più tragici, nel pieno dell’inverno russo, anche con 40 gradi sottozero, la neve altissima e continua, gli attacchi provenienti da ogni lato durante una ritirata che somigliava a una rotta. Più di quando raccontava delle decine di migliaia di compagni morti, e della fatica di sopravvivere, ho visto un lampo di angoscia, nei suoi occhi, quando ha parlato delle decine di migliaia di cui non si è saputo più niente, dei «dispersi»: se fossero morti, prigionieri, o magari definitivamente trattenuti in Unione Sovietica, forse in Siberia. (more…)

I «due» conflitti, le amnesie degli italiani

novembre 29, 2009

Non siamo più in molti ad avere ricordi diretti della seconda guerra mondiale. La memoria collettiva, la somma delle memorie individuali, rischia di diventare sempre più debole, lasciando il posto alle ricostruzioni storiche, in cui qualcosa della realtà vissuta va inevitabil­mente perduta. È importante perciò ogni invito a fissare sulla carta i ricordi di quegli ormai lontani avvenimenti. Ma per i popoli avviene come per gli individui: i ricordi più sgradevoli vengono in parte rimossi, in parte rielabo­rati. È stato così anche per la seconda guerra mondiale e non solo per l’Italia. I lettori del Corriere della Sera hanno ricordato finora solo ciò che avvenne a partire dai grandi bombardamenti subiti dall’Italia settentrionale nell’autunno del 1942. Cos’ era avvenuto prima? Che cosa pensavamo, che cosa face­vamo? Perché non ricordare anche le illusioni nutrite all’ inizio del conflitto? Soprattutto quando, dal 20 maggio al 10 giugno 1940, le straordinarie vittorie dell’esercito tede­sco sul fronte francese – come testimoniano i documenti d’archivio, dalle relazioni dell’Ovra alle moltissime lettere intercettate in quei giorni dalla censura-, credemmo qua­si tutti che la guerra sarebbe stata facile e breve? (more…)

La bomba a orologeria lasciata da Hitler

novembre 5, 2009

257q04b2Profughi europei nel secondo dopoguerra

di Gaetano Vallini
Marzo 1946, campo profughi Montgomery, zona britannica della Germania occupata. Georg Ratkowsky compare dinanzi alla commissione che deve stabilire la sua nazionalità:  è tra le centinaia di migliaia di profughi che non conoscono ancora quale sarà la loro sorte. Racconta di essere nato a Mosca nel 1909, poco prima del tracollo dell’impero di Nicola ii. L’anno seguente si trasferisce con la famiglia nella Manciuria occupata dalle forze militari russe. Qui rimane fino al 1937, assistendo alla conquista giapponese della regione. La tappa successiva è Milowice, cittadina della Polonia sudoccidentale travolta due anni più tardi dall’invasione delle truppe naziste. Nel 1942 viene annoverato tra i milioni di lavoratori forzati condotti in Germania e rimane in Westfalia fino alla liberazione. Ha dunque attraversato molte frontiere, ma anche la continua ridefinizione dei confini politici dei Paesi in cui ha vissuto rende difficoltoso stabilire quale sia la sua nazionalità, nonché il luogo in cui dovrebbe essere rimpatriato. Da parte sua Ratkowsky, mentre rifiuta di considerare l’Unione Sovietica come la sua terra di origine, chiede che gli sia riconosciuto lo status di apolide.
La vicenda di quest’uomo, che condensa tratti costitutivi e aspetti problematici dell’identità dei profughi del tempo, non è diversa da quelle analoghe di tanti esuli con le quali si dovettero confrontare le autorità militari alleate all’indomani del conflitto. Ed è solo una delle tante storie raccontate da Silvia Salvatici in Senza casa e senza Paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 350, euro 25), un volume documentato, che ricostruisce uno scenario europeo segnato da distruzione e lutti, ma anche da una moltitudine di persone – si calcola 50 milioni – deportate o costrette ad abbandonare le proprie nazioni durante il conflitto. Sono i displaced persons, come vengono chiamati nel gergo burocratico, definiti nel 1950 dallo storico e sociologo olandese Pieter Jan Bouman “la più pericolosa bomba a orologeria lasciata da Hitler”. (more…)

I silenzi e l’ignoranza: crisi culturale a sinistra

ottobre 28, 2009

foto-id=565020-x=198-y=149di Giampaolo Pansa

Negli anni successivi avevo continuato a leggere molto sulla guerra civile. E a riflettere su quanto era accaduto nella fase finale del secondo conflitto mondiale e nel primo dopoguerra. Avevo imparato tante cose su quell’epoca. A cominciare da una verità che oggi mi sembra la più ovvia, di una banalità elementare.

La verità era che non si poteva raccontare quella guerra, anzi nessuna guerra, lasciando parlare soltanto i vincitori. E senza ascoltare mai le voci dei vinti e le loro ragioni, giuste o sbagliate che fossero. Vedevo con chiarezza anche il traguardo che volevo raggiungere: descrivere quel conflitto tra italiani nel modo più schietto e imparziale. (more…)

Uno scontro epocale deciso anche dal caso

ottobre 9, 2009

soldati_b1--180x140Così l’Europa perse la sua centralità nella storia mentre si risvegliavano le popolazioni colonizzate

Nel settembre del 1939 nessuno, nemme­no Hitler, immaginava di dare l’avvio a una guerra di proporzioni catastrofi­che. Tutti credevano che il conflitto co­minciato con l’invasione della Polonia da parte del­la Germania sarebbe stato molto più breve e meno distruttivo di quello che realmente fu. E per molti mesi la guerra rimase limitata alla parte centrale dell’Europa. Si allargò all’Africa solo nel giugno del 1940, con l’intervento dell’Italia a fianco della Ger­mania e l’apertura dei fronti libico ed etiopico, ma fino al 1941 non vi presero parte l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, le due potenze che sarebbero uscite dal conflitto trasformate in superpotenze. Roose­velt sembrava incapace di vincere le tendenze isola­zionistiche. Per Stalin, che impose a tutti i partiti comunisti di non schierarsi, la guerra riguardava so­lo «due gruppi di Paesi capitalistici per la spartizio­ne del mondo, per il dominio del mondo». Fu sol­tanto nel giugno e nel dicembre del 1941, quando la Germania e il Giappone attaccarono, rispettivamen­te, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, che il conflitto europeo si trasformò in una guerra mondiale e si formò la vittoriosa alleanza tra le due maggiori po­tenze capitalistiche e l’unico Stato comunista allora esistente. In uno dei più recenti lavori sull’argomento lo storico inglese Richard Overy si è chiesto: «Perché gli Alleati hanno vinto la Seconda guerra mondia­le? » e ha avanzato l’angosciante supposizione che fossero possibili anche sbocchi diversi. (more…)

Non fu solo la guerra di Hitler

settembre 11, 2009

210q04a1Alle origini del secondo conflitto mondiale

di Gaetano Vallini

La seconda guerra mondiale non fu in nessun senso predeterminata. La causa non fu semplicemente Hitler:  fu provocata dall’interazione di fattori specifici, dei quali Hitler era uno, e da cause più generali responsabili dell’instabilità nel sistema internazionale. Ma altri esiti sarebbero stati possibili. E solo l’intervento dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti avrebbe potuto evitarla.
Con la consueta chiarezza, lo storico inglese Richard Overy nel libro Le origini della seconda guerra mondiale (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 206, euro 13) offre la sua interpretazione di come si giunse al tragico esito del primo settembre 1939. Tenendo conto della complessa realtà dell’ordine internazionale scaturito dalla grande guerra, vengono proposte alcune valutazioni che, senza indulgere alla storia fatta con i “se”, evidenziano le opzioni – poche per la verità – a disposizione dei politici del tempo per evitare o circoscrivere il conflitto.
L’opera, agile ma rigorosa, pensata anche per i non addetti ai lavori, non è del tutto nuova; le edizioni in lingua originale sono tre (1987, 1998, 2008) ma i decenni che le separano sono stati caratterizzati da ulteriori discussioni accademiche sulle questioni che circondano le origini del conflitto. Discussioni di cui l’autore ha saputo cogliere le novità. “La storia diplomatica e militare – scrive nella prefazione – non monopolizza più l’attenzione come faceva quando questo volume fu scritto per la prima volta, poiché la storiografia si è allargata ad abbracciare molte aree di esperienza che toccano le questioni belliche solo in modo incidentale. Ci sono stati inoltre importanti spostamenti di punto focale:  il ruolo dell’Italia nelle fasi preliminari della guerra è stato più di ogni altro oggetto di una profonda riconsiderazione; si sono aggiunte rivelazioni sulla politica sovietica negli anni Trenta”. (more…)

La “non belligeranza” dell’Italia cerchiobottista

agosto 31, 2009

imagesChe sollievo. La voce di solito vibrante – ma nella circostanza pacata – del più noto tra gli annunciatori radiofonici dell’Eiar, aveva dato il primo settembre 1939 la grande notizia. Grande, anzi grandissima, per gli italiani. Non la notizia dominante dell’attacco tedesco alla Polonia – l’inizio della seconda guerra mondiale – ma l’altra della «non belligeranza» fascista. Il Consiglio dei ministri, convocato dal Duce, aveva deciso che «l’Italia non prenderà iniziativa alcuna di operazioni militari». Mentre i panzer si avventavano verso Varsavia, noi rimanevamo fuori. (more…)

Danzica, 1˚ settembre 1939: La guerra al mondo di Hitler

agosto 31, 2009

imagesL’anniversario – Quel giorno la Germania nazista, forte dell’accordo Molotov-Ribbentrop, invadeva la Polonia

Domani ricorre il Settantesimo anniversario dell’invasione nazista della Polonia, evento che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Il 1˚settembre 1939 le truppe di Hitler varcarono il confine stabilito al termine della Prima guerra mondiale per ricongiungere la «città libera» di Danzica alla «Madrepatria tedesca». In realtà, il dittatore nazista si era segretamente accordato con Stalin per spartirsi l’intero territorio polacco. In pochi giorni, il «Blitzkrieg» (guerra lampo) scatenata da terra, dal mare e dall’aria, con i bombardamenti degli Stukas sulle città e i villaggi, ebbe ragione dell’esercito polacco. Il 17 settembre anche l’Urss attaccò la Polonia. Il 1˚ottobre il Paese era completamente occupato e diviso in «sfere di influenza». Per rimarcare gli avvenimenti di 70 anni fa, si ritroveranno dunque a Danzica i capi di Stato e di governo di una ventina di Paesi. Alla cerimonia, presieduta dall’attuale presidente polacco, Lech Kaczynski, e dal premier Donald Tusk, parteciperanno anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier russo Vladimir Putin e l’italiano Silvio Berlusconi. (more…)

Hitler, Chamberlain e la guerra sporca

agosto 26, 2009
imagesSul più grande conflitto che la storia ricordi c’è la sua firma: Adolf Hitler. Non si discute. Fu il Führer a far precipitare gli eventi il primo settembre di settant’anni fa, invadendo la Polonia e provocando la reazione delle altre potenze. Ma la seconda guerra mondiale può essere addebitata soltanto ai tedeschi? Siamo proprio certi che i governi occidentali agirono unicamente per fermare la barbarie nazista? Sono questi gli interrogativi sollevati da Richard Overy, storico inglese dell’università di Exeter, autore di un interessante saggio in uscita Le origini della seconda guerra mondiale (Il Mulino, pp. 206, euro 13,00). Oltre a un volume più di taglio narrativo Sull’orlo del precipizio. 1939 I dieci giorni che trascinarono il mondo in guerra (Feltrinelli, pp. 160, euro 14,00). (more…)

Tutte le mosse del Vaticano per fermare la guerra

agosto 24, 2009
imagesDa Castelgandolfo il 24 agosto 1939, con un radiomessaggio, Pio XII si rivolgeva ai governanti e ai popoli di tutto il mondo con un caldo, accorato, sofferto appello. «È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada. E gli imperi non fondati sulla giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quegli stessi che così la vogliono… Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra». Nella sua voce – avrebbe scritto un settimanale cattolico, interpretando un comune sentimento – , si esprimeva «la voce della cristianità, anzi la voce stessa dell’umanità». Quella affermazione sintetica, sulla pace e sulla guerra, sarebbe diventata la cifra (quasi uno slogan) più volte ripresa in più occasioni di un pontificato difficile come era stato, nel corso della Grande Guerra, quella di «inutile strage» di Benedetto XV. Entrambe senza alcuna conseguenza positiva. Anzi sarebbero state accolte, per i due Papi, con disappunto, con protervia anche. (more…)