L’ayatollah depresso

Un ex seminarista di Qom diventato scrittore in America ci spiega perché Khamenei vede nero

C’è un detto che dal ’79 cattura la doppia morale degli iraniani. “Prima della rivoluzione si beveva in pubblico e si pregava in privato, ora preghiamo in pubblico e beviamo in privato”. Da sei mesi a questa parte le regole sono saltate. In Iran si urla quello che prima si sussurrava. I bassiji seguitano a usare i manganelli, moltiplicano le contromanifestazioni, inaugurano presidi nelle scuole, ma i contestatori non si arrendono, sovvertono le ricorrenze del regime e gridano “mercenari”, mentre stivali lucidi li pestano in una nebbia di lacrimogeni. Non ci sono molti dati razionali a cui aggrapparsi.
I prossimi due mesi Moharram e Sahar, sono centrali nel calendario sciita e offriranno ai ribelli suggestioni, luoghi e date che di per sé evocano la rivolta. La morte del grande ayatollah Montazeri caricherà questi giorni speciali di ulteriori significati, anche se la protesta resta frammentata, Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi sono leader accidentali, l’apparato di sicurezza è poderoso e la copertura internazionale tiepida. Eppure qualcosa di impalpabile sta cambiando, l’asticella del politicamente corretto continua a scivolare in avanti. “I bastioni del regime stanno tremando”, titola perentorio l’Economist.

Nonostante la repressione e, forse anche in virtù della sua virulenza, l’insubordinazione si radicalizza. Dove erano le guardie del regime mentre Ruhollah Khomeini, il venerabile padre della rivoluzione, era dissacrato dalle fiamme fotogramma dopo fotogramma sul secondo canale della tv di stato Irib? Tra sequenze di vetri frantumati e cassonetti rovesciati lo speaker ha denunciato le responsabilità degli universitari sedotti dalle chimere occidentali, ma dell’affronto alla memoria dell’imam non è stato censurato neanche un momento. A giugno la parola d’ordine dei manifestanti era “dov’è il mio voto?”, ma già questo dicembre “morte a Khamenei” è un’invocazione familiare.
Più del provocatore Mahmoud Ahmadinejad è la Guida Suprema a rappresentare l’essenza del nezam (regime, in farsi). Che la mano sacrilega che ha bruciato l’effigie di Khomeini appartenga a uno studente o – come appare più probabile – a un solerte pretoriano pronto a immolare l’imam sull’altare della ragion di stato, la sostanza non cambia: in Iran non ci sono più totem inviolati. Nei palazzi del potere di Teheran Khomeini è ormai soltanto un nome da rinfacciarsi per accampare patenti di legittimità e disconoscere quelle degli altri. Nelle piazze della rivolta rappresenta un ideale tradito, o semplicemente un modello sbagliato, ma trent’anni sono una generazione, un tempo troppo lungo per infervorarsi contro un fantasma. L’obiettivo è sempre Khamenei. E la sua  unica difesa davanti alla furia della ribellione è farsi scudo della memoria profanata di Khomeini.

La storia iraniana è ricca di svolte inattese e la natura senza forma della contestazione rende poco praticabili le previsioni. Tanto che commentatori di rango come Karim Sadjadpour del Carnagie Endowment non si sbilanciano al di là di un generico “le proteste potrebbero cuocere a fuoco lento per anni o esplodere all’improvviso”. Per capire dove andrà l’Iran bisogna continuare ad esplorare i sogni delle sue Neda, ma altrettanto imprescindibile è l’ indagine dei sentimenti del rahbar. L’implosione del sistema o il suo rinnovamento saranno tanto determinati dai martiri di stato, dai leader studenteschi e sindacali quanto dalla reazioni del potere costituito. Saranno le paure di Khamenei, la sua capacità di dominarle o di soccombervi a decidere, in buona misura, il destino dei manifestanti iraniani.

“Io non credo nelle purghe, ma l’impressione è che alcune persone insistano nell’allontanarsi dal sistema e abbiano trasformato una disputa familiare in una battaglia contro il sistema”, ha detto Khamenei due domeniche fa, assecondando i falchi ed il loro desiderio di avere mano libera nei confronti dei “terroristi” e dei loro ispiratori. E’difficile quantificare il dissenso, ma per i campioni dell’ortodossia i segnali non sono incoraggianti. Mohammad Mohammadian, capo dell’ufficio di Khamenei per gli Affari universitari ha riconosciuto che “secondo i dati esistenti il 70 per cento degli studenti ha votato contro Ahmadinejad”. Più preoccupante ancora per Khamenei è il fatto che la sfiducia verso le istituzioni islamiche sia in crescita anche nelle tradizionali roccaforti del conservatorismo. Un sondaggio pubblicato da insideIRAN.org ( un progetto legato al think tank liberal Century Foundation) condotto in quattro intervalli di tempo tra l’estate del 2008 e l’autunno del 2009 nelle zone rurali delle province di Fars ed Isfahan ha registrato un consistente calo di consenso di Ahmadinejad proprio nei suoi territori dell’elezione. Il 57 per cento degli intervistati,  definitisi sostenitori delusi del presidente, hanno dichiarato di aver tratto giovamento dai sussidi governativi, ma di essere comunque pentiti di averlo votato dopo le denunce di stupri, assassinii e torture. 

“La disputa familiare” tra due diverse generazioni di rivoluzionari si è riverberata fuori dai circuiti politico-economici dei potenti di Teheran molto al di là degli ambienti intellettuali in cui da anni monta il malcontento.  E tuttavia per il rahbar il consenso popolare non è il criterio predominante delle scelte. “Khamenei tende a non assumersi mai la responsabilità del gioco politico – spiega al Foglio Mehdi Khalaji – così è facile speculare sul potere del figlio Mojtaba o sull’esistenza di qualche oscuro burattinaio, la realtà è che la Guida suprema esercita un enorme potere e che questo potere è il frutto di un percorso lungo vent’anni”.
Analista del Washington Institute for Near East Policy, figlio di ayatollah ed ex seminarista a Qom, Khalaji è tra gli esperti di cose persiane il più brillante esegeta del pensiero di Khamenei. “Ci sono state due, tre settimane l’estate scorsa in cui Khamenei ha davvero avuto paura. Potrebbe tornare a tormentarlo e l’unica chance di successo contro il regime è agire in quella finestra di tempo. Perché appena riprende fiato e gli ordini  partono coerenti dal suo ufficio, il regime torna a sentirsi forte e Khamenei sa come giocare le sue carte”. Dopo ilfallimento dei colloqui di Ginevra, i provocatori test missilistici e il roboante annuncio relativo alla costruzione di ulteriori centrali per l’arricchimento dell’uranio, il capitolo sanzioni è tornato nell’agenda della comunità internazionale.

Il segretario alla Difesa statunitense Robert Gates ha invocato misure “significative”
e per gennaio si attendono le mosse dei membri del Consiglio di sicurezza. Nel frattempo, per colpire le importazioni di gasolio vitali per Teheran, il Congresso ha approvato l’Iran Petroleum Sanctions Act. “Gli incentivi non ammorbidiranno il regime. Né tantomeno l’isolamento o le sanzioni. Tutti fanno affari con l’Iran”,  sottolinea Khalaji (ed è di qualche giorno fa la notizia della sanzione da 536 milioni di dollari che crédit Suisse pagherà alle autorità americane per aver facilitato le transazioni in dollari di Iran, Libia, Sudan e Myanmar). “L’Iran non cede sotto una normale pressione, Khamenei cederà soltanto sotto l’onda di una pressione molto forte. Una pressione eccezionale, come la minaccia di un attacco militare”.
Khalaji ricorda il precedente del 2003: quando fu attaccato l’Iraq, Khamenei si persuase che l’Iran potesse essere la prossima tappa della guerra al terrore dell’amministrazione Bush. Attraverso la mediazione svizzera inviò una lettera a Washington in cui proponeva all’America colloqui a tutto campo, persino sul nodo spinoso di Hizbollah.

Khalaji non si augura affatto un’offensiva militare contro l’Iran, tutt’altro, ma ritiene che soltanto la minaccia di un attacco potrebbe convincere Khamenei della bontà di un cambio di rotta. Del resto la visione strategica di Khamenei non è poi tanto insondabile. “Khamenei è convinto che l’America abbia paura.  Nel Corano la vittoria sul nemico non si esplica con  la potenza bellica, ma attraverso la capacità di spaventare il nemico” In questa luce si capisce anche la corrispondenza d’amorosi sensi con Ahmadinejad. Quello con i pasdaran – dice Khalaji – è un rapporto di interdipendenza. “Islamizzazione per Khamenei significa militarizzazione. Durante la guerra con l’Iraq i pasdaran hanno preso in mano le redini del paese. Finita la guerra l’establishment clericale ha provato a riportare indietro l’orologio”. L’alleanza è stata del tutto naturale”. I pasdaran non avevano sponsor nel palazzo e Khamenei era una rahbar debole, una guida priva di una base elettorale e di pedigree teologico, un vali (guida) volutamente scialbo, scelto proprio per questo da un presidente forte come Rafsanjani. Poi però, nonostante la decantata astuzia del grande manovratore, Khamenei si è rivelato un giocatore più abile del previsto, capace di liquidare un’intera generazione di rivoluzionari – la sua – grazie al patto di mutuo soccorso siglato con i pasdaran.

Contrariamente alle speculazioni che lo descrivono spesso come moribondo secondo Khalaji, Khamenei soffre di alcuni disturbi minori, ma nessun morbo fatale minaccia la sua vita: “Khamenei può vivere altri 10-15 anni e la sua fragilità è piuttosto derivante dalla depressione” . Di contro, in Khamenei alberga una coerenza di pensiero granitica. A differenza di Hashemi Rafsanjani e di Mohammed Khatami, la Guida suprema non si è distaccata  dai convincimenti maturati nei giorni della passione rivoluzionaria.

Khalaji sta scrivendo un libro sulla Guida suprema e avendo analizzato i suoi pronunciamenti da trent’anni a questa parte ne rileva l’assoluta concordanza. “Khamenei ha seguito sempre una sua logica, ma non è il tipo di persona che ragiona secondo schemi pragmatici. Le sue decisioni emergono all’interno di uno schema dialettico tra i principi dell’islam e gli interessi del regime. Quando le due categorie sono in contrasto, il rahbar opta per la seconda via e questo è in nuce il fondamento del velayat-e-faghih (il potere supremo di un giureconsulto eletto a vita teorizzato da Khomeini), la licenza di calpestare, all’occorrenza, persino la sharia” . Il paradosso è che nella Repubblica Islamica la legge islamica è diventata irrilevante e l’indipendenza teologica del clero è stata neutralizzata dalla dipendenza economica verso Khamenei. Teheran ha vampirizzato Qom prosciugando per sempre i pozzi dell’islamismo politico. Per Khalaji la “democrazia islamica” propugnata a suo tempo da Khatami non potrà avere migliore fortuna in futuro. “Non avrebbe senso ritentare ancora con delle ricette “islamic-light”.

I grandi ayatollah Hossein Montazeri e Yousef Sanei, gli intellettuali Mohsen Kadivar, Abdolkarim Soroush non sono che emanazioni di un’idea che ha già fallito e non c’è ragione di ritentare. Khatami era un riformista senza voglia di riformare alcunché, non ha neanche provato a toccare la scorza del velayat-e-faghih. Ha perso la sua occasione d’oro, non se ne ripresenterà un’altra”.
Mehdi Khalaji parla con la sapienza di un insider che ha messo molta distanza tra sé e il suo passato. Ma cosa ha prodotto nel figlio dell’Ayatollah il distacco da tutto ciò che costituiva il suo mondo? “L’amore e le donne. Ma faccio un passo indietro”.
“Prima della mia epifania è arrivata la scoperta che tutto quello che imparavo nel seminario era irrilevante. Ai miei tempi nessuno entrava in seminario per soldi o ambizione, non si trattava di una carriera ambita”. Ma gradualmente il seminario si è trasformato in un centro per la formazione di funzionari governativi con il risultato che dopo trent’anni i seminaristi sono intellettualmente molto poveri e finanziariamente molto soddisfatti. “La mia generazione invece aveva varcato le porte del seminario pensando che l’islam avesse tutte le risposte. Sono stato deluso. Mi sono reso conto che le risposte erano inutili. A cosa serviva imparare la legge islamica? Le vie per la salvezza erano menzogne.

L’economia non è stata islamizzata, la cultura non è stata islamizzata,
la moralità non è stata islamizzata e l’Iran esporta il maggior numero di prostitute di tutta la regione. La società iraniana è al collasso, governata dalla sfiducia e dal sospetto”.
Accantonata la teologia, Khalaji si è avvicinato alla filosofia occidentale.  In “Natani” il primo ed unico romanzo di Khalaji pubblicato in farsi in Germania, l’analista del Washington Institute torna nei luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza raccontando una storia d’amore, religione e politica ambientata tra Parigi e Qom. “Non ho mai capito perché nell’islam le donne facciano tanta paura. Niente minaccia tanto gli uomini religiosi quanto le donne. Ho iniziato a interessarmi al rapporto tra la fede islamica e paura delle donne. Ne ho ricavato che la fede ti infonde sicurezza e le donne te la sottraggono. Nel Corano, il libro sacro più erotico mai scritto, i giuristi codificano le pratiche sessuali fino agli ultimi dettagli, ma resta il fatto che l’islam teme il corpo. E’ paradossale: puoi avere centinaia di mogli attraverso matrimoni temporanei, eppure continui a temere le donne. Diffidare delle donne implica patire la corporeità, ed io credo che temere il corpo significhi avere paura della vita”.

Per Khalaji la questione democratica in Iran
è inscindibilmente legata al destino delle donne: “Fino a quando anche i maître à penser revisionisti come Kadivar e Soroush non parleranno solo di diritti in astratto ma inizieranno a  interessarsi anche alle donne ed ai loro diritti, fino a quando non smetteranno di averne paura, non andremo lontano”.
Ma ci sono altri ostacoli che si frappongono tra la piazza ed i suoi castelli in aria. La storia iraniana – sottolinea Khalaji – contempla 3.000 anni di dispotismo e 30.000 anni di resistenza. “Siamo un popolo antico incapace di ripensare la storia con distacco. Riviviamo il passato, non lo elaboriamo a distanza di sicurezza, piuttosto lo riattualizziamo come in occasione dell’Ashura  e della rievocazione del martirio dell’Imam Hossein”. Si tratta di ostacoli immateriali sulla strada della conquista della democrazia significativi tanto quanto l’esistenza minacciosa di cinque milioni di persone legate al corpo dei Sepah-e-pasdaran. “Io però amo citare il vostro Gramsci che diceva: il pessimismo riguarda l’intelligenza, l’ottimismo la volontà. Io guardo ai ragazzi e alle donne e spero”.

Leggi L’ayatollah “topo gigio”

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Tatiana Boutourline

Il Foglio

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