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Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam

agosto 26, 2011

Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto Il destino dei despoti è la polvere. Unica «scandalosa» eccezione: Stalin
Fu al calar del sole che Acab re d’Israele, che aveva pur fondato tante città e costruito un palazzo d’avorio, morì per un colpo di freccia mentre combatteva sul suo carro da guerra. Una bella morte, in fondo: ma il grande e terribile profeta Elia gliel’aveva predetta, come si legge nella Bibbia, nel I libro dei Re. Correva l’anno 852 a. C.; e il glorioso re Acab aveva meritato che il Signore lo abbandonasse, poiché aveva restaurato in Israele e in Samaria il culto degli idoli e aveva commesso ogni sorta di prevaricazioni

Franco Cardini per “Il Corriere della Sera”

Eppure, non pare fosse quella la sua natura. Ma era stato travolto dalla passione per una bella e malvagia dame sans merci, la sua sposa Gezabele: avida, corrotta, idolatra, assassina di profeti. Per lei aveva malgovernato, rubato e ucciso.
Acab è rimasto nei secoli l’archetipo del rex iniustus, che sovente è buono e giusto agli inizi ma che finisce con l’abusare del suo potere e della fortuna, magari dello stesso favore divino. Non è solo malvagio: la sua malvagità è frutto della corruzione di qualcosa di originariamente buono, corruptio optimi pessima. La Bibbia ce ne fornisce altri esempi, da Nabucodonosor e da Baldassarre sovrani di Babilonia all’orgoglioso faraone avverso a Mosè fino allo stesso Saul roso dalla vanagloria e dall’invidia; e a Erode, odiatore del Messia e infanticida, che muore divorato dai vermi nati dal suo stesso corpo infermo. Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha sottoposto a una vorticosa avventura semantica un termine greco,tyrannos, che nella lingua degli elleni non ha affatto un valore di per sé moralmente peggiorativo, ma che suona esclusivamente come una denunzia giuridica. È tyrannoschi s’impadronisce del potere e lo esercita senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali; poi, può essere in realtà anche il migliore e più giusto. Ma il governo in Atene dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., impresse al termine il valore negativo, legato al malgoverno e all’ingiustizia, che ancor oggi esso conserva. Furono soprattutto alcuni personaggi della Magna Grecia, come Gelone e Dionisio di Siracusa, a divenir modelli di tirannia; ma i greci, seguiti in ciò dai romani, preferivano indicare come esempi ovvi e inevitabili di tirannide i re o i capi barbari (dai re persiani a Pirro d’Epiro ad Annibale). Attenzione, però: se la tirannide era condizione «naturale» dei barbari, in quanto inferiori e corrotti, essa era eccezione orribile e vergognosa in Atene o in Roma, patrie di libertà e di giustizia garantite dagli dei. Difatti, in ultima analisi, la vera natura del tiranno non è neppure la crudeltà, neppure la violenza: bensì l’hybris, l’empietà. Ciò soprattutto condanna lo spartano Pausania o il tebano Creonte al pari dei romani Tullio Ostilio o Tarquinio il Superbo; ciò condanna gli imperatori come Caligola, Nerone o Domiziano che, secondo l’aristocrazia senatoriale custode delle tradizioni, hanno prevaricato nell’abuso e nell’arbitrio. (more…)