Posts Tagged ‘talebani’

La lunga mano del Pakistan dietro al ricatto del terrore

ottobre 30, 2011

Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”

Sono tenaci. Capaci di adattare le loro tattiche. Picchiano come fabbri, poi lasciano intravedere spiragli di negoziati. E godono delle simpatie interessate dei pachistani. La loro strategia è semplice: tenere il più possibile, visto che alla fine la Nato se ne dovrà andare. La strage di Kabul sintetizza i dieci anni della guerra più lunga. Un’autobomba impressionante — quasi 700 chili di esplosivo —, un veicolo blindato che nulla può contro il kamikaze, un attacco nella capitale, perdite pesanti. L’ultimo rapporto uscito dal Pentagono, pur sottolineando i successi registrati in alcuni parti dell’Afghanistan, avverte che la situazione rimane instabile anche per colpa delle trame pachistane e della debolezza del governo Karzai. Le forze locali appaiono incapaci di affrontare la sfida: su 218 battaglioni di polizia neppure uno può agire da solo; su 204 battaglioni dell’esercito afghano solo uno è in grado di operare in modo autonomo. Gli sforzi degli alleati — Italia compresa — nell’addestramento dei reparti afghani non ha ancora colmato il divario. È ovvio che non dipende dagli istruttori ma dalla volontà dei locali. Lo rivela un dato. Soltanto a giugno hanno disertato 5 mila soldati afghani. Fughe che accompagnano un altro fenomeno in crescita, quello dei militari che sparano sui soldati Nato: ieri sono stati uccisi tre australiani. Tutti si chiedono — conoscendo già la risposta — cosa accadrà man mano che le province passeranno sotto il controllo delle autorità afghane.
Il quadro precario favorisce i talebani e i gruppi affini. Dimostrando grande pragmatismo, gli insorti si sono adeguati al momento. Sul piano strettamente militare hanno continuato a evitare lo scontro diretto. Non potrebbero sostenerlo, vista la disparità di volume di fuoco. E allora si sono affidati alla loro arma migliore. Gli esplosivi. Il 90 per cento delle perdite Nato (e dei civili) è da attribuire agli ordigni improvvisati, in gergo Ied. Ancora un numero: da giugno ad agosto sono state scoperte o individuate 5.088 bombe. (more…)

Telefoni oscurati e siti web, la guerra hi-tech dei Taliban

ottobre 6, 2011

mullah Omar

Alissa J. Rubin, da “la Repubblica”

LASHKAR GAH – Puntualmente, alle 8 di sera, ogni sera, il segnale del cellulare in questa città capoluogo di provincia scompare. Sotto la minaccia dei Taliban, i principali operatori spengono i loro ripetitori, tagliando di fatto i collegamenti con il resto del mondo. È quello che succede ormai in oltre la metà delle province afgane ed è un esempio dei nuovi e più sottili metodi impiegati dai Taliban, a dieci anni dall´inizio della guerra, per far sentire la loro presenza, nonostante i generali della Nato parlino di una guerriglia indebolita, che fatica a mantenere il controllo del territorio. È solo un esempio di un cambiamento più generale nella strategia del movimento integralista, che ora punta maggiormente su intimidazioni, omicidi mirati e attentati limitati ma eclatanti. I Taliban e i loro alleati della rete Haqqani di solito evitano di affrontare le forze della Nato in battaglie campali, ma sono riusciti a far saltare i colloqui di pace con il presidente del governo Karzai e cercano di preparare il terreno a un loro graduale ritorno al potere, man mano che la coalizione militare guidata dagli Stati Uniti riduce le operazioni militari nel Paese.
La provincia di Wardak, che confina con Kabul, è uno dei posti a rischio. È anche un posto dove i cellulari cessano di funzionare, in gran parte del territorio, per 13 ore al giorno. I Taliban vedono queste interruzioni del segnale come una linea di difesa, secondo i comandanti e i portavoce del movimento: se i telefoni sono spenti, gli informatori non possono chiamare gli americani per dare segnalazioni utili a eventuali raid e gli americani non possono usare strumenti di intercettazione per individuare la posizione dei guerriglieri. «Il nostro principale obbiettivo è rendere più difficile al nemico scovare i nostri mujaheddin», dice Zabiullah Mujahid, il portavoce dei Taliban per le zone orientali e settentrionali dell´Afghanistan. (more…)

Afghanistan, le mille anime dei turbanti neri

maggio 4, 2011

Dialoganti o irriducibili, afghani «puri» o contaminati con movimenti jihadisti e 007 pakistani I taleban sono pronti a raccogliere i frutti di dieci anni di guerriglia e del fallimento del progetto Usa.

Intervista ad Antonio Giustozzi di Giuliano Battiston, Kabul, da “Micromega

A quasi dieci anni dall’occupazione militare dell’Afghanistan, è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la Nato, che nel vertice di Lisbona del novembre scorso ha previsto il graduale passaggio della sicurezza del paese dalle truppe internazionali a quelle afghane; lo fanno gli americani, che per bocca del segretario di Stato Hillary Clinton parlano ormai della necessità di un «responsabile processo di riconciliazione» con i movimenti anti-governativi; e lo fanno anche i taleban che, sconfitti nel 2001, combattuti per dieci anni, sono riusciti a farsi attribuire una patente di «legittimità politica» dalla Comunità internazionale.
Abbiamo chiesto di ricostruire la traiettoria politico-militare dei turbanti neri ad Antonio Giustozzi, uno dei più autorevoli studiosi di Afghanistan, che abbiamo incontrato a Kabul. Giustozzi ha lavorato a lungo al Crisis states research centre della London school of economics, dove ha realizzato importanti studi sulla galassia taleban (Empires of mud: the neo-Taliban insurgency in Afghanistan 2002-2007, Columbia University Press 2009, Koran, Kalashnikov and Laptop, Columbia University Press 2008), sui signori della guerra (Empires of mud: wars and warlords of Afghanistan, Hurst 2009), e sulle sfide dello state-building.

Partiamo dal “chi sono i Talebani”, un argomento di cui lei si è occupato a fondo, a partire da Koran, Kalashnikov, and Laptop: the Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan (Columbia University Press 2006) passando per Decoding the New Taliban: insights from the Afghan fields (Hurst 2009). La vulgata giornalistica presenta i Talebani come un movimento unico e unitario, mentre nei suoi saggi – tra cui “One or Many?: The issue of the Taliban’s unity and disunity” -, lei si interroga sulla loro reale omogeneità e coerenza di obiettivi, strategie, composizione. Ci vuole spiegare che tipo di movimento è quello talebano, e perché è importante distinguere tra vecchi e nuovi Talebani? 

Si tratta di un movimento decentralizzato, il cui funzionamento è legato al modo in cui è risorto tra il 2002 e il 2003. Le indicazioni che ho raccolto ultimamente (e che non ho potuto includere nei testi che cita) suggeriscono che alcuni piccoli gruppi, rimasugli del movimento taleban, sentendosi minacciati dalle nuove autorità di Kabul si siano organizzati autonomamente, all’interno dei confini del paese, soprattutto in aree remote. Inoltre, sembra che all’inizio un ruolo importante l’abbiano giocato alcuni gruppi jihadisti, arabi e pakistani, che hanno fornito una struttura di supporto, oltre che volontari, per riaccendere l’insurrezione. Quanto alle autortità pakistane, è difficile definire quale ruolo abbiano giocato in quel periodo. Credo che nei primi momenti si siano mosse con cautela, affidandosi soprattutto ai gruppi jihadisti pakistani, anche perché non sapevano quale sarebbe stata la reazione degli americani, mentre oggi è evidente che siano direttamente coinvolte. Le due componenti, i nuclei afghani che si sono formati spontaneamente e i jihadisti stranieri, si sono fuse in modo graduale e approssimativo, e ancora oggi i Talebani non sono un movimento omogeneo, con una struttura che somigli ai movimenti marxisti-leninisti insurrezionali degli anni Settanta e Ottanta. Più che a una precisa struttura centralizzata, si affidano infatti al libero mercato della violenza. Potrà sembrare strano, ma i Talebani credono nel libero mercato, appoggiandosi alle compagnie commerciali per gli aspetti logistici della guerriglia, e lasciando che i vari fronti si organizzino in base a iniziative individuali. Il risultato è che, invece che a un’economia socialista, il sistema talebano assomiglia a un’economia capitalista, non completamente selvaggia però: esiste un elemento centrale che opera come istanza regolatrice, che impone leggi e regolamenti per i combattenti sul terreno e per i comandanti, lasciando comunque ai vari gruppi la libertà di fondersi con i Talebani o di ottenere fino a un certo punto un’identità distinta. In questo senso è vero, come è stato detto, che si tratta di un network di network, ma a partire dal 2007 e fino al 2009/2010 c’è stato uno sforzo di centralizzare la leadership, di aumentarne il ruolo, di imporre sui membri – pur all’interno di una struttura molto complessa – delle regole sempre più rigide. Un’operazione difficile, soprattutto a causa delle strategie delle forze Isaf, che hanno deteriorato la struttura di controllo. Per riassumere, direi che negli ultimi anni è avvenuto uno sforzo di semplificare un movimento che ha una matrice molteplice, uno sforzo che oggi è in crisi per diverse ragioni, soprattutto per la pressione esercitata dalle forze internazionali, in primis quella americana. (more…)

La sporca dozzina

aprile 12, 2011

Newsweek fa l’elenco dei comandanti talebani più pericolosi e attivi tra Afghanistan e Pakistan

da “ilpost

Newsweek questa settimana ha fatto un elenco dei comandanti talebani più pericolosi, molto attivi ma meno conosciuti rispetto ai leader di cui si sente sempre parlare. La strategia generale è sempre nelle mani dei soliti noti: Abdul Qayyum Zakir, l’ex detenuto di Guantanamo che dirige le operazioni militari dei talebani; Sirajuddin Haqqani, che gestisce la sua personale milizia militare nell’est dell’Afghanistan; e il mujahedin Gulbuddin Hekmatyar, che nelle montagne tra Pakistan e Afghanistan è a capo di una milizia meno numerosa delle altre ma meglio organizzata. A condurre davvero le operazioni sul campo però c’è un gruppo di dodici luogotenenti potenti e agguerriti, che hanno orchestrato alcuni degli attacchi più sanguinosi e violenti degli ultimi anni.

Maulvi Hassan Rahmani
Nessun altro leader talebano è così vicino al mullah Omar quanto lui. Ha fama di essere moto bravo nella gestione delle questioni amministrative e finanziarie, nonché a trovare nuove reclute. Di lui si dice che sia in grado di risolvere qualsiasi cosa, una specie di Mr. Wolf. (more…)

I nuovi taleban d’Africa: lapidato chi vede la tv

agosto 25, 2010

Gli Shabab copiano il modello afghano: sharia dura e pura

Nell’articolo: «Shabab e taleban hanno in comune tanto il fatto di essere seguaci di una forma intollerante di Islam – ha spiegato al New York Times Letta Tayler, specialista di antiterrorismo di Human Rights Watch – quanto la convinzione che la maniera migliore per garantirsi il sostegno popolare è terrorizzare la gente comune»

Maurizio Molinari per “La Stampa

Barbe obbligatorie per gli uomini, divieto per le donne di uscire da casa non accompagnate da parte maschi, lapidazioni pubbliche e probizione assoluta di ascoltare musica occidentale, andare al cinema e guardare sport in tv. La raffica di editti emanati dalle milizie islamiche shabab nella Somalia del Sud e nei quartieri di Modagiscio da loro controllati ricordano da vicino le norme della Shaaria – la legge islamica – imposte in Afghanistan dai taleban fino al rovesciamento del loro regime a Kabul alla fine del 2001.

Del tutto identico è anche l’ordine impartito ad ogni gruppo famigliare di «contribure alla Jihad» garantendo almeno un figlio maschio alle milizie islamiche mentre i genitori che non ne hanno sono obbligati a versare cifre ingenti, che nel sud della Somalia raggiungono i 50 dollari al mese ovvero l’equivalente del reddito medio pro capite. Le similitudini con i taleban afghane sono tutt’altro che negate dai leader degli shabab, come nel caso del comandante Abu Dayid che all’Associated Press ha spiegato come «entrambi i nostri gruppi applicano una forma di Islam molto rispettoso della Sharia» oltre al fatto di essere accomunati «dal profondo odio nei confronti degli infedeli».

Vahid Mujdeh, autore afghano di un recente libro sui taleban, ritiene che «gli shabab stanno copiando quanto i taleban fecero nel mio Paese negli anni Novanta perché convinti che fu un successo» ovvero «consentì di governare un’intera nazione attraverso la più rigida interpretazione della legge islamica». Il fatto che gli shabab considerino i taleban degli eroi da prendere ad esempio rafforza i timori del Pentagono che ne abbiamo emulato anche la stretta alleanza con Al Qaeda. (more…)

L’Afghanistan non sia diviso

agosto 5, 2010

Nell’articolo: Usa e Nato devono avviare dei colloqui con i talebani subito, creare un consenso regionale tra i paesi vicini per questi colloqui, offrire all’Afghanistan un impegno a lungo termine per la costruzione di uno stato e trasferire lentamente i poteri all’esercito e alla polizia afghani. Le chiacchiere su una divisione territoriale del paese vanno consegnate alla spazzatura della storia

Ahmed Rashid per “Il Sole 24 Ore

Negli ultimi 32 anni, gli afghani hanno combattuto diverse guerre per tenere insieme il loro paese. Nonostante tutte le macchinazioni delle grandi potenze e degli stati confinanti, nessun signore della guerra o leader afghano ha mai ceduto alle pressioni esterne per mettere fine all’unità nazionale.
Ora la guerra afghana è diventata più complicata con la pubblicazione di dossier militari segreti da parte del sito Wikileaks, un episodio molto imbarazzante per gli Usa, la Nato e il Pakistan. Ma nonostante il loro contenuto nefasto, queste fughe di notizie non devono distogliere l’attenzione da una serie di elementi fortemente positivi, che in passato hanno aiutato l’Afghanistan a sopravvivere.

L’Afghanistan è uno stato-nazione dal 1761, molto prima di quattro dei suoi vicini (Pakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan). Pur avendo subìto gravi guerre intestine e colpi di stato, vittima di tutte le ideologie del 900, l’Afghanistan e gli afghani hanno dimostrato una considerevole capacità di resistenza. (more…)

In Pakistan è “come chiedere al Diavolo di prendere Dracula”

luglio 27, 2010

Perché i generali di Musharraf hanno cominciato la loro guerra privata a fianco di talebani e al Qaida

Daniele Raineri per “Il Foglio“, 30 Settembre 2008

Riassunto delle puntate precedenti: in Pakistan una cupola formata da alti generali in congedo e da sezioni dei servizi segreti tira i fili del terrorismo e della guerriglia talebana. Sono infuriati dalla svolta filoamericana dopo l’11 settembre. Alla loro testa c’è un ex capo dell’intelligence, Hamid Gul, che ha contribuito alla cacciata del suo ex allievo, il presidente Musharraf. Gul è il Gran protettore di al Qaida e dei talebani, il loro uomo radar: li avvisa quando il pericolo americano si avvicina troppo. Assieme a lui c’è Javed Nasir, ex capo dell’intelligence. Nasir è il Gran fornitore di al Qaida e dei talebani. Il suo carico migliore è un grosso quantitativo di missili antiaerei. In pubblico i due ex capi dei servizi lanciano manifestazioni antiamericane. In segreto s’incontrano con altri doppiogiochisti dei servizi, con capi di al Qaida e della guerriglia afghana e anche con esuli del partito Baath. Tema delle riunioni: dissanguare i contingenti occidentali in Afghanistan. (more…)

Lunedì spie, martedì guerriglia. Ecco l’agenda di Petraeus

luglio 15, 2010

Il generale comincia con tre richieste alla Casa Bianca, a Karzai e ai pachistani. Al Qaida nomina il suo AntiPetraeus

Nell’articolo: Al Qaida ha nominato il controPetraeus. Negli stessi giorni in cui l’Amministrazione Obama ha sostituito il generale ribelle McChrystal con Petraeus, anche al Qaida ha nominato un nuovo capo delle operazioni in Afghanistan, al posto di Mustafà Yazid al Masri, ucciso da un drone americano nell’area tribale pachistana del Waziristan del nord

Daniele Raineri per “Il Foglio

Lunedì, il generale Petraeus è atterrato in Pakistan. Il nuovo comandante della guerra in Afghanistan sa come gira il mondo e come primo atto del suo mandato si è presentato a Rawalpindi, la capitale militare del paese, gemella della capitale politica, Islamabad, a pochi chilometri. Se vuoi battere i talebani, sa bene, prima devi andare a parlare con i generali pachistani. Petraeus ha incontrato il capo delle Forze armate, Ashfaq Pervez Kayani, e in pubblico ha speso le consuete parole di lode e incoraggiamento per gli sforzi contro il terrorismo intrapresi dal Pakistan. Ma con Kayani, faccia triste, decine di sigarette e le occhiaie di chi nel lavoro deve mediare e tenere conto di pressioni di segno completamente opposto, c’è un rapporto particolare di fiducia. Il pachistano ha ricevuto negli stessi momenti anche una telefonata di Anne Patterson, la donna messa dal dipartimento di stato a guidare l’ambasciata americana in Pakistan. Non si sa che cosa i due americani abbiano chiesto al generale, ma con tutta probabilità si tratta della solita richiesta: levateci di mezzo i gruppi di terroristi e guerriglieri pachistani che attraversano il confine e vengono a combattere in Afghanistan, perché conviene anche a voi. Ieri otto soldati Nato sono morti in attacchi in tutto il paese. (more…)

Le forze afghane allo sbando. Talebani infiltrati tra le fila di esercito e polizia

luglio 14, 2010

Nell’articolo: Come noto, a presentare i problemi più seri è la polizia, con solo un decimo degli effettivi realmente operativi, il 70 per cento degli organici analfabeta e la metà degli agenti privi di addestramento mentre una recente inchiesta anti-corruzione del Ministero degli Interni afgano ha portato al licenziamento del 20% dei comandanti

Gianandrea Gaiani per “Il Sole 24 Ore

Si fa presto a dire “transizione”, la parola magica che negli auspici degli Usa e della Nato dovrebbe consentire l’inizio del ritiro delle truppe alleate in Afghanistan cedendo le competenze della sicurezza alle forze locali. Sempre più spesso i rapporti realizzati sul campo cozzano con le dichiarazioni ufficiali che enfatizzano i progressi delle forze di sicurezza afghane per fotografare una realtà desolante che evidenzia come le truppe di Kabul siano ben lontane dall’essere affidabili (è di questa mattina la notizia di un attacco dei talebani al quartier generale della polizia nazionale responsabile per l’ordine pubblico a Kandahar (Afghanistan meridionale), causando la morte di tre militari e cinque civili).

Il giornale britannico Independent ha messo il dito nella piaga raccontando della crescente infiltrazione talebana tra le fila di esercito e polizia. Un recente rapporto del Pentagono cita esempi eclatanti, come quelli del comandante talebano riuscito ad arruolarsi nelle fila dell’Afghan National Army e di un comandante di polizia responsabile di numerosi attentati condotti con ordigni improvvisati contro le forze alleate. Meno di un quarto delle unità dell’esercito e di un settimo di quelle di polizia sono considerate capaci di operare in modo indipendente perché hanno ottenuto la qualifica “Capability Milestone 1” (CM1) nelle validazioni effettuate dagli alleati. I criteri utilizzati dalla Nato risulterebbero però difettosi o forse improntati a fornire dati ottimistici, con il risultato che il numero reale di truppe operative è quindi ancora minore nonostante i miliardi di dollari investiti negli ultimi anni soprattutto dagli Stati Uniti. (more…)

Non solo taleban, l’altro Islam dei Sufi

luglio 4, 2010

Colpita in Pakistan la moschea della corrente mistica anti-Al Qaeda. Il maestro Ansari: «I kamikaze comprano un biglietto per l’inferno»

Nell’articolo: Prosegue Ansari: «Nella storia il problema si manifesta quando la capitale del mondo islamico passa dalla penisola arabica a Damasco. La ricchezza e il potere corruppero la purezza dell’Islam originario. Il vero Islam rimase celato dietro la ricchezza e il potere e il volto superficiale della fede emerse sotto la forma di rituale come la vera rappresentazione

da “La Stampa

ISLAMABAD
L’impressione che i lettori occidentali si fanno dai resoconti dei media sulla regione fissata nell’acronimo Af-Pak, Afghanistan e Pakistan, è di una terra abitata da feroci estremisti islamici. Invece la regione dell’Asia centro-meridionale è la culla del sufismo, il misticismo islamico. Dal leggendario Jalal ad Din Rumi a Khawaja Moinuddin Chishti Ajmeri molti sufi provengono dall’antico Khorasan, che comprendeva parte dell’attuale Afghanistan, dell’Iran e del Pakistan. Il sostegno dei sufi è stato spesso cruciale per il dominio musulmano. Ancora in tempi recenti, la famiglia Gillani, (emigrata da Baghdad) è stata in Afghanistan la colonna del potere dell’ex re Zair Shah. La famiglia Gillani, insieme con Sibgatullah Mujadedi (discendente dei sufi indiani Mujadid aft-e-Thani) è stata il motore principale della rivolta dei mujaheddin contro i sovietici.

Entrambe le famiglie sufi sono oggi tra i principali sostenitori del governo Karzai. L’affermazione di Al Qaeda e dei taleban ha tuttavia cambiato l’intero equilibrio della regione. Il Sud e il Nord Waziristan, che erano stati la terra di celebri santi sufi, come il leggendario avversario dei colonialisti britannici, Faqir Ipi, che apparteneva alla scuola Qadri, sono diventati le roccaforti da dove l’Islam salafita ordina la distruzione dei santuari, proibisce la musica e la danza che invece sono parte integrante della tradizione sufi. Guerriglieri sono inviati dal Nord Waziristan nella valle dello Swat e in altre zone tribali per distruggere i santuari e uccidere i sufi. Esattamente come è accaduto in Iraq. Non vengono risparmiati nemmeno i santuari che la devozione popolare attribuisce ai discendenti del Profeta. (more…)

Che facciamo in Afghanistan?

maggio 20, 2010

Gli americani, secondo stime che risalgono al 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi 216, i canadesi 131. la Danimarca 26. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato

Massimo Fini per “Il Fatto

Dopo l’agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all’Italia”. Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c’erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l’Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli “italiani brava gente” che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l’eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni ’80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l’Afghanistan. (more…)

Ai taleban? Soldi, lavoro e un seggio in parlamento

maggio 9, 2010

Il progetto di riconciliazione nazionale del presidente Karzai

Quanto sia stata definita nel dettaglio, la strategia per il futuro dell’Afghanistan che Karzai intende presentare al presidente degli Stati uniti Barack Obama, non si sa. Quel che è certo è che settimana prossima, all’incontro bilaterale di Washington, il presidente afghano andrà con un piano abbastanza preciso per favorire una riconciliazione nazionale che ha già un nome: Afghan Peace and Reintegration Program (Aprp).
La bozza del documento, che abbiamo potuto leggere, fissa il quadro di riferimento, i passi e gli obiettivi di qualcosa che Karzai ha già in mente da diversi anni e finalmente può adesso formalizzare, trovando orecchie più attente tra i suoi interlocutori internazionali, convinti sino a ieri che la Nato avrebbe vinto la guerra con i Taleban per dettare poi condizioni da un punto di forza. In realtà in molti lo pensano ancora e non tutti sono d’accordo a parlare col nemico in questa fase. Karzai dunque ha davanti una strada in salita. E molti punti del suo piano, ancora ufficioso, rischiano di saltare o di essere ridimensionati. (more…)

Vittoria talebana: gli Usa lasciano l’avamposto simbolo della guerra

aprile 24, 2010

Gli americani penetrarono nella Valle di Korengal, nella provincia di Kunar al confine col Pakistan, nel 2005 e da allora tra queste rocce hanno sempre combattuto. Il fortino costruito nel 2006, il Korengal Out Post , ha sempre vissuto sotto assedio. Dentro le truppe americane che cercavano di intercettare i talebani in arrivo dal Pakistan e convincere la popolazione a collaborare. Fuori una popolazione di boscaioli e contrabbandieri che praticano l’islam wahabita (il più rigido) e i miliziani pronti a colpire con imboscate, ordigni stradali e razzi.

Da quelle parti è così frequente trovarsi coinvolti in scontri a fuoco che molte troupe televisive e reporter hanno visitato il Kot, divenuto un vero e proprio simbolo delle difficoltà della guerra e nel quale sono morti 42 soldati americani mentre centinaia di altri sono rimasti feriti. (more…)

Pakistan – Prospettive sociali sul terrorismo

marzo 26, 2010

Fra i gruppi e i movimenti islamici del Pakistan, ma anche all’interno dell’apparato statale civile e militare, vi sono diversi gradi di sostegno e di simpatia nei confronti dei Talebani, anche se non vi è un aperto appoggio e una dichiarata adesione ai loro metodi – scrive l’analista pakistano Hasan al-Askari Rizvi

Gli attacchi terroristici dell’8 e del 12 marzo a Lahore non fanno che ricordarci come il terrorismo continui a minacciare l’ordine e la stabilità interna del Pakistan. Questi attacchi dimostrano anche che i terroristi non sono solamente presenti nelle città, ma hanno anche sviluppato una fitta rete, a scapito del governo e del popolo pakistano.

L’ultimo grande attacco terroristico a Lahore ha avuto luogo il 7 dicembre 2009, quando due bombe sono esplose in un mercato, uccidendo almeno 70 persone. La pace a cui si è assistito a Lahore nel corso degli ultimi tre mesi ha creato la falsa impressione che il peggio fosse passato. Gli incidenti più recenti mostrano che la cacciata dei terroristi dalla valle di Swat e dalla maggior parte del Sud del Waziristan li ha certamente indeboliti, ma la loro minaccia rimane allarmante.

Un’operazione di sicurezza eseguita congiuntamente dall’esercito, dalle forze aeree e dalle forze paramilitari, è riuscita a porre fine al controllo territoriale del regime talebano nello Swat / Malakand e nella maggior parte del Sud del Waziristan. La maggior parte dei Talebani sopravvissuti all’attacco sono fuggiti sulle montagne, in Afghanistan e in altri centri tribali. Quando le forze di sicurezza iniziarono le loro operazioni nei centri di Bajaur, Khyber, Orakzai, Kurram, alcuni Talebani si trasferirono nelle aree abitate del Pakistan, in particolare in alcune grandi città. (more…)

A Marjah liberata dai talebani i marines risparmiano l’oppio

marzo 22, 2010

I duemila marines americani e le truppe britanniche che hanno da poche settimane liberato il distretto di Nad Alì e la città di Marjah dai talebani hanno rinunciato per ora a distruggere le coltivazioni di oppio risparmiando i campi di papavero pronti per il raccolto. Dopo molte indiscrezioni in proposito la conferma è giunta dai reportage da Marjah del New York Times e del Miami Herald.

La decisione del comando alleato punta a guadagnare il consenso degli abitanti della zona, per lo più contadini che vivono al 70 per cento della coltivazione del papavero. Secondo un ufficiale citato dal New York Times, le truppe alleate hanno l’ordine di non distruggere le piantagioni mentre fonti sentite dall’agenzia Reuters sostengono che l’obiettivo è attendere l’imminente raccolto per comprare l’oppio direttamente dai coltivatori e distruggerlo. In questo modo si priverebbero i talebani della principale fonte di finanziamento senza mettere in difficoltà gli agricoltori ai quali verrebbero poi offerte colture alternative ma altrettanto redditizie. (more…)

MORIRE PER LA “PATRIA”

settembre 18, 2009

AW9TVVBCAXBCX13CACBETZLCAEZ75RWCADBFV34CA62GE3HCAHCSHFDCAZ6FWJECAYS7VVICAW81RKMCA3G3HTSCAJD8GWCCAC1HBI0CAS9I5D1CAFIS9AJCA1KK53QCAVGMNUXCAZ3EXYRCABBBDXKL’arma migliore dei talebani? Le mine anti tank italiane “Tc6” – ORDIGNI DATE DAGLI AMERICANI AI MUJAHEDDIN AFGANI ALL’EPOCA DELL’INVASIONE SOVIETICA – DISSOTTERATE DAI TALIBAN VENGONO MESCOLATE A GRANATE, FERTILIZZANTE E TUTTO QUELLO CHE SI TROVA SUL MERCATO PER AUMENTARNE GLI EFFETTI…

Lorenzo Cremonesi e Guido Olimpio per il “Corriere della Sera”

L’arma migliore dei talebani? Le mine anti tank italiane «Tc6». Le usano in serie di tre o due, a volte le «mescolano» con il fertilizzante per aumentarne gli effetti. Ordigni capaci di distruggere un blindato o di fare strage in una colonna di mezzi.

 

Fonti statunitensi hanno confermato di recente, in modo informale, che la buona parte degli ordigni usati contro la coalizione sono proprio di origine italiana. Le «Tc6» erano state fornite dagli americani ai mujaheddin afghani all’epoca della resistenza contro l’Armata rossa. Migliaia, anzi milioni di pezzi, sistemati ovunque e senza mappe. Con il tempo sono state dissotterrate dai talebani, che le hanno riciclate per gli attentati contro le truppe dell’alleanza. (more…)

Taliban e tripli giochi: il minestrone pakistano

agosto 28, 2009

imagesHakimullah Mehsud, leader del gruppo integralista Fedayeen al-Islam che opera nelle zone di Orakzai, Kurram e Kyber è il nuovo comandante del Tehrik-i-Taliban. O, almeno, così pare. Hakimullah, che sarebbe stato eletto dai comandanti dei gruppi che formano il Tehrik-i-Taliban, prende il posto di Baitullah Mehsud, appartenente alla sua stessa tribù, di cui era considerato il braccio destro. L’elezione di Hakimullah, considerato dai più un capo particolarmente violento e senza scrupoli, conclude due settimane di trattative e, sembra, di lotte intestine tra varie fazioni taliban per la successione di Baitullah. A contendere la leadership ad Hakimullah era principalmente Wali-ur-Rehman, un altro dei più stretti collaboratori di Baitullah, che si diceva avesse addirittura ucciso, nei giorni scorsi, lo stesso Hakimullah. La notizia è stata, ovviamente, smentita, nonostante Islamabad, per bocca del suo ministro degli Interni, si affanni a confermarla dicendo che non di Hakimullah si tratta ma di un suo ‘gemello afghano’. (more…)

Pakistan

agosto 14, 2009

imagesSyed Saleem Shahzad : ” Tre attacchi taleban agli arsenali nucleari “

 

Una rivista pubblicata dall’accademia militare americana di West Point sostiene che negli ultimi due anni i terroristi islamisti avrebbero attaccato tre impianti nucleari dell’esercito pachistano, e che esiste il serio rischio che prima o poi riescano ad accedere all’arsenale atomico del Paese. Ma rimane la domanda da un milione di dollari: è veramente così facile per i taleban colpire un arsenale nucleare nazionale? Un portavoce del Pentagono ha dichiarato che l’ammiraglio Mike Mullen, capo dei comandi unificati, e il segretario alla Difesa Robert Gates sono convinti che le bombe atomiche pachistane siamo al sicuro. (more…)

Il Pakistan, stretto tra l’India e i Talebani

giugno 25, 2009

imagesIl problema di molti indiani e pakistani è che, accecati dalla contrapposizione fra i due paesi, non vedono i mali che attanagliano le rispettive società in cui vivono. Tuttavia la vecchia abitudine di puntare il dito al di là del confine serve a poco, oltre che a distogliere l’attenzione dai pressanti problemi interni

 

Stando all’articolo di Kapil Komireddi, la fine del Pakistan sarebbe “inevitabile” perché, sin dalla sua fondazione, il paese è stato all’origine di divisioni ed estremismo. Questa non è una teoria nuova. Praticamente ogni analista occidentale, a cui adesso si è felicemente aggiunto un coro di osservatori indiani inspiegabilmente privi del contesto regionale e storico, ritiene che lo stato del Pakistan, contrastato da autentici estremisti al suo interno, sia la peggiore minaccia in assoluto per la pace e la sicurezza internazionale. (more…)