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“Sono diventato scrittore per paura”

gennaio 25, 2012

Tommaso Pincio

Tommaso Pincio per “Il Corriere della Sera

Da sempre è un mio chiodo fisso. L’eventualità della sconfitta, di un crollo definitivo, di una caduta rovinosa e senza appello. E dicendo «da sempre» intendo dalla notte dei miei tempi; i tempi in cui ero un bambino a malapena capace di parlare. Ricordo troppo bene, infatti, come sussultassi alla vista di un mendicante in strada. Ricordo come stringessi la mano di mia madre o m’aggrappassi al suo abito nel fissare con occhi sbarrati il povero disgraziato vestito di stracci, sporco, puzzolente. E ricordo con quale metodo contassi le monete lasciate dai passanti nel recipiente per la questua. È probabile che non sapessi nemmeno contare, tanto ero piccolo. Nondimeno in qualche maniera contavo, soppesavo sconvolto la magrezza del bottino. E non per pietà, sia chiaro. Nulla m’importava dello sventurato che scrutavo atterrito. Il mio turbamento scaturiva unicamente dal puro egoismo, dal terrore, tremendo e forte, di precipitare nelle stesse miserevoli condizioni una volta diventato adulto.

Per quale motivo questa paura abbia attecchito in me con tale precocità è un mistero. So soltanto quel che avrei voluto dire quando mi si interrogava circa il cosa volessi fare da grande. Che domanda stupida e insopportabile. Niente: ecco cosa avrei voluto dire. Un bel niente. Cosa volessi fare rappresentava pochissima cosa, una risibile inezia al confronto del cosa non volessi fare. E quanto a questo, quanto al cosa non volessi fare, avevo idee molto definite: di sicuro non volevo fare il barbone, l’uomo che va a vivere sotto i ponti. Ma non era così che rispondevo, s’intende. La tenera età non mi impediva di intuire che era meglio glissare, eludere. Cercavo allora di immaginare quale mestiere mi mettesse più al riparo da un destino di elemosina e non appena ne individuavo uno, quello dicevo. Ne individuavo parecchi, debbo dire, dal muratore al medico, ma nessuno di essi corrispondeva alle mie inclinazioni.

Il fatto che sdegnassi tanti lavori non prometteva nulla di buono. Difatti la mia vita ha seguito un corso contrario alle premesse. Viste le mie paure, logica avrebbe voluto che studiassi e mi ingegnassi per accedere a una professione ben remunerata, o perlomeno a un impiego sicuro, garante di una retribuzione costante e dignitosa. Non è stato così. Perversamente, come una vittima in cerca di carnefice, dapprima ho inseguito il sogno dell’arte, quindi mi sono consegnato alla letteratura. In altri termini, mi sono rivolto a due perfetti generatori di incertezze, due tra le più precarie attività cui un individuo possa dedicarsi. Certo, si danno molti casi di scrittori e soprattutto di artisti che hanno sguazzato lontani dall’indigenza grazie ai danarosi frutti del loro estro creativo. Casi del genere mi erano di conforto nei miei pensieri di studente di Accademia. Purtroppo finivano per prevalere esempi di tutt’altra natura. Mi veniva più spontaneo pensare a pittori intirizziti in soffitte gelide, affamati e incompresi, accoppiati a donne più vilipese di loro, ragazze di strada o di bordello, tisiche, o meglio ancora sifilitiche.

La scrittura giunse molto dopo. Mi avventurai nel mio primo romanzo quando ero ormai prossimo a traguardare il trentacinquesimo anno. Mi avvicinavo cioè alla sommità dell’arco cui Dante paragona le vite terrene e non c’era pertanto più alcun bisogno che lavorassi di fantasia. La mia esistenza aveva imboccato di propria iniziativa la discesa di un naturale, inesorabile crollo, il decadimento fisico. Alla paura di ritrovarmi sprovvisto di denaro si aggiunse quindi quella degli anni che passavano. «Perdo tempo come si perde il sangue» recita una breve poesia di Tommaso Landolfi, e fu per l’appunto questo lo stato d’animo con cui scrivevo: la sensazione di dover fare presto, perché avevo tergiversato troppo, perché avevo dissipato gli anni migliori nell’attesa di un’occasione. Scrivevo pensando ai minuti sprecati facendo niente, ai minuti che diventano ore e alle ore che diventano giorni. Scrivevo pensando alle serate sprecate bivaccando in un pub, discutendo con gli amici delle cose che avremmo dovuto fare da adulti, poco considerando che lo eravamo già, adulti. Scrivevo, infine, pensando ai mesi, e dunque agli anni, sprecati facendo il lavoro che facevo.

Che lavoro facevo? Lavoravo presso una galleria d’arte contemporanea all’epoca. Nominalmente la mia qualifica era quella di direttore, un elegante eufemismo per significare che la galleria non era mia, che ero un semplice dipendente. Volendo chiamare la cosa col suo vero nome, tuttofare sarebbe termine più corretto, perché in effetti proprio questo facevo: di tutto. Attaccavo quadri alle pareti. Attaccavo i francobolli sugli inviti da spedire in occasione di un vernissage. Attaccavo discorso coi visitatori per cercare di capire se fossero intenzionati ad acquistare qualcosa. Pensandoci meglio, mi sa che facevo l’attaccatore. Non era un lavoro malvagio, tutt’altro. Ma lo consideravo comunque una perdita di tempo dalla quale affrancarsi al più presto.

Fu nei momenti morti del mio lavoro di attaccatore che iniziai a scrivere il primo romanzo. Lo scrissi con foga, ansioso di finirlo. Spesso mi trattenevo in galleria oltre l’orario di chiusura, facendo le ore piccole davanti al computer. Scrivere di notte nel mio posto di lavoro mi riportava alla memoria Il deserto dei tartari. Lo avevo letto diversi anni prima, quand’ero poco più di un ragazzino, restando colpito dallo sconsolante destino di immobilità e perenne attesa che affligge il protagonista, un giovane militare che spreca l’intera esistenza in una fortezza lontana da tutto.

Ancor più mi aveva colpito e inquietato l’introduzione. Vi si diceva che Dino Buzzati concepì Il deserto dei tartari ispirandosi alla redazione del «Corriere della Sera», dove aveva lavorato di notte per alcuni anni. Il ricordo dello scrittore era quello di un impegno pesante e monotono: «I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili di quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fluire e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire».

La ragione per cui queste parole mi erano rimaste tanto impresse andava al di là del monito che esprimevano. Mio padre gestiva un’edicola nel quartiere Prati, a Roma. Vi passavo intere giornate da bambino, in particolare d’estate quando potevo giocare al giornalaio. Piegavo i quotidiani, li sistemavo nell’espositore e li vendevo. Tra i più venduti c’era proprio il «Corriere della Sera», il quotidiano preferito da avvocati e magistrati. L’edicola era infatti situata nei pressi di palazzo di Giustizia, ora sede della Cassazione. Vendevo il «Corriere» a questi signori austeri e vestiti di scuro e poi li vedevo avviarsi verso quell’architettura tetra, enorme, quell’edificio costruito nell’Ottocento e noto ai romani come Palazzaccio per via del suo aspetto tozzo, sgraziato, così sproporzionato che al suo cospetto anche l’uomo più alto sembrava un nano.

Nelle mie fantasie infantili prese quindi corpo l’idea che il Palazzaccio e il «Corriere della Sera» fossero una cosa sola. Credevo che tutti quei signori venissero ad acquistare il giornale per controllare che le notizie fossero state stampate a dovere, senza errori. Loro, i controllori, lavorano di giorno, mentre giornalisti, redattori e stampatori lavoravano di notte. Li immaginavo dirigersi verso il Palazzaccio, i giornalisti, all’imbrunire. Procedevano in fila indiana, a capo chino, avvolti in lunghi cappotti grigio scuro. Per qualche motivo, li immaginavo piùminuti dei controllori, così minuti che per sedersi alla propria postazione dovevano servirsi di una scaletta. Anche le macchine da scrivere erano troppo grandi per le loro piccole dita e così pigiavano i tasti con la mano intera. In effetti, più che pigiare, picchiavano. Picchiavano i tasti come si dà un pugno su un tavolo e io vedevo queste sale enormi, queste sconfinate distese di tavoli e questi piccoli uomini alle loro macchine da scrivere illuminati da lampade sferiche. Sollevavano i loro braccini per poi abbattere i loro piccoli pugni sui tasti. Sembravano una schiera di suonatori di tamburi.

Fu inevitabile, leggendo la prefazione a Il deserto dei tartari non potei non riportare alla mente questo scenario kafkiano, che si sovrappose così alla figura di Buzzati e al suo monito, al bisogno affannoso di lasciare un segno, di non lasciarsi portare via dal passare degli anni. Altrettanto inevitabile fu che nello scrivere il mio primo romanzo mi sentissi spesso come i piccoli uomini del «Corriere», quelli che immaginavo rinchiusi nottetempo negli stanzoni del Palazzaccio. A tutto ciò si unirono le mie paure infantili di fallire, l’eventualità per nulla remota che potessi fallire, che non riuscissi a finire il mio romanzo o, cosa ancor più probabile, che nessuno volesse pubblicarlo.

Per giunta, il mio lavoro di attaccatore mi offriva pretesti in abbondanza per alimentare simili timori. Tra i visitatori più assidui della galleria c’erano infatti gli aspiranti artisti. Si presentavano tremanti col loro portfolio di opere perlopiù insulse, nella ingiustificata speranza di esporle. La maggioranza di costoro era a tal punto impaurita da non spiccicare parola. Non mancavano tuttavia i tipi aggressivi, gli esagitati, e nemmeno i puri e semplici invasati. Gestire quei colloqui era penosissimo, giacché io ero più terrorizzato di loro. Non avrei potuto non esserlo; quegli aspiranti artisti erano uguali ai mendicanti che mi spaventavano da bambino. L’unica quanto non sostanziale differenza era che, al posto di qualche spicciolo, elemosinavano un briciolo di attenzione.

Finché un giorno (stiamo parlando dei primissimi anni Novanta) entrò in galleria un autentico mendicante. Mi disse di essere un artista. L’osservai. Gli occhi erano velati dalla stessa pellicola traslucida che vela lo sguardo dei pazzi. Il volto, una caricatura scolpita nel legno, aveva invece qualcosa di buffonesco; mi ricordava Totò. La cosa che più mi sconcertò fu però un’altra. Non aveva con sé un portfolio. «Mi vuoi mostrare il tuo lavoro?». Domandai. Lui scosse il capo. «No, mi servono soldi». Mi spiegò che aveva in animo di trascorrere qualche mese a New York. Un soggiorno di studio o una vacanza. Magari un po’ uno e un po’ l’altro. «Ancora non so bene. Dipende dalla somma che metterò insieme». Mi chiese duecentomila lire. Ero impietrito. «Farò una targa» aggiunse. «Una targa in tiratura limitata recante i nomi dei benefattori che mi hanno finanziato il soggiorno. Tu avrai diritto a un esemplare ovviamente». Cercai di guardarlo meglio nell’intento di stabilire se parlasse sul serio. Alla fine staccai un assegno che lui prese ripetendo in quale modo il contributo sarebbe stato ricordato. Sì vabbe’, pensai nel salutarlo.

Credo superfluo precisare che non si trattò di un nobile atto di mecenatismo, bensì di un’elemosina. Con quell’assegno avevo sancito in termini netti una differenza tra me e un accattone. Che nemmeno io me la passassi granché bene, che fossi soltanto un risibile attaccatore di galleria con un romanzo nel cassetto (per giunta, ancora incompiuto), era secondario. La possibilità di esibirmi in un gesto munifico mi consentiva di farmi sentire migliore, più fortunato. Ero uno che poteva dare, mentre lui uno costretto a chiedere. Insomma, al prezzo di duecentomila lire avevo tenuto a distanza il mio terrore di sempre. Mi ero rassicurato: non ero un mendicante. E cosa sono duecentomila lire in cambio di una tonificante rassicurazione?

La storia ha un seguito. Molto tempo dopo, quando ormai mi ero dimenticato sia dell’accattone che somigliava a Totò, sia delle duecentomila lire (l’euro era entrato in vigore da un pezzo), un amico mi disse: «Ma lo sai che sei in un’opera di Maurizio Cattelan?». Anche stavolta pensai a uno scherzo. Non capivo come potessi finire nell’opera di un famoso artista col quale non avevo rapporti. Al che l’amico mi mostrò un volume nel quale era riprodotta un’opera, peraltro a me nota. Non l’avevo mai osservata con attenzione però. Si intitolava Fondazione Oblomov e consisteva in una targa recante vari nomi. C’era anche il mio. Immeritatamente, ma c’era. La targa era affissa a un muro dell’Accademia di belle arti di Brera. Nel volume si spiegava che Cattelan aveva dato vita a una performance: raccogliere diecimila dollari da assegnare all’artista che si fosse astenuto per un anno dall’esporre. Siccome gli artisti selezionati si erano rifiutati di accettare il premio, Cattelan lo aveva incamerato d’ufficio e si era trasferito a New York col malloppo. Feci una smorfia. Il mio ricordo era un poco diverso. Ma soprattutto non avevo mai ricevuto l’esemplare che mi era stato promesso.

Acid adventures in wonderland

gennaio 12, 2012

da “Satisfiction.me

Acid Adventures è il primo capitolo di un libro che Tommaso Pincio non  ha mai portato a compimento: la controstoria in chiave psichedelica del XX secolo. Il romanzo si apre proprio con la morte di Aldous Huxley, uno dei padri riconosciuti di una storia “psichedelica” della cultura occidentale.  


Paolo Melissi

ACID ADVENTURES IN WONDERLAND 
Allucinata ma veridica controstoria del XX secolo

Atto primo

Oggi, 22 novembre 1963, facevano ormai più di trent’anni da quando Aldous Huxley aveva immaginato e descritto l’ospedale per moribondi di Park Lane. In quella torre alta sessanta piani l’aria era costantemente vivificata da allegre melodie sintetiche, selezioni di profumi; estasianti ventate di paciuli si succedevano a tiepide carezze di verbena. Vi si moriva in compagnia di altri moribondi, con le comodità proprie di un Mondo Nuovo e moderno, in compagnia di decine e decine di bambini che le infermiere lasciavano liberi di scorrazzare per i corridoi e di fare chiasso affinché sapessero e imparassero. Non v’era nulla di così terribile nella morte e nessuno, tra chi era vissuto, che fosse valso più di chiunque altro.
Ai piedi di ogni letto, in faccia all’ospite in procinto di andarsene, un apparecchio televisivo era sempre in funzione, mattina e sera. Osservare le figure che si muovevano nello schermo come il popolo di un acquario aveva sul moribondo lo stesso effetto del risveglio all’interno di un sogno. Tutto era abbellito, addolcito, trasformato dal soma, la droga che scorreva nel sangue acquietando ogni cosa nel torpore di una gioia infantile.
Non era quello un buon modo di morire? Distaccarsi senza rendersene conto, scivolando in una consapevolezza sempre più vaga e sfumata simile alla quieta arrendevolezza con la quale si acconsente che il sonno fagociti lo stato di veglia. Non era forse questo il miglior modo di morire? Dormendo e, forse, sognando?
Non c’era ragione di dubitare che lo fosse, non fosse stato per il timore che l’esistenza futura dell’anima o mente o coscienza o comunque si volesse chiamare ciò che agli occhi pervadeva un corpo infondendogli vita, potesse essere condizionato in massimo grado da cosa si pensava e sentiva in punto di morte. Se la vita nell’altro mondo non fosse stata altro che una dilatazione senza tempo degli ultimi istanti trascorsi in questo, morendo assopiti o per assopimento non ci si sarebbe condannati, per caso, a un eterno limbo di dormiveglia, quasi non si fosse mai morti del tutto ma non per questo ancora in vita?
Non sarebbe stato preferibile, allora, augurarsi di giungere al meno fuggente degli attimi con la mente più lucida possibile? E se davvero si era consapevoli che non c’è viaggio più grande della morte, per quale ragione rinunciare a una simile avventura annebbiandone l’esperienza?
Nelle ultime settimane di vita, la mente di Huxley era stata più attiva che mai. Per lenire i dolori, i medici gli avevano prescritto il Dilaudid, un derivato della morfina che, malgrado non appartenesse al gruppo delle sostanze propriamente psichedeliche, stimolava comunque zone della coscienza che di norma non affiorano nella superficie della compiuta espressione.
La parte di Huxley consapevole della morte imminente era trasparente come nemmeno un vetro potrebbe essere. Era però una parte che apparteneva al profondo e alla quale egli non dava mai sfogo né osava accennarvi.
Sua moglie Laura aveva cercato a più riprese di offrirgli l’opportunità di affrontare il discorso. Quasi ogni giorno trovava un pretesto per tirare in ballo l’argomento, ogni argomento è una luna di cui soltanto una faccia è visibile. Così, quando si trattava della morte, Huxley sceglieva sempre il lato nascosto del problema, quello della vita.
Avevano letto più volte, insieme, le bozze di una sorta manuale basato sul Libro Tibetano dei Morti. Si intitolava L’esperienza psichedelica e si presentava come una guida rivolta a coloro che intendono affrontare una sessione per l’espansione della mente. Vi si sosteneva che le istruzioni da tenere presenti nel corso di una sessione psichedelica non erano diverse da quelle che si sarebbero dovute impartire a una persona in punto di morte. Secondo il manuale, l’accettazione che l’amore è il principio cosmico, primario e fondamentale poteva essere raggiunto solo allo stesso modo in cui il moribondo, congedandosi dal proprio corpo, cessa per sempre di esprimersi attraverso passioni e desideri.
«Non dimenticare di ricordarmi, quando sarà il momento, che il momento è arrivato» aveva commentato Huxley in una di queste occasioni, ma aveva fatto la sua battuta senza allusioni di sorta, intendo riferirsi alla delicata fase di «rientro» da un viaggio psichedelico e null’altro.
Laura lo aveva guardato. La mente di Huxley era ancora così straordinariamente attiva, ma il fisico era quello di una persona stremata. Laura stava guardando un fantasma. Si domandò fino a che punto lui fosse consapevole del proprio aspetto o semmai gli fosse capitato di guardarsi allo specchio negli ultimi tempi. Capitato, sì, perché la vista debole e una totale mancanza di vanità avevano abituato suo marito a un uso alquanto ridotto dello specchio.
La ghiandola sul collo aveva fatto la sua prima comparsa alla fine di maggio dell’anno precedente. Era gonfia e molle. Dopo un minuzioso esame, il medico era giunto alla conclusione che la protuberanza fosse soltanto la manifestazione di una qualche specie di infezione locale, nel qual caso avrebbe dovuto sparire nello spazio di un paio di settimane. Diversamente si sarebbe raccomandato di intervenire chirurgicamente e, laddove i risultati della biopsia sul tessuto asportato avessero parlato di metastasi, intervenire di nuovo per liberarsi di un paio di altre ghiandole più piccole.
Il medico si premurò di precisare che niente di invasivo era nell’aria. «Ringraziando il cielo» disse il medico, «questo genere di metastasi rimangono circoscritte e quasi mai coinvolgono altre parti dell’organismo, a meno che non le si lasci sviluppare per lungo tempo».
Quella notte Huxley fece un sogno davvero spiacevole. C’era un uomo senza volto né nome che lo stava per uccidere. L’uomo spiegava a Huxley che non sarebbe stato doloroso. Tutto sarebbe stato predisposto nel migliore dei modi e al momento opportuno. Poiché l’azione si svolgeva nell’impossibile simultaneità tipica dei sogni, mentre delucidava, l’uomo si affaccendava nei suoi preparativi omicidi, trovando per giunta il tempo di condurre Huxley da una stanza all’altra di una casa che non era una casa.
Stando al medico, però, anche nella peggiori delle ipotesi, la ghiandola non doveva destare particolari preoccupazioni. Non c’erano dunque ragioni per interpretare troppo alla lettera il sogno. Inoltre, così come era poco incline a ragionare per presentimenti, Huxley era riluttante a leggere i racconti dell’inconscio alla stregua di un messaggio cifrato. A suo modo di vedere i sogni non erano quel pullulare di significati che credevano gli psicanalisti.
C’erano tredici miliardi di cellule in un cervello umano e, considerando che il numero di connessioni intercellulari possibili in un solo secondo andavano al di là di qualunque umana computazione, le combinazioni erano infinite. In una rete telefonica di immense proporzioni capitava spesso che due fili si aggrovigliassero e qualche apparecchio cominciasse a squillare senza motivo. Pur non sottovalutando le potenzialità dei mondi evocati nel sonno, Huxley riteneva che i sognatori fossero soggetti alle inevitabili disfunzioni della complessa rete cui erano collegati.
Eppure, malgrado le sue convinzioni, se si soffermava con lo sguardo, o perfino soltanto con il ricordo, sulle foglie degli alberi, sui colori dei fiori o quello del cielo, sul il verde increspato del mare di quel mattino, un senso di dilaniante bellezza lo commuoveva fino all’annientamento. Ogni cosa sembrava carica di una intensità nuova, sul punto scoppiare per quanto era meravigliosa. Non era, quella, la prova inconfutabile che la morte si era avvicinata di almeno un passo?
La ghiandola venne asportata il 4 luglio 1962. Il responso degli esami attribuì al tessuto una natura maligna. Il medico non si sperse d’animo; continuava a confidare in un recupero completo del paziente, a dispetto della biopsia e dei sogni di Huxley che nel frattempo si erano fatti sempre più gravidi di simboli dal senso inequivocabile. Il presentimento della fine incombente teneva il passo della metastasi e, come una metastasi, allargava i suoi domini nell’anima, addentrandosi ormai, per un verso o per l’altro, in ogni tipo di pensiero, dando manifestazione di sé finanche in assenza di qualunque pensiero.
Per contro Huxley non smise di ignorare l’argomento. Come molti malati terminali, fino all’ultimo si ostinò a considerare la situazione nei termini di una fase transitoria. Perfino la sera prima, saranno state le otto, gli venne questa idea di spostarsi in un appartamento in affitto. «Tutte queste infermiere per casa. Non va bene». Pensava a Ginny e ai bambini. Non erano nel Mondo Nuovo e non era giusto imporre loro la presenza di un malato nelle sue condizioni, l’odore delle medicine, il viavai dei medici, le facce contrite, il silenzio obbligato.
«Va bene» disse Laura, «ne parlerò con Ginny che si farà una bella risata».
«No, dico sul serio. Bisogna pensare qualcosa».
Laura continuò a scherzarci sopra. «Facciamoci un bel viaggetto da qualche parte, allora».
Huxley tenne il punto. «Prendiamo un appartamento in affitto. Solo per adesso. Solo per questo periodo». Anche quella sera diede a intendere di continuare a ragionare per periodi, di credere che, di lì a poche settimane, si sarebbe rimesso per tornare alla sua vita di sempre. Le volte in cui era stato sopraffatto dalla debolezza fino a provarne spavento non si contavano più, ma l’idea di tornare alla vita di sempre era un motivo ricorrente nei suoi pensieri.
«Dobbiamo trovare un modo per accelerare questa convalescenza» aveva detto soltanto pochi giorni addietro. «Mi sento meglio, è vero. E anche la schiena va meglio, ma è così deprimente non avere la forza di fare quello che vorresti fare».
Mangiare era fuori discussione. Se provava a mandare giù qualcosa che fosse qualche cucchiaio di purè, dopo pochi bocconi cominciava a tossire per non fermarsi più. Parlava a fatica e spesso non riusciva a parlare affatto, fatica o meno. Aveva sempre la febbre e il polso alto a centoquaranta o giù di lì. Non c’era niente che andasse bene. L’unica cosa che davvero si accelerava era il peggioramento del quadro generale.
Quella mattina Huxley cominciò ad agitarsi. Il medico gli praticò un’endovenosa. Una specie di droga che avrebbe dovuto dilatargli i bronchi, farlo respirare. In passato era servito a qualcosa, ma questa volta non fece che aumentare lo stato di agitazione. Huxley non era in condizione di esprimersi, ma a tratti riusciva a implorare Laura di spostargli le gambe e le braccia, di spostarlo su un fianco e poi sull’altro, di spostare il letto.
Qualche giorno prima una giornalista europea aveva telefonato per prendere un appuntamento con Huxley. Disse che non aveva fatto seimila miglia per tornare a casa con pugno di mosche e che non sarebbe andata dalla California senza un’intervista.
«Ma se non può nemmeno parlare» aveva protestato Laura. «Il medico gli ha prescritto silenzio assoluto».
«Niente intervista, allora. Gli darò solo un’occhiata. Lo guardo e basta. Non lo stancherà mica, essere guardato».
Laura aveva messo giù senza replicare.
Guardandolo in quello stato, adesso, le venne da pensare che qualunque cose potesse sfinirlo. I medici avevano preparato Laura al peggio. Le avevano spiegato che gli ultimi avrebbero potuto essere dolorosi. Le avevano parlato di spasmi e crisi di soffocamento.
Alle dieci di quel mattino Huxley mormorò, «Chi è che sta mangiando nel mio piatto?»
Laura non aveva la minima idea di cosa stesse parlando.
«Lascia stare. Era solo una battuta».
Se ne stava andando ma, per qualche ragione, la sua attività cerebrale sembrava avere raggiunto una specie di apice interno.
Un giovane entrò nella stanza con una bombola d’ossigeno dicendo ad alta voce, «Avete sentito del Presidente Kenn…»
Laura lo zittì con un gesto della mano.
«Sono pesanti quelle bombole» mormorò Huxley. «Dàgli un dollaro».
Laura disse che glielo avrebbe dato, ma mentre lo diceva pensò che per prendere il dollaro di mancia sarebbe dovuta uscire dalla stanza e non voleva farlo, non voleva che lui morisse senza lei al fianco.
«Dàgli un dollaro» ripeté Huxley percependo l’esitazione della moglie. «Prendilo dalle tasche dei miei pantaloni, dentro l’armadio».
Huxley si acquietò per un tempo che rimase imprecisato perché in quella stanza, anziché scorrere come sempre fanno, i minuti galleggiavano in uno stagno di dolore, nel rimbombo ovattato del silenzio. Quindi ci fu una nuova richiesta. Gli mancavano le forze per parlare e fece capire a gesti di voler scrivere qualcosa. Scrisse poche parole dalla grafia quasi illeggibile, ma Laura credeva di sapere cosa Huxley stava cercando di dirle.
«Cento microgrammi di LSD intramuscolare?» domandò Laura.
Huxley fece sì con gli occhi.