Posts Tagged ‘walter tobagi’

Palazzinari, Tobagi “profeta” degli scandali edilizi

luglio 5, 2010

Nell’articolo: Insomma: si è ripetuto, e si sta ripetendo, un fenomeno tipico di tutte le società nei periodi di maggiore sviluppo industriale e di forte migrazione interna: gli ultimi arrivati ereditano il posto degli immigrati giunti cinque anni prima, che si sono già fatta una “posizione”, e così via, in una lenta scalata sociale. La casa è un simbolo della condizione sociale: la via, il quartiere, la città o la periferia sono altrettante etichette appiccicate con un mastice indelebile

Walter Tobagi per “Avvenire

Nel 1951, tredici milioni di persone avevano residenza nei capoluoghi di provincia, nel 1961 erano diventati sedici milioni. In percentuale, l’aumento era stato dal ventotto al trentadue per cento. Già questa considerazione, di per sé, giustifica il fenomeno patologico di Agrigento, l’esplosione di una «fame di case» che diventava tanto maggiore, quanto più frenetico diventava il trasferimento di milioni di cittadini dalla campagna alla città. In genere, si considera questo fenomeno, in modo semplicistico, come un trasferimento di abitanti dal Sud al Nord. Senza dubbio alcuno, questo è il fenomeno più vistoso e caratteristico del decollo industriale italiano; ma non va sottovalutato che un profondo rimescolamento è avvenuto all’interno di ogni singola regione, con l’addensarsi della popolazione nelle città-capoluogo: anche nelle zone più arretrate e più povere, il trasferimento in città ha rappresentato un passo avanti nella scala sociale: dal lavoro dei campi si è passati a un impiego nel cosiddetto “settore terziario”, il settore dei servizi, dei piccoli e grandi commerci; il settore, per tanti centri del Sud, di migliaia di persone costrette a vivere alla giornata, talvolta di espediente, spesso ai margini di quella burocrazia statale, parastatale e comunale, che è la prima fonte di ricchezza per alcune zone del Sud.

La “fame di case”, nel Sud, è nata da questa prima esigenza, sotto la spinta inevitabile di migliaia di persone che premevano per avere una casa, e magari finivano per accontentarsi di abitazioni vecchie e malmesse; ma gli abitanti di quelle abitazioni malmesse cercavano una sistemazione migliore, disponevano dei mezzi per affittare o comperare una casa più grande. Se questo è il meccanismo che ha messo in moto il fenomeno del boom edilizio, non vanno dimenticati gli aspetti speculativi che si sono immediatamente inseriti nella nuova situazione. L’aumento del prezzo delle aree, dei servizi accresceva le possibilità di finanziare – attraverso la costruzione di abitazioni – anche altre attività. Di più: la cronica penuria di case popolari, dignitose e a basso prezzo, costringeva tutti, anche i meno abbienti, a sottostare alle leggi drastiche di un mercato che, di anno in anno, gonfiava i prezzi. La condizione dei nuovi immigrati è difficile, spesso angosciosa. Si trovano in un ambiente assolutamente sconosciuto, ad affrontare un tipo di fatica mai sperimentato. E l’inserimento è reso ancor più laborioso dalla difficoltà di trovare una sistemazione, un alloggio decente; e, in molti casi, dalla conseguente necessità di restare a vivere da soli, nella nuova e sconosciuta città, lontani anche dalla famiglia, dalla moglie, dai figli. All’origine di questo “dramma” è proprio la carenza di abitazioni. Respinti dai centri delle città, i nuovi arrivati si riversano nell’immediata periferia. Così, nel giro di dieci anni, comuni come Cologno Monzese, Cinisello Balsamo, Bresso, Limbiate – tanto per citare alcuni centri della periferia di Milano – raddoppiano, triplicano, moltiplicano per dieci il numero degli abitanti. Una catena di immigrati arriva a ondate successive, il primo porta il secondo, il secondo porta un terzo, e così via. In quali condizioni sia avvenuta questa rapida trasmigrazione dal Sud al Nord, con quali prezzi e sacrifici umani, può essere chiaramente indicato dalle testimonianze sincere dei protagonisti stessi. (more…)

Tobagi, 30 anni fa l’omicidio, quell’odio nato in redazione

maggio 28, 2010

Il 28 maggio 1980 Tobagi fu ucciso a Milano con cinque colpi di pistola da un “commando” di terroristi. Si era schierato contro i comunisti

Vittorio Feltri per “Il Giornale

Trent’anni fa moriva ammazzato Walter Tobagi, inviato speciale del Corriere della Sera. Chi oggi ha quarant’anni se ne ricorda a malapena. Chi ne ha meno non sa nemmeno di cosa si stia parlan do. Ciò non toglie che quel delitto abbia avuto e abbia ancora un si­gnificato storico. Gli assassini fu rono catturati in fretta e ancora più in fretta uscirono di galera perché al tempo era così: se parla vi, a prescindere da cosa dicessi, ti davano una pacca sulle spalle e ti lasciavano andare. Erano ragaz zi borghesi, fi gli di dirigentie di giornalisti, stupidi, confor misti e quindi fatalmente bri gatisti o qualco sa del genere, comunque co munisti e sma niosi di segnalarsi ai compagni ar mati. L’esatto contrario di Tobagi che, pur essendo poco più che trentenne, non aveva mai seguito le mode, neppure quelle ideologi che, e si dedicava al lavoro con slancio e passione. Era già un buon motivo, dato il clima, per farlo fuori. (more…)

Tobagi, il terrorismo e il cuore di una figlia

novembre 2, 2009

cult_17114419_33090di Roberto Saviano

Molti libri iniziano davvero nel titolo. Il titolo non è lì a sintetizzare, a suggestionare, a indicare. Il titolo è già un capitolo, anzi è il primo capitolo del libro. In questo caso, per il libro di Benedetta Tobagi, il titolo è davvero fondamentale.

Non solo perché è il più bel titolo di un libro uscito negli ultimi anni, ma perché è capace di suggerire senza tradire tutto quanto ci sarà dentro quelle pagine che protegge come un sigillo. Come mi batte forte il tuo cuore: il verso della poetessa Wislawa Szymborska. E il sottotitolo è Storia di mio padre. Il padre di Benedetta è Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera ucciso nel maggio del 1980 a Milano, dai terroristi della Brigata XXVIII marzo.

Sciascia scrisse di lui “lo hanno ammazzato perché aveva metodo”. Benedetta non ricorda il padre, era piccolissima quando l’hanno ammazzato. Aveva tre anni. Ricorda il giorno della morte, ne ricorda le sensazioni. I bambini non hanno mediazione. A scuola nel cortile raccontava a increduli compagni: “papà è morto: gli hanno sparato bum bum!” Quando decide di occuparsi di suo padre, si ritrova ad occuparsi pure del suo Paese e ancor più a mettere le mani nella storia peggiore italiana, complicata, labirintica. Ma lei ha un obiettivo diverso. Capire se stessa, il suo dolore, non semplicemente sondare un frammento d’Italia. Benedetta diventa esperta d’archivi e addirittura porta nuovi elementi ai magistrati che dopo più di vent’anni dalla morte del padre non avevano colto passaggi importanti. (more…)