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Quando Saba e Mondadori jr bisticciavano per due lire

dicembre 9, 2011

Luigi Mascheroni per “il Giornale

Se si pensa che il rapporto più difficile tra due persone sia quello fra marito e moglie, è perché non si è mai avuto a che fare con un editore in quanto autore, o con un autore come editore. Chi vive per scrivere e chi pubblica per vivere sono due individui che, ovviamente, si attraggono irresistibilmente, ma rimanendo agli antipodi: non possono esistere uno senza l’altro e proprio per questo non si sopportano.
Un piccolo campione della varietà di sentimenti che percorrono il legame professionale e umano fra un editore e uno scrittore – gratitudine, risentimento, stima, fastidio – lo offre un piccolo carteggio inedito, recuperato in quell’immenso baule letterario che è la Fondazione Mondadori e finito dentro un libretto curioso di un editore milanese che pubblica piccole storie di avventure librarie, come quella che ha per protagonisti Alberto Mondadori (1914-76), primo dei quattro figli di Arnoldo, che alla fine degli anni ’50 se ne andrà dalla «casa» di famiglia per fondare il Saggiatore; e il triestino Umberto Saba, al secolo Umberto Poli (1883-1957), fra i grandi poeti del nostro ‘900. Sono loro a scambiarsi, fra il ’46 e il ’47, le lettere inedite raccolte in Ti scrivo dalla tua macchina (Henry Beyle, pagg. 32, euro 22): il carteggio, battuto in “Olivetti Studio 42”, è costellato di sommesse rimostranze per contratti non rispettati, lamentele sui tempi difficili – è sempre una «vita d’inferno»… – piccole richieste, attestati di amicizia, progetti editoriali e un tira-e-molla per una macchina da scrivere che Saba ha avuto in prestito da Alberto Mondadori, portata da Milano a Trieste, la quale gli viene richiesta da un imbarazzato Alberto che deve a sua volta prestarla al padre Arnoldo in partenza per l’estero, e che alla fine, poco prima della riconsegna, gli viene donata dall’editore: «Mio caro Umberto, quella macchina non è più mia, è tua».
Ma al di là degli strumenti dello scrivere, è interessante il contenuto degli scritti. Come la lettera che Saba ticchetta il 18 settembre ’46, lagnandosi – molto educatamente – con Alberto perché «mi avevi promesse 20.000 mensili per sei mesi, a conto di lavori forniti e da fornire. Non ti faccio nessun rimprovero, ma i 6 mesi sono passati, ed io ho ricevuto, su questa partita, 50.000 lire, comprese le 20 di anticipo su Mediterranee». Poi c’è il premio Viareggio, appena vinto, ridottosi (le tasse!) «a nette 80.000 lire: due mesi o poco più di vita»; e i ritardi per Mediterranee («Mi avevi detto che il libro sarebbe uscito a settembre: ma io non ho, fino ad oggi, ricevute nemmeno le prime bozze»), e le solite raccomandazioni per far pubblicare un libro di poesie, del figlio del suo ospite…
La risposta di Alberto, per la cronaca, è un capolavoro retorico di paraculaggine: «Mio caro Umberto, tu non puoi immaginare come io abbia sofferto…», «Sto menando una vita d’inferno…», «Perdonami in nome dell’affetto che ti porto…», «Hai mille volte ragione, ma io posso assicurarti che ho fatto più di quel che era in me per venirti in aiuto..», «Un’ulteriore stretta di cinghia..», «Anche a me, come a te, il parlare di queste miserevoli cose mi imbarazza fino al rossore…». Per chiudere: «Comprendimi senza farmi troppo parlare». E pagare, evidentemente.

L’editore

Carissimo Saba, mi spiace assai quello sto per chiederti, ma devi pensare che non ti avrei mai fatto una domanda simile se la cosa riguardasse me invece che mio padre: egli partirà di qui a qualche tempo per un viaggio all’estero e mi ha chiesto in prestito la mia macchina da scrivere, quella che ebbi a darti qualche mese fa. Ti sarei quindi molto grato se vorrai rispedirmela, naturalmente le spese a nostro carico, e abbiti intanto un affettuoso abbraccio dal tuo
Milano, 24 ottobre 1947

Dove Saba fuggiva l’orrore del tempo

luglio 30, 2009
imagesL’ultimo capitolo della celebre libreria antiquaria di Umberto Saba sta scritto proprio qui, tra gli scaffali. Non ci sono parole, solo segni. I segni del tempo che, lasciato fare, sa essere impietoso. Il parquet ormai fatica a resistere sotto il peso di centinaia di volumi accumulati da decenni. Così ammassati accanto agli scatoloni appaiono come anonimi soprammobili. Dove arriva la luce si distinguono foto sbiadite, giornali ingialliti, vecchi timbri. La polvere si fonde con l’odore della carta. Fino a non molto tempo fa la bottega, il regno della creatività del poeta, conservava il manoscritto del Canzoniere. Ora pare un magazzino dimenticato, con le ragnatele che pendono dal soffitto che si sfalda. Ma la gente continua a visitare l’antro oscuro di Saba. Con le loro macchine fotografiche due turisti provano ad avventurarsi. Entrano in punta di piedi, aprendo la porta adagio. (more…)