Posts Tagged ‘turchia’

Gli attacchi del PKK in Turchia: perché adesso?

ottobre 20, 2011

Original Version: Timing of the PKK attacks 

L’attacco del PKK è avvenuto in coincidenza con l’inizio dei lavori parlamentari per la stesura della nuova Costituzione che dovrebbe dare soluzione al problema curdo – scrive il giornalista turco Murat Yetkin

da “Medarabnews

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La tempistica dell’attacco da parte del fuorilegge Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che mercoledì ha ucciso almeno 24 soldati in incursioni sincronizzate contro postazioni militari turche nell’area di Hakkari al confine iracheno, la dice lunga sul futuro della politica in Turchia e in Medio Oriente.

La stampa turca ha subito fatto riferimento al secondo anniversario dell’ingresso di otto membri del PKK al confine di Habur, che ebbe luogo come parte della strategia di “apertura curda” del governo.

Ma la reale dimensione dell’attacco e la sua tempistica sembrano andare al di là di ciò.

Il giorno prima dell’attacco, tutte le notizie in Turchia come nel resto del mondo, erano concentrate sullo scambio del soldato israeliano Gilad Shalit con un totale di 1.027 detenuti palestinesi, 11 dei quali sono stati trasferiti dall’Egitto alla Turchia, come parte dell’accordo.

Oltre ai sospetti di alto livello – in parte sollevati dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan ieri, secondo cui il PKK starebbe “agendo come subappaltatore” di alcuni attori più importanti nella politica internazionale – si può dire che al PKK non piaccia che l’attenzione dell’opinione pubblica sia distolta dalla sua agenda curda. Si può ricordare che il PKK aveva colpito un’unità militare vicino alla base mediterranea turca di Iskenderun, nella notte in cui si consumò la tragedia della flottiglia della Mavi Marmara (in cui nove turchi furono uccisi dai soldati israeliani), il 31 maggio 2010.

L’accaduto si può leggere anche in un’altra prospettiva, alla luce della visita del presidente Abdullah Gul alle unità militari al confine, nella stessa provincia di Hakkari. Egli si è recato laggiù insieme al Capo di Stato Maggiore, generale Necdet Ozel, rilasciando ai media immagini ufficiali che lo mostravano per la prima volta in mimetica militare. E ’stato un richiamo, rivolto a coloro a cui potrebbe interessare, che Gül è il comandante in capo dell’esercito, secondo la Costituzione turca. Ieri, egli ha reagito molto duramente promettendo vendetta.

Sono apparse anche notizie, nei media turchi e curdi iracheni, secondo cui alcuni villaggi nelle montagne Kandil in Iraq, che ospitano il quartier generale del PKK, sarebbero stati evacuati. Potrebbe certamente essersi trattato di una precauzione della leadership curda irachena, la quale non voleva che venissero colpiti i civili qualora l’esercito turco avesse attaccato i campi.

Ma uno scenario più importante e rilevante riguardo alla tempistica dell’attacco del PKK dovrebbe essere incentrato sul lavoro parlamentare per una nuova Costituzione turca, che doveva essere avviato ieri.

Tutti i partiti che ora dispongono di un gruppo nel parlamento turco, compreso il partito “Pace e Democrazia” (BDP), che riconosce di condividere la stessa base elettorale del PKK, avevano promesso ai loro elettori una nuova Costituzione al fine di rafforzare il livello di democrazia in Turchia.

Ci si aspetta che la nuova Costituzione dia soluzione ai seri problemi della democrazia turca, come la questione curda e la necessità di esercitare un maggior controllo politico sulle forze armate.

Ecco perché il presidente del parlamento Cemil Cicek ha legato l’attacco di ieri del PKK al lavoro costituzionale. E questo potrebbe essere il motivo per cui Erdoğan ha detto che la Turchia non cadrà nella trappola di questa “provocazione”, pur promettendo di colpire in risposta; nel frattempo il generale Özel era già alla frontiera e le truppe turche avevano già attraversato il confine con l’Iraq.

Gli eventi dei prossimi giorni potrebbero influenzare le dinamiche politiche di tutto il vicinato turco.

Murat Yetkin è un giornalista turco; è caporedattore del quotidiano Hurriyet Daily News

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

Anche all’Onu Erdoğan ha attaccato Israele

ottobre 15, 2011

Carta di Laura Canali

Federico De Renzi per “Limes

Settembre 2011 sarà molto probabilmente ricordato come il mese in cui la Turchia ha espresso al mondo la volontà politica di perseguire apertamente il suo interesse nazionale. Sia negli affari esteri sia in quelli interni.

Nel suo discorso all’Assemblea Generale del 22 settembre, Erdogăn ha esordito denunciando la situazione di crisi umanitaria in Somalia, e ha sottolineato l’impegno del suo governo nell’aiutare attivamente il paese, ricordando la sua recente visita. Ankara ha infatti avviato una campagna di aiuti per Mogadiscio, consentendo a oltre 500 studenti somali di giungere in Turchia per formarsi. L’importo degli aiuti ha finora superato i 30 milioni di dollari.

Continuando nel suo discorso, il primo ministro è passato a criticare apertamente Israele, approfondendo la spaccatura tra i due paesi e le Nazioni Unite e affermando che lo Stato ebraico dovrebbe rimuovere il blocco di Gaza, nuovo elemento da aggiungere alla lista delle condizioni per la normalizzazione delle relazioni turco-israeliane.

Erdogăn ha quindi biasimato l’Onu, asserendo che dovrebbe rivedere la sua idea di diritti umani piuttosto che proteggere solo i diritti di alcuni paesi, e accusandola di non aver interessato di tale problema Israele, che ignora l’autorità delle Nazioni Unite e che oltre a non aver messo in atto 89 risoluzioni vincolanti del Consiglio di Sicurezza, ne ha ignorate altre centinaia.

“Perchè il Consiglio di Sicurezza non si esprime su Israele, mentre cerca soluzioni per il Sudan?”, ha domandato. “Questo è un duro colpo per il senso di giustizia internazionale”. Oltre ad usare armi al fosforo, “Israele è l’unica ad avere la bomba atomica, dove sono i permessi?”. (more…)

Turchia, non è un paese per giornalisti

ottobre 8, 2011

di Marco Cesario, da “Micromega

La Turchia non è un paese per giornalisti. Non si tratta di un’affermazione allarmistica ma di un dato di fatto di cui poco si parla sui giornali. Presi nella rete dell’offensiva diplomatica di Erdogan nei paesi della primavera araba ed accecati dall’idea di indicare la Turchia come ago della bilancia del Mediterraneo e paese musulmano moderato da prendere ad esempio, analisti, giornalisti ed esperti di politica internazionale dimenticano che in questo paese la libertà di stampa soffre come o più che in Tunisia o Egitto.

Attualmente ci sono almeno 60 giornalisti in prigione. Oltre 4.000 sono sotto processo. Numeri che fanno rabbrividire per un paese che dovrebbe essere candidato ad entrare nell’UE.

Gli amici di Ahmet e Nedim

Nel silenzio generale dei media, alcune settimane fa nella centrale piazza Taksim di Istanbul oltre 1.500 persone, in gran parte giornalisti, si sono riunite per manifestare in favore della libertà di espressione. Tra di essi, membri della Piattaforma per la Libertà dei Giornalisti (GÖP) e soprattutto il gruppo di giornalisti «Amici di Ahmet e Nedim» – promotori della manifestazione – che hanno chiesto la liberazione dei loro colleghi Ahmet Şik e Nedim Şener, da 200 giorni in prigione nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon. La bozza del libro sulle infiltrazioni del movimento facente capo all’imam Fetullah Gülen all’interno delle forze di polizia turche che Ahmet Şik stava cercando di pubblicare è stato confiscato e tutte le sue copie sono state spedite al macero.

L’esercito dell’imam: uno stato nello stato turco

Il 3 Marzo 2011 undici persone vengono arrestate ad Istanbul ed Ankara nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon, un’organizzazione ultranazionalista clandestina a cui apparterrebbero esponenti dei servizi segreti, dell’esercito, della polizia, oltre che intellettuali, avvocati e uomini d’affari. Altri giornalisti vengono arrestati tre giorni dopo con l’accusa di far parte dell’organizzazione terrorista. Il 23 Marzo, la Corte Penale d’Istanbul confisca e distrugge le bozze del libro di Ahmet Şik, İmamın Ordusu, « L’esercito dell’Imam », di imminente pubblicazione. Il libro parla della storia di una setta islamica ufficialmente moderata che dalla Pennsylvania (il leader, Fetullah Gülen, è infatti scappato negli Usa) ha infiltrato polizia, servizi segreti, esercito, politica. Probabilmente creata all’epoca della guerra fredda e sulla falsariga del progetto Gladio per contrastare l’avanzata dei partiti socialisti e comunisti e dei sindacati in Turchia è diventata oramai il deus ex machina della politica turca. (more…)

Erdogan, l’Egitto e i Fratelli Musulmani

settembre 19, 2011

Original Version:  أردوغان ومصر والإخوان, da “Medarabnews

La recente visita del primo ministro turco in Egitto ha rappresentato da un lato il tentativo di rafforzare l’ascesa regionale di Ankara attraverso un’intesa strategica con il Cairo, ma dall’altro ha costituito una parziale delusione per i Fratelli Musulmani, quando Erdogan ha invocato la nascita di uno Stato laico in Egitto – scrive l’analista politico libanese Issam Naaman

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Recep Tayyip Erdogan ha preparato la sua visita in Egitto con estrema cura. Gli atteggiamenti, gli eventi, la scelta di tempo e le parole, tutto era stato preparato con cura e precisione. Egli ha agito come un ospite d’eccezione che portava con sé un messaggio importante a un padrone di casa ardentemente desideroso di conoscerne il contenuto. Questo messaggio non era rivolto solo all’Egitto, ma anche agli arabi e alle altre nazioni della regione. Perciò il leader turco ha voluto che la diffusione di tale messaggio fosse ripartita in numerose occasioni affinché esso potesse giungere a tutti.

Forse egli si è immaginato nei panni del sultano ottomano Mehmet, il conquistatore di Costantinopoli (Istanbul), avendo pacificamente conquistato il Cairo, dopo secoli e generazioni, per consacrare “una fase di cambiamento storico, rivoluzionario e democratico”. Egli ha tuttavia mantenuto un comportamento abbastanza umile assegnando il ruolo di Mehmet il Conquistatore alla gioventù egiziana che “ha chiuso una pagina, aprendo la pagina di una nuova civiltà”.

Centinaia di giovani egiziani, ed in particolare di giovani appartenenti ai Fratelli Musulmani, hanno effettivamente immaginato che egli fosse il sultano “Mehmet Recep”, il nuovo califfo dei musulmani, e gli hanno preparato un’accoglienza solenne all’aeroporto del Cairo. Hanno portato bandiere, gli hanno tributato applausi e ovazioni, hanno innalzato grida e invettive, chiedendogli di fondare un califfato islamico sotto la guida della Turchia. Questi giovani hanno confermato ai mezzi di informazione di rappresentare una delegazione dei Fratelli Musulmani, che era stata selezionata sotto la supervisione dell’Ufficio della Guida suprema per esprimere il sostegno e l’appoggio alle politiche del leader turco. Essi hanno intonato rumorosi slogan a sostegno di Erdogan, come: “Erdogan, Erdogan, una grande benvenuto dai Fratelli Musulmani”, “Egitto e Turchia, mano nella mano”, “Egitto e Turchia, vogliamo un califfato islamico”.

Ma Erdogan ha deluso le speranze dei Fratelli Musulmani poiché, durante il secondo giorno della sua visita, nel corso di un’intervista televisiva ha invitato a redigere una nuova costituzione per l’Egitto fondata sui principi dello Stato laico, sottolineando che ciò non vuol dire uno Stato senza religione, ma uno Stato che si pone alla stessa distanza da tutte le religioni. Egli ha aggiunto: “Non abbiate paura dello Stato laico; io auspico l’esistenza di uno Stato laico in Egitto”.

Il leader turco non vuole soltanto uno Stato laico per l’Egitto, ma anche uno Stato moderno. Egli ha affermato che l’Egitto “potrà costruire uno Stato moderno dopo la rivoluzione, se compirà tre passi rappresentati rispettivamente dalla buona amministrazione dei cittadini, dall’interesse nei confronti dell’istruzione, e infine da una buona organizzazione delle sue finanze, così come dall’eliminazione della corruzione e dalla realizzazione della stabilità”.

Forse i Fratelli Musulmani sono d’accordo con lui riguardo a questi tre passi, ma che dire dello Stato laico? (more…)

Erdogan: ‘Israele calpesta le leggi ma ora il mondo è cambiato e la Turchia ha scelto di reagire’

settembre 14, 2011

Fahmi Huwaidi, da “la Repubblica”

Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, viene descritto da alcuni commentatori come un “Nasser” contemporaneo: pesa la sfida di Ankara a Israele dopo il congelamento dei rapporti diplomatici; si prospetta la possibilità di un confronto a causa dell´esplorazione di gas nel Mediterraneo. Allo stesso tempo, però, la Turchia accoglie i sistemi radar della Nato. Si direbbe un messaggio all´Europa e all´America: la Turchia non rompe con l´Occidente, soltanto con Israele.  (more…)

La Turchia sacrifica Israele

settembre 6, 2011

Carta di Laura Canali

Nella crisi diplomatica tra Ankara e Tel Aviv la pubblicazione del rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara è solo un pretesto. I motivi di politica interna e strategia regionale dietro la scelta di Erdoğan. Un altro problema per Netanyahu

Stefano Torelli per “Limes

L’abbassamento della rappresentanza diplomatica israeliana in Turchia al livello del secondo segretario, con la conseguente espulsione dell’ambasciatore di Israele in Turchia Gabby Levy e di tutti gli altri diplomatici di livello, segna la consacrazione della crisi dei rapporti tra Ankara eTel Aviv. Con una nota molto lunga e argomentata, il ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoğlu ha spiegato, lo scorso 2 settembre, che la decisione è stata presa in seguito alla pubblicazione del cosiddetto rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara. La pubblicazione del rapporto, frutto di un’indagine ordinata dalle Nazioni Unite, era stata posticipata già due volte e, sebbene Tel Aviv avesse chiesto un’ulteriore proroga di sei mesi, è stato anticipato dal New York Times lo stesso 2 settembre e conclude che, sebbene il blocco della Strisica di Gaza da parte di Israele sia una “misura di sicurezza legale”, l’azione militare che ha portato all’uccisione di nove cittadini turchi in acque internazionali è stata del tutto “eccessiva, ingiustificata e inaccettabile”.

Davutoğlu ha specificato che fino a quando Israele non presenterà alla Turchia delle scuse ufficiali per questo “atto di aggressione” i rapporti tra i due paesi non verranno normalizzati. Dopo le continue divergenze e accuse reciproche, iniziate conl’operazione “Piombo Fuso” da parte di Israele nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009 e continuate con altre piccole crisi diplomatiche, quella che sembrava essere una relazione strategica nel cuore del Medio Oriente – tra gli unici due attori non arabi, fatta esclusione dell’Iran, e tra le uniche due democrazie dell’area – subisce un colpo durissimo. (more…)

I profughi siriani che spezzano il sogno turco

agosto 7, 2011

Lucia Annunziata per “La Stampa

Negli scorsi due mesi la Turchia ha preparato ai confini con la Siria un campo di accoglienza in grado di ospitare fino a 200 mila profughi. Lavoro fatto in silenzio e senza allarmi, ma confermato da ambienti diplomatici stranieri nel Paese. Il livello e la velocità di questa preparazione è la migliore indicazione delle nere previsioni e della preoccupazione con cui anche la Turchia, Paese finora molto vicino alla Siria, segue l’avvitarsi verso l’inferno della Casa degli Assad di Damasco. La deriva siriana lambisce dunque anche il Paese più dinamico, e più differente (in quanto non arabo) del Medioriente. Il pericolo per la Turchia non è certo la destabilizzazione interna – troppo grande il suo Pil, troppo solido il suo consenso interno. Ma la fine precoce di un rinnovato sogno delle sue élite: la voglia di contare di nuovo, la non confessata ma coltivata determinazione di far rivivere un neo-Ottomanismo del terzo millennio. Era proprio all’insegna di queste aspirazioni «Ottomane» che i rapporti fra Turchia e Siria si erano fatti strettissimi, e sono rimasti tali anche dopo settimane dall’inizio della protesta contro gli Assad. La repressione della protesta in Siria ha però infine scavato un profondo solco tra le due nazioni confinanti. Nel corso di giugno, secondo la Commissione Onu per i rifugiati dal 7 a fine giugno tra i 500 e i 1500 cittadini siriani hanno attraversato in fuga gli 840 chilometri di confine tra il loro Paese e la Turchia. (more…)

La Turchia di Cevdet, l’Europa e un sogno quasi raggiunto

giugno 20, 2011

Esce per la prima volta in italiano il romanzo di esordio dello scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel 2007 per la letteratura. La saga di una famiglia che riflette i mutamenti di una nazione, le attese per il futuro e la modernità nella cornice sociale di profondi cambiamenti

Stefano Giani per “il Giornale

Cevdet era un bottegaio. Umile e musulmano. Sopravvisse a momenti difficili nella Istanbul del primo Novecento, in uno stato in transizione. Lenta transizione. Con un occhio all’Europa e un altro verso se stessa. Il proprio interno. Cevdet e la saga della sua famiglia, multiforme nei caratteri come nei componenti, che rappresentano la storia della Turchia recente. Una vicenda, importante da conoscere, che aiuta a comprendere un presente forse per molti ancora troppo misterioso. «Il signor Cevdet e i suoi figli» (Einaudi, pp.650, 24 euro) è un romanzo ma ha il grande respiro di un’opera di saggistica senza presupporre nel lettore conoscenze che talvolta i saggi richiedono. «Il signor Cevdet», opera prima del Nobel 2007 Orhan Pamuk, è un grande affresco con un alito di attualità che lo rende interessante anche in questo scorcio di anni, nei quali tanto si parla dei rapporti fra Turchia ed Europa oltre ai problemi per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. (more…)

Perché l’Europa ha paura della Turchia

aprile 15, 2011

Sergio Romano per “Il Corriere della Sera”

La Turchia, scrive Carlo Marsili. è una «democrazia secolarizzata con una maggioranza islamica» . La logica vorrebbe che i laici fossero favorevoli all’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea e i musulmani diffidenti, se non addirittura ostili. Ma le cose nella realtà sono alquanto diverse. I laici sanno che la Turchia deve alla cultura europea la grande rivoluzione kemalista del 1923, ma hanno reagito con orgoglio nazionale ai molti sgarbi ricevuti da alcuni membri dell’Ue (soprattutto Francia, Germania e Austria) in questi ultimi anni. I musulmani di più stretta osservanza, invece, hanno generalmente votato per un partito (l’Akp del primo ministro Recep Tayyip Erdogan) che non ha mai smesso di collocare l’ingresso nell’Unione al vertice delle sue priorità. (more…)

La sorte dell’Iraq: un nuovo Libano

novembre 12, 2010

Alberto Negri per “Il Sole 24 Ore

L’Iraq, scrive il quotidiano di Beirut al Nahar, si è trasformato in un nuovo Libano: incapace di costituire un governo in assenza di una decisione proveniente dall’estero. I retroscena sembrano confermarlo. Il viaggio di al-Maliki a Teheran, dove ha incontrato la Guida Suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, è stato decisivo per ottenere il sostegno dei suoi padrini politici che hanno organizzato a Qom un faccia a faccia con Muqtada Sadr convincendo il giovane e influente mullah iracheno a dare il suo via libera.

La coalizione sciita, perno del nuovo governo, è stata fatta tra Teheran e i 120 chilometri di deserto che dividono la capitale e il Vaticano degli ayatollah. Ahmadinejad intanto aveva ottenuto l’assenso del presidente siriano Assad su una candidatura che aveva già ricevuto la benedizione del leader libanese degli Hezbollah Hassan Nasrallah.
Alla triangolazione Iran-Siria-Libano si è aggiunto un altro tassello importante: la Turchia. Ankara ha sostenuto al-Maliki perché Teheran è un partner di prima grandezza, al punto da proporre Istanbul come sede del negoziato nucleare. Non solo: dagli iraniani e da Maliki i turchi hanno ottenuto l’impegno a tenere sotto controllo i curdi del Pkk. La Turchia non trascura neppure gli aspetti economici: l’interscambio con Teheran ormai ha superato quello con Washington. Forse è azzardato parlare di un asse Iran-Turchia ma si è avuta un’altra conferma della nuova proiezione regionale di Ankara tra Europa e grande Medio Oriente. (more…)

La questione curda in Turchia: linguaggio di guerra, linguaggio di pace

giugno 27, 2010

Original Version: Language of war, language of peace

Dopo anni di relativa tranquillità, le autorità turche si trovano di fronte alla rinnovata violenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan; ma quante opportunità politiche sono state sprecate in questi anni? – si chiede la giornalista svizzera Nicole Pope che risiede a Istanbul dal 1987; è stata per 15 anni corrispondente dalla Turchia per il quotidiano francese Le Monde; è coautrice di “”Turkey Unveiled: A History of Modern Turkey”

Nell’articolo: La tesa situazione nel sud-est del paese è stata certamente sfruttata da potenze straniere nell’ultimo quarto di secolo, ma le origini del problema sono profondamente radicate qui in Turchia, ed è in questo paese che devono essere affrontate prima di tutto

da “Medarabnews

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Con il tragico ritorno della violenza nelle strade della Turchia, si assiste al riemergere di un familiare discorso bellicoso che può solo alimentare un’ulteriore escalation.

Un anno fa, il governo aveva diagnosticato correttamente il problema curdo, ammettendo che le errate politiche statali del passato avevano ampiamente contribuito ad inasprire il conflitto, e promettendo un approccio diverso. Ma nonostante la sua valutazione sincera e coraggiosa, il primo ministro, di fronte agli scettici all’interno del suo stesso partito e alle urla di sdegno da parte dell’opposizione, ha esitato e non è riuscito a dar seguito ad una tabella di marcia concreta.

Oggi, il problema è ancora una volta percepito come un problema di terrorismo, di sicurezza e di controllo delle frontiere. A meno che non venga adottata rapidamente una seria azione politica per evitare che il rumore delle armi sovrasti definitivamente gli appelli al dialogo politico, la disperazione e la frustrazione creata dalle promesse non mantenute rischia di andare fuori controllo. (more…)

Perché l’Iran continuerà a bombardare l’Iraq

giugno 24, 2010

Original Version: Why Iran will continue to shell Iraq

Nell’articolo: Le incursioni oltreconfine (compresi i bombardamenti) hanno rappresentato nel tempo un modo conveniente, da parte degli stati vicini, per inviare sottili messaggi agli attori politici iracheni. Ciò include il rammentare loro i limiti del successo che possono ottenere, soprattutto con il ritiro delle truppe americane

La tattica delle incursioni militari oltreconfine permette a paesi vicini dell’Iraq, come l’Iran e la Turchia, di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di compromettere i progressi economici di Baghdad senza ricorrere ad una guerra aperta – scrive l’analista Ranj Alaaldin,  analista esperto di questioni di sicurezza e di affari mediorientali presso la London School of Economics and Political Science; nell’ambito dei suoi abituali viaggi in Medio Oriente, si è recato recentemente in Iraq per una serie di missioni di ricerca, da Medarabnews

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Nel corso dell’ultimo mese, l’Iran ha continuamente e instancabilmente bombardato i villaggi al confine con il Kurdistan iracheno, provocando la fuga di migliaia di persone, ferendone molte e perfino uccidendo una quattordicenne.

Il motivo apparente di questi attacchi sarebbe quello di colpire il “Partito per la vita libera del Kurdistan”, un movimento militante curdo-iraniano noto come Pejak. Ad ogni modo, la decisione di mandare al confine unità militari e di stabilire basi (secondo fonti curde) potrebbe far parte di una più ampia strategia iraniana per mantenere una presenza fisica di lunga durata in territorio curdo. Sicuramente rappresenta una provocazione che l’Iran può giustificare sulla base della minaccia posta dal Pejak, ma le ragioni potrebbero andare ben oltre. (more…)

Ankara al bivio

giugno 1, 2010
VITTORIO EMANUELE PARSI per “La Stampa
L’assalto condotto dalle forze speciali di Tsahal alle imbarcazioni che si proponevano di violare il blocco navale di Gaza, dichiarato unilateralmente dal governo israeliano, sta facendo precipitare il livello delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ai minimi storici. La questione va però ben oltre il contenzioso bilaterale, e investe piuttosto la collocazione complessiva della Turchia nel «campo occidentale».

Le conseguenze di quello che è successo al largo di Cipro, infatti, lasciano intravedere una questione che, nella sua semplice brutalità, può essere formulata come segue: «E’ ormai praticamente certo che la Turchia non verrà accettata in Europa; ma quanto a lungo la Turchia riuscirà ancora a stare nella Nato?».

Inutile nasconderselo, si tratta del disvelamento di un vero e proprio tabù, la cui esistenza spiega le ragioni della straordinaria insistenza americana, da Bush padre a Obama, affinché la Ue aprisse le sue porte ad Ankara. Il punto è davvero semplice. In questi ultimi vent’anni, e in maniera per nulla indolore, la Nato ha conosciuto un crescente coinvolgimento in Medio Oriente. E nessun indizio segnala che la tendenza sia destinata a cambiare: non solo per gli evidenti interessi Usa, ma anche perché i soci europei della Nato (in grandissima parte anche membri della Ue) sanno benissimo che il loro residuo valore politico-strategico agli occhi americani (tanto più per questo Presidente) si gioca anche nella disponibilità a lasciare che la Nato sia sempre più operativa laddove la sua azione è più necessaria: a partire dal Medio Oriente. (more…)

Anche la Turchia laica si scopre fondamentalista

maggio 11, 2010

L’anticipazione del libro Vietato in nome di Allah. Libri e intellettuali messi al bando nel mondo islamico (Lindau, pp. 176, euro 16, in uscita il 20 maggio), di Valentina Colombo

(In Turchia) il 5 maggio 2009 con l’avvio del processo a caricodi Nedim Gürsel, professore di letteratura turca alla Sorbona di Parigi, a causa del suo romanzo Le figlie di Allah, qualcosa è cambiato. L’accusa riguardava questa volta non più il cardine dello stato kemalista, bensì la religione islamica. Il titolo del romanzo, che in Turchia ha venduto più di trentamila copie, prendeva spunto da un versetto coranico in cui si condannava il politeismo meccano: «Attribuiscono a Dio delle figlie; purezza a Lui! È forse ciò che essi desiderano?». In questo versetto si allude al fatto che molte divinità pagane preislamiche erano femminili, seguendo un concetto in base al quale ciò che era terribile, pericoloso e malefico veniva considerato femminile. (more…)

Arabi e turchi: ricucire una relazione interrotta

maggio 3, 2010

Original Version: Arabs and Turks: Mending a broken relationship

Il nuovo canale televisivo turco in lingua araba segna un altro passo nel riavvicinamento fra turchi ed arabi, dopo le incomprensioni ed i falsi miti creati nel secolo scorso – scrive il giornalista turco Mustafa Akyol

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All’inizio di aprile la Turchia ha lanciato la versione araba della sua televisione ufficiale. Chiamato “TRT Arabic”, si prevede che il canale raggiungerà 350 milioni di persone in tutto il mondo arabo. Il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che ha parlato alla cerimonia inaugurale, ha sottolineato che questo evento ha rappresentato “un giorno storico per l’amicizia turco-araba”, dando inizio ad un’era di “fratellanza, armonia e solidarietà” tra i due popoli.

Io condivido i desideri di Erdoğan a questo proposito. Penso anche che noi, turchi e arabi, abbiamo bisogno di fare un po’ di revisione storica per liberarci di alcune delle barriere artificiali costruite tra di noi nel secolo scorso.

Da parte nostra, queste barriere sono state erette soprattutto dall’ideologia nazionalista della Repubblica turca. A partire dalla fine degli anni ’20, la macchina della propaganda repubblicana creò due miti popolari, che fecero il lavaggio del cervello a molti turchi. (more…)

L’Unione Europea è la causa principale della vittoria di Eroğlu a Cipro

aprile 24, 2010

La disillusione nei confronti del processo negoziale da parte dei turco-ciprioti è la conseguenza delle mancate promesse dell’Unione Europea, dopo che essi avevano votato a favore della riunificazione dell’isola – scrive il giornalista turco Semih Idiz

Non sorprende la vittoria che Derviş Eroğlu si è assicurato domenica scorsa, diventando presidente di Cipro Nord al primo turno delle elezioni presidenziali. I sondaggi suggerivano da settimane che stava per arrivare un cambio della guardia a Cipro Nord, una possibilità che aveva dato i brividi ai dirigenti dell’Unione Europea.

Ora che quello che ci si aspettava è successo, è tempo di mettersi a sedere e riflettere sul perché i turco-ciprioti, dopo il clamoroso voto in favore del Piano Annan nel 2004 (che proponeva la riunificazione dell’isola sotto un unico governo federale (N.d.T.) ), hanno perso fiducia nel processo di negoziazione con la controparte greco-cipriota. 

Per quanto riguarda l’Unione Europea, è chiaro – almeno a chi scrive, avendo visitato l’isola due volte nel periodo pre-elettorale – che pochi turco-ciprioti hanno ancora fiducia nell’Unione come attore equo e imparziale a Cipro. La ragione principale è che, mentre essi fecero la cosa giusta in occasione del referendum del 2004 sul Piano Annan – e la parte greco-cipriota sbagliò rifiutando il piano – è stata quest’ultima a ricavarne tutti i benefici, compresa l’adesione all’Unione Europea. (more…)

Mirak-Weissbach: Armeni, memoria e riconciliazione

aprile 24, 2010
«Ho preso in considerazione tre guerre del XX secolo nelle quali hanno avuto luogo stermini che di fatto assumono il volto della “pulizia etnica”. Ho osservato questi eccidi attraverso gli occhi dei bambini che ne sono stati vittime e, per conseguenza, sono spinti verso il desiderio di vendetta. Il mio scopo? Risvegliare una coscienza nuova dei drammi avvenuti e, attraverso la loro comprensione, volgere il rancore in capacità di dialogo, interrompere la nemesi della catastrofe, mostrare che il “nemico” è altro, non è “l’altro”».

Muriel Mirak-Weissbach, americana di origini armene, ha conosciuto solo da adulta la verità della propria famiglia: entrambi i genitori che, ancora infanti, fortunosamente scampano al massacro del 1915 e, grazie ad alcune famiglie turche (qui sta il nodo: la Turchia ufficiale massacra gli armeni, alcuni cittadini turchi a loro rischio li salvano), riescono a rifugiarsi oltreoceano. La memoria dei massacri riaffiora solo quando la vecchia madre osserva le immagini dei bimbi iracheni tra le macerie della Prima guerra del Golfo: allora la figlia giornalista l’incoraggia a metterla nero su bianco. Lei, americana cresciuta in mondo così diverso, decide che deve fare qualcosa per quei piccoli che assomigliano tanto ai propri genitori quando erano bambini. (more…)

Il passato allontana Ankara dall’Europa

marzo 6, 2010
VITTORIO EMANUELE PARSI
Come era prevedibile, il governo turco ha reagito con la massima durezza al voto del Comitato Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti che invitava la Turchia a riconoscere che il massacro di centinaia di migliaia di armeni nel corso della Prima guerra mondiale costituì un vero e proprio genocidio, in tutto per tutto simile all’Olocausto perpetrato dal regime nazista alcuni decenni dopo. Ma come mai, a quasi un secolo di distanza da quei tragici eventi, compiuti per di più da un soggetto istituzionale (l’impero ottomano) diverso dall’attuale repubblica, le autorità di Ankara continuano a mantenere una posizione così rigida? La risposta è che il genocidio del popolo armeno è il più imbarazzante filo rosso che lega il tramonto dell’impero ottomano e la nascita della repubblica kemalista. (more…)

Turchia: il clero ortodosso rischia il proprio futuro

gennaio 18, 2010

Nei 1.700 anni dalla sua fondazione sulle rive del Bosforo, il patriarcato greco-ortodosso di Istanbul (per gli ortodossi Costantinopoli) è sopravvissuto a molte crisi e a sfide cruciali per la sua stessa esistenza, su tutte la IV Crociata con il successivo esilio di Nicea (1204-1261), il Concilio di Basilea-Firenze-Ferrara (1431-1439) e l’indipendenza del patriarcato di Mosca (1448), e infine la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453). Quando Ghennadios II Scholarios (1454-1464), divenne Capo comunità (Milletbaşı) dei Rûm (i cristiani greco-ortodossi) dell’Impero per ordine di Mehmet II il Conquistatore, il patriarca mantenne la sua sede nella chiesa della Theotókos Pammakaristós (VIII-XI sec.).

Quando questa venne trasformata in moschea da Murad III per celebrare la sua vittoria (fetih) in Georgia e Azerbaigian nel 1586, con il nome di Fethiye Camii (Moschea della Vittoria) il patriarca si trasferì nella piccola chiesa di San Giorgio, nel quartiere di Fener. Dal 1° ottobre 1844 il patriarcato forma i quadri dell’ortodossia di tradizione greca nella Scuola di Teologia di Khálki. Questa venne fondata dal patriarca Germanos IV (1842-1845; 1852-1853), sulle rovine del monastero della Santa Trinità (seconda metà del IX secolo), nell’Isola di Heybeliada, la seconda in grandezza tra le Isole dei Principi. Dal 1453 fino alla creazione della Repubblica di Turchia nel 1923, il patriarcato Ecumenico di Costantinopoli rappresentò il simbolo della sola unità spirituale dei Cristiani ortodossi; mentre infatti le singole chiese autocefale nate tra il 1453 e il 1913 (seconda Guerra Balcanica), da quella di Kiev/Mosca fino a quelle di Serbia e di Romania, eleggevano i propri patriarchi, il patriarca ecumenico, da sempre primus inter pares, con la nascita della Repubblica kemalista divenne insieme il capo della chiesa di Turchia e il simbolo della Chiesa spirituale. (more…)

Al bando il partito kurdo

dicembre 21, 2009

La Corte costituzionale turca mette al bando il DTP, partito filo kurdo. Sale la tensione nel paese e aumentano gli scontri. La posizione di Öcalan e le divisioni interne alla politica kurda nella cronaca della nostra corrispondente

Il percorso di pace avviato in Turchia negli scorsi mesi in merito alla questione kurda ha subito un duro colpo per la decisione della Corte costituzionale che lo scorso 11 dicembre ha decretato la messa al bando del filo-kurdo Partito della società democratica (DTP), perché ritenuto “un centro di raccordo dove vengono commessi atti contrari all’unità inscindibile dello Stato con il suo paese e la sua nazione”.

Nella valutazione avrebbero pesato “le azioni e i legami del partito con l’organizzazione terroristica” [PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan, ndr]. Con questa la sentenza, trentasette membri del DTP tra cui i due parlamentari Aysel Tuğluk e Ahmet Türk – co-leader della formazione – sono stati estromessi dalla politica per i prossimi cinque anni. La stessa sanzione è stata assegnata anche alla ex deputata del DEP (Partito della democrazia) Leyla Zana, rea di essere stata iscritta al partito per una settimana. (more…)

La lista nera

novembre 18, 2009

In Turchia l’esercito controlla siti web conducendo una guerra psicologica contro chi si oppone alle Forze Armate. L’ennesimo scandalo denunciato dai giornalisti, gli attacchi alla libertà di espressione nel Paese. Il rapporto di Bianet

La denuncia da parte di diversi quotidiani turchi, a inizio novembre, dell’esistenza di una lista di siti web controllati dall’esercito, ha provocato una dura reazione da parte del mondo della stampa e delle organizzazioni dei giornalisti del Paese. Questo ennesimo scandalo mostra come, dopo l’assassinio di Hrant Dink, gli attacchi alla stampa indipendente e alla libertà di espressione siano ancora all’ordine del giorno in Turchia.

Il 4 novembre il quotidiano Radikal è stato il primo a parlare di una lista nera dei siti considerati “pericolosi” da parte dell’esercito. Secondo il giornale, in una lettera inviata ai pubblici ministeri del processo Ergenekon da un sedicente “funzionario delle forze armate”, quest’ultimo denunciava l’esistenza di una lista di siti web divisi per categoria (“reazionari”, “separatisti”, “anti-esercito” e “pro-Erdoğan) da tenere sotto controllo. Secondo quanto riportato dal quotidiano Bugün, inoltre, l’esercito non si era limitato a controllare i siti, ma aveva anche creato 43 pagine web per condurre una “guerra psicologica contro organizzazioni civili che si oppongono alle Forze Armate”. (more…)

Un ulteriore passo avanti verso un nuovo asse Turco-Siriano

settembre 28, 2009

imagesLa recente visita del presidente siriano Bashar al-Assad in Turchia è stata caratterizzata da una calorosa accoglienza e dalla firma di importanti accordi fra i due paesi. Tutto ciò pone le basi per la nascita di un saldo asse turco-siriano in Medio Oriente – scrive lo storico palestinese Bashir Moussa Nafie

Istanbul ha accolto solennemente il presidente siriano Bashar al-Assad durante il mese di Ramadan. Sebbene Assad sia sempre stato un ospite benvenuto in Turchia da quando i rapporti turco-siriani hanno preso la piega della cooperazione e dell’amicizia nel 2004, è tuttavia parso evidente in occasione dell’iftar, il pasto della rottura del digiuno al quale egli è stato invitato, che la cerchia di coloro che hanno accolto con favore il presidente siriano si era ampliata, e che si è sviluppato un accordo unanime negli ambienti politici ed economici turchi sul fatto che il rapporto fra i due paesi sia realmente diventato un rapporto strategico. (more…)

Condannati a morte

settembre 27, 2009

14695-220x220La situazione dei prigionieri politici nelle carceri turche. I casi di Güler Zere e Erol Zavar, in pericolo di vita. Le voci di famigliari ed avvocati, la mobilitazione della società civile per la loro liberazione

Güler Zere ha 37 anni. Da quando ne ha 22 si trova in carcere perché militante del marxista Partito Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo-Fronte (DHKP-C), illegale in Turchia. Nel febbraio 2009 le è stato diagnosticato un tumore maligno alla pelle. L’11 marzo 2009 il suo avvocato, Oya Aslan, ha presentato una domanda di sospensione della pena alla Procura della Repubblica di Adana, affinché la Zere possa essere curata in un ospedale civile. Dopo cinque mesi l’Alto Istituto di Medicina non si è ancora espresso sul caso della detenuta, le cui condizioni di salute nel frattempo sono peggiorate. Secondo i medici che la seguono, anche se la Zere fosse curata in un ospedale civile le possibilità che possa sopravvivere sono solo del 30 per cento. (more…)

La patria comune

settembre 11, 2009

14553-220x220La road map di Öcalan e l’apertura kurda del premier Erdoğan. Le proposte del governo dopo il documento presentato dal leader kurdo nel carcere di İmralı, le posizioni nello scenario politico turco, l’attesa per il dibattito parlamentare. Prove di pace

La Turchia potrebbe essere vicina come mai prima alla pace nel conflitto turco-kurdo. Il governo turco, dopo aver condotto nell’arco dello scorso mese incontri con i rappresentanti di numerose organizzazioni della società civile per raccogliere pareri e suggerimenti, starebbe infatti preparando una “road map” per avviare una “apertura democratica” sulla questione kurda. Ma lo sviluppo di quello che per il momento risulta essere una dichiarazione di intenti fatta dal governo sarà chiaro solamente a partire da ottobre, quando “l’apertura kurda” o “l’apertura democratica”, come l’ha definita in diverse occasioni il premier Erdoğan, verrà portata in parlamento in coincidenza con l’inizio del nuovo anno legislativo. (more…)

Arundhati Roy, j’accuse sugli armeni

luglio 9, 2009
imagesNon ho mai conosciuto di persona Hrant Dink, pur­troppo, e questa lacuna mi rimarrà per sempre. Da quel che so di lui e di ciò che scriveva, diceva e faceva, del modo in cui viveva la sua vita, so che se mi fossi trovata a Istanbul sarei stata tra le centomila persone che hanno accompagnato la sua bara in silenzio assoluto per le vie gelate della città, reggendo cartelli con la scritta «Siamo tutti armeni» o «Siamo tutti Hrant Dink». Forse io ne avrei portato u­no con scritto «Un milione e mez­zo + uno». Mi chiedo che pensieri mi sareb­bero passati per la testa cammi­nando accanto alla bara di Hrant Dink. Forse avrei risentito la voce di Araxie Barsamian, madre del mio amico David Barsamian, men­tre raccontava la storia sua e della sua famiglia. Nel 1915 Araxie aveva dieci anni. Si ricordava degli sciami di cavallette che avevano invaso il suo villaggio, Dubne, a nord della storica città di Dikranagert, l’odier­na Diyarbakir. Gli anziani del vil­laggio ne erano allarmati, raccon­tava Araxie, perché se lo sentivano nelle ossa: le cavallette erano catti­vo segno. E avevano ragione. La fi­ne sarebbe giunta di lì a pochi me­si, con il grano pronto per il raccol­to nei campi. (more…)

Ankara dopo le europee

giugno 24, 2009

ADFV38ZCAZI57AKCAIDOAKUCAOUITO2CAE4FR66CAQJSQKYCA439T34CAEW7P4PCAD5L576CAFRE23HCA0TUQTXCA8PEOAZCAQIS7JNCAYICI1XCA1SK9PRCA35JQK0CAAJKTTJCAE5DLW2CA05GH6PGli analisti turchi esaminano i riflessi delle elezioni europee sul percorso di avvicinamento di Ankara all’Unione Europea. Più che la nuova composizione dell’europarlamento ciò che incide sui negoziati sembrano essere i ritardi del governo nell’attuare le riforme

 

La nuova formazione del Parlamento europeo, con la prevalenza delle rappresentanze politiche di destra e l’aumento dei deputati contrari all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, si presenta come un ulteriore ostacolo nel processo di integrazione del paese candidato al gruppo dei 27. La bassa affluenza alle urne e la conseguente parziale rappresentatività della popolazione europea sono state tra le considerazioni principali degli analisti politici turchi. Tra di loro diversi hanno sottolineato che la nuova composizione parlamentare avrà comunque un’incidenza relativa sui negoziati della Turchia con l’UE, mentre la vera incidenza continua ad averla il ritardo del governo nell’attuare le riforme. (more…)

Ataturk

giugno 17, 2009

A76SFMLCAXNRSG3CAIUSY4ZCAFG1XP3CAK246F7CATXMTWCCALKZO7BCATUDYR1CAON1ZV0CASV478CCA8A18PWCAOKP4Z9CAGIMLOJCAUERRQ7CAI2DJH8CAR0H9H1CAIT3E91CANA968MCALN10TLun europeista di ieri nella civiltà di oggi

 

Erano gli anni in cui l’impero ottomano cominciava a traballare e fu forse un cambio della guardia. Un’avvisaglia, come dire, che si era ormai alla svolta. La Turchia stava voltando pagina, stava chiudendo con un passato, anche glorioso, stava sbarcando nell’Occidente. In quegli anni vide la luce l’uomo che sarebbe diventato il «padre di tutti i turchi». Si chiamava Mustafà, un nome come tanti, ieri come oggi. E anche oggi la Turchia sta voltando pagina. Non c’è più il crepuscolo di un impero al capolino, ma c’è un bivio da imboccare e lei, la Turchia moderna, ha deciso: entrare in Europa. È una sfida, ma è soprattutto una scelta di campo, anche geografica, per uno stato grande, importante, lì a mezza strada tra l’Asia e il Vecchio continente, conteso tra Oriente e Occidente, vera testa di ponte fra ortodossia, islam, cristianesimo e, perché no, pure ebraismo. Non erano, in fondo, proprio questi i millet (cioè le comunità) della Turchia che vide i natali del padre di tutti i turchi? (more…)