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‘La crisi in Yemen è senza via d’uscita’

ottobre 10, 2011

Carta di Laura Canali

Per il professore della London School of Economics il ritorno di Saleh non pacificherà il paese. La ricetta del presidente per rimanere al potere: l’Arabia Saudita si occupa delle tensioni interne, mentre Washington ha carta bianca contro al Qaida

Lorena De Vita per “Limes

C’è chi non vede l’ora di andare in pensione e chi invece farebbe di tutto pur di non farsi da parte. Il presidente yemenita Saleh, in carica dal 1978, evidentemente rientra in questa seconda categoria di persone. Il 3 giugno scorso, in seguito a un’esplosione che aveva colpito il palazzo presidenziale, era stato trasportato d’urgenza a Riyad per essere sottoposto alle cure mediche. Molti avevano sperato che la fuga del presidente ferito potesse rappresentare il primo vero passo verso un miglioramento della situazione del paese, dove le proteste anti-governative si erano rapidamente diffuse a partire dall’inizio del 2011 causando centinaia di morti e migliaia di feriti. Invece no: dopo mesi di convalescenza Saleh è tornato, e ciò non promette niente di buono. Limes ne ha parlato con il professor Fawaz Gerges, direttore del Middle East Centre della London School of Economics e autore di The Rise and Fall of Al-Qaeda: Debunking the Terrorism Narrative.

LIMES: Da mesi in Yemen si protrae una situazione gravissima; i combattimenti sono all’ordine del giorno. Il ritorno Ali Abdullah Saleh significa che siamo vicini a una svolta?

GERGES: Sulla crisi in Yemen non c’è davvero una via d’uscita a breve termine. Sono rimasto scioccato quando ho saputo che il presidente Saleh era tornato in patria. E il motivo per cui sono rimasto sconvolto è che Washington e Riyad gli avevano offerto la possibilità di una via d’uscita dignitosa e lui avrebbe potuto usare la sua permanenza in Arabia Saudita come una scusa per non tornare più; invece è tornato. Allora la questione non riguarda solo il presidente Saleh, ma tutta la sua famiglia, il circolo interno dei fedelissimi e tutte le loro ossessioni. Credo che Saleh e i suoi non abbiano capito appieno la gravità della crisi che lo Yemen sta attraversando. Siamo di fronte a una vera e propria guerra civile, si combatte in tutto il paese, non stiamo parlando solo di Sana’a. Mi sembra che la situazione peggiori di ora in ora. (more…)

Riprende la repressione in Yemen. A Sana’a 40 morti negli scontri

settembre 25, 2011

Nonostante le promesse di tregua, con il rientro in patria di Saleh sono riprese le operazioni contro i manifestanti che chiedono la fine del regime yemenita. I governativi hanno usato anche artiglieria e aviazione contro i ribelli

Joseph Zarlingo per “Il Fatto

Aveva promesso un cessate il fuoco e negoziati politici, Ali Abdullah Saleh, da 33 anni presidente dello Yemen, tornato venerdì a sorpresa nel suo paese dopo tre mesi di convalescenza forzata in Arabia Saudita per le ferite riportate nell’attentato subito all’inizio di giugno. Aveva promesso una tregua, ma l’effetto immediato del suo ritorno è stato un attacco lanciato dalle truppe della Guardia repubblicana – comandata da uno dei figli di Saleh – contro le posizioni della Prima brigata, guidata dal generale dissidente Ali Mohsen al-Ahmar. Bilancio, del tutto provvisorio, del sabato di sangue è di almeno 40 morti nella sola capitale Sana’a.

Epicentro dei combattimenti Piazza del Cambiamento, dove da otto mesi sono accampati i manifestanti che chiedono la fine del regime di Saleh. Già negli ultimi sei giorni nella Capitale come in altre zone del Paese (Aden, Taiz e la provincia di Sadaa) le truppe passate con i manifestanti hanno fronteggiato i reparti rimasti fedeli al presidente. A Sana’a, mercoledì, i governativi hanno usato anche l’artiglieria pesante e l’aviazione per bombardare il quartier generale delle truppe ribelli, non lontano da Piazza del Cambiamento.

Il generale al-Ahmar, un tempo stretto collaboratore di Saleh, ha scelto di unirsi ai manifestanti dopo il massacro del 21 marzo scorso, quando a Sana’a le truppe governative hanno aperto il fuoco contro una manifestazione anti-regime uccidendo almeno 45 persone. Gli ospedali della Capitale hanno lanciato un appello perché mancano medicinali ed equipaggiamenti chirurgici per i feriti, che sono molte decine. (more…)

Yemen, così parlò Saleh

luglio 11, 2011

La televisione nazionale ha mostrato il presidente ustionato e affaticato. I festeggiamenti dei lealisti. Poche parole, e vaghe, sul futuro del paese e contro “le scorciatoie nel nome della democrazia”. Il petrolio scarseggia e la crisi economica divampa

Lorena De  Vita per “Limes

Il respiro affannoso, le braccia interamente coperte da bendaggi, le parole pronunciate con difficoltà. La pelle del viso scurita dalle ustioni e il capo coperto. Così si è presentato Ali Abdullah Saleh in un discorso alla nazione mandato in onda la sera del 7 luglio dalla televisione di Stato.

Il videomessaggio era stato registrato a Riyad, dove il presidente yemenita è stato trasportato il 4 giugno scorso dopo essere rimasto vittima di un attacco mentre si trovava all’interno del palazzo presidenziale. (more…)

Yemen, anatomia del caos

luglio 3, 2011

(Carta di Laura Canali)

Dopo mesi di rivolta, le richieste della popolazione sono oscurate dalla lotta interna all’élite del paese. La rivalità clanica e il rischio di guerra civile. Eppure Saleh è andato bene agli Usa per anni…

Lorena De Vita per “Limes

Due interventi chirurgici al cranio non sono bastati a convincere Saleh a rinunciare alla propria carica e a seguire le orme degli omologhi Ben Ali e Mubarak, almeno per il momento. Il presidente yemenita si trova infatti a Riyad, convalescente all’interno di una struttura ospedaliera, a causa delle ferite riportate dopo che un razzo aveva colpito il suo palazzo presidenziale a Sana’a il 3 giugno scorso. Nel frattempo nel paese regna il caos.


Se a febbraio le manifestazioni erano in larga parte animate soprattutto da giovani (studenti universitari e non) esasperati dalle condizioni economiche e sociali del paese, da marzo in poi – in particolare dopo la defezione del generale Ali Moshen al Ahmar – la dinamica delle proteste ha iniziato ad assumere i connotati di una vera e propria guerra civile. Al momento la situazione è tutt’altro che quella di una contrapposizione piazza/palazzo: le istanze di democrazia e libertà che avevano trascinato i semplici cittadini in piazza sono state oscurate dalle lotte di potere tra opposte fazioni, tutte appartenenti all’élite del paese e divise tra loro in base a criteri di appartenenza clanica e tribale. La protesta che aveva invaso le strade dello Yemen all’inizio dell’anno, ispirata dai movimenti nordafricani, si è quindi lentamente trasformata in una guerra di palazzo. (more…)

Dai covi qaedisti alle rotte del greggio. Perché la crisi a Sanaa allarma il mondo

giugno 6, 2011

Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”

Ci sono almeno quattro ragioni per le quali la crisi nello Yemen è pericolosa e deve essere seguita con grande attenzione. Quattro nodi che vanno oltre la battaglia tra oppositori e regime. L’economia. Le coste yemenite guardano una delle più importanti rotte marittime del mondo. Da Bab El Mandeb, porta meridionale del canale di Suez, passano ogni giorno 3,5 milioni di barili di greggio. Una situazione di caos perenne potrebbe interferire con il traffico mercantile. E le conseguenze ricadrebbero su quanti dipendono da questa via d’acqua. La regione. La rivolta può contagiare la vicina Arabia Saudita che è già intervenuta in passato e ora ha tentato una mediazione interessata. Il Regno non è più un esempio di stabilità. Al suo interno si agitano forze disgreganti e i principi con la kefiyah temono di perdere il controllo. Gli spiriti della rivolta camminano veloci lungo il deserto, superano i fragili confini, seguendo anche quelle piste del contrabbando che portano armi e munizioni in quantità. Il rogo yemenita può diventare un grande incendio, alimentato da molti focolai. Dalla rivolta popolare alle fratture tribali, senza tralasciare l’azione degli Houti, potente clan sciita. La saldatura. Lo Yemen si specchia in un altro Paese «perduto» , la Somalia. Due scacchieri uniti da vecchi e nuovi rapporti. Gli islamisti somali hanno contatti con i loro fratelli yemeniti e possono fare fronte comune. I pirati del Golfo di Aden lanciano le loro scorrerie lungo le due coste. I clandestini africani attraversano lo stretto braccio di mare per spingersi verso il Golfo. Gruppi e gang che hanno tutto l’interesse che lo Yemen diventi un’entità senza legge. Infine il terrorismo. Il territorio yemenita ospita — e non da oggi — una branca di Al Qaeda. Forse una delle sezioni regionali più pericolose. I militanti— yemeniti e sauditi— sono esperti, hanno una «tradizione» , rappresentano un punto di riferimento per volontari che vengono da altre aree geografiche. Li guidano capi esperti e un predicatore scaltro quale è Anwar Al Awlaki, stella della propaganda via Internet. Non si può dimenticare che i due più recenti tentativi di attacco contro il trasporto aereo internazionale sono stati concepiti dalla cellula yemenita. Che ha usato temibili micro-ordigni. È una realtà jihadista complessa. Gli obiettivi locali affiancano quelli internazionali a dimostrazione delle ambizioni del gruppo estremista. Una perfetta riproduzione di quello che è diventata la partita yemenita, dove non c’è solo in gioco il destino di un presidente irriducibile e di quei pochi che sono rimasti al suo fianco.

Informazione Corretta

Lo Yemen cova il fuoco sotto la corruzione

novembre 4, 2010

di Farian Sabahi che ha appena pubblicato il libro «Storia dello Yemen» (Bruno Mondadori), da “Il Sole 24 Ore

Nello Yemen la povertà alimenta lo scontento e, combinata con l’Islam wahhabita importato dall’Arabia Saudita, innesca il terrorismo qaedista. Ma Al-Qaeda è solo una delle sfide per il presidente Salah, cui vanno aggiunti la guerriglia Huthi al Nord e il movimento secessionista al Sud, dove i mancati investimenti fanno rimpiangere il protettorato britannico. ùLa povertà è dovuta a fattori strutturali (la produzione petrolifera è scesa da 456mila barili al giorno nel 2003 a 287mila nel 2009), alla corruzione e a decisioni miopi.

È stata la corruzione a permettere che la rete elettrica – indispensabile per le infrastrutture, a loro volta necessarie per passare da un’economia petrolifera a una differenziata – fosse svenduta a un quarto del prezzo. Ed è stata la corruzione a far sì che il porto di Aden fosse dato in concessione per trent’anni a DP World che gestisce anche il porto di Gibuti: le strutture sono in concorrenza e difficilmente ad Aden saranno promossi gli investimenti attesi. Le scelte miopi sono molteplici: l’acqua è assorbita dalla coltura del qat (un arbusto le cui foglie causano euforia e dipendenza) anziché dei cereali per combattere la malnutrizione; la popolazione cresce al 3,1% annuo, ma il governo non insiste sul controllo delle nascite perché culturalmente inaccettabile; durante la prima guerra del Golfo le autorità avevano preso le parti di Saddam e per ripicca i sauditi avevano cacciato 750mila immigrati yemeniti. (more…)

I guai dello Yemen

luglio 27, 2010

Dalla fine della dominazione coloniale inglese nel sud del paese, lo Yemen ha vissuto un quarantennio di conflitti che hanno raramente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle diplomazie internazionali. Negli ultimi giorni il governo di Sana’a ha dovuto affrontare la riapertura delle ostilità su entrambi i fronti interni su cui è impegnato: al sud contro la frangia di Al Qaeda, ed al nord contro la tribù dei ribelli sciiti Houthi

Roberto Roccu per “ilpost

«E meno male che il qat li tiene buoni, altrimenti chissà che combinerebbero queste teste calde» è da tempo una delle battute più comuni tra i vicini mediorientali, in riferimento al costume yemenita di masticare le foglie della pianta. E non è difficile prevedere che la battuta riprenderà quota nelle prossime settimane. Gli ultimi giorni hanno infatti visto la riapertura delle ostilità su entrambi i fronti su cui è impegnato il governo di Sana’a: al sud contro la frangia di Al Qaeda nella penisola arabica (AQAP, Al Qaeda in the Arabian Peninsula), ed al nord contro la tribù dei ribelli sciiti Houthi.

Lo Yemen è il paese più povero del Medio Oriente, nonostante una ragguardevole quantità di petrolio estratto, un territorio ben più fertile di quello dei vicini, ed una posizione geografica invidiabile: storico punto di passaggio tra corno d’Africa, penisola arabica e subcontinente indiano, che si è meritato l’appellativo latino di Arabia Felix. Dalla fine della dominazione coloniale inglese nel sud del paese, lo Yemen ha vissuto un quarantennio di conflittualità – latente o manifesta – che nonostante sia stato trattato ampiamente da numerosi arabisti ha solo sporadicamente attirato le attenzioni dell’opinione pubblica e delle diplomazie internazionali. (more…)

L’imam va alla guerra

febbraio 23, 2010

In Arabia Saudita cresce l’ostilità per i ribelli sciiti: si rischia un conflitto interconfessionale

Un uomo, legato mani e piedi, piange e implora pietà. Un’altra persona lo colpisce con violenza, brandendo un cavo d’acciaio, sulla pianta dei piedi. Il video, girato con un telefono cellulare, è arrivato nelle mani della Saudi Information Agency (Sia), sito d’informazione saudita con base negli Usa. Il torturatore – ma le immagini mostrano anche altri prigionieri e altri picchiatori – sarebbe stato girato in una base dell’intelligence dell’Arabia Saudita al confine con lo Yemen.

I prigionieri sono yemeniti che gli agenti ritengono legati al movimento sciita dell’imam Abdul-Malik al-Houti, leader spirituale della setta dei Zaidi, che guida una rivolta contro il governo yemenita e contro quello saudita, dopo gli sconfinamenti in Arabia dei miliziani di al-Houti.
Una scena drammatica, un frammento dell’ordinaria violenza che fa da corollario a tutte le guerre. L’elemento più inquietante riguarda la motivazione che avrebbe spinto agenti sauditi a filmare e diffondere il video.
Secondo il direttore della Sia, Alì al-Ahmed, il video serve per tenere alto il morale delle truppe saudite al fronte, incitandone l’odio religioso per i nemici sciiti, prima ancora che yemeniti. Una visione che fa gelare il sangue. Il video, in effetti, presenta all’inizio il logo del governo saudita, come se si trattasse di un filmato istituzionale.
Al centro del conflitto c’è l’aspetto religioso, da non sottovalutare. In Arabia Saudita esiste una forte minoranza sciita che, nel cuore del sunnismo, denuncia abusi e violazioni. Il governo di Riad è molto preoccupato che la rivolta degli Zaidi possa dare inizio a rivendicazioni simili degli sciiti anche in Arabia Saudita. (more…)

Yemen, l’affare del gas nella terra di Al Qaeda

gennaio 12, 2010

Un Paese prevalentemente agricolo, povero, tra i più poveri del Pianeta, con una diffusa corruzione e un presidente che governa ininterrottamente da trent’anni, Ali Abdallah Saleh, al potere da quando è caduto nel ‘90 il muro di demarcazione tra Yemen del Nord, filoccidentale, e Yemen del Sud, filocomunista, deciso a rimanerci almeno per i prossimi tre anni, poi chissà. Un Paese bellissimo tra Mar Rosso e Mar Arabico, dove però l’industria dei resort e degli hotel di lusso non ha mai attecchito: prima la guerra civile del ’94 poi le guerriglie endemiche, i predoni, i continui rapimenti di occidentali. Ora è chiamato «il paradiso della nuova Al Qaida», che lo sta trascinando sull’orlo di una guerra a base di droni e incursori Usa.

Eppure lo Yemen non è tutto qui. E non esporta solo cipolle. Anzi, le casse statali a Sanaa sarebbero vuote senza i proventi dell’industria estrattiva degli idrocarburi, da cui provengono il 70 percento delle entrate. Insomma, lo Yemen sarà pure solo al 32° nella classifica mondiale ma è pur sempre un Paese petrolifero, non aderente all’Opec. Nel sottosuolo ha riserve accertate di greggio pari a 4 miliardi di barili. Mica poco. (more…)

«Io convertito dall’imam yemenita»

gennaio 11, 2010

INTERVISTA. IL RACCONTO DI UN GIOVANE NEOZELANDESE: IO COME L’ ATTENTATORE DI DETROIT

Charles Wardle è un ragazzo neozelandese. A 18 anni suo padre gli regala un biglietto per l’India. Nulla di strano, i ragazzi “kiwi” lasciano presto casa per girare il mondo. Ma Charlie non prende il viaggio come una “vacanza”, bensì come un modo per cercare una nuova strada, tutta sua, diversa da quella fino ad allora percorsa ad Auckland, fatta di furti e atti di vandalismo che gli hanno procurato seri problemi con la giustizia. Già, perchè Charlie si stanca presto della mistica indiana e il 1° settembre del 2001 arriva in Pakistan. Lì si unisce ai militanti di Lashkar-e-Toiba (i guerriglieri accusati della strage di Mumbai nel 2008), si converte all’islam e dopo quattro mesi si trasferisce in Libano, dove entra in contatto con gli Hezbollah che lo vogliono inviare in un campo di addestramento per i martiri in Palestina. Lui però si rifiuta. Viene arrestato ad Ajman, negli Emirati Arabi, mentre sta aspettando di ricevere del materiale esplosivo. (more…)

Nelle periferie del mondo il nuovo cuore dell’islam

gennaio 9, 2010
FRANCESCA PACI
LONDRA
La mezzaluna islamica ha affilato le estremità. Mentre il conflitto israelo-palestinese, classico cavallo di battaglia della jihad post moderna, scompare dalle copertine delle riviste di geopolitica interessate al massimo al potenziale economico dell’emergente e non ideologizzata borghesia araba, l’ultima sfida all’occidente arriva dalla periferia della galassia musulmana. «L’islam contemporaneo non si capisce guardando il vecchio centro mediorientale ma i margini, Yemen, Somalia, Pakistan, Afghanistan» osserva l’irano-americano Reza Aslan, ricercatore al Global and International Studies di Santa Clara e autore del volume «How to win a cosmic war», come vincere una guerra cosmica. Per questo, sostiene, Barack Obama ha sbagliato a lanciare dal Cairo la battaglia per i cuori e le menti sedotte dal Corano: «L’Egitto non è più il centro del mondo musulmano da almeno un secolo». (more…)

La crisi yemenita e il nuovo scontro settario irano-saudita

novembre 21, 2009

Diversi analisti, ormai da mesi, stanno lanciando l’allarme sul preoccupante deterioramento della situazione yemenita, nel relativo disinteresse della stampa internazionale. L’unità stessa del paese è minacciata su due fronti: a nord dalla guerra civile con i ribelli Houthi – un movimento sciita così chiamato dal nome del suo fondatore, Hussein al-Houthi – e a sud da un movimento secessionista che ha il suo centro nell’antica città portuale di Aden, che è anche la capitale commerciale del paese. 

La crisi yemenita ha tuttavia compiuto un ulteriore salto di qualità nei primi giorni di novembre, con il diretto coinvolgimento militare dell’Arabia Saudita al confine nord-occidentale del paese, attraverso un’operazione bellica ufficialmente finalizzata ad impedire le infiltrazioni di ribelli Houthi in territorio saudita.

L’intervento militare saudita rischia di conferire definitivamente una dimensione regionale al conflitto nel nord dello Yemen, visto che i ribelli Houthi, di confessione sciita, sono accusati da Riyadh di essere sostenuti dall’Iran. Al punto che molti commentatori nel mondo arabo, e non solo, si sono affrettati a definire il conflitto yemenita come la nuova guerra “per procura” fra Iran e Arabia Saudita, dopo la crisi libanese, le ingerenze iraniane in Palestina, e la guerra civile a sfondo settario che ha avuto luogo in Iraq. (more…)

I paesi del golfo di fronte alla crisi dello Yemen

novembre 12, 2009

imagesI paesi del Gulf Cooperation Council guardano con estrema preoccupazione alla situazione nello Yemen. Un ulteriore deterioramento della crisi nel paese potrebbe avere gravi ripercussioni a livello regionale – scrive l’analista Nicole Stracke

In una dichiarazione successiva all’incontro dei ministri degli interni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), tenutosi nell’Oman il 27 ottobre, gli stessi ministri hanno promesso solennemente di dare il loro sostegno alla stabilità, all’integrità territoriale e all’unità dello Yemen, e hanno invocato la non-ingerenza nei suoi affari interni.

La dichiarazione del GCC giunge in un momento cruciale, in cui lo Yemen sta affrontando tre importanti sfide alla propria sicurezza: il conflitto militare in corso nel nord con i ribelli Houthi (appellativo con il quale comunemente è conosciuto il gruppo ribelle, dal nome del suo fondatore, Hussein Badr al-Din al-Huthi; questo movimento è sorto fra la minoranza sciita che risiede nel nord del paese (N.d.T.) ), la continua instabilità nel sud, e la minaccia rappresentata dalle attività interne ed estere di “Al-Qaeda nella Penisola Araba”, che ha la propria base nello Yemen. Le sfide che le autorità dello Yemen devono affrontare sono indicative del rapido deterioramento dello stato della sicurezza nel paese. Mentre tutti  gli Stati del GCC sono egualmente preoccupati dalla crisi dello Yemen, quelli che confinano direttamente con questo paese – l’Arabia Saudita e l’Oman – lo sono in particolar modo a proposito dell’impatto attuale e futuro di questa situazione sulla propria stabilità e sicurezza interna. (more…)

Fino all’ultimo ribelle

settembre 12, 2009

16061Sempre più violento il conflitto in Yemen tra l’esercito e i ribelli sciiti, mentre la popolazione civile soffre sempre più

L’ultimo bollettino di guerra recita che altri 17 ribelli sciiti sono stati uccisi dalle truppe governative dello Yemen.
Gli scontri, che durano da anni, ma che si sono intensificati negli ultimi mesi, sono avvenuti ieri sera nell’area montuosa di Saada, nella zona settentrionale del Paese arabo.

Lo ha reso noto questa mattina l’agenzia Saba, vicina al governo di Sa’ana. Altri quattro miliziani seguaci dell’imam sciita al-Houti sono stati catturati.
Non si ferma, dunque, l’operazione Scorched Earth (terra bruciata) lanciata l’11 agosto scorso dall’esercito yemenita nel nord del Paese, alla caccia dei ribelli sciiti. Bombardamenti e rastrellamenti hanno conosciuto solo una breve tregua, concordata tra le parti, ma saltata nel giro di poche ore. Obiettivo dichiarato dei militari del presidente dello Yemen Ali Abdoullah Saleh è quello di distruggere la rete logistica dei ribelli, che hanno disseminato di covi le montagne della regione di Saada e, nei mesi scorsi, erano arrivati a un passo dalle città più importanti della zona.
Le principali agenzie internazionali che si occupano di aiuti umanitari hanno lanciato da tempo un appello per le condizioni della popolazione civile coinvolta nei combattimenti, ma la tregua di venerdì scorso, per permettere l’arrivo di generi di prima necessità, ha retto solo quattro ore. (more…)

Vite in fuga

agosto 3, 2009

imagesMigliaia di somali tentano di fuggire in Yemen mentre il loro Paese è in fiamme

 

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha lanciato l’allarme: migliaia di civili in fuga dai combattimenti in Somalia si sono riversati nella città costiera di Bosaso, in attesa che i trafficanti di esseri umani possano portarli in Yemen.Somalia in fiamme. La situazione a Mogadiscio e dintorni è disperata. Le milizie integraliste degli al-Shabaab e degli Hisb-ul-Islam combattono contro il governo provvisorio riconosciuto dall’Onu casa per casa. I civili, come sempre, sono al centro del fuoco incrociato. In passato, con l’intervento dell’esercito etiope, era stata ristabilita una parvenza di legalità in Somalia, ma le cosiddette Corti Islamiche si sono riorganizzate e, con l’appoggio dell’Eritrea, hanno lanciato una pesante controffensiva riuscendo a giungere di nuovo nella capitale Mogadiscio, dove il 28 luglio scorso i ribelli hanno proclamato un’amministrazione parallela. L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro. (more…)

Yemen

giugno 24, 2009

AO116KTCAN550E2CA9EZQ2PCA3C2CRMCAGB44B3CA5SBU5MCA9WK908CA7ZSG8TCAYULS71CAEHZBJCCAMT5JYYCAS1CUFLCA328DVMCAWWJFZUCAS402YSCA21ZEDGCA9853TICAS27N7ICAOOF8RBLa rosa bianca nel deserto

 

Una fotografia le mostra sorridenti mentre hanno in braccio alcuni bambini del Malawi. Le immagini di Rita e Anita pubblicate dai giornali tedeschi ci consegnano due ragazze gioiose, determinate, compassionevoli, forti, fiere. Ma inconsapevoli, forse, del grande pericolo che le sovrastava durante l’attività medica e missionaria che svolgevano nello Yemen. Anita Gruenwald e Rita Stumpp, cugine entrambe di ventisei anni, sono le due ragazze tedesche trucidate la scorsa settimana e di cui ora si comincia a sapere qualcosa. (more…)