PECUNIA (DEL DUCE) NON OLET

IL FERVORE MUSSOLINIANO (IN CAMBIO DI FINANZIAMENTI) DI UNA BELLA FETTA DEGLI INTELLETTUALI SIMBOLO DELLA CULTURA ANTIFASCISTA (UNA VOLTA CADUTO IL REGIME) – DAGLI ARCHIVI SPUNTA LA CODA DEI POSTULANTI: DALLA ALERAMO A CARDARELLI, DA BRANCATI A QUASIMODO – VITTORINI, POI ORGANICO AL PCI, SCRIVEVA: “PRESO LA PENNA IN MANO L’HO ADOPERATA AL SERVIZIO DELLE IDEE FASCISTE SU GIORNALI FASCISTI”…

Francesco Borgonovo per “Libero

Nei giorni scorsi, il fatto che “Libero” abbia regalato i dvd con i discorsi di Benito Mussolini ha sollevato molte polemiche. Segno che abbiamo fatto bene ad allegare i documenti audio e video dei comizi duceschi, i quali permettono di confrontarsi con la storia nella maniera più diretta possibile.

Il dibattito suscitato dalla nostra iniziativa ha dimostrato, una volta di più, che il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con il Ventennio: da una parte ha pensato solo a rimuoverlo, dall’altra lo ha liquidato come il male assoluto, senza riflessione critica, senza analisi. Per capire le ragioni di questa riflessione mancata è molto utile un libro in uscita il 14 giugno per l’editore Le Lettere e anticipato ieri da Paolo Mieli sul Corriere della Sera.

Si intitola “Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo” (pp. 246, euro 20). L’autore, lo storico Giovanni Sedita, ha esaminato gli archivi del Ministero della cultura popolare (il famigerato Minculpop), di cui si appropriarono gli Alleati nell’immediato dopoguerra. E ha documentato – cifre alla mano – il legame di tantissimi intellettuali italiani con il regime.

Da Sibilla Aleramo a Vitaliano Brancati, da Elio Vittorini a Salvatore Quasimodo, venivano finanziati dal fascismo, tramite compenso mensile o saltuario. Non solo: molti di loro indirizzavano al ministero lettere strappalacrime, lamentando condizioni economiche precarie e pregando di ricevere denaro.

Il fatto è che, una volta caduto Mussolini, la maggioranza di questi scrittori, poeti, uomini di teatro, attori e registi ha preferito cancellare le tracce (come ha scritto in un libro importante Pierluigi Battista) del rapporto col fascismo.

Alcuni sono anzi diventati maestri dell’antifascismo militante che per anni ha regolato la nostra cultura. Questo è uno dei motivi per cui sul Ventennio non c’è mai stata una seria riflessione. Meglio sforbiciare le biografie, eliminare la corrispondenza, piuttosto che ammettere e ripensare criticamente. Il caso più clamoroso è certamente quello di Vittorini. Intellettuale di sinistra, organico al Pci, direttore di collana per Einaudi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, negli anni Trenta beneficiò degli aiuti dello Stato fascista.

Il 13 febbraio del 1935 ottenne una sovvenzione da 2000 lire e, come scrive Sedita, «incassò il denaro direttamente dalle mani di Galeazzo Ciano e volle includere l’episodio nel suo curriculum di benemerenze nei confronti del fascismo descrivendo la sovvenzione come un premio».

Più interessante, però, è una lettera che l’autore di “Uomini e no” scrisse l’anno successivo. Venne diffidato dalla Questura di Firenze in ragione di un suo atteggiamento di critica al regime, motivato da «notizie fiduciarie» e dalla frequentazione del caffé Giubbe Rosse, «frequentato da numerosi clienti (…) alcuni di dubbia fede politica».

DI PROVATA FEDE 
Nella missiva di risposta, Vittorini rimarcò la sua conoscenza diretta con gerarchi come Ciano e Pavolini e si definì «fascista non recente» e «scrittore fascista che sin da quando ha preso la penna in mano l’ha adoperata al servizio delle idee fasciste su giornali fascisti». Inoltre, indicò il provvedimento della Questura come «un’accusa che il suo spirito fascista rigetta come ingiusta e offensiva ».

Amico di Vittorini era Romano Bilenchi, altro scrittore vicino alla sinistra nel dopoguerra, che dal fascismo, tra il marzo e il luglio del ’35 ricevette, in tornate diverse, finanziamenti per seimila lire. Nell’elenco riportato c’è anche il nome di Vitaliano Brancati. Quello che sarà tra i principali esponenti del neorealismo, su indicazione di Mussolini in persona, aveva lasciato il posto di redattore al “Popolo di Sicilia” e aspettava un incarico ” . alla Stampa o al Corriere. Che però latitava.

Quindi, il primo marzo del ’35, prese carta e penna e si rivolse a Ciano: «Non so come fare. Fra poco, io sarò costretto a chiedere al Duce – a Lui che, nel ’32, mi disse affettuosamente di lasciare il mio posto di redattore al “Popolo di Sicilia” perché avrei avuto in cambio una collaborazione fissa – di darmi il permesso di andare all’estero, se è vero che degli scrittori mediocri e di passato antifascista vengono aiutati, legati ai grandi giornali con dei contratti».

Tra richieste, lettere e lamentazioni, Brancati nell’arco di quattro anni circa ottenne diverse migliaia di lire, «la notorietà sui maggiori quotidiani, un’intera opera finanziata».

In prima linea pure Vincenzo Cardarelli, tra i più pagati (132 mila lire in tutto). Nel 1932 scriveva: «Nella ricorrenza del Decennale vorrei portare anch’io la mia piccola pietra all’edificio fascista. Sento questo come un dovere all’adempimento del quale si oppongono (…) le mie ben note e insanabili cattive condizioni economiche. (…) Se si potesse concedermi qualche mese di soggiorno in campagna sono certo che riuscirei a scrivere sul Fascismo un centinaio di pagine non indegne dell’argomento».

«RISCHIO IL SUICIDIO» 
Struggenti le richieste di Sibilla Aleramo, nota ai più per la relazione tormentata con Dino Campana, già firmataria nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Tra mensili e sovvenzioni, ottenne, tra il ’28 e il ’43, circa 235 mila lire dal Minculpop. Il 14 dicembre del ’33, Sibilla scrisse direttamente a Benito: «Duce, ricorro a Voi in un’ora di estremo abbattimento, più grande di quella in cui vi scrissi la prima volta saran quattro anni di questi giorni.

Allora, era soltanto la miseria materiale, economica. Oggi, si tratta anche di male fisico e morale. Da molti mesi, in seguito (diciamo la parola francamente, e voi non sorriderete, Voi che intendete la confessione dei poveri poeti) in seguito a un’ultima illusione d’amore stroncata, io mi trascino nella vita priva d’ogni vigoria e impotente a risollevarmi, per quanto tenti e voglia. Duce, Vi giuro che da mesi combatto contro la tentazione del suicidio. (…) Come salvarmi? Partire, andar lontana, forse, fra altra gente, per qualche tempo? Ma con quali mezzi? (…) Duce, soccorretemi ancora».

I nomi degli intellettuali sono ancora tanti: da Fabio Tombari a Gianna Manzini (raccomandata da Ada Negri, a suo volta finanziata), da Salvatore Quasimodo (4000 lire) a Sandro Penna. Poi Stefano Pirandello, Alfonso Gatto, Corrado Alvaro, Achille Campanile…

Alla mammella statale attinsero in tanti, di fatto inaugurando il rapporto di dipendenza tra intellettuali e fondi pubblici che ancora sussiste (con altre caratteristiche). Finita la guerra e morto il Duce, le lettere mielose e postulanti al ministero e ai gerarchi caddero nel dimenticatoio. Il vizio di chiedere “aiutini” allo Stato… Quello rimase.

Dagospia

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3 Risposte to “PECUNIA (DEL DUCE) NON OLET”

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