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Lo spartiacque del Novecento

dicembre 13, 2011

Andrea Possieri per “L’Osservatore Romano

La mattina del 13 dicembre 1981, sul vecchio ponte in pietra che congiungeva Francoforte sull’Oder, nella Germania comunista, con il piccolo comune rurale di Słubice, in Polonia, non passò anima viva. Da Francoforte erano scomparse le massaie polacche che abitualmente facevano la coda dinanzi ai forniti negozi della città tedesca per acquistare salumi e scatolame, in gran parte prodotti paradossalmente proprio in Polonia. La controversa e discussa frontiera sull’Oder-Neiße, una settantina di chilometri a oriente di Berlino Est, era stata chiusa nella notte tra il 12 e il 13 dicembre dopo che il Consiglio Militare per la Salvezza Nazionale (Wron) comandato dal generale Wojciech Jaruzelski aveva introdotto lo stato di guerra e la legge marziale in Polonia.

Fu una svolta drammatica della crisi polacca e un’accelerazione imprevista della repressione politica dopo le parziali aperture dei mesi precedenti e il riconoscimento di Solidarność, il sindacato libero guidato dal Lech Wałęsa. L’introduzione dello stato di guerra si configurò immediatamente come un vero e proprio colpo di Stato che portò al fulmineo arresto di quasi tutti i capi del sindacato e dell’opposizione e all’emanazione di una lunga serie di restrizioni: dall’introduzione del coprifuoco all’interruzione delle comunicazioni telefoniche; dalla messa fuori legge dei sindacati, delle associazioni e delle organizzazioni sociali alla militarizzazione delle fabbriche; dalla proibizione di viaggi all’estero alle restrizioni degli spostamenti all’interno della Polonia; dall’istituzione di una rigida censura fino al divieto di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione, a partire dal telex: il sistema di telescriventi dell’epoca che aveva svolto, fino a quel momento, un ruolo decisivo nel coordinamento dal basso delle iniziative dei lavoratori e nella diffusione dei volantini e della parole d’ordine del sindacato.

L’enorme rapidità, l’immediato successo del colpo di Stato in Polonia e la scarsità di notizie che provenivano dal Paese contribuirono ad accrescere l’inquietudine dell’opinione pubblica occidentale. Un’opinione pubblica resa ancor più preoccupata dalla presenza di ben venticinque divisioni dell’Armata Rossa posizionate al confine polacco e dall’imbarazzante silenzio dell’Urss. Un silenzio che solo apparentemente contrastava con i durissimi giudizi politici sentenziati negli ultimi mesi dalla stampa sovietica. Basti ricordare che proprio nell’autunno del 1981, il primo congresso di Solidarność era stato definito impudentemente come «un’orgia antisocialista». E che proprio la mattina del 12 dicembre l’agenzia di stampa sovietica aveva accusato Solidarność di preparare un tentativo di colpo di Stato. Tuttavia, ammoniva l’inquietante comunicato della Tass, «le forze patriottiche della società polacca chiedono con crescente convinzione che i nemici del socialismo siano respinti come meritano per le loro attività criminali».

In questo clima surreale, dove la retorica dell’ideologia di Stato mascherava e giustificava, com’era consuetudine, le più brutali decisioni dei regimi comunisti, si svolse l’azione militare condotta dal generale Jaruzelski. E non fu certo un caso che «Trybuna Ludu», l’unico periodico polacco ancora in circolazione, rispolverò una retorica nazional-militarista, che mal si coniugava con l’ideologia ufficiale, per giustificare il colpo di Stato. Nel nome della salvezza nazionale titolò il giornale del Poup in cui si cercò di spiegare che le forze armate polacche avevano dovuto reagire per porre un argine all’azione di alcune forze distruttive che avrebbero potuto sovvertire il sistema socialista.

Al di là di tutte le formule retoriche, il 1981 polacco era destinato a diventare uno spartiacque fondamentale nella storia del Novecento. Un crocevia decisivo nelle sorti della contrapposizione Est-Ovest e l’inizio inarrestabile del declino della potenza sovietica. Nell’immediato, però, il rischio di un bagno di sangue era la preoccupazione maggiore per chi conosceva assai bene la vicenda storica della nazione polacca. Durante l’Angelus di domenica 13 dicembre, infatti, Giovanni Paolo II condensò in poche righe la commozione e l’angoscia personale per quei momenti tragici e affermò che dopo l’immane catastrofe della seconda guerra mondiale non poteva «essere versato altro sangue polacco». Ai pellegrini polacchi giunti in piazza San Pietro in quella domenica d’Avvento, ribadì con vigore che si doveva «fare tutto il possibile per costruire pacificamente l’avvenire della patria» anche in vista del prossimo giubileo della Madonna di Częstochowa, da sempre eretta «come difesa alla Nazione». Anche monsignor Jozef Glemp nell’omelia pronunciata la sera del 13 a Varsavia, oltre a manifestare il vivo disappunto per lo stato di guerra, espresse parole di grande conforto per il popolo polacco: «Non vi è bene più grande della vita umana: per questo farò appello alla ragione, anche a prezzo di ricevere insulti e chiederò, anche se dovessi farlo in ginocchio e a piedi nudi, che un polacco non lotti contro un altro polacco».

Quelle parole non erano il frutto di una commozione momentanea, ma il prodotto di un legame profondo tra l’identità nazionale e la fede religiosa di quella nazione. Un legame che era stato rinvigorito in alcuni passaggi decisivi della storia polacca. Innanzitutto nell’estate 1956, quando più di un milione di pellegrini aveva partecipato alla cerimonia di commemorazione del trecentesimo anniversario della liberazione dagli invasori svedesi, presso il santuario della Madonna di Częstochowa. In secondo luogo, nel 1966, quando una numerosa partecipazione popolare si era stretta attorno alla Chiesa polacca per la commemorazione dei mille anni del cristianesimo in Polonia, in ricordo del battesimo di Mieszko i. E infine il trionfale pellegrinaggio in Polonia di Giovanni Paolo II del giugno 1979 aveva mostrato, da un lato, che gli sforzi compiuti negli anni precedenti dal cardinale Wyszyński avevano dato i frutti sperati e, dall’altro lato, che la società polacca stava dimostrando una grande capacità di auto-organizzazione. Quella visita, come è stato notato da molti analisti, ebbe un effetto liberatorio sullo stato d’animo della nazione. Una spinta a creare quei necessari varchi di libertà, privati e pubblici, su cui si sarebbe innestato il mutamento politico.

Un mutamento che naturalmente si inscrive all’interno di un quadro di relazioni internazionali contrassegnato da lenti ma radicali sconvolgimenti. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, l’elezione di Ronald Reagan negli Stati Uniti e l’inizio della fine della recessione economica del mondo occidentale, infatti, non fecero altro che far emergere la crisi dell’intero sistema sovietico di alleanze internazionali. La crisi polacca, l’affermazione di Solidarność e la proclamazione dello stato di guerra, segnarono proprio questo: l’inizio della crisi inarrestabile dell’Urss. Anzi, ne furono il degno preludio.

La situazione internazionale, infatti, fece affiorare il divario tra la grande forza militare dell’Unione Sovietica e la sua sempre più evidente arretratezza economica: un divario che metteva in crisi il rapporto di alleanza egemonica del Pcus con le democrazie popolari dell’Est Europa e in particolare con la Polonia che, come molti storici hanno sottolineato, era considerata il gioiello dell’Impero sovietico. Per Stalin, infatti, era il maggior risultato politico strategico della seconda guerra mondiale. Per il dittatore georgiano e per i suoi successori, di fatto la Polonia era il fulcro della politica di sicurezza sovietica. Non a caso, sin dall’agosto 1980, da quando era iniziata l’ascesa pubblica di Solidarność, a Mosca era stata creata una commissione composta da Suslov, Andropov, Gromyko e Ustinov alla quale era stato affidato il compito di seguire la situazione polacca. Nella primavera 1981, inoltre, il Kgb aveva lanciato la seconda più grande operazione di intelligence della guerra fredda, denominata “attacco missilistico nucleare”, che coincise, non casualmente, con il fallito attentato al Papa del 13 maggio.

Nonostante questo enorme spiegamento di forze, la repressione del 1981 non ebbe gli stessi risultati del 1956 in Ungheria (e nella stessa Polonia) o del 1968 in Cecoslovacchia, ma al contrario aprì un vulnusnell’intero mondo del socialismo reale. La crisi polacca, come ha scritto Ennio Di Nolfo, è stata «un precoce ma non inatteso sintomo di fragilità» dell’intero sistema di potenza sovietico.

La chimera sovietica e l’intellighenzia

novembre 25, 2011

Iľja Grigorievič Erenburg

Marcello Flores per “Avvenire

Negli anni in cui lo stalinismo stava assumendo in pieno il suo carattere di “grande terrore”, in Europa ma anche negli Stati Uniti si assiste al momento forse più esteso di consenso e di fascinazione per l’Urss, in parte replicato proprio tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta senza però, come in quel caso, la presenza di una robusta e crescente schiera di intellettuali schierati apertamente contro il comunismo. Il più importante dei congressi degli intellettuali negli anni Trenta, quello che divenne il simbolo stesso del loro impegno politico, ebbe luogo a Parigi a fine giugno 1935.

Il I Congresso internazionale degli scrittori in difesa della libertà della cultura era nato su sollecitazione di Erenburg, lo scrittore sovietico che, benché avesse combattuto la guerra civile dalla parte dei bianchi contro i bolscevichi, era diventato in epoca staliniana l’uomo di fiducia per i rapporti con l’occidente e in particolar modo con il mondo della cultura. Il congresso era stato organizzato dai nomi più noti dell’intelligencija comunista, Aragon e Vaillant-Couturier, e da alcuni degli scrittori francesi più noti e rappresentativi, Gide e Malraux. Dal congresso venne escluso Breton, per un litigio avvenuto alla vigilia con Erenburg, e mancarono tanto scrittori conservatori come Henry de Montherlant e François Mauriac quanto coloro che simpatizzavano per il trockismo e le correnti rivoluzionarie antistaliniane. Tra i francesi vi erano anche Barbusse, Nizan, Benda, Tzara; tra gli stranieri Musil, Forster, Huxley, Toller, Brecht, Klaus e Heinrich Mann, Salvemini e Ernst Bloch; nella delegazione sovietica, tra altri, Pasternak e Babel’.

Il compito di inaugurare il congresso toccò a Gide, lo scrittore che si era “convertito” al comunismo qualche anno addietro. Nella sua relazione rivendicò il suo essere, insieme, francese e internazionalista, comunista e individualista, e attribuì alla letteratura la straordinaria capacità di intrecciare il particolare con il generale. «L’Urss – disse  – ci offre attualmente uno spettacolo senza precedenti, d’immensa importanza, insperata e, oso aggiungere, esemplare. Quello di un paese in cui lo scrittore entra in comunione diretta con i suoi lettori». La maggior parte degli intervenuti, pur con accenti tra loro molto diversi, si dichiararono coesi attorno al progetto antifascista guidato dall’Urss.

Voci discordi furono quella di Emmanuel Mounier, che parlò di un nuovo umanesimo e di valorizzazione della persona e poco dopo, in un commento al convegno, avrebbe stigmatizzato «il conformismo e la bassezza nei confronti del grande Stalin e dell’infallibile Urss». E anche di Musil che dovette apparire a molti una sorta di sopravvissuto e di anacronistico retaggio del passato. L’intervento dello scrittore austriaco, che le cronache coeve e successive passarono quasi sotto silenzio, partiva da una pacata richiesta di potersi sottrarre alle “pretese” della politica. Consapevole dell’accentuato collettivismo che caratterizzava l’intera storia dell’epoca, Musil si domandava se la cultura ne sarebbe stata fecondata o distrutta e invitava i suoi colleghi a imparare la nobile arte femminile «del non concedersi», visto che i politici erano «soliti considerare una splendida cultura come la preda naturale della loro politica, così come una volta le donne spettavano ai vincitori».

Ricordando l’assioma di Nietzsche secondo cui la vittoria di un ideale morale si otteneva con gli strumenti immorali di ogni vittoria – la violenza, l’inganno, la calunnia, l’ingiustizia – invitava a lasciare libertà allo scrittore nella scelta della forma politica con cui identificarsi. Intendendo per libertà non un concetto politico riduttivo ma un’idea psicologica, l’audacia, l’irrequietezza dello spirito, il piacere della ricerca, la schiettezza e il senso di responsabilità. «Deve essere anche presente l’amore per la verità – concluse –; vorrei ricordarlo perché al momento attuale non è troppo grande e ciò che definiamo cultura non usa direttamente come proprio criterio il concetto di verità, eppure nessuna cultura può fondarsi su un rapporto obliquo con la verità».

Il problema della verità venne fuori con una drammaticità che forse Musil non si aspettava nella serata di lunedì 24 giugno, il penultimo giorno del congresso. In mattinata la parte del leone era toccata a Boris Pasternak. Il poeta russo, che non si aspettava il clima acceso e pesante che cominciava ad aleggiare sui lavori del congresso, si limitò a un brevissimo intervento che inneggiava alla poesia.
Dopo aver atteso che terminasse la lunga e calorosa ovazione con cui lo salutarono i presenti, disse: «La poesia resta sempre qualcosa che si libra più in alto delle Alpi e giace al tempo stesso dovunque nell’erba, sotto i nostri piedi in modo che basta piegarsi per vederla e poterla afferrare. La poesia è qualcosa di troppo semplice per essere discussa in congressi e riunioni, è qualcosa che manifesta il destino felice dell’uomo, di colui che dispone dei doni benedetti del linguaggio.E dunque più felicità ci sarà sulla terra, più facile sarà essere poeti». Fu Gaetano Salvemini che sollevò quello che costituì un imbarazzante momento di verità per tutto il congresso, il “caso Serge”. Lo scrittore anarchico russobelga, che aveva soggiornato a lungo in Francia prima di recarsi in Russia a fianco della rivoluzione bolscevica, si trovava deportato all’interno dell’Urss da quasi tre anni.

L’ultimo giorno del congresso il “caso Serge” tornò alla ribalta, grazie alla determinazione di Magdeleine Marx cui si associò il romanziere belga Charles Plisnier. Erenburg difese l’operato del governo sovietico e parlò della necessità di ogni rivoluzione di difendersi dai suoi nemici, mentre Anna Seghers cercò di screditare gli amici di Serge sostenendo che chi non parlava delle vittime del nazismo si mostrava per ciò stesso ostile all’Unione Sovietica. Il congresso si concluse con un clima dominante di umanesimo generico e contraddittorio ma caratterizzato soprattutto dal patronage politico che aveva aleggiato in tutte le giornate e che era costituito dalla conquistata egemonia comunista sull’intelligencija e dal ruolo di faro, guida e difesa dal fascismo che si attribuiva all’Unione Sovietica.

Il colpo di stato che fece crollare l’Unione Sovietica

giugno 23, 2011

Il braccio destro di Boris Eltsin racconta su Foreign Policy la sua versione dei tre giorni che cambiarono il mondo, un’altra volta

da “ilpost

Tra i molti eventi che alla fine del secolo scorso hanno portato alla fine dell’Unione Sovietica e alla nascita della Russia come la conosciamo adesso, uno dei più decisivi è stato il tentato – e fallito – colpo di stato dell’agosto del 1991 contro Michail Gorbaciov, segretario del Partito comunista impegnato allora in complicati e ambiziosi programmi di riforme e rinnovamento (la cosiddetta perestrojka). Il colpo di stato fu guidato da alcune tra le cariche più importanti della politica sovietica, tra cui il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro degli Interni Boris Pugo e il capo del KGB Vladimir Krjuckov, che cercavano in questo modo di tenere al sicuro il potere del PCUS e la sopravvivenza dell’URSS. Il maggiore effetto del tentato golpe fu invece l’accelerazione del suo collasso, con le dimissioni di Michail Gorbaciov dalla guida dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Boris Eltsin, all’epoca presidente della Repubblica Russa.

Gennady Burbulis, che durante il golpe era Segretario di Stato e braccio destro di Eltsin, racconta in un articolo su Foreign Policy come Eltsin e i suoi sostenitori abbiano vissuto i tre giorni del golpe. Burbulis scrive, col suo inevitabilmente parziale punto di vista, che nell’estate del ’91 l’Unione Sovietica si stava sbriciolando: l’economia era sempre più in crisi e le riforme di Gorbaciov non avevano portato nessun sollievo, acuendo anzi i problemi finanziari e il desiderio di maggiore autonomia degli stati dell’Unione. Le repubbliche di Armenia, Georgia, Estonia, Lettonia e Lituania avevano dichiarato la propria indipendenza, mentre in Russia le forze democratiche, guidate da Eltsin, spingevano per trasformare l’Unione Sovietica in una confederazione di repubbliche indipendenti dotate di ampio autogoverno. Dopo mesi di lavoro le repubbliche erano riuscite a stilare un trattato che avrebbe concesso maggiore autonomia ai singoli stati, trasformando l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane. Gorbaciov, allora presidente dell’URSS e segretario del PCUS, si era detto favorevole al trattato e aveva accettato di firmarlo. La firma era stata fissata il 20 agosto del 1991. (more…)

A caccia di umanità nella Russia sovietica

maggio 22, 2011

Vasilij Grossman

Giuseppe Ghini per “il Giornale

Nel racconto intitolato La Madonna Sistina compare un’espressione che sintetizza in modo straordinario il nucleo più autentico dell’intera opera di Vasilij Grossman: «l’umano nell’uomo». Il quadro di Raffaello è immortale, spiega Grossman, proprio perché il pittore è riuscito a cogliere e a rappresentare in quella Madre e in quel Figlio «l’umano nell’uomo». Grossman, che come inviato di guerra nel 1944 era entrato con le truppe sovietiche a Treblinka, mette qui a confronto la creazione di Raffaello con le camere a gas dei lager tedeschi; e, pur essendo ateo, paragona la Madonna ormai «parte della nostra vita, nostra contemporanea» con «la forma più potente e perfetta della violenza», quella dei totalitarismi del ’900. A dispetto di tutto, però, Grossman conclude con una nota di sicura speranza: «Accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».
Ora, questa espressione sintetica – «l’umano nell’uomo” – che giustamente la traduttrice Claudia Zonghetti ha reso in forma aderente all’originale, senza addomesticarla, costituisce anche il valore che permea la commovente raccolta di racconti appena pubblicata da Adelphi con titolo Il bene sia con voi! (pagg. 253, euro 19). (more…)

Il monastero della tortura

luglio 31, 2010

Nell’articolo: La vera attività del carcere incomincia di notte, quando arriva in auto Lavrentij Berija. I giudici iniziano allora gli interrogatori e i pestaggi nei loro uffici, e incomincia il coro di gemiti e urla. Del resto, l’ordine superiore dice che un’inchiesta non deve durare oltre le due settimane, per cui è necessario ricorrere a mezzi estremi per ottenere le confessioni

Marta Dall’Asta per “Avvenire

Un’aberrante logica ha fatto sì che dopo la rivoluzione russa molti edifici sacri, soprattutto monasteri, siano tornati utili agli scopi della repressione con le loro mura, le celle, i sotterranei…
Il prototipo di questa mostruosa metamorfosi è il tante volte ricordato monastero delle isole Solovki, diventato il lager scuola di tutto il futuro Arcipelago. Ma non è il solo esempio, ce ne sono anche di più terribili per le violenze che vi si perpetravano, come il monastero di Santa Caterina, presso Mosca, trasformato nel 1938 in un carcere specializzato in torture, la famigerata e misteriosa «dacia delle torture», o prigione di Suchanovka. Misteriosa perché sembrava che non esistessero testimoni sopravvissuti, la si conosceva solo attraverso voci incontrollate e leggende; la voce popolare collegava insistentemente la prigione al nome di Berija.

Lidija Golovkova, grande esperta di nuovi martiri del periodo sovietico, e conseguentemente dei luoghi della loro morte, carceri e fosse comuni, nei primi anni ’90 l’ha fortunosamente identificata e letteralmente riportata alla luce, con tutto il carico di storie atroci che vi sono collegate. Ed ha pubblicato un libro perché tutto questo pesante fardello di memorie trovasse un senso, e non corresse il rischio di scomparire nuovamente. […] (more…)

Buonanotte, signor Stalin

luglio 12, 2010

Rimossa nella notte e senza preavviso la statua di Stalin che dominava la piazza centrale di Gori, città natale del dittatore sovietico. In Georgia, opinioni contrastanti riguardo all’eliminazione di questo monumento dedicato al più noto “cittadino di Gori”

Nell’articolo: Il Ministro ha spiegato che la statua sarà sostituita da un “memoriale alle vittime di questa persona [Stalin], del regime totalitario e della guerra dell’agosto 2008” ed ha aggiunto che il nuovo monumento sarà dedicato anche alla memoria di Stan Storimans, un cameraman olandese che fu ucciso due anni fa durante i bombardamenti di Gori

Mimosa Shy per “Osservatorio Balcani e Caucaso

Nella notte tra il 24 e il 25 giugno, è stata rimossa la monumentale statua di Josif Stalin che da decenni sorvegliava la piazza centrale di Gori, gli edifici dell’amministrazione comunale e della regione di Shida Kartli.

L’operazione si è svolta in gran segreto per evitare possibili proteste da parte di quella corrente di opinione pubblica contraria all’eliminazione del bronzo del più famoso cittadino di Gori. Ioseb Besarionis Dze Jughashvili (Stalin), infatti, nacque nel 1878 da una famiglia di modeste condizioni sociali nella cittadina situata a circa 80 chilometri da Tbilisi.

Il monumento dedicato al dittatore sovietico era stato posto nella piazza di Gori nel 1952, un anno prima della sua morte. Oggi il piedistallo alto nove metri che lo sosteneva è rimasto vuoto e gli operai stanno lavorando al suo definitivo smantellamento. (more…)

“Così Breznev censurò persino Sartre”

aprile 19, 2010

Maria Zalambani è professore associato di Lingua e Letteratura Russa presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). Si è occupata prevalentemente di avanguardia russa e di letteratura sovietica. È autrice, fra l’altro, di L’arte nella produzione. Avanguardia e rivoluzione nella Russia Sovietica degli anni ’20 (Longo, 1998) e La morte del romanzo (Carocci, 2003). Il nuovo saggio che ha appena dato alle stampe si intitola: Censura, istituzioni e politica letteraria in URSS (1964-1985) (Firenze University Press pagg. 284, euro 29.90).

Partiamo dall’inizio. La censura in Russia esisteva anche prima di Lenin.
«La censura sovietica ha ereditato quella di tipo zarista. La discontinuità consiste nel fatto che mentre la censura zarista era prevalentemente repressiva, la censura sovietica è anche propositiva, prescrive. Molto è stato scritto relativamente alla censura sovietica repressiva. Un po’ più trascurato è stato l’altro fenomeno, quello che scorre parallelamente al meccanismo repressivo, e che è in grado invece di produrre, di prescrivere a monte, così che alla fine non è quasi più necessaria la censura repressiva». (more…)

Praga 1968, la Cia sapeva

aprile 17, 2010

L’invasione era prevista con ben diciotto giorni d’anticipo. «Cinque le armate sovietiche ammassate sul confine ceco»

MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
La Cia previde l’invasione sovietica della Cecoslovacchia diciotto giorni prima del suo inizio sulla base dell’osservazione dei movimenti dell’Armata Rossa, di informazioni riservate e di lettere mandate per posta da polacchi a indirizzi cecoslovacchi. A svelare che il presidente americano Lyndon B. Johnson non fu preso di sorpresa dal blitz militare del Cremlino sono i documenti declassificati dalla Cia in coincidenza con un simposio sull’invasione della Cecoslovacchia svoltosi a Austin, in Texas, nella biblioteca intitolata proprio al successore di John F. Kennedy. Il testo che esplicita i timori dell’Agenzia, all’epoca guidata da Richard Helms, è il memorandum di intelligence redatto il 2 agosto 1968 e intitolato «Sviluppi militari nel confronto sovietico-ceco». (more…)

70 anni fa il massacro di 22mila polacchi

aprile 10, 2010

L’eccidio di Katyn, una delle pagine più tristi e meno conosciute degli orrori della seconda guerra mondiale

E’ stata una delle più imponenti fosse comuni dell’intera Europa, il teatro di un eccidio di proporzioni colossali che ha visto la morte di quasi 22 mila tra ufficiali e cittadini polacchi uccisi a sangue freddo dai soldati dell’Armata Rossa nel 1940. La Foresta di Katyn – dove il presidente polacco Kaczynski si stava recando per una commemorazione – è diventata uno dei luoghi di pellegrinaggio più tristemente noti del vecchio continente, uno dei simboli degli orrori della seconda guerra mondiale.

LE VITTIME – Vi persero la vita i prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e Ucraina occidentali, fatti uccidere su ordine di Stalin nella foresta di Katyń e nelle prigioni di Kalinin (Tver), Kharkov e di altre città sovietiche. Molti polacchi erano stati fatti prigionieri a seguito dell’invasione e sconfitta della Polonia da parte di tedeschi e sovietici nel settembre 1939. Vennero internati in diversi campi di detenzione, tra cui i più noti sono Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk vennero usati principalmente per gli ufficiali, mentre Ostashkov conteneva principalmente guide, gendarmi, poliziotti e secondini. Non tutti morirono a Katyn, ma quella città è divenuta il simbolo della strage ed è lì che si commemorano tutte le vittime. E’ lì che si stavano recando anche il presidente polacco e tutta la sua delegazione, tutti deceduti nell’incidente aereo avvenuto a poca distanza dall’aeroporto di Smolensk. (more…)

Laptev, l’Auschwitz dei lituani

febbraio 19, 2010
Non avevano nemmeno bisogno del filo spinato, i sovietici, per i loro lager. Bastava il gelo. Alla foce della Lena, sul Mar di Laptev, la temperatura scende fino a decine di gradi sotto lo zero. Impensabile ogni tentativo di fuga. E infatti i lituani deportati rimasero in gran parte là, a morire di fame e di freddo: la metà dei deportati cadde in quell’angolo remoto della Siberia, come Dalia Grinkeviciute ebbe il coraggio di denunciare in uno scritto da samizdat che Sacharov avrebbe fatto circolare in Occidente nei primi anni Ottanta. Dalia era poco più di una bambina, nel 1941, quando i russi entrarono da padroni nella sua città, Kaunas, e revocarono l’indipendenza del suo Paese.

La Lituania – come le vicine Lettonia ed Estonia – sarebbe rimasta terra d’occupazione per cinquant’anni esatti, fino al 1991, e in quei cinquant’anni Stalin prima e Breznev poi s’impegnarono a fondo nel tentativo di “russificare” i territori conquistati. Centinaia di migliaia di lituani, lettoni, estoni e finlandesi della Carelia – conquistata nel 1940, al termine della Guerra d’inverno – furono deportati nelle regioni più remote e inospitali della Siberia e rimpiazzati da altrettanti coloni russi, i cui figli ancora oggi rappresentano un corpo estraneo all’interno degli Stati baltici. (more…)

“Wojtyla accusò l’Urss di aver armato Agca”

gennaio 17, 2010

Silvestrini: il Pontefice minacciava il blocco sovietico

GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO
Cardinale Achille Silvestrini (ministro degli Esteri vaticano all’epoca dell’attentato), in quale clima Ali Agca sparò a Wojtyla?
«Gli occhi del mondo erano puntati su Giovanni Paolo II per la novità di Solidarnosc, un’esperienza completamente nuova ad Est, nata dopo il viaggio papale in Polonia nel 1979. Karol Wojtyla era considerato il padre, il promotore di questa manifestazione sociale, sindacale, quindi il blocco sovietico lo percepiva come un nemico, una grave minaccia. Il 13 maggio 1981 il mondo rimase con il fiato sospeso per quegli spari a San Pietro, la corsa in ambulanza al Gemelli, l’intervento d’urgenza di Crucitti. Nella notte ci diedero la certezza che l’operazione era riuscita e che il Papa si sarebbe salvato. Ero lì quando arrivò in ospedale il presidente Pertini. Volle rimanere fino alla fine.

Se Ali Agca fosse riuscito a uccidere Wojtyla, tutto il vantaggio sarebbe andato all’Urss e ai regimi comunisti dell’Est. Se Wojtyla moriva, la situazione che si era messa in moto in Polonia sarebbe terminata in breve tempo, tanto più che due settimane dopo l’attentato scomparve il primate polacco Wyszynski. Si sarebbe fermato il movimento avviato con la visita del ‘79 e la nascita di Solidarnosc favorita da Wojtyla. Mentre la preparavamo, capivamo che la visita costituiva un confronto diretto con i sovietici che avevano in mano la Polonia. Andò tutto come Wojtyla sperava, intanto si diffuse la consapevolezza del suo ruolo fondamentale nel quadro della Guerra fredda». (more…)

LA LEGGE DELL’EST

dicembre 6, 2009

LO SPETTRO CHE SI È AGGIRATO NELLE AULE DEI TRIBUNALI

Nel dicembre del 1887, dopo pochi mesi di frequenza, un giovane studente di origini piccolo borghesi fu espulso dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università imperiale di Kazan in Russia. Frequentava circoli anti-zaristi. Le cose gli erano andate meglio rispetto al fratello, giustiziato poco prima per un attentato allo Zar. Il giovane, Vladimir Ilich Ulianov, era un tipo determinato. Fece domanda di riammissione a Kazan, ma la domanda venne respinta. Fece domanda per andare a studiare all’estero, ma anche questa non fu accolta. Finalmente riuscì ad iscriversi, come «studente esterno» ossia senza diritto di frequenza, all’Università di San Pietroburgo. Nel 1891, il giovane Ulianov si presentò per sostenere l’esame di avvocato. Ricevette il massimo voto in tutte le materie: l’unico candidato del suo anno a raggiungere tale eccellenza. A dispetto del brillante avvio, Ulianov non era destinato a una luminosta carriera forense.
Meno di una generazione dopo aver dimostrato di conoscere il diritto zarista meglio di tutti, Ulianov, ormai noto come Lenin, lo abolì interamente con un tratto di penna. Incominciava, circondato da inenarrabili difficoltà, un itinerario nella creazione di un nuovo ordine giuridico, il cui impatto globale continuò fino a vent’anni fa, consentendo al mondo giuridico occidentale di raggiungere lo zenith della sua civiltà. (more…)

Il dèjà vu afghano: nuovo Vietnam americano o nuovo Afghanistan sovietico?

dicembre 5, 2009

Al di là della retorica, il discorso di Obama che ha annunciato l’invio di altri 30.000 soldati americani in Afghanistan mette a nudo l’assenza di una chiara strategia americana nella crisi centro-asiatica, in uno scenario che ricorda sempre più da vicino il Vietnam americano e l’Afghanistan sovietico – scrive l’analista pakistano Ayaz Amir

C’è un senso di déjà vu in tutto questo. Tutto ciò è qualcosa che abbiamo già conosciuto in passato. I sovietici seguirono la stessa strada, e cosa dimostrarono con i loro sforzi? Non riuscirono a pacificare l’Afghanistan più di quanto stiano facendo adesso gli americani.

Alla fine dovettero andarsene, e quella fu la cosa più sensata di tutta la loro avventura afghana, iniziata con grandi speranze nel dicembre 1979 e risoltasi in una situazione umiliante nel febbraio 1989. Ci vuole uno sforzo di fede per credere che ciò che non ha funzionato per il Cremlino di Breznev funzionerà per la Casa Bianca di Barack Obama. 

Sono senza dubbio pensieri tristi e deprimenti, ma i fatti, purtroppo, non vanno a sostegno di una conclusione differente. Obama si appresta a inviare altri 30.000 soldati USA in Afghanistan, che verranno dispiegati nei prossimi sei mesi. Poi gli Stati Uniti inizieranno il ritiro da quel paese, dopo diciotto mesi. (more…)

Genealogie SOVIETICHE

ottobre 21, 2009

imagesSTORIE DI VITA QUOTIDIANA NELLA RUSSIA DI STALIN

Il’ja Ehrenburg non aveva ancora terminato di scrivere il romanzo La tempestosa vita di Lazik Reutschwanets quando, conscio dell’inasprirsi della censura sovietica, scriveva nel settembre 1927 a Zamjatin: «Adesso sto finendo il mio Reutschwanets che uscirà probabilmente… solo in traduzione. C’est la vie». Certo, dopo i primi rifiuti, lo scrittore, memore dei tagli che aveva subito due anni prima l’altro suo romanzo Nel vicolo Protocnyj, decise di pubblicare La tempestosa vita di Lazik Reutschwanets a Parigi (uscì poco dopo anche a Berlino), a proprie spese (tra gli emigrati Michail Osorgin apprezzò il romanzo definendolo «acuto e cattivissimo»).
Fece comunque un ulteriore tentativo, rivolgendosi a Nikolaj Bucharin, ora uno dei dirigenti bolscevichi più in vista e in gioventù suo compagno più anziano al Primo Ginnasio maschile di Mosca (si erano conosciuti dopo aver partecipato alle rivolte studentesche scoppiate in occasione della rivoluzione del 1905). Gli scrisse da Parigi in data 22 febbraio 1928: «Ricordo che il mio Jurenito fu pubblicato solo grazie al Vostro parere e perciò vi scrivo a proposito del mio Lazik». Ma Bucharin non poté fare nulla, anzi. Evidentemente Ehrenburg non era al corrente degli attacchi mossi da Stalin a Bucharin, dopo che questi nel ’26 aveva appoggiato proprio Stalin contro le deviazioni di sinistra, attacchi che costringevano ora Bucharin su posizioni più intransigenti verso la letteratura. (more…)

Nelle miniere-gulag dell’uranio sovietico

ottobre 10, 2009

139347_1010_P34_CulCom_A03_F01Alla fine della Seconda guerra mondiale Stalin si accorse in ritardo dell’importanza strategica del nucleare, ma l’Urss era svantaggiata nella corsa all’atomo perché non disponeva di uranio proprio. Nei primi anni ’40 i principali giacimenti di minerale di uranio si trovavano nell’allora Congo belga, nel Canada nord-occidentale e nel Colorado. In Europa era stato scoperto ai confini ceco-tedeschi nella zona di Jáchymov, sui Monti Metalliferi.

 (…). La Germania nazista, che aveva occupato quella regione nel ’38, non sfruttò il minerale per scopi militari. All’indomani della spartizione dell’Europa in due zone di influenza politico-militare, e ancor prima del colpo di Stato comunista del febbraio ‘48, la Cecoslovacchia fu attratta dall’orbita sovietica, sia per il ruolo avuto dall’Armata Rossa nella “liberazione” del Paese, sia per la presenza nel governo di forze politiche filosovietiche. (…)

 Nel corso degli anni fu sempre più evidente che l’attività estrattiva non era più vantaggiosa, ma in Cecoslovacchia si era ormai costituita una lobby dell’uranio capace di difendere i propri interessi, nonostante i problemi ambientali, la scarsa qualità del prodotto e soprattutto i bilanci in rosso sanati dallo Stato, che ancora nel 1989 stanziò 1.705 miliardi di corone. (more…)

Il regime che condannava sussurrando

ottobre 4, 2009

foto-id=556135-x=149-y=149Sospetto e silenzio si intitola in italiano l’imponente saggio di Orlando Figes (Mondadori, pagg. 645, euro 38, traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana) sulle «vite private nella Russia di Stalin», ma noi continuiamo a preferire il titolo originale dell’edizione inglese uscita due anni fa: The Whisperers, I sussurratori. Perché nulla rende meglio l’idea di un potere occhiuto e temuto, insondabile e imprevedibile, di un sostantivo che evoca una società di sudditi dove si vive e si muore sottovoce, ovvero in apnea, consapevoli che ogni giudizio ti può essere imputato, ogni affermazione ti può condannare, ogni sentimento ti si può ritorcere contro.
Ma to whisper può anche voler dire sparlare, fare la spia, calunniare e infatti Figes racconta non solo e non tanto la realtà di un regime totalitario, quanto la costruzione di una nuova psicologia inumana nella sua essenza, dove i figli denunciano i padri, le mogli i mariti, spiare è glorioso, tradire è santificato e giusto essere condannati ingiustamente… Nessun regime autoritario del passato agì così capillarmente sulle vite private di chi gli stava sotto, nessun regime totalitario novecentesco, né il fascismo né il nazionalsocialismo, manipolò così massicciamente le menti delle masse su cui esercitava il proprio dominio. Il comunismo al potere in Urss fu il più sofisticato e il più spregevole esempio di schiavitù intellettuale imposta a tal punto da trasformarsi in habitus mentale, in modo di vivere, in modello comportamentale. (more…)

Avrebbe potuto essere diverso

agosto 25, 2009

14390-220x220Il 9 aprile 1989 le truppe sovietiche dispersero i manifestanti a Tbilisi, uccidendo venti persone. Fu un evento che cambiò il dibattito politico in Georgia. Un’intervista a Marina Muskhelishvili

Marina Muskhelishvili è senior researcher presso il Centre for Social Studies (Centro per gli Studi Sociali, CSS) di Tbilisi, Georgia. È stata una dei fondatori del CSS, un’organizzazione indipendente non governativa dedita allo studio dei problemi relativi allo sviluppo della democrazia e alla trasformazione post-sovietica.

Il 9 aprile 1989 le truppe sovietiche dispersero i manifestanti anti-sovietici che protestavano davanti al Parlamento di Tbilisi. Venti persone furono uccise, centinaia ferite. Che cos’hanno rappresentato questi eventi per la Georgia?

Penso che sia stato l’evento più importante degli ultimi vent’anni per la Georgia, perché l’impegno profuso in queste proteste e il modo in cui andarono le cose influenzarono in un certo senso gli sviluppi successivi. Il dibattito politico si fece molto radicale ed estremizzato e dopo questi eventi sembrava impossibile avere un approccio pragmatico e razionale. Se non fosse stato per questi eventi, la storia recente della Georgia sarebbe stata meno violenta, meno rivoluzionaria, meno orientata al conflitto e alla guerra. Forse le cose si sarebbero sviluppate nella stessa direzione, ma con risultati meno dolorosi. Quello del 9 aprile fu un evento terribile. Fu, in un certo senso, uno spartiacque che separò il passato dal futuro e che non avrebbe mai permesso uno sviluppo evolutivo. (more…)

Uomini liberi sotto il giogo sovietico

luglio 22, 2009

imagesdi Andrea Possieri

“Pregare puoi liberamente, ma… che ti senta solo Dio”. Solamente per questi pochi versi Tanja Chodkevic “si buscò dieci anni”. Così scriveva Aleksandr Solzenicyn rammentando che in Unione Sovietica ogni educazione religiosa – come ammoniva il comma 10 del famigerato articolo 58 del codice penale – non era altro che un’agitazione controrivoluzionaria e non passava giorno che “l’argentea canizie” dei sacerdoti “balenava in ogni convoglio diretto alle Solovki”. Eppure, nonostante le vessazioni e le persecuzioni ricordate in questo frammento di Arcipelago Gulag – capolavoro di fama mondiale tanto apprezzato all’estero quanto misconosciuto in Italia – alcuni bagliori di cristianità hanno continuato a sopravvivere negli anfratti più nascosti della società sovietica e nei modi più sorprendenti.  (more…)