Posts Tagged ‘socialismo’

L’ingannevole apoteosi del capitalismo «eterno»

gennaio 6, 2012

Paradossi e conseguenze del crollo sovietico. Perché il pensiero di Marx ha condizionato l’Occidente

Luciano Canfora, da “Il Corriere della Sera

Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano è di ritenere di vivere il punto d’arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella «pienezza dei tempi», al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell’età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza.

È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all’influenza di un gigante del pensiero tardoantico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la «città di Dio». Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva e utopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull’idea di un punto d’arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana – l’intuizione di un cammino positivo ma immanente – è alla base del moderno pensiero progressista.

Se dal piano della visione filosofica passiamo a quello della ricostruzione storica, possiamo osservare analoga polarizzazione nello scontrarsi, nell’età nostra, di due opposte visioni del «modo di produzione capitalistico», così efficacemente studiato da Marx. Da un lato una visione eternizzante e statica, secondo cui il capitalismo non solo è forma durevole e ricorrente nelle più varie epoche, ma è anche l’approdo ultimo dell’organizzazione sociale. Dall’altro una visione storicizzante (e certo scientificamente agguerrita), secondo cui è prevedibile un declino anche del «modo di produzione capitalistico», come di ogni altro modo di produzione ad esso precedente.

Per tanta parte del nostro secolo questa seconda veduta si coniugava con la certezza di essere entrati – con la rivoluzione sovietica – in un’età storica che avrebbe visto realizzarsi quel superamento del capitalismo che già sul piano scientifico-analitico era dato «prevedere». E si coniugava anche con l’idea – non meno azzardata – che l’età del socialismo, e poi del comunismo e della dissoluzione dello Stato fosse anche l’ultima dello sviluppo umano. La crisi, rapida in fine ma a lungo incubatasi, dei sistemi politico sociali detti del «socialismo reale» ha dato un duro colpo a quelle convinzioni e ha ridato fiato in modo spettacolare all’altra veduta, quella dell’«eternità» del capitalismo.

Anche sul piano logico, però, è subito chiaro, a chi non si lascia trascinare dalla passione, che il crollo di gran parte dei sistemi di «socialismo reale», mentre dà un colpo mortale all’idea di essere già entrati nell’età «successiva» (quella del socialismo), non altrettanto reca un argomento risolutivo alla veduta, sempre ritornante, dell’eternità del capitalismo. Questa seconda deduzione continua ad apparire azzardata, se solo si considera quanto l’esistenza di una settantennale esperienza di economia socializzata e di piano abbia inciso sulla natura stessa e sul funzionamento del capitalismo. Al punto che, non senza ragione, commentatori del più vario orientamento, tendono oggi a dire che il risultato di quasi un secolo di esperienze socialistiche (poi entrate in crisi) è stato per così dire di tipo dialettico. Il socialismo ha contato o «resta» nella storia del XX secolo non perché abbia «inventato» società nuove, ma perché ha inciso profondamente nelle dinamiche del capitalismo. L’avversario modifica l’antagonista e si viene modificando esso stesso.

Quanto detto sin qui può forse bastare a non prendere sul serio saggi troppo fortunati come La fine della storia del nippo-statunitense Fukuyama. Il problema è però un altro. Non cullarsi nel rifiuto di interpretazioni avventate o semplicistiche, ma cercare di capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi. E qui incominciano le difficoltà. Le classi si sono profondamente rimescolate; l’operaio di fabbrica del mondo industrializzato palesemente non sarà il soggetto della trasformazione e del superamento (quando che sia) del capitalismo. In compenso, la polarizzazione tra ricchezza e miseria a livello planetario si è approfondita e irradiata sull’intero pianeta.

Sul piano, poi, dei modi dell’organizzazione politica, accade che il modello occidentale – proprio quando doveva celebrare i suoi fasti e il suo trionfo – è entrato in gravissima crisi. Lungi dal determinarsi l’apoteosi della mitica «liberaldemocrazia», si appalesa, in tutta la sua brutalità, il trionfo della compravendita politica, veicolo dell’esproprio della volontà popolare.

Pubblichiamo una sintesi della presentazione scritta da Luciano Canfora per il saggio di Paolo Ercolani La storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche (La Scuola di Pitagora, pp. 497, € 25): una riflessione sui filoni di pensiero che hanno contribuito a plasmare la civiltà occidentale, in libreria dal 10 gennaio.

Così Craxi cancellò il massimalismo cialtrone

agosto 2, 2010

Dal “biennio rosso” del ’19-20 ai primi anni ’70 il Psi fu subordinato al Pci. Poi Bettino invertì la rotta: un saggio di Bruno Pellegrino dedicato all'”eresia riformista” del leader

Giuseppe Bedeschi per “Il Giornale

Il massimalismo socialista è sempre stato portatore di sciagure nella vita sociale e politica del nostro Paese. Ebbe un ruolo nefasto nel «biennio rosso» 1919-20, con lo scatenamento di un numero impressionante di scioperi che paralizzavano i servizi essenziali e sconvolgevano la vita civile, con l’occupazione delle fabbriche, con la minaccia di una rivoluzione bolscevica. Un testimone certo non prevenuto come il liberale Giovanni Amendola affermò che era stato un grande merito del fascismo aver risparmiato all’Italia «l’esperienza mortale del leninismo».
Un ruolo nefasto ebbe altresì il massimalismo socialista nel secondo dopoguerra, quando portò il Psi a un completo vassallaggio verso i comunisti, fino a presentarsi insieme al Pci nelle elezioni politiche del 1948, sotto le insegne del «Fronte popolare». Questa scelta sciagurata privò la politica italiana di un partito socialista democratico, e provocò un tracollo nei consensi del Psi: mentre nelle elezioni del 1946 esso aveva preso più voti del Pci (il 20,7 per cento contro il 19), dopo il «frontismo» il Pci passò in forte vantaggio (nelle elezioni del 1953 i comunisti presero il 22,6, i socialisti il 12,7).
Ma credo che si possa dire che, anche quando il Psi si emancipò dal Pci, e avviò con la Democrazia Cristiana la politica di centro-sinistra, il massimalismo socialista non venne mai meno, e anzi condizionò pesantemente quella politica. Che cosa fu la posizione di Riccardo Lombardi – che concepiva le cosiddette «riforme di struttura», che il centro-sinistra avrebbe dovuto realizzare, come altrettanti anelli per il «superamento» della società capitalistica – se non una ripresa del vecchio massimalismo (che in Lombardi aveva un’ascendenza azionistica)? E non si iscriveva nel solco del massimalismo la politica del segretario socialista Francesco De Martino, che nella prima metà degli anni Settanta riportò il proprio partito sotto il tallone comunista, dichiarando che i socialisti non sarebbero mai più ritornati al governo senza i comunisti, per realizzare «equilibri più avanzati»? E ancora una volta il massimalismo socialista ottenne quello che aveva già ottenuto con Nenni all’epoca del «frontismo»: il disastro elettorale del Psi, calato sotto il 10 per cento (e dunque minacciato nella sua stessa esistenza), mentre il Pci mieteva il suo ennesimo successo elettorale. (more…)

Venti anni dopo l’Ottantanove, il ritorno di Stalin?

novembre 3, 2009

150_StalinDue decenni dopo la fine del socialismo reale tanti rimpianti e insospettabili riabilitazioni, in Italia come a Mosca, del dittatore georgiano. Sorprendentemente, una voce in controtendenza si alza da Cuba: Fidel Castro e gli “errori madornali” di Stalin

Era difficile immaginare che appena venti anni dopo il penoso tramonto del “socialismo reale”, (l’unico esistente, l’unico possibile, diceva Breznev…) ci fossero tanti rimpianti e tante “riabilitazioni”.

In Germania il relativo ma non trascurabile successo della Linke si spiega all’ovest con il peso di Oscar Lafontaine, che della SPD era stato presidente, ma all’est si deve a una forte ripresa della nostalgia per la vecchia RDT e a una sostanziale tenuta del vecchio apparato.

In Russia il nuovo anno scolastico ha visto comparire nelle scuole un “nuovo” manuale di storia, che ripropone una esaltazione dei “grandi successi” dell’Urss staliniana, “artificialmente ingigantiti o inventati di sana pianta”; la frase è dell’ex deputato Vladimir Rizhkov, che ha denunciato su The Moscow Times anche che il manuale giustifica tutti i crimini di Stalin nella seconda guerra mondiale. Tra questi, ovviamente, “la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, l’invasione della Finlandia e l’annessione degli Stati baltici, della Polonia orientale e di parte della Romania”. La logica è la riscoperta ed esaltazione del “vecchio orgoglio imperiale”. (more…)

Sono i mezzi che giustificano il fine socialista

ottobre 17, 2009

imagesQuale sinistra per il futuro? Il filosofo americano Michael Walzer riprende i temi del celebre saggio di Bobbio

MICHAEL WALZER
Il filosofo statunitense Michael Walzer, 74 anni, tra le voci più prestigiose del socialismo democratico americano, direttore della rivista «Dissent», è intervenuto ieri a Torino nella seconda giornata del convegno dedicato a Bobbio nel centenario della nascita (questa mattina, nell’aula magna del Rettorato, tavola rotonda conclusiva su «L’incidenza di Bobbio sulla cultura del nostro tempo»). Titolo (molto bobbiano) della sua relazione «Quale socialismo per il futuro?». In questa pagina ne pubblichiamo uno stralcio.

Esistono aspirazioni socialiste e socialdemocratiche. Ciò che però distingue gli uomini e le donne di sinistra da tutti gli altri non sono solo quelle aspirazioni ma anche, e forse soprattutto, il modo di realizzarle. Si ricordi l’antica massima della sinistra: «La liberazione della classe operaia dev’essere opera della classe operaia stessa». Se la liberazione non è auto-liberazione, non conta. L’importante, allora, non è la realizzazione ultima degli obiettivi socialisti, ma il processo attraverso il quale vengono realizzati. Intendo adottare qui l’ottica del grande revisionista Eduard Bernstein. Noi pensiamo il socialismo come un fine alla vista, ma ciò su cui ci concentriamo, su cui ci impegniamo davvero, sono i mezzi per raggiungerlo. Qui è la nostra ambizione più intima e reale. A essere sinceri, le persone che più vorremmo essere non sono i cittadini di un futuro Stato socialista, ma gli attivisti e i militanti che lottano per realizzarlo. Così la domanda «Quale socialismo?» andrebbe intesa in termini temporali: socialismo-in-corso-di-realizzazione o socialismo-realizzato? Dovremmo scegliere socialismo-in-corso-di-realizzazione per indicare che abbiamo capito che potremmo non vedere mai la realizzazione. (more…)

La variante BULGARA

agosto 2, 2009

imagesdi Georgi Gospodinov

Comincio questo testo con un sms che ho ricevuto tempo fa a proposito di una raccolta di firme per far tornare gli archivi bulgari da Mosca. Una mia conoscente spiegava così il perché della sua firma: «Non perché creda che saremo ascoltati immediatamente ma perché se taceremo, dimenticheremo con facilità». Ritengo importante sottolineare l’apparentemente ovvio legame tra memoria e lingua, tra memoria e racconto. Il testo che segue è basato appunto sull’esperienza di un progetto dedicato al racconto delle storie quotidiane e personali del periodo del socialismo in Bulgaria. (more…)