Posts Tagged ‘Vittorio Gregotti’

Bisogna ispirarsi a Cézanne per un’architettura essenziale e durevole

gennaio 11, 2012

Vittorio Gregotti dedica al grande artista francese un testo interpretativo e militante, per tracciare le linee guida di un percorso moderno

Vincenzo Trione per “Il Corriere della Sera

Vittorio Gregotti ha scritto uno tra i suoi libri più «sentiti»L’architettura di Cézanne (Skira,). Si tratta di una meditazione estetica intorno all’opera di uno dei padri della modernità. Una «trasposizione allegorica», in cui si sondano corrispondenze tra linguaggi diversi come pittura e architettura. Una riflessione che si muove su due piani. Per un verso, viene offerta una lettura storica. Per un altro verso, un’interpretazione militante.

Sulle orme di Heidegger, di Merleau-Ponty e di Derrida, Gregotti coglie il valore segreto dell’avventura poetica di Cézanne. Che, meraviglioso solitario, indifferente allo scenario politico e culturale in cui vive, è dedito a una sempre incerta pratica quotidiana. Si consegna a una mistica interrogazione sulle genealogie della natura, spingendosi verso il limite ultimo dell’esperienza percettiva. Restituisce l’immagine di un universo primordiale, segnato dalla moltiplicazione dei punti di vista, abitato da oggetti che sembrano coagularsi sotto i nostri occhi. Pensa la pittura come strumento per condurre verso «il dato primo dei sensi». Ricerca la verità dell’arte, che non è possesso, ma «modificazione, ribaltamento, spostamento, disvelamento». Parte dal confronto con episodi concreti, per dirigersi verso l’assoluto: i suoi quadri accolgono «metafore di eternità». Trascura le apparenze, per elaborare un realismo profondo. Questo slancio trascendente convive con il bisogno di iscrivere il visibile dentro una griglia fatta di geometrie rigorose. La natura viene ricostruita. La grammatica dell’opera d’arte è riportata alla sua essenza: il colore. Che è organizzato, plasmato.

Ma non siamo solo di fronte a un saggio di critica.L’architettura di Cézanne è anche un pamphlet, ulteriore tassello della battaglia contro gli abusi della postmodernità che Gregotti sta conducendo da anni. L’autore de Les Grandes Baigneuses, per Gregotti, non è soltanto il profeta delle avanguardie novecentesche. È innanzitutto il maestro che insegue non l’originalità, ma l’originarietà: ossia, vuole risalire all’origine della forma. Con sapiente sobrietà, calibra le distanze spaziali tra le cose. Egli intende lo stile come «immagine di sé e del mondo». Rende poetica la disciplina del comporre: concatena le parti tra loro, solidificandole in un insieme impossibile da scalfire. Predilige i tempi lunghi di esecuzione: mira a «un autentico nuovo, capace di proposte (…) più lente e durature».

È a lui che gli architetti dovrebbero richiamarsi soprattutto oggi, in un’epoca dominata dal «contemporaneo come genere»: da miti effimeri, da choc transitori. Secondo Gregotti, Cézanne insegna a usare la realtà come «materiale di progetto», da sottoporre a una «restituzione intenzionalizzata», per individuare inattesi significati. Invita ad affrontare la «normalità» del fare, anche nella sua dimensione artigianale: non abbandona mai i «momenti ineliminabili» della dottrina progettuale. Guardando a lui, gli architetti possono imparare la bellezza del procedere senza fretta, in silenzio. Sottrarsi alle richieste del mercato e della comunicazione, rifiutare le mode e le regole del marketing, emanciparsi da ogni spettacolarizzazione. Compiere esclusivamente «atti essenziali», impegnarsi nella «modificazione del contesto come interpretazione civile e profonda». Saldare consapevolezza degli strumenti di lavoro con conoscenza delle condizioni ambientali. Non trasgredire «l’intima necessità» di un sapere millenario. Non aderire alla logica consumistica, ma rivelare la struttura dei luoghi, per ritrovare «ciò che è forse stabile da sempre».

Analogamente alla pittura cézanniana, l’architettura, per Gregotti, deve riuscire a sorprendere e, insieme, rispondere a esigenze senza tempo. Fino ad apparire come se fosse sempre stata parte di un determinato paesaggio.

Gregotti: archistar vil razza dannata

aprile 20, 2011

«Come i progettisti sovietici, ma al posto del realismo socialista adottano quello dei soldi». Parla l’urbanista che in un libro lancia l’allarme: la città sta per finire

Francesco Rigatelli per “La Stampa

L’ultimo erede della linearità modernista, l’architettura dei Rogers, dei Belgiojoso, degli Albini che ha ridato semplicità all’Italia dopo il fascismo, lavora a un tavolo identico a quello dei suoi collaboratori nello studio a lui intitolato dietro il carcere di San Vittore. Davanti alla vetrata sul giardino interno gli fa compagnia una di quelle radio rosse che si aprono in due disegnate da Zanuso. «Musica classica, lavoro di squadra, ordine, precisione. L’ho imparato a Novara, nella fabbrica tessile di mio padre, insieme alle ragioni di tante lotte ma anche alla volontà di miglioramento». La Bossi, l’azienda di famiglia, ora è in mano ai nipoti e Vittorio Gregotti a 83 anni è il decano dei grandi urbanisti italiani.

Nel suo libro appena uscito da Einaudi, Architettura e postmetropoli, lancia l’allarme: la città sta per finire. Davvero possibile?
«Fuori dall’Europa la tendenza è questa. A grande velocità la metropoli rinuncia al disegno urbano per una periferia infinita. Il caos è l’ordine del nuovo mondo, anche se allo stesso tempo è un’attrazione per le campagne grazie al lavoro e al modello di vita promesso». (more…)