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Non citate più Pericle, era un populista

gennaio 14, 2012

Umberto Eco

Pubblichiamo un brano dal saggio di Umberto Eco tratto dal nuovo volume dell´Almanacco del Bibliofilo

Umberto Eco, da “la Repubblica”

Si stava celebrando in piazza del Duomo, strapiena di festanti, la vittoria di Pisapia alle amministrative, si succedevano sul palco politici, cantautori, attori, artisti, e uno dei nostri comedians più bravi mi stava dicendo che andava a leggere il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia. Io gli avevo detto: “Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana”. Lui aveva preso il mio giudizio come una boutade, aveva riso, ed era salito.
Dopo, quando era disceso, mi aveva detto: “Sai, mentre leggevo mi accorgevo che avevi ragione”.
Pericle era un figlio di buona donna o, come avrebbero detto ai suoi tempi, per esprimersi in modo più gentile, figlio di una etera. Non più di tanti altri politici e, tanto per dire, Machiavelli lo avrebbe ampiamente giustificato, per carità. Ma il suo discorso agli ateniesi è un classico esempio di malafede.
All´inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Pericle i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo – e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremo che si trattava di un populismo Mediaset.
Ricorda Plutarco (Vita di Pericle) che “Pericle governando si dedicò al popolo, preferendo le cose dei molti e poveri a quelle dei ricchi e pochi, contro la sua natura che non era affatto democratica”. Vale a dire, se le parole hanno un senso, che, aristocratico di buona condizione economica, era attaccato alla sua classe ma usava il ricorso al favore popolare come strumento di potere. Al punto tale che, visto che Cimone, più ricco di lui, spendeva un sacco di soldi suoi per iniziative popolari, ne aveva intraprese altrettante, ma coi soldi pubblici.
Ricorda ancora Plutarco che secondo molti a causa di queste elargizioni senza criterio il popolo fu abituato male e divenne dissoluto e spendaccione anziché moderato e lavoratore. Non solo, ma in certe occasioni Pericle aveva usato i beni pubblici per le sue elargizioni demagogiche, così che “avendo allentato le redini del popolo, si occupava di politica per ingraziarselo, provvedendo che in città ci fosse sempre qualche spettacolo pubblico, o banchetto o processione, intrattenendo la città con piaceri non rozzi, inviando sessanta triremi ogni anno, sulle quali molti cittadini navigavano stipendiati per otto mesi, praticando e insieme imparando l´arte nautica. (…)
Pericle, che si voleva campione di democrazia, non poteva usare con gli ateniesi la forza, ma doveva richiederne il consenso, e per ottenere il consenso popolare non è indispensabile essere nel giusto, basta usare delle accorte tecniche di persuasione. E Pericle si era allenato sin da giovane ad essere oratore convincente ed affabile, che sapeva sostenere anche fisicamente la sua fama di persona affidabile, visto che, come ci dice ancora Plutarco “non solo ebbe una mente grave e un linguaggio elevato immune da volgare e comune loquacità, ma anche l´espressione del volto inflessibile al riso, la mitezza dell´andatura e la decenza della veste che non si agitava per alcun trasporto nel parlare, la modulazione quieta della voce”.
Il discorso di Pericle (riportato da Tucidide, in Guerra del Peloponneso) è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, e in prima istanza è una descrizione superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle leggi, il rispetto delle arti e dell´educazione, la tensione verso l´uguaglianza. Ma che dice in realtà Pericle?
Prima naturalmente fa portare in scena le bare (in cipresso) dei caduti, compresa una per quella che chiameremmo oggi il Milite Ignoto, poi così parla: (…) “Io, dato che non voglio fare lunghi discorsi, lascerò perdere, fra questi fatti, le imprese compiute durante le guerre, grazie alle quali furono conquistati i singoli possedimenti, o quando noi o i nostri padri respingemmo con valore il nemico barbaro o greco che ci attaccava (…). Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d´esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell´interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall´oscurità della sua condizione”.
Come discorso populista non è male salvo che Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c´erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi. E non è che fossero solo barbari catturati nel corso di varie guerre, ma anche cittadini ateniesi. Infatti una delle leggi di Solone stabiliva di togliere dalla schiavitù i cittadini diventati servi a causa dei debiti verso i latifondisti. Segno che erano servi anche altri cittadini, caduti in schiavitù per altri motivi. E d´altra parte, circa cent´anni dopo Aristotele avrebbe scritto (Politica I): “Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo (…). Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri, subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. (…) Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all´uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l´uno è per natura superiore, l´altra inferiore, l´uno comanda, l´altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio così. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l´uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all´impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro sono per natura schiavi” (…).
Ma ogni epoca ha le sue debolezze, e lasciamo a Pericle di celebrare questa sua democrazia di schiavi. Però il nostro così prosegue: “Noi… ci procurammo moltissime occasioni di svago dalle fatiche, per il nostro spirito, dato che celebriamo secondo la tradizione giochi e sacrifici per tutto l´anno e grazie a case e suppellettili eleganti, il cui godimento quotidiano allontana lo sconforto”. E qui siamo di nuovo al populismo Mediaset e all´elogio del consumismo.
Ma andiamo avanti. A che cosa mira questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? A legittimare l´egemonia ateniese, sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri. Pericle dipinge in colori affascinanti il modo di vita di Atene per giustificare il diritto di Atene a imporre il proprio dominio sugli altri popoli dell´Ellade (…). Segue l´elogio militare degli ateniesi che combattono sempre bravamente per difendere la loro terra. Pericle si dimentica di rilevare che (e proprio sotto il suo governo) erano stati riconosciuti come cittadini ateniesi solo coloro che avevano tutti e due i genitori ateniesi. Quindi c´erano gli schiavi, i veri cittadini ateniesi e i meteci, qualcosa come degli extracomunitari con diritto di soggiorno, che non erano cittadini a pieno diritto e non potevano votare – anche se tra coloro possiamo annoverare personaggi come Ippocrate, Anassagora, Protagora, Polignoto, Lisia o Gorgia.
Ma non è finita: “Non ci procuriamo gli amici ricevendo benefici, ma facendone. Dunque chi fa un favore è un amico più sicuro, tanto da conservare il favore dovuto grazie alla riconoscenza di colui al quale egli l´ha dato”. Il che francamente mi sembra un principio mafioso.
Tornato poi ai defunti, Pericle osserva che bellamente sono morti per difendere una città che è di modello a tutto il mondo (e cara grazia che abbia lasciato a un suo futuro collega il compito di celebrare il proprio “popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori”). (…) Comunque i genitori dei caduti, ascesi all´olimpo degli eroi, non si debbono dolere perché li deve animare “la speranza di avere altri figli, per coloro che sono ancora in età adatta per avere figli: infatti, su un piano privato, i nuovi figli costituiranno per alcuni la possibilità di dimenticare quelli che non ci sono più, per la città, poi, sarà utile in due modi, contro il divenire spopolati e per la sicurezza: infatti non è possibile che prendano decisioni imparziali e giuste coloro che corrono dei rischi senza esporre al pericolo anche i propri figli come gli altri”.
Il che mi pare solo sfacciataggine, ma sembra che ai dolenti questa oratoria piacesse. Così che l´oratore può concludere con “Ora, dunque, dopo aver compianto ciascuno il proprio parente, tornate alle vostre case”, che – traducendo alla buona – significa “e ora smammate e non rompete più le scatole con i vostri piagnistei” (…).
Ecco perché bisogna sempre diffidare del discorso di Pericle e, se lo si dà da leggere nelle scuole, occorrerà commentarlo, ricordando che molti padri di tante patrie sono stati figli di un´etera.

Diritti Globali

“Da Manzoni a Topo Gigio le storie della mia vita”

gennaio 3, 2012

Umberto Eco

Il 5 gennaio il professore compie 80 anni. E negli Stati Uniti gli dedicano un volume nella prestigiosa “biblioteca dei filosofi”. “Quando finii “Il nome della rosa” pensavo vendesse tremila copie. Il successo resta un grande mistero”

Antonio Gnoli per “la Repubblica

INCONTRO UMBERTO ECO in un bar di Roma: un paio di giornali sotto il braccio. Ha l’aria rilassata, nonostante le feste. È la vigilia di Natale. Mattina. Cielo grigio. Una mezza luce diafana piove dalla falda del cappello e irrora il viso largo. L’occhio, dietro le grandi lenti, è ironico. O così a me pare. Il baffo curato rimanda implacabilmente a un’assenza. A quella barba con la quale eravamo abituati a riconoscerlo.

E mentre lo osservo penso che l’immagine riflette la sua forza e il suo temperamento. Il che vuol dire  –  rubo la definizione a Goffredo Parise  –  non soltanto che possiede uno stile, ma che ha anche una facciata e un corpo e un particolare timbro della voce e un modo di parlare che naturalmente hanno lo stesso stile. Quello di Eco unisce precisione e fantasia. Quando parla affabula, diverte, provoca. Ma si ha anche la sensazione che ciò che dice poteva essere detto solo in quella maniera. Tra due giorni compirà ottant’anni: è nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932.

Nessuno allora poteva immaginare che da quella nascita avremmo avuto i multipli di Eco: saggista, scrittore, medievista, professore, bibliofilo, romanziere, massmediologo con l’hobby del flauto. Eco riflette un mondo variopinto, ricco di sorprese. E di fascino. Per ricordarcelo l’America produrrà un libro imponente e un po’ speciale nel quale i maggiori scrittori e intellettuali saranno chiamati a dire la loro sull’operato letterario e filosofico del nostro.

“È una cosa che mi fa tremare le vene dei polsi”, dice, e non capisci se è vero o se scherza. Poi aggiunge: “Il libro uscirà in una collana americana che esiste da una sessantina di anni, si chiama The Library of Living Philosophers, tutti volumi di più di mille pagine dedicati a Dewey, Russell, Carnap e poi via via fino a me. Però bisogna sbrigarsi perché se muori prima che l’opera sia finita non te lo fanno più. Certo, c’è l’eccezione di Rorty: il libro su di lui è uscito dopo che era già morto”.

E lei cosa dovrà fare per il libro?
“Scriverò una specie di autobiografia filosofica di un centinaio di pagine e la cosa, le confesso, mi fa una paura matta. Poi, venticinque persone scrivono un saggio su di me e a ciascuno io dovrò rispondere. E tra i venticinque ci sarà anche qualcuno che scriverà sui miei romanzi, perché li considerano appartenenti alla mia attività filosofica”.

Chissà cosa direbbero i suoi maestri. A proposito quali sono quelli che hanno contato nella sua vita?
“Sono stato formato a 11 anni dalla meravigliosa signorina Bellini, una professoressa di italiano, che mi ha insegnato le virtù dell’invenzione. Al liceo ho avuto la fortuna di incontrare il professor Marino. Da lui ho appreso la libera critica. E poi all’università il rapporto con Luigi Pareyson: fondamentale anche se tormentato. Se ci si fa caso, tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: c’è un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. È la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti”.

Perché fu tormentato il rapporto con Pareyson?
“Per lungo tempo avevamo lavorato in grande armonia. Poi avvertimmo che le nostre strade stavano per divergere. La rottura avvenne dopo la mia libera docenza. E per quasi 15 anni non ci siamo praticamente sentiti. Gli mandavo i miei libri e lui rispondeva con dei cortesi biglietti. In seguito ci fu un riavvicinamento molto affettuoso. E da allora gli sono stato vicino, fino a pochi giorni prima che morisse. Anche dove si creano divergenze ideologiche o caratteriali, il legame con la persona con cui ti sei formato resta fondamentale. Alla fine capisci che è un rapporto paterno”.

A proposito di rapporti paterni non ha citato Valentino Bompiani.
“L’ho abbondantemente odiato come padre e, per lo stesso motivo, molto amato”.

Questa uccisione del padre finisce sempre nel simbolico.
“È fatale, mica li puoi ammazzare veramente. Però le confesso che non ho mai capito certi amici che volevano uccidere il loro padre. Non ho mai avuto il problema di vendicarmi di mio padre, caso mai di vendicarlo”.

Lei ha militato nella Gioventù Cattolica.
“Ero nel gruppo dirigente. Poi ci fu il famoso caso di Mario Rossi, il presidente dell’associazione giovanile dimessosi in contrasto con Luigi Gedda. Gedda era il presidente di tutta l’Azione Cattolica e pretendeva che il movimento si schierasse elettoralmente con la Dc, il Msi e i monarchici. Fu rottura. Arrivarono i provvedimenti disciplinari. L’Osservatore Romano ci definì comunisti. Mentre, in realtà, noi leggevamo Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier”.

Quell’anno, parliamo del 1954, va a lavorare in Rai.
“Entrai per concorso e devo ammettere che all’epoca si facevano programmi infinitamente più belli di quelli di adesso. Ma l’ambiente era di una cupezza terribile, governato da fascisti e massoni. Infestato da trame aziendali”.

Ma voi, intendo oltre a lei, Gianni Vattimo, Furio Colombo e altri, che eravate entrati, non contribuiste a svecchiare l’ambiente?
“Io non ho fatto un tubo di tutto quello che mi hanno attribuito. Hanno detto che scrivevo le domande per “Lascia o raddoppia”. Falso. Ero un giovane di 22 anni, un piccolo funzionario che guadagnava sessantamila lire al mese. Immagini se la Rai dava a un ragazzino un incarico per un posto in cui giravano i milioni”.

Ma allora di cosa si occupava?
“Correggevo testi immondi di collaboratori democristiani, mettendoli in buon italiano. Mi occupavo di provini, di una trasmissione religiosa e di Topo Gigio. Poi arrivò il servizio militare e in quel periodo, grazie a Ottiero Ottieri, ho saputo che la Bompiani cercava qualcuno che sostituisse Celestino Capasso, morto nel frattempo. Ottiero mi segnalò a Valentino Bompiani. Avevo 28 anni. Fui assunto. E quasi subito Valentino mi affidò la direzione della collana di filosofia “Idee nuove”. Fu un periodo bellissimo, durato diciotto anni”.

È sempre stato molto attento alla comunicazione di massa, ai generi, cosiddetti, popolari.
“Sono stato il primo a scrivere seriamente di fumetti. Ma che i miei romanzi dovessero diventare prodotti accessibili alle masse non mi era mai passato per la testa. Tanto è vero che quando finii Il nome della rosa pensavo di darlo alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie”.

E invece di copie ne sono arrivate milioni.
“Per me continua a rimanere un mistero. Al quale si è aggiunto un enigma successivo. Tutti dicono che i miei romanzi sono pieni di erudizione, grondanti richiami letterari. Ce n’è uno solo ambientato in epoca contemporanea, scritto in modo piano, senza riferimenti culturali che non siano i fumetti: La regina Loana. Ebbene, di tutti i miei romanzi è quello che ha venduto di meno. Quindi devo pensare che sono uno scrittore per masochisti”.

In realtà è uno scrittore che ha saputo soddisfare i meccanismi delle attese.
“Ne sono convinto anch’io. Come sono certo che se avessi scritto Il nome della rosa dieci anni prima o dieci anni dopo non se ne sarebbe accorto nessuno”.

Mi ha sempre un po’ stupito la sua difesa della vita accademica. Non si è sentito un pesce fuor d’acqua?
“Esattamente il contrario. La buona università ha saputo introdurre i grandi temi – gli studi sulla televisione, sulla radio, sui fumetti e i loro effetti – che solo molto dopo sono stati presi in carico dalla cultura militante, sempre in ritardo per vocazione, per scelta, per opportunismo”.

Libero docente nel 1961, ordinario nel 1975. Non ha impiegato un po’ troppo tempo per arrivare al vertice?
“Sono stati gli anni del distacco da Pareyson, per cui non avevo più protezioni accademiche”.

Come ha vissuto il potere baronale?
“Questo potere riguarda solo alcune facoltà dove girano parecchi soldi. Ma se uno diventa ordinario di filologia bizantina al massimo prenderà cinquecento euro per una prefazione per Laterza o Carocci”.

Però il potere baronale non è solo questione di soldi, ma anche di prestigio e di vanità accademica.
“Verissimo. Fa parte di una delle deformazioni della vita universitaria. Ci sono pastette e abusi ovunque. Ma i grandi scandali si verificano dove si muovono interessi economici. Altrove, il massimo è mettere in cattedra un tuo discepolo che magari è meno intelligente di quello portato da un altro professore”.

Lei hai creato il Dams?
“No, questo appartiene alle leggende. Il Dams è stato fondato da Anceschi, Raimondi e Marzullo. Quest’ultimo l’ha preso in mano e mi ha chiamato a insegnare. Una decina di anni dopo sono passato alla facoltà di comunicazione. Ma un’altra leggenda vuole che io sia stato preside del Dams. Falso. Il Dams, in quanto corso di laurea e non facoltà, non può avere un preside”.

Le leggende sono spesso attivate dai media. Con i quali lei ha un rapporto conflittuale. Ci collabora, ma lo fa con sospetto, a volte con insofferenza.
“Svolgo la mia critica dei media attraverso i media. Grazie al cielo, si può fare”.

Come reagisce alla stroncatura di un suo libro?
“Me ne faccio una ragione, anche perché è giusto che ciascuno veda le cose al proprio modo. Certe volte mi arrabbio per delle recensioni positive, perché lo sono per le ragioni sbagliate. Per tornare alla stroncatura è chiaro che può dispiacermi. Ma la metto tra le cose possibili. È come quando giochi a tennis, qualche colpo finisce sulla rete o fuori della linea. Poi si scrive per l’eternità mica per dopodomani”.

Lei ha spesso rivendicato l’idea che si scrive soprattutto per i lettori e non per se stessi.
“Sì, ma per i lettori dei prossimi duemila anni. Io scrivo per il periodo in cui il mio stroncatore è già defunto”.

I suoi romanzi devono qualcosa al cinema?
“I miei romanzi debbono molto di più al cinema che non alla letteratura. La sua grammatica, il montaggio, il gioco dei primi piani o dei controcampi sono indissociabili dal mio modo di costruire il romanzo. Sono convinto che si possa leggere la prima pagina dei Promessi sposi come il movimento di camera che dall’alto si avvicina al suo oggetto. Non rida. Manzoni usa il linguaggio cinematografico prima che sia stato inventato”.

A proposito, il riso è un’altra componente fondamentale del suo lavoro. Ne ha fatto un punto di forza nel Nome della rosa.
“Ma lì il riso è una liquidazione. Le confesso che ho sognato per anni di scrivere la grande opera filosofica sul riso. Perché tutti quelli che ci si sono provati – da Aristotele a Freud e Bergson – ne hanno spiegato una parte mai l’intero. Poi mi sono reso conto di non essere capace di scriverla. Però ho diffuso la voce che ci stavo lavorando, in modo che dopo che fossi morto sarebbero uscite tante tesi di laurea sulla mia opera incompiuta sul riso. E mi è parso abbastanza normale infilare questa storia nel Nome della rosa. Così non ho risolto il problema, ma agli occhi del pubblico non sono più tenuto a scrivere l’opera fondamentale”.

Lei hai scritto che vorrebbe affrontare la morte scherzandoci sopra.
“Il riso è anche un modo per esorcizzare la morte. Il mio modello è Alfred Jarry che nel momento di morire chiede uno stuzzicadenti. Quell’attimo è semplicemente sublime”.

Come vive il successo?
“Tenendo il telefonino sempre spento e standomene quanto più posso per conto mio”.

Un’ultima curiosità: perché si è tagliato la barba?
“L’ho tolta nel 1990, quando andai alle isole Fiji per scrivere L’isola del giorno prima. Volevo vedere i coralli marini e la barba non mi permetteva di tenere aderente al viso la maschera. Poi me la sono fatta ricrescere per colpa di Moravia. Durante la sua commemorazione tutti i fotografi mi inseguivano per farmi le foto senza barba. E allora l’ho fatta ricrescere. Adesso me la sono tolta nuovamente, perché ho la barba tutta bianca e i baffi neri e nelle foto sembravo Gengis Kahn incazzato”.

Eco: “Perché non ho riscritto Il nome della rosa”

settembre 5, 2011

“I giovani devono apprezzarlo così come era. Chi non legge oggi già non lo faceva”. “In un punto Adso parla di secondi ma è un errore: nel Medioevo quella misura non c´era”. “L´esperienza mi è piaciuta. Ora nel tempo libero rivedrò anche gli altri romanzi”. L´autore racconta come sarà la nuova edizione del suo bestseller smentendo le voci su una versione “facilitata”, “Ho corretto solo alcune inesattezze e ripetizioni per far piacere a me, cosa di poche righe. Rimane come prima”

Maurizio Bono per “la Repubblica”

Su Le Monde Pierre Assouline ha scritto «Eco réinvente son Nom de la rose pour les nuls», vale a dire che lo riscrive per i minus habens, per i poveretti. Telerama ha scritto che tutto è nato da una discussione con l´editore americano che aveva chiesto a Eco di adattare il suo stile ai giovani lettori. El País dice che ha riscritto per la generazione di Internet. Qui l´autore sgombra il campo dagli equivoci.
Per essere una bufala, professore, quella della “riscrittura” è circolata parecchio…
«E che cosa le debbo dire, siamo in estate, i giornali devono pur scrivere qualcosa, anche per non fare sempre pensare i lettori alla crisi economica… Ai giovani lettori il libro deve piacere così com´era e come resta, altrimenti si grattano: come diceva Croce, il primo dovere dei giovani è di diventare vecchi».
Parafrasando Guglielmo da Baskerville, si apprende comunque anche dagli errori e dalle falsità: questo spavento per un possibile “adattamento ai tempi” del Nome della rosa sembra esprimere le preoccupazioni di chi si sente ossessionato dallo “stile Facebook” e dalla civiltà degli sms…
«Credo che siano quelli che poi scrivono articolesse per dire che i giovani non leggono più – il che è falso. Non leggono più quelli, adulti compresi, che non leggevano neppure prima».
Vengono in mente i suoi medievali che piangevano sulla sventura di un “mondo che incanutisce” in cui “la gioventù non vuole apprendere più nulla…” Però anche il comunicato stampa della casa editrice diceva che lei aveva sentito il bisogno di rivedere il testo “per renderlo più accessibile a nuovi lettori”.
«È un´espressione curiosa che forse voleva suggerire ai librai che una nuova edizione avrebbe attirato l´attenzione di nuovi lettori (criterio commerciale che però vale per qualsiasi libro), ma certamente (almeno per quelli che credono che Omo lavi davvero più bianco) ha stimolato l´interpretazione che io abbia fatto una edizione a uso del Delfino. No, è sempre a uso delle balene. Anche perché, se ben ricordo, il comunicato correttamente diceva “non lo ha riscritto, come hanno fatto altri autori”, e mi pare dicesse anche che il libro contava 550 pagine. Bastava fare come ha fatto Gramellini sulla Stampa, andare a controllare che la precedente edizione ne contava diciotto di meno, per avanzare il sospetto che non si trattasse affatto di una edizione abbreviata per deficienti. Volendo sofisticare si dovrebbe concludere che è allungata (ma penso che la differenza sia dovuta a margini un poco più ampi, e ne sentivo il bisogno). Però la faccenda penosa, almeno in termini di etica giornalistica, è che sulla base di una mezza frase del comunicato stampa sono stati scritti articoli eccitati o sdegnati, senza avere tra le mani questa nuova edizione che, ancora mentre stiamo parlando, non esiste. Ogni articolo nasceva da un articolo precedente e tutti hanno commesso la leggerezza di parlare di un libro che non avevano né letto né avuto tra le mani. Come diceva quel tale, è peggio che un crimine, è un errore. L´unico che, a inferire dal suo articolo, deve aver fatto una telefonata in casa editrice o essersi fatto mostrare le bozze, in modo da capire che non si trattava di riscrittura ma di normale correzione di errori e imprecisioni lessicali, è stato Paolo Di Stefano sul Corriere. Al giorno d´oggi un giornalista che risale alle fonti è da Pulitzer». (more…)

Il falso si costruisce con ciò che tutti sanno

novembre 28, 2010

Emberto Eco: «I Protocolli di Sion sembravano credibili perchè raccoglievano pettegolezzi»

Cesare Martinetti per “La Stampa

Un documento falso diventa credibile solo se racconta ciò che già tutti sanno. Dicerie, pettegolezzi, calunnie, verità e mezze verità, leggende e superstizioni, credenze e manipolazioni, giudizi e soprattutto pregiudizi sono la materia prima dei falsari, all’opera da sempre nel vivo della Storia. Trent’anni dopo Il nome della rosa, Umberto Eco ha pubblicato Il cimitero di Praga, ovvero la storia di un grande falso, I Protocolli dei Savi di Sion, per svelarci il meccanismo di questa paradossale verità.

Professor Eco, il suo libro è uscito ormai da più di un mese, ne hanno discusso laici, ebrei, cattolici, c’è stato anche chi l’ha accusata di un’ambiguità che rischia di apparire indulgente con l’antisemitismo. L’aveva previsto?
«No e non mi diverto, anche se la discussione ha aiutato la diffusione del libro, perché non c’è miglior modo per diffondere un libro che parlarne male. Mi ha irritato il modo in cui delle pseudo polemiche sono diventate delle polemiche. Sull’Osservatore Romano è parso come se ci fosse stato un attacco da Pagine Ebraiche, che invece mi ha dedicato otto pagine simpaticissime con due articoli che cercano di seminare dei dubbi e terminano con una parola ebraica che vuole dire: è una questione per cui non c’è risposta. È stata una discussione civilissima. Ma non importa, possiamo scrivere qualsiasi cosa e dopo due giorni la gente se n’è dimenticata». (more…)

Eco, gli ebrei e i complotti

ottobre 31, 2010

Nel suo nuovo romanzo “Il Cimitero di Praga”, Umberto Eco gioca con i cliché antisemiti dell’800 smontandoli uno a uno. “L’espresso” lo ha fatto incontrare con il rabbino Riccardo Di Segni. Ecco la loro conversazione

a cura di Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso

Umberto Eco è sempre stato ossessionato dalla costruzione de “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, la madre di ogni pamphlet antisemita, pubblicato per la prima volta in Russia nel 1903. Ne aveva accennato nel “Pendolo di Foucault”, a quel testo aveva dedicato quasi un capitolo nelle Norton Lectures, “Sei passeggiate nei boschi narrativi”. Ha scritto pure una prefazione al celeberrimo comix di Will Eisner “Il complotto”. E ora la costruzione di quel falso, le cui origini risalgono a una certa letteratura francese della metà dell’Ottocento, e dove sarebbe documentato il presunto piano degli ebrei di dominare il mondo, è al centro de “Il Cimitero di Praga”. È un romanzo in cui Eco gioca con i cliché antisemiti ottocenteschi, per smontarli. “L’espresso” lo ha fatto incontrare con Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma.

Perché è affascinato dai Protocolli?
Eco: “Perché sono sempre stati presi sul serio, mentre è un testo palesemente pieno di contraddizioni interne. Già nel 1921 il “Times” aveva dimostrato che era un testo in gran parte copiato da un libro di Maurice Joly (“Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu”), che non era contro gli ebrei bensì contro Napoleone III. Ma Hitler ha continuato a ritenerlo autentico nel “Mein Kampf” e ancora oggi continua ad apparire nelle librerie filonaziste o sui siti arabi. Il parere dominante è sempre quello dell’antisemita britannica Nesta Webster: “Sarà un falso, ma è un libro che dice esattamente ciò che gli ebrei pensano, quindi è vero.” Infine: credo di aver contribuito alla scoperta delle origini de “I Protocolli”. Ne ho trovato tracce in “I misteri del popolo” di Eugène Sue, e in “Giuseppe Balsamo” di Alexandre Dumas”.  (more…)

Mariti di mogli ignote

agosto 20, 2010

Quale è stata l’influenza di Gemma Donati su Dante, di Helena su Cartesio, per non dire delle tantissime altre mogli di cui la storia tace?

Umberto Eco per “L’Espresso

L’Enciclopedia delle donne (http://www.enciclopediadelledonne.it) registra un gran numero di donne, da Caterina da Siena a Tina Pica, tra le quali moltissime ingiustamente dimenticate; e d’altra parte sin dal 1690 Gilles Ménage nella sua storia delle donne filosofe ci parlava di Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l’epicurea, Temistoclea la pitagorica, di cui sappiamo pochissimo. È giusto che tante di costoro siano state sottratte ora all’oblio.
Quello che manca è una enciclopedia delle mogli. Si dice che dietro a ogni grand’uomo ci sia una gran donna, a partire da Giustiniano e Teodora per arrivare, se volete, a Obama e Michelle (è curioso che non sia vero l’inverso, si vedano le due Elisabette d’Inghilterra); ma in generale delle mogli non si parla. Dall’antichità classica in avanti più delle mogli contavano le amanti. Clara Schumann o Alma Mahler hanno fatto più notizia per le loro vicende extra o post matrimoniali. In fondo l’unica moglie che si cita sempre come tale è Santippe, e per parlarne male.Mi è capitato tra le mani un testo di Pitigrilli, che infarciva le sue storie di citazioni erudite, sovente sbagliando i nomi (Yung invece di Jung, regolarmente) e più spesso ancora gli aneddoti, che andava a pescare in chissà quali effemeridi. In questa pagina ricorda il monito di San Paolo, “melius nubere quam uri”, sposatevi proprio se proprio non ce la fate più (ecco un buon consiglio per i preti pedofili) ma osserva che la maggior parte dei grandi, come Platone, Lucrezio, Virgilio, Orazio e altri, erano scapoli. Ma non è vero, o almeno non del tutto. (more…)

Tra dogmatismo e fallibilismo

giugno 11, 2010

Quando la scienza si arrocca su un certo paradigma, magari per difendere posizioni di potere acquisite, escludendo come pazzo o eretico chi lo contesta, si comporta in modo dogmatico

Nell’articolo:Borges ha scritto la novella “Funes el memorioso” dove racconta di un personaggio che ricorda tutto, ogni foglia che ha visto su ogni albero, ogni parola che ha udito nel corso della sua vita, ogni refolo di vento che ha avvertito, ogni sapore che ha assaporato, ogni frase che ha letto”

Umbero Eco per “L’Espresso

Sul “Corriere della sera” di domenica scorsa Angelo Panebianco scriveva sui possibili dogmatismi della scienza. Sono fondamentalmente d’accordo con lui e vorrei solo mettere in evidenza un altro aspetto della questione.
Dice in sintesi Panebianco che la scienza è per definizione antidogmatica, perché sa di procedere per tentativi ed errori e perché (aggiungerei con Peirce, che ha ispirato Popper) il suo principio implicito è quello del “fallibilismo”, per cui sta sempre all’erta nel correggere i propri sbagli. Essa diventa dogmatica nelle sue fatali semplificazioni giornalistiche, che trasformano in scoperta miracolistica e verità assodata quelle che erano solo caute ipotesi di ricerca. Ma rischia anche di diventare dogmatica quando accetta un criterio inevitabile, e cioè che la cultura di un’epoca sia dominata da un “paradigma“, come non solo quelli darwiniano o einsteiniano, ma anche quello copernicano, a cui ogni scienziato si attiene proprio per espungere le follie di chi si muove al di fuori di esso, compresi i matti che ancora sostengono che il sole gira intorno alla terra. Come la mettiamo col fatto che l’innovazione avviene proprio quando qualcuno riesce a mettere in questione il paradigma dominante? Quando la scienza si arrocca su un certo paradigma, magari per difendere posizioni di potere acquisite, escludendo come pazzo o eretico chi lo contesta, non si comporta in modo dogmatico? (more…)

La favola di Eco: tutti gli scrittori di destra sono fascisti

ottobre 6, 2009
imagesQuanto sarà furbo Umberto Eco: siccome da destra ha udito uno squillo di tromba, la parola «culturame», contro la solita minestrina organica di sinistra, a sinistra risponde uno squillo (di questi tempi forse anche una squillo) e l’Eco del fascismo taccia la destra di ignoranza. Senza fare nomi, per carità; elencando, piuttosto, gli intellettuali di destra ignorati dalla destra, una trappolina raffinata per dire che la destra è fascista. In verità Umberto Eco, teorico monomaniacale del fascismo mutante o fascismo eterno (chiamato «ur fascismo»), sta barando e vuole farvi fessi. L’«ur fascismo» va bene per tutte le epoche e tutte le stagioni, e quindi il professore, coltissimo, nella sua ultima Bustina di Minerva, sale in cattedra e cita tutti gli scrittori o intellettuali di destra che la destra potrebbe sfoggiare e non sfoggia (ma quando mai? Sono gli unici sempre citati perfino dai blog di Forza Nuova), e dunque ecco la bella carrellata di Mishima, Jünger, Céline, Pound, Heidegger, Guénon, Spengler, Gentile, Sedlmayr, De Maistre, e ci ha messo perfino Vintilia Horia, si è dimenticato Pierre Drieu La Rochelle, altrimenti l’album di famiglia era al completo, più o meno. (more…)