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Da Venere al burlesque, come cambia l´oscenità

giugno 1, 2012

Nello Ajello per “la Repubblica”

«Nella Danae, che già inviai a Sua maestà, la figura era rappresentata tutta dal davanti. In questo nuovo dipinto ho voluto variare la visione e mostrarle la contraria parte», perché «risulti più gradevole alla vista». Con queste righe Tiziano preannunziava a Filippo II, sulla metà del Cinquecento, l´invio del quadro, Venere e Adone. È un tentativo di spiegare al castigatissimo monarca di Spagna che cosa lo abbia convinto a mutare la prospettiva assegnata ai nudi: non più frontale, ma orientata su ciò che mezzo millennio più tardi si sarebbe chiamato «il lato B». Trovo la lettera all´inizio della Storia dell´oscenità, scritta dal saggista e narratore uruguaiano Hugo Martínez de León (Odoya, traduzione di Ariase Barretta, pagg. 240, euro 16).
È una ricerca impegnativa. Certo, la prosa adoperata apparirà a tratti maliziosa, ma qualche inclinazione verso un linguaggio “andante” è il minimo prevedibile. Colpisce invece la passione culturale che il volume testimonia. Prima ancora che un trattato, è un “manifesto” a favore della libertà di esporre o rappresentare il sesso – coi pennelli, e via via tramite teatro, stampa, macchina fotografica, cinecamera, telecamera – e contro chiunque tenti di ostacolarla. Si confuta il secolare allarme dei legati pontifici, dei perbenisti e di ogni altra «forza della virtù». Ne vien fuori un conflitto fra crociata e crociata: una “codina”, l´altra trasgressiva. Non occorre chiedere da che parte si schieri Martínez de León.
Finiscono al macero quelli che troppo a lungo si sono chiamati «i limiti del pudore», fra l´esultanza dell´autore (e, per lunghi tratti, del lettore). Apprendiamo subito che a Tiziano – almeno con Filippo II e la Danae, contro la quale la persecuzione scatterà in seguito, fino a farla considerare un «pericolo pubblico» – era andata discretamente. Non andò affatto bene a Michelangelo. Un suo discepolo, Daniele da Volterra – passato poi alla storia come “Braghettone” – si impegnò a ricoprire con castigati perizomi i nudi della Sistina, i quali suscitarono l´indignazione, fra gli altri, del licenzioso ma imprevedibile Pietro Aretino. Un destino perfino più severo sarebbe toccato, cento anni dopo, al Giudizio di Paride di Rubens, per iniziativa di prelati e porporati. L´artista si rifiutò di modificare l´opera giudicata troppo naturalista. Sostenne che, che se aveva trattato quel tema, con le nudità che implicava, era per dimostrare «il valore e il coraggio» della sua pittura.
Nel 1700 sempre un re di Spagna, Carlo III, si distinse a sua volta per rigore censorio, elencando le opere più «lascive» della collezione regale per mandarle al rogo. Proposito sventato in extremis, quando quei dipinti-scandalo vennero relegati in un edificio deserto ai margini dell´Alcazar. Fece epoca, tanto per dirne un´altra, l´attacco dell´Inquisizione a Goya. Nel 1815 l´autore delle due Maja, vestida e desnuda, finì in Tribunale.
Veniamo a tempi più vicini. Dalle pagine di Martínez emergono di rado, artisti sublimi, ma ad affacciarsi in massa sono danzatrici e soubrettes, le cui fattezze intime si offrono alla «voracità voyeuristica del maschio». Beati loro. Ma gli ecclesiastici – sorretti dalle consuete pattuglie di borghesi sessuofobi – non paiono d´accordo. La censura non demorde. Dall´operetta al can can, dal burlesque (un termine di recente risuscitato) al café-chantant, fino ai palcoscenici di striptease, straripa il catalogo di dissolutezze esibite dall´autore, e represse dai moralisti. Le notti si popolano di simili «temerità». Eccone i primi ingredienti ed effetti: «tacchi alti, frustini e camicette con volant creano, grazie alla sensazione di movimento, un´euforia di straordinaria trasgressione». Oscenità? Certe cose dipende da come si guardano. Sono comunque stati d´animo o di corpo capaci d´impressionare un letterato insigne, Heinrich Heine, che scrive: «Il can-can è una danza che si esegue solo in posti indecenti. La donna che balla, o il signore per il quale balla, sono spesso accompagnati fuori da un poliziotto». Non si capisce bene se un tale esito indigni Heine o lo entusiasmi.
L´autore non dimentica alcun locale, cognome o indumento che rifletta la mitologia divistico-sessuale legata alla Belle Époque. A gremire le pagine sono lo Chat Noir, le Folies Bergère, il Crazy Horse, il Condor Club. Vi si celebrano donne da leggenda: Isadora Duncan, Louise Weber (detta La Goulue, cioè la ghiotta, l´ingorda), che fece da modella a Tolouse-Lautrec. Rita Renoir, Sally Rand, Bettie Page, Candy Barr, Joséphine Baker fanno scuola a certi «sex symbol seminali» del cinema, come Tedha Bara o Pola Negri fino alla Monroe, passando per Rita Hayworth, titolare di «polpose labbra che implorano di essere baciate», e per Hedy Lamarr, espositrice del primo nudo integrale, una pratica che trovò poco più tardi da noi un´emula volenterosa in Clara Calamai. Non meno memorabile, a suo modo, Jane Russell, la più lesta a indossare il reggiseno a balconcino, «prendendo di petto» le leve maschili. Oggetto di varie dissertazioni è il pelo pubico, la cui ostentazione, sulla scia di benemeriti pionieri, segnò una svolta decisiva negli annali dell´oscenità (il primo a mostrarlo in primo piano in un dipinto fu Gustave Courbet ne L´origine del mondo, 1866). È forse il caso di consigliare agli appassionati di documentarsi.
Sul finire mi pare che il libro inclini a una certa malinconia, approdando a un capitolo, l´oscenità nel terzo Millennio, che, direi, somiglia poco all´autore e non rientra a pennello nella sua sceneggiatura. Le donne si sono evolute. Certi eventi – il femminismo, la pillola, per dire – ne hanno cambiato l´animo. Le doti della pur ammirevole Margaret Thatcher venivano così celebrate dai suoi colleghi di governo: «ecco il miglior uomo politico di cui disponiamo». A farla breve, tutto sembra nuovo. Ma chissà se è un bene.
La domanda aleggia sul trattato composto da Martínez de León. La scrittrice Sharon Goulds, che egli cita, sembra confermare l´accennato disagio: «Le donne che mostrano doti di comando sono solitamente considerate maschili». E gli uomini focosi che dominano negli annali dell´oscenità, che cosa possono fare, adesso: accontentarsi di docili cretine? Poveracci, in fondo.

Diritti Globali

La mediocrità del male

maggio 30, 2012

Remo Bodei per “Il Sole 24 Ore

In Occidente la questione del male e della sua origine ha tormentato il pensiero filosofico e teologico almeno dai tempi di Platone e di Agostino. Eppure la chiave per rivelarne alcuni enigmi è fornita in età moderna soprattutto dalla letteratura: da I demoni e da I fratelli Karamazov di Dostoevskij fino a Se questo è un uomo e Sommersi e salvati di Primo Levi.

I temi elaborati da questi due scrittori s’intrecciano nell’ampio e profondo libro di Simona Forti con le riflessioni e le esperienze di diversi altri autori (Kant, Schelling, Nietzsche, Freud, Heidegger, Arendt, Lévinas, Foucault e Patocka) in un crescendo d’integrazione di testimonianze e idee che prelude a una soluzione originale.
L’autrice è consapevole della difficoltà di ragionare sul male con armi concettuali ormai spuntate e argomenti moralistici che non prendono sul serio la complessità, l’ambiguità e la ricchezza di sfumature delle sue manifestazioni. Come iniziale mossa teorica, si abbandonano perciò le radicate convinzioni che lo riducono a un’autonoma sostanza (magari personificata nel Maligno) o, al contrario, a un non-essere in senso platonico. Lo si lega invece, in maniera apparentemente paradossale, alla difesa della vita, la quale, una volta assolutizzata, produce il male, come accadde, ad esempio, durante il nazismo, quando la difesa della razza ariana dai “parassiti” dell’ebraismo promosse lo sterminio di milioni di uomini, trasformando la biopolitica in tanatopolitica.
Lo scandalo del male non consiste, dunque, nell’essere legato al nichilismo, alla mera distruttività o alla morte e neppure, secondo il «paradigma Dostoevskij», a un dualismo che contrappone «demoni malvagi» e «vittime assolute»: «Il male è un sistema, nel senso di un intrico di soggettività, di una rete di relazioni, le cui maglie si stringono per la complementarietà perfetta di attori e ideatori malvagi (pochi), di esecutori zelanti e convinti (anch’essi pochi) e di spettatori acquiescienti, non semplicemente indifferenti (tanti)».
Il male non è quindi eccezionale, è normale, ma non banale. Già ne I fratelli Karamazov il diavolo non compare tra tuoni e lampi in una atmosfera sulfurea, è un essere mediocre, raffreddato e affetto da reumatismi. Come ha scritto Primo Levi in Sommersi e salvati, rettificando in parte Se questo è un uomo, sono uomini non solo le vittime, ma anche i carnefici. Si tratta di uomini ordinari, «che hanno seguito calcoli e passioni che troviamo, e ritroveremo sempre, in ogni relazione di potere». Pochi sono i sadici, molti i frustrati e coloro che subiscono la fascinazione degli oppressori.
Tra le tante testimonianze di rilievo contenute in questo volume merita di essere segnalato il rinvio a un testo pochissimo noto. Si tratta del Colloquio serale in un campo di prigionia in Russia tra un prigioniero più giovane e uno più anziano, del maggio 1945. In esso Heidegger (che aveva due figli prigionieri in Russia, Jörg e Hermann) parla in maniera meno reticente del solito del male e della «devastazione». Non li considera risultato della guerra, ma l’occasione per il loro manifestarsi come “evento”, ossia come processo collettivo, intersoggettivo in cui si scontrano forze oggettive. Mettendo tra parentesi il suo desiderio di assolvere la Germania nazista dalle proprie responsabilità e il linguaggio astruso che attribuisce la malignità (Bösartigkeit) all’Essere, resta degno di attenzione l’accento posto sui meccanismi impersonali che producono il male.
Soggettivamente, peraltro, il male scaturisce dalla rinuncia da parte di molti alla propria facoltà di giudicare e di distinguere in proprio le ragioni dell’obbedienza o del rifiuto del comando. Per antica tradizione, il giudicare è considerato un atto di superbia, che nel cristianesimo è legato all’idea che ogni autorità viene da Dio. Foucault, qui citato, ricorda, a tal proposito, la Regola di san Benedetto, che descrive i monaci ambulantes alieno judicio et imperio, sempre desiderosi che qualcuno li comandi. Del resto, il giudicare è il «primo peccato commesso dai nostri progenitori, il peccato della disobbedienza» quale «vettore del male politico, quale sua efficace cinghia di trasmissione». Eppure, secondo Simona Forti, il potere in se stesso non è un male se non quando si cristallizza, impedendo così la sua circolazione anche in altri soggetti che possono, a loro volta, contrastarlo, condividerlo o mitigarlo.
Alla radice del male (ed è questo uno dei punti salienti del libro) vi è il mancato riconoscimento della compresenza del bene e del male nell’individuo. Ciò spinge la cattiva coscienza a considerare il male come una sostanza esterna e a dimenticare che anche la repressione degli istinti, su cui il bene morale si basa, è frutto di violenza («l’imperativo categorico puzza di crudeltà», diceva Nietzsche). Il male nasce, di conseguenza, dal rifiuto del soggetto «di accettare come propria e ineliminabile la spinta all’aggressività, alla distruzione, alla negazione», dalla pretesa di scegliere il bene una volta per tutte e di cancellare il male. È sulla struttura della soggettività che bisognerebbe operare per incidere sul male, diventando soggetti che si interrogano «in maniera spietata sulla propria conflittualità interna».
Nelle odierne società democratiche non dominano i «demoni assoluti», ma il conformismo e il perseguimento opportunistico dei propri piani di vita da parte degli individui: «Se è tramontata l’assolutizzazione della vita come valore di un’entità collettiva – etnia, popolo, razza – il suo posto è stato preso dall’imperativo di massimizzazione della vita del singolo, nella sua autoaffermazione sociale e soprattutto nell’ottimizzazione della qualità biologica del suo corpo …. Ci troviamo infatti immersi in funzionamenti sociali che esercitano il controllo sulle nostre vite, indirizzano i nostri comportamenti e stili di ricerca, non attraverso la limitazione o la preclusione di movimenti, non imponendo divieti e discipline … nessun potere oggi ci minaccia o ci ricatta con la violenza, e la magia dei manipolatori occulti è squadernata sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare».

SE LA GUIDA ALL´ARTE CONTEMPORANEA L´HA SCRITTA BENJAMIN

maggio 26, 2012

La sua fortuna è postuma. Ora finalmente spira intorno al suo nome la giusta aura. Un volume raccoglie i testi sui media del grande critico tedesco. Che più di ieri influenza autori e nuovi studi. Insegue, quasi fosse Leopardi, un pensiero dominante e pensa “poeticamente”

Nadia Fusini per “la Repubblica”

C´era una volta l´Aura, l´unicità e l´incanto. Adesso c´è invece lo Choc, l´urto, l´impressione. “Aura” e “choc” sono le categorie con cui Benjamin legge profeticamente il Novecento, proprio come “ingenuo” e “sentimentale” erano le categorie con cui Schiller anticipava l´Ottocento. Per la cura preziosa di Andrea Pinotti e Antonio Somaini esce da Einaudi il volume Aura e choc, dove si raccolgono i saggi di Walter Benjamin sulla teoria dei media. È un´idea eccellente, che riporta all´attenzione scritti già noti dell´autore come quello sull´opera d´arte nell´epoca della sua riproducibilità tecnica, nella prima stesura dattiloscritta del ´35-36; quello sull´autore come produttore del ´34; o su alcuni motivi in Baudelaire del ´39-40, che ai nostri occhi si rinnovano, proprio perché grazie alla nuova cornice e al corredo di testi minori si accentua quella che piuttosto che teoria chiamerò l´ossessione, il pensiero dominante del grande scrittore che è Walter Benjamin.
Sottolineo la parola scrittore perché seguendo le scansioni del volume che si divide in otto sotto-sezioni, in cui si distribuiscono gli interventi su la lingua e la letteratura, la fotografia e il cinema, il teatro e la radio, il sogno e l´hashish, l´architettura e la città, a colpo d´occhio Walter Benjamin potrebbe apparire come un pensatore sistematico, un filosofo che con piglio accademico si arroga il compito di una disanima dello stato dell´arte nell´epoca sua. Mentre non è affatto così. Benjamin insegue, quasi fosse Leopardi, un pensiero dominante. E pensa “poeticamente”. Senza essere poeta, al modo dei poeti, pensa non dialetticamente, ma per metafora. Cerca la verità che sola la metafora cattura, la quale ha il dono di afferrare il mondo attraverso analogie, “correspondances”. È proprio questo che Adorno non capisce di Benjamin; anzi critica la sua disposizione spontanea allo stupore di fronte alla “rappresentazione della pura fatticità”. Che è invece lì dove si manifesta il carattere autenticamente filologico della ricerca benjaminiana, e cioè il tentativo di fissare l´immagine della storia nei momenti meno appariscenti; sì, anche e perfino nei rifiuti. È la passione di Benjamin per le cose piccole e piccolissime, che non bisogna confondere con il capriccio, perché invece testimonia della sua fede nell´idea di un “fenomeno originario”. Che è proprio quello che bisognerà portare alla luce per darsi ragione delle forme.
I due curatori Pinotti e Somaini sanno bene quanto sia difficile catalogare Benjamin. In effetti, tra i suoi vari scritti non ce n´è uno che si possa definire «in qualsiasi senso filosofico o teoretico», scriverà Hannah Arendt. Tanto che lei stessa – l´amica a cui affida le sue Tesi sulla storia – non può che definirlo per negazione: Benjamin non è uno storico della letteratura, non è un erudito, non è un teologo, non è un filologo. È il più strano marxista che sia esistito. E anche il più indeciso sionista. Un materialista affascinato dall´elemento spirituale. In tutto quello che scrive, è sui generis. Quanto a sé, se mai si fosse concesso il lusso di aspirare a essere qualcosa, avrebbe voluto essere «l´unico vero critico della letteratura tedesca», in quel sostantivo facendo risuonare l´eco almeno del termine che usava Kant parlando di Critica della ragion pura.
Fatto sta che quest´uomo niente affatto a tempo col tempo, anzi, assolutamente fuori-tempo, intempestivo, inopportuno, in anticipo o in ritardo, si trovò a compiere la revisione dell´apparato percettivo necessaria a ristabilire il valore dell´opera d´arte nell´epoca moderna. Si era in presenza di una crisi, tramontavano idee di creatività, di genialità, di valore eterno, di mistero. La sua fu la profezia della perdita dell´originale e se non colse che il proliferare delle copie garantiva un´iperpresenza dell´opera, intuì per primo il declino della “mano dell´autore”. Lui, quasi fosse un sismografo, intercettò le scosse. E offrì se stesso come cavia al pensiero che elaborò.
È l´esperienza di lui che registra una trasmissione in una “camera votata alla tecnica” e sbaglia i tempi, a fargli capire che cos´è la radio. È l´incubo del telefono appeso nel corridoio vuoto, a fargli comprendere il freddo della comunicazione. È lui che “si fa” di hashish, a provare l´estraneità onirica di una conoscenza nuova. In tutti i casi è semplicemente geniale il modo in cui cresce la sua sensibilità per le segrete parentele e affinità fra le cose del mondo; commovente la maniera in cui si concede alle nuove medialità raggiungendo l´illuminazione profana, che servirà alla sua appassionata volontà di conoscenza critica del presente.
La fortuna di Benjamin è postuma. Oggi spira intorno al suo nome la giusta aura. Questa eccellente edizione riconferma il culto di Benjamin. Così come gli studi di Giorgio Agamben, di Fabrizio Desideri, di Massimo Cacciari dimostrano quanto sia stato vitale il loro incontro con il suo pensiero. E dimentico molti altri filosofi, critici, scrittori per i quali Benjamin ha significato un risveglio.
Mi colpisce però ancora di più come la sua presenza aleggi in riflessioni più appartate, più segrete. E faccio esempi concreti. Benjaminiana è la malinconia che spira nella raccolta di saggi che Elisabetta Rasy dedica a certi pittori e certi quadri in cui affiorano alcune Figure della malinconia (Skira). Rasy non cita Benjamin, ma descrive la luce della modernità in Goya e Turner secondo lo stesso gioco di luci e ombre. E secondo la medesima intonazione osserva l´oggetto caduto al suolo, il malessere della cosa caduta.
Già nel titolo à la Baudelaire, Il lampo e la notte (Sellerio), Roberto Deidier richiama l´esperienza della modernità nello stesso segno. Benjamin è evocato con grande tatto e leggerezza, a testimonianza che non si può comprendere la modernità senza il suo aiuto. Perché Benjamin è entrato nel nostro orecchio e nel nostro occhio e si è fatto sguardo e ascolto. Ha educato la nostra attenzione alla visione, alla percezione sensibile e all´esperienza dell´opera d´arte come a una resurrezione povera, ma pur sempre una resurrezione.
Illuminations intitolò non a caso Hannah Arendt la raccolta di scritti di Benjamin che offrì al pubblico americano nel 1968. Nello stesso anno pubblicò il suo libro Men in Dark Times, dove la prefazione scritta per quel volume tramuta nel ritratto qui dedicato a Benjamin. Il saggio conclude nel tono del ringraziamento: per essere un uomo vissuto in tempi bui, quanta luce ci ha regalato! Che libertà, che stupefacente intelligenza!
La stessa gratitudine mi viene alle labbra e mi chiedo se ancora oggi, nei nostri tempi bui, in cui il nuovo recede e il vecchio avanza, le “illuminazioni” di Benjamin ci aiuteranno a pensare la “nostra” crisi, che riguarda anche, tra gli altri, il problema di ristabilire il valore dell´arte.

Diritti Globali

RITORNO A BASSANI

maggio 26, 2012

Giorgio Bassani

Alberto Arbasino per “la Repubblica”

II romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani (Feltrinelli, pp. 800, 40 euro) appare come una presa di possesso territoriale forse analoga ai Dubliners di James Joyce, ma piuttosto improbabile per altre capitali o ex-capitali grandi e piccole come Roma, Parigi, Vienna, Londra. I segreti di Milano di Giovanni Testori o I segreti dei Gonzaga di Maria Bellonci si consideravano egregi esempi di narratività piuttosto tradizionale a un livello che mezzo secolo fa era medio-borghese, e oggi potrebbe sembrare elitario, agli utenti.
Attualmente, infatti, il lettore medio di bestseller desidera piuttosto commissari e noir e killer e delitti e indagini, a Ferrara come a Voghera o a Novara o Matera. Magari coppie in crisi e intellettuali in crisi, in un bilocale con problemi di fine-mese e posti-motorino. O nostalgiche rimembranze degli antichi sapori e odori dei quattro nonni ed otto bisnonni, di decine di zie e cognate e cugine con le loro ricette e salsine pubblicizzate una ad una su pagine di giornali piene di griffe e fragranze e vacanze e prezzi di mode giovani per qualunque età.
Lo stile appare fornito dagli stilisti, mentre ogni aura risulta provvista dai vari media, con siti, fiction, format, pensieri deboli e facili, entertainment, relax. File e code e notti bianche per qualsiasi evento. Una tv del dolore gradita a tutti, con tanti cattivi e tante vittime. Continue e compatte commemorazioni collettive di stragi ed eccidi e massacri attempati o quotidiani con sfilate e fiaccolate luttuose nella puntuale seriosità cimiteriale. Dolorosa e doverosa. Sui media minori e nella vita quotidiana di massa, invece, meticolose discussioni e trasmissioni interminabili su bazzecole calcistiche e automobilistiche.
In caduta verticale e marginale, e confinata nei territori specialistici – più o meno ovattati e blindati – ogni lettura per impegno o svago di buon livello, come si usava appunto cinquant´anni fa.
Si era normalmente abituati, allora, piuttosto, a discussioni e dibattiti con spazi centrali per racconti e saggi su «Paragone» e «Nuovi Argomenti» e «Tempo Presente», prima ancora che uscissero in volume. E polemiche importanti su come usare il boom economico, senza precedenti per la condizione economica degli scrittori bisognosi che si erano “arrangiati” durante il fascismo. Approfittare del boom per le avanguardie sperimentali, dopo aver sfamato i piccini? Oppure, sfruttarlo riutilizzando la narratività tradizionale, e magari aggiornandola, come faceva Moravia coi Racconti romani sul «Corriere della sera» e La ciociara?
Possono sembrare «quisquilie e pinzillacchere», oggidì. Ma a quei tempi, nei primi anni Sessanta, occupavano paginoni di gossip letterario, ed ebbero effetti editoriali importanti, anche drammatici. Nel ´63, infatti, sotto il patronato di Luciano Anceschi, direttore del «Verri» e sponsor di ogni avanguardia europea, si fondò a Palermo il «Gruppo 63», piattaforma di coetanei sperimentali come Pagliarani, Sanguineti, Eco, Manganelli, Barilli, Giuliani, Guglielmi, Colombo, il sottoscritto, e molti altri. Vi si precipitarono «i Daci e i Moravi» per seguire i procedimenti. Ma il vero antagonista era Giorgio Bassani, in quanto esponente della Tradizione (o del Sistema) contro l´Alternativa.
Lo so che tutto questo adesso pare ridicolo, e contrario ad ogni “leggerezza”. Ma il mio romanzone Fratelli d´Italia venne tirato in ballo con acidità e gossip, giacché non storico ma al tempo presente, e allora pettegolezzaio sulla società romana contemporanea. Vi furono stronzate che coinvolgevano i «migliori nomi»: letture ad alta voce in pizzeria di copie provvisorie che avevo dato in lettura (come si usa) per eliminare dettagli involontari ma forse precisi; megere che circolavano dichiarando che «quella lì sarei io, ma io non sono affatto così»…
Fu increscioso. Bassani ed io ci seccammo, ovviamente. Oltre tutto, lui aveva pubblicato i miei primi “omnibus” nella sua «Biblioteca di letteratura» feltrinelliana. E qui vorrei rievocare un grazioso episodio. Gli avevo mandato L´Anonimo lombardo presso «Botteghe Oscure», ma qualche pecione redazionale aveva smarrito la letterina d´accompagno. Così l´Anonimo rimase a lungo tale, perché i colleghi letterati non ne capirono la fonte. Solo Pasolini l´individuò. E così venne pubblicato, in un grosso volume che includeva Le piccole vacanze appena edito da Calvino per Einaudi. Anche perché allora tanti scrittori e registi venivano denunciati da vari pm “competenti”, ma si diceva che questi non leggessero oltre le prime pagine. Parigi o cara fu invece pubblicato nella «Biblioteca di letteratura», perché – sostenne Bassani – costituiva un romanzo di formazione che si può scrivere solo una volta nella vita.
Fratelli d´Italia ovviamente non gli piaceva: un collage di frammenti giornalistici, giustamente lo definì: non solo contrario ad ogni buona tradizione narrativa (e proprio per questo lo composi così, con una struttura che riorganizzava i frammenti), ma anche oggetto di gossip spiacevoli. Che ci voleva allora per spostarlo dalla collana del Gattopardo a quella del Dottor Zivago? No problem, secondo Giangiacomo Feltrinelli. Ma poi tante beghe editoriali interne divennero personali, e me ne andai in America.
In quei lontani tempi, non esistevano ancora gli editors e managers di tipo commerciale. E si consultavano gli amici scrittori per suggerimenti soprattutto stilistici. Ricordo che Mario Soldati considerava decisivi i nomi dei personaggi. Con argomenti anche perentori: «Dame in stile anni Trenta? Era basilare il pittore Ferruccio Ferrazzi! Dunque le devi chiamare Ferri-Fazzi!». E così Bassani mi chiedeva se «Malnate» fosse un cognome appropriato per un personaggio lombardo dei Finzi-Contini. Gli feci notare che in Brianza le località sono in «ate», mentre i cognomi sono in «ati». E oltre tutto, le nonne d´una volta chiamavano «malnatt» i nipotini bricconcelli. Però lui preferiva Malnate. Poi, la presentazione del romanzo fu trionfale, da Einaudi, a Roma, nel ´62, con Soldati e Garboli e Goffredo Bellonci e il sottoscritto, e altri ancora. E qualche gossip inter nos perché Bassani sfoggiava un paltò cammello mai ancora visto su un autore nostrano.
Si ridacchiava insieme (ma lui era solenne, privo di ironia), quando Fedele d´Amico ironicamente gli diceva «senti un po´ ´sta caciaretta», e sedeva al piano eseguendo «B-B-B-ach!». O quando in campagna da Luigi Magnani entrava il padre ed era identico a «B-B-B-rahms!». La maestosa balbuzie funzionava infatti per le «B» iniziali (come la sua), e si rimpianse poi di non averlo interpellato sulle concittadine Balboni, spose di Antonioni e di Pasinetti.
Ma che Ferrara “stretta” (direbbe Leopardi), in questo Romanzo senza Estensi (come interessavano alla Bellonci), né Metafisica e De Chirico (quanta letteratura!), e senza i vari nobili o “busoni”, come venivano chiamati i ferraresi dai vari conterranei. E in una collana feltrinelliana di «Comete» che (ai miei tempi) significava avanguardie, ma si presenta adesso, per Bassani, come un “Meridiano” Mondadori alla buona, senza rilegature o apparati, come qui.
Bassani fu sempre serissimo, nel portamento come sulla pagina. Con pena e fatica praticamente manzoniane, dichiarava, scrisse e riscrisse parola dietro parola sacralmente ogni trama, costruendo e mai decostruendo personaggi e dialoghi con raffinatezze minuziose. Ah, quel gusto ossessivo per i dettagli e ninnoli puntuali, sofisticati, significanti, nella pittura d´assieme… Li apprezzavamo storicamente, insieme, quando erano di moda. Peccato che poi la letteratura e le arti sceniche abbiano preso vie diverse, prive di perfezionismi per i protagonisti e i caratteristi e i bibelots: zucarìn, Skiwasser, Nautilus, il giovane Panzini, il giovanissimo Valgimigli, la Dilambda, i làttimi…

Diritti Globali

QUEL DOS PASSOS SOVVERSIVO CENSURATO DAL FASCISMO

maggio 23, 2012

Viene pubblicata per la prima volta in Italia la versione originale di “Manhattan Transfer”. Dal romanzo che rivoluzionò le tecniche narrative del ´900 furono tagliate alcune scene che vedevano protagonista un gruppo di anarchici

Susanna Nirenstein per “la Repubblica”

Sarà stato quando John Dos Passos fa dire a Marco, un cameriere italiano a New York (certo, Manhattan Transfer è un´unica, tumultuosa sinfonia per New York!) che racconta di esser stato buttato fuori dal lavoro con un «Fila, sporco italiano» da «quel vecchio cammello del proprietario»: il suo commento è un rabbioso «Dio è dalla loro parte, come i poliziotti… Quando arriverà il giorno lo ammazzeremo Dio… Io sono un anarchico», e poi «Coraggio, che il nostro giorno sta per arrivare, il giorno del sangue». Oppure la censura si è messa in allerta quando l´immigrato ricorda «un compagno di Capua» e le sue visioni del futuro dopo la rivoluzione, «il giorno in cui i lavoratori si libereranno dalla schiavitù»: «camminerai per strada e sarà la polizia a scappare, entrerai in banca e sarà piena di soldi lì pronti da prendere… Ci stiamo preparando in tutto il mondo…», nessuno vivrà «del lavoro di un altro uomo», «anche in Cina ci sono dei compagni… La Comune di Parigi è stata solo l´inizio».
Insomma qualcuno a Roma deve non aver visto di buon occhio quelle parole sovversive (tra l´altro c´erano anche parecchie bestemmie) in bocca a un anarchico italiano dipinto come un personaggio positivo. Era il 1932, anno della pubblicazione in Italia di Manhattan Transfer con il titolo Nuova York, una delle opere capitali del XX secolo: o gli impiegati del Duce addetti alla revisione e ai tagli dei testi si sono mobilitati rileggendo quei discorsi rivoluzionari pronunciati da un connazionale, o è stata la stessa traduttrice (Alessandra Scalero) ad autocensurarsi per non essere messa in difficoltà.
Di fatto tutta quella scena (circa quattro pagine) era scomparsa dalle versioni in italiano. Oggi però il romanzo dello scrittore americano viene ripubblicato in Italia da Dalai editore per la prima volta nella sua versione integrale (a cura di Stefano Travagli, pagg. 391, euro 18). La disapprovazione, tra l´altro, era caduta anche sulla fine del primo capitolo della Parte Terza, che vedeva degli anarchici e dei comunisti allontanati dagli Stati Uniti per attività antiamericana mentre venivano trasportati su un ferry-boat verso l´espulsione e cantavano l´Internazionale, una scena che Dos Passos, (1896-1970), dipinge quasi con commozione, ecco qui: «I gabbiani volteggiavano stridendo. Una scatola di latta ballava sulle piccole onde di vetro smerigliato. L´eco di un canto giungeva dal traghetto che scivolando sull´acqua si faceva sempre più piccolo. C´est la lutte finale»… «a un tratto una voce di fanciulla gridò: “In piedi dannati della terra”». Anche qui qualche sforbiciata era caduta. In modo più leggero, però, sfumando qua e là.
Dos Passos scrisse Manhattan Transfer nel 1925, erano i suoi anni più radicali; poi tutto il suo ardore sovversivo, anche dopo un lungo viaggio in Unione Sovietica, passò, e man mano lo scrittore approdò a convinzioni opposte (sostenne il maccartismo ad esempio). Ma, nonostante i tagli di regime – non abnormi comunque – , rimane la carica rivoluzionaria di questo libro, a cui seguì poi, ereditandone molte delle straordinarie tecniche innovative, la nota trilogia americana (42° parallelo, 1919, Un mucchio di quattrini). Per il Novecento fu Manhattan Transfer però il testo fondamentale per capire cosa significa scrivere di una città e dei suoi abitanti: attori affacciati come in un caleidoscopio multiplo nel fluire dei primi capitoli per poi sostanziarsi nelle storie di oltre trenta personaggi principali che appaiono e scompaiono, per ricomparire spesso in maniera sorprendente nel corso della narrazione. Risultato, un romanzo che rappresentò uno dei migliori frutti del difficile matrimonio tra sperimentazione modernista (la lingua, la struttura, il “montaggio” quasi filmico – fu lui stesso a dire di aver imparato molto dalle pellicole di Eisenstein) e la felicità narrativa di ascendenza ottocentesca. E noi adesso siamo contenti di poterlo leggere così come lo scrittore della generazione perduta lo concepì.

Diritti  Globali

Sesso, arte e rock’n’roll. Le imprese di Schifano tra Warhol e le borgate

maggio 22, 2012

Luca Beatrice per “il Giornale

La foto sarebbe benissimo sulla copertina di un disco rock o nella locandina di un film tipo Romanzo criminale: capelli lunghi, maglioncino attillato, jeans a zampa d’elefante su stivale campero. Se New York ha avuto Andy Warhol, nella Roma degli anni ’60 c’era lui, Mario Schifano, non solo il più grande pittore del nostro dopoguerra ma l’unico in grado di diventare personaggio autentico tra Dolce Vita e maledettismo di borgata.
Lo racconta Luca Ronchi, regista cinematografico già autore del documentario Mario Schifano Tutto, che sceglie di far parlare le voci dei protagonisti di una stagione davvero irripetibile, nel bellissimo Mario Schifano. Una biografia (Johan&Levi, pagg. 432, euro 29). Colleghi artisti, collezionisti, critici, galleristi, amici e familiari ripercorrono la storia di un mito dell’arte italiana dalla fine degli anni ’50, ancora lontana dalla modernità, e il 1998 quando Schifano muore colpito da infarto. Una storia indissolubilmente legata a quella di Roma (nonostante Mario fosse nato in Libia nel 1934) città puttana e traditrice, allo stesso tempo accogliente e materna come avevano ben capito Fellini e Pasolini. Era la Roma in cui vivevano sullo stesso pianerottolo di via Brunetti la coppia Moravia-Morante e i giovani pittori Mimmo Rotella e appunto Schifano; nonostante non esistesse ancora il sistema dell’arte e l’unico vero tramite fosse Plinio De Martiis, gallerista ma soprattutto appassionato, nella Capitale arrivarono i grandi americani Rauschenberg e Cy Twombly che poi decise di restarci a vivere.
Schifano è «divorato» dalla passione per il colore e pensa alla pittura in termini inediti di sperimentazione, ma la sua voracità tocca anche la musica rock, la bicicletta, una Rolleflex del 1958 da cui nascono le inquadrature monocrome che aprono la strada all’utilizzo della fotografia accanto alla pittura, e soprattutto le donne che impazziscono per questo giovanotto con il fisico da attore americano sbarcato sul Tevere, I soldi della sua prima mostra li spende per una MG bianca: non ha la patente e si schianta contro un palo. Tra le sue vittime illustri della prima ora c’è la modella Anita Pallenberg, che più avanti ritroveremo nell’entourage dei Rolling Stones, possessiva, gelosa e regolarmente cornificata. I due, che si vestono come modelli di Vogue, partono insieme per New York in nave nel 1963: Schifano è convinto che Ileana Sonnabend si sarebbe convinta a fargli una mostra, ma gli artisti americani della galleria non lo vedono di buon occhio, soprattutto Rauschenberg che aveva visto respingere le sue avances dal pittore romano, eterosessuale convinto.
Le donne nella vita di Mario occupano un ruolo fondamentale: sono belle, nobili, ricche e attraverso di loro l’artista sottolinea il desiderio di riscatto sociale, anche se la sua famiglia non era umile (il padre era impiegato al Museo Etrusco di Roma): con Adfera Franchetti finisce tre mesi in galera per uso di hashish, con Nancy Ruspoli tornerà invece in America per un lungo viaggio, Anna Carini è la più amata negli anni ’60, mentre tra i flirt mondani non vanno dimenticate Marianne Faithfull, Benedetta Barzini e la diciottenne Isabella Rossellini.
Altro aspetto molto interessante rivelato da chi lo conosceva bene: Schifano voleva essere un personaggio, riconosciuto in pubblico e tutto sommato non gliene fregava molto di dividere il successo con i suoi colleghi pittori che passavano per essere degli sfigati. Stare sotto la luce dei riflettori significava assumere quei comportamenti autodistruttivi che determinano il passaggio dall’era alcoolica a quella tossica. Nonostante il suo stare spesso sopra le righe (o forse proprio per questo) Schifano era inseguito dall’alta borghesia italiana, a cominciare da Gianni Agnelli per cui realizzò il gigantesco lavoro Stanza dei cinesi collocato nella sala da pranzo dell’appartamento romano. L’Avvocato gli piaceva molto e talora gli amici lo prendevano in giro per l’innaturale erre moscia a chiosare il tono blasé. Peraltro, nonostante il ciclo Compagni compagni del 1968 e la vicinanza con Potere Operaio, Schifano non fu mai comunista e della contestazione avvertiva il fascino più estetico che non politico. Di aneddoti gustosi, ma soprattutto di up and down il volume curato da Ronchi è pieno. I ripetuti guai con la giustizia, sempre per questioni di droga, ne hanno alimentato il mito di maledetto ma allo stesso tempo hanno reso la persona fragile e in balia di molti parassiti. I rapporti con i galleristi sono stati sempre difficili, perché Schifano era un infedele, non manteneva i patti e aveva sempre bisogno di molto denaro per permettersi vizi e stravizi.
Avesse imparato a gestirsi e a centellinare la produzione, i suoi dipinti costerebbero dieci volte tanto, ma forse non avremmo avuto quel personaggio straordinario che ha attraversato per quasi quarant’anni la storia dell’arte italiana. Oggi fenomeni così inutile andare a cercarli, non esistono più, e tocca accontentarsi di imprenditori e ragionieri.

Nella lingua mamma brucio con Chagall

maggio 14, 2012

Elena Loewenthal per “La Stampa

E’ così che l’abbiamo sempre vista, immaginata, invidiata: un abito carminio, gli occhi sgranati, i capelli sospesi nella brezza insieme a tutto il resto. E una specie di lieve beatitudine che emana da ogni tratto del pennello: è Bella Chagall ne“La promenade”, dipinto da Marc intorno al 1917. Lui è lui, inconfondibile, nell’abito nero, nel colletto, nel sorriso fra l’ironico e l’estasiato. Il quadro raffigura, anzi rievoca o per dirla ancor meglio sogna, una passeggiata dei fidanzati appena fuori dalla cittadina di Vitebsk, dov’erano nati entrambi. E’, senza tema di smentite, uno dei quadri più belli del mondo. Lo è perché racconta di un amore unico, che nasce a Vitebsk fra un povero ma spensierato ragazzo e la figlia di un ricco negoziante, si corona nelle nozze e poi attraversa quasi tutto il mondo, sospinto dalle vicissitudini del tempo. Bella e Marc vivranno a Parigi, nel Sud della Francia e poi a New York. Sono sempre più innamorati l’uno dell’altra, lui la dipinge tante e tante volte. Dall’esilio americano seguono il dramma della guerra e del nazismo finché, il 26 agosto 1944 la “città santa” di Chagall, la ville lumière, è finalmente liberata. Festeggiano con il progetto di tornarvi prima possibile, ma neanche una settimana dopo Bella muore per una stupida e implacabile infezione – la guerra infesta l’America, in ospedale non si trova neanche della stupida penicillina. Ma Bella Chagall non è stata soltanto la moglie e la musa di un grande pittore. Nel 1939, mentre la coppia si nasconde nel Sud della Francia e assiste sgomenta all’avanzata di Hitler, Bella si mette a scrivere. E lo fa in quella mameloschen che non significa “lingua madre” ma, in un’accezione tanto più ampia e infinitamente più affettiva, si può tradurre solo come “lingua mamma”: è lo yiddish ascoltato e masticato da bambina a Vitebsk, l’unica lingua in cui si sarebbe mai potuto scrivere un libro quale “Come fiamma che brucia. Io, la mia vita e Marc Chagall”. Ed è proprio fra queste struggenti, lievi e malinconiche pagine che ritroviamo la passeggiata dei fidanzati. Senza colori, ma con le parole: “Il nostro ponte, per noi, è il paradiso. Dalle nostre case molto piccole, con i soffitti bassi, scappiamo verso il ponte per gettare uno sguardo al cielo. Nelle viuzze troppo strette il cielo non si vede. Chiese e tetti svettano. E là, sotto il ponte, scorre il fiume. L’aria filtra tra cielo e acqua. La brezza porta con sé profumo di fiori…”. Bella ha conosciuto Marc tramite Thea, un’amica comune (che gli fa anche da modella). E’ un ragazzo strano, fa il pittore, ha un sorriso aperto eppure c’è in lui qualcosa di misterioso: “Ha i capelli scompigliati. I suoi ricci ricadono giù, si arrotolano, si incollano alla fronte, nascondono occhi e sopracciglia. Ma quando gli occhi si aprono un varco sono blu, venuti dal cielo. Occhi stranieri, non come quelli di tutti, lunghi, a mandorla”. Questo ragazzo non è certo il buon partito che la famiglia di lei auspicava, viene da una famiglia povera e poi fa un mestiere improbabile, ma tanto all’amore non si comanda: il 25 luglio del 1915 si sposano sotto la huppà, il baldacchino nuziale. Questo mémoir, illustrato quasi passo a passo dai disegni di Marc, non è però soltanto una rievocazione del loro amore. E’ una specie di tributo a quel mondo ormai lontano che, in virtù di un mesto e veritiero presagio, nel 1939 stava morendo. Bella racconta la vita ebraica a Vitebsk in tutte le sue sfaccettature: le festività, le confidenze di famiglia, il negozio con il personale e i clienti, la natura intorno alla città: “pensavo che con la nostra città terminasse il mondo: alla stazione di Vitebsk tutti i treni arrivano a un binario e ripartono dall’altro”. L’io narrante è un po’ bambina e un po’ ragazza, ha intorno a sé una famiglia calda, con una madre indimenticabile sia quando recita la benedizione sabbatica sia quando sgrida Bella e i suoi fratelli. C’è anche Chaja, una cuoca tuttofare dalle mani leste e buone. Ci sono scene meravigliose, come la preparazione della Pasqua o le ore trascorse con il povero e tartassato precettore che veniva a casa per i bambini. Insomma, al di là del suo valore documentario, dell’essere testimonianza di due vite così straordinarie e offrire al lettore un ritratto ravvicinato dell’artista, questo libro vale, e tanto, per quello che è. Una commemorazione affettuosa e disperata a un tempo di quel passato che già nel 1939 non esisteva più. Del resto, come scrisse suo marito nel 1947, presentando queste pagine: “Lei scriveva come viveva, come amava, come accoglieva gli amici. Le sue parole, le sue frasi sono una patina di colore sulla tela”. E così, grazie a lui e alle sue figure sospese dentro uno spazio fantastico che altro non è se non il rifugio della memoria, grazie a lei e ai suoi ritratti di parole, quel mondo non è proprio scomparso del tutto: è rimasto a noi quel tanto che basta per destare una nostalgia strana, che è un po’ come perdersi laggiù, senza esserci mai stati.

1978, L’ANNO CHE SEGNO’ LA DEMOCRAZIA ITALIANA

maggio 10, 2012

Maurizio Molinari per “la Stampa“, da “Dagospia

Dal nuovo libro di Maurizio Molinari Governo ombra. Dagli Usa nuove rivelazioni sull’Italia degli anni di piombo (in uscita oggi per Rizzoli , pp. 300, € 18), anticipiamo un ampio stralcio dal capitolo VI, «Il veto Dc al visto per Giorgio Napolitano». Grazie ai documenti declassificati del Dipartimento di Stato e all’accesso ad altre fonti esclusive, il libro racconta i retroscena del 1978, un anno che segnò la democrazia italiana.

Dopo settimane di roventi tensioni politiche, a inizio febbraio c’è un’aria più distesa fra i partiti attorno alla formazione del nuovo governo, ed è in questo clima che il 14 febbraio il «membro della segreteria del Pci» Giorgio Napolitano ha una «breve conversazione» con un diplomatico americano, probabilmente Martin Wenick, che nell’ambasciata curava i rapporti col Pci. L’ambasciatore Gardner due giorni dopo ne informa Washington con un telegramma di quattro pagine intitolato Views of Pci Official – le opinioni di un dirigente del Pci.

«Durante la breve conversazione con un addetto dell’ambasciata l’alto funzionario del Pci ha sottolineato la preoccupazione del suo partito per la prolungata durata della crisi, ammettendo che c’è stato un certo confronto nella leadership del partito sul modo di gestire le conseguenze del discorso di Berlinguer al Comitato centrale», ma che comunque ora «il partito avrà il sostegno della base in una soluzione politica che garantisce un significativo passo in avanti nell’affermare l’influenza politica del Pci a livello nazionale» scrive Gardner. (…)

Durante il colloquio, «Napolitano ha fatto sapere che intende visitare gli Stati Uniti per quindici giorni a partire da aprile sulla base di inviti ricevuti dalle università di Princeton, Harvard e Yale». Il funzionario americano mette subito le mani avanti e gli dice che «non ci sono prospettive di incontri con rappresentanti del governo degli Stati Uniti» sulla base della cornice politica disegnata dalla dichiarazione del 12 gennaio.

«È la stessa valutazione che mi ha fatto il corrispondente dell’ Unità da Washington, Jacoviello, che ho recentemente visto a Roma», è la replica, e tuttavia Napolitano conclude così: «Attiro la vostra attenzione sulla moderazione con cui il Pci ha reagito alla dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio, in evidente contrasto con le posizioni prese da alcuni dei vostri alleati occidentali».

Come dire, non sottovalutate le nostre aperture all’America. È un messaggio che Washington raccoglie, facendo venire meno le obiezioni alla visita che in precedenza erano state avanzate dall’ex segretario di Stato Henry Kissinger, consentendo così a Napolitano di diventare nell’aprile seguente il primo leader del Pci a sbarcare negli Stati Uniti.

Il 12 aprile l’ambasciatore offre un pranzo al nuovo ministro della Pubblica istruzione Mario Pedini, della Dc, e al senatore repubblicano Giovanni Spadolini, a cui partecipa anche l’addetto culturale dell’ambasciata. L’intenzione di Gardner è di discutere anzitutto il caso Moro – siamo nel pieno del sequestro del leader democristiano – e in effetti tanto il ministro della Dc che il senatore del Pri lo definiscono un «evento spartiacque» che «sta mettendo alla prova lo Stato italiano» e «cambierà le regole del gioco d’ora in avanti».

Pedini e Spadolini concordano anche nel sostenere che «il pericolo delle Br aumenta la cooperazione da parte del Pci» con il governo Andreotti, precisando solo che «non è chiaro quanto ciò durerà».

È nel corso di questa conversazione, descritta dal cablogramma che Gardner invia a Washington il giorno stesso, che Pedini cambia argomento «e pone la questione del significato della visita di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti». Gardner viene colto di sorpresa e risponde «spiegando la politica dei visti del governo degli Stati Uniti, le nuove aperture che la contraddistinguono, e ricorda a Pedini che il governo non esercita un controllo sul diritto delle università di estendere inviti».

Ma il ministro Dc non è convinto delle spiegazioni ricevute e ribatte: «La mia obiezione non è nei confronti di una visita del Pci negli Stati Uniti, al contrario sono a favore di farne il più possibile, la mia obiezione è a Napolitano, che rappresenta la parte sbagliata dell’attuale Pci. Berlinguer necessita del nostro aiuto e noi lo dobbiamo aiutare per consentirgli di portare il suo partito in una cornice socialdemocratica».

Gardner a questo punto chiede a Pedini «cosa ha in mente» e la risposta è: «L’ambasciata americana deve conoscere gli elementi progressisti presenti nel Pci, prendendo contatto con loro a tutti i livelli tranne che con l’ambasciatore, facendo svolgere ai funzionari il lavoro che può fare la differenza».

«Spadolini tende ad assentire», si legge nel testo del cablogramma, che continua così: «Pedini ha detto che noi dobbiamo comprendere la differenza fra gli elementi con i quali possiamo lavorare e quelli con cui ciò non è possibile», a cominciare da Napolitano. La presa di posizione di Pedini, già esponente della sinistra Dc e attualmente vicino a Piccoli, suscita un certo stupore e sollecita qualche riflessione.

Evidentemente nell’analisi del dirigente democristiano, Napolitano è ritenuto non abbastanza vicino a Berlinguer, quanto piuttosto all’ala filo-socialista del Pci, quella per intendersi di Amendola ma anche del leader Cgil Lama. È in questo senso, probabilmente, che Pedini invita gli americani a trovare un interlocutore maggiormente legato al segretario, e dunque forse più in grado di interpretare gli umori prevalenti al vertice del Pci.

Moby Dick, Trotzkij, i Khmer rossi: la Bibbia parla della modernità

maggio 9, 2012

Gianfranco Ravasi per “Il Corriere della Sera

L’affascinante itinerario biblico che George Steiner, docente delle più prestigiose università di Occidente, propone nel suo saggio smentisce ininterrottamente un’ermeneutica «ascetica», pronto ad andare oltre i sentieri d’altura o le sole piste della steppa.

Egli, infatti, rimane fedele al suo programma critico generale, insofferente del new criticism formalistico: quest’ultimo nega o ignora i contesti storici, le referenzialità, la soggettività autoriale, il pre-testo e il para-testo che procedono ed eccedono ogni singola opera, ed esclude il rilievo del lettore coinvolto dallo scritto. Tutte queste dimensioni valgono, invece, a livello supremo per il Libro per eccellenza com’è la Bibbia, una realtà vivente trasmessa nei secoli dalla selce al silicio e simile al «mormorio di una fonte lontana» echeggiante in un oceano di altre pagine. Un testo che è talmente oltre se stesso da essere causa degli effetti i più disparati, dalla mistica alla guerra, generati dalla sua straordinaria energia performativa. È per questo che Steiner si trova a suo agio nella sontuosa vitalità e fecondità del Libro sacro.

Quasi in ogni sua parola la Bibbia è stata ammantata da una nube di commentari che talora ne offuscavano la luce, ma altre volte si rivelavano come una galassia di luminose stelle interpretative. I lettori dei testi biblici nei secoli hanno, infatti, inforcato le lenti ermeneutiche più sofisticate – dall’allegoria al letteralismo, dal metodo storico-critico agli approcci contestuali più vari, giuridici, sociologici, economici, psicoanalitici, femministi, semiotici e altri ancora – nell’incessante sforzo di decifrare tutte le iridescenze di quelle parole. Questo caleidoscopio esegetico era per altro postulato dalla polisemia insita in quella lingua apparentemente così povera quantitativamente (tutto il lessico ebraico biblico è fatto di soli 5.750 vocaboli) e qualitativamente, perché simile alle pietre di quel deserto in cui è sbocciata. Eppure essa è capace di irradiazioni semantiche insospettate e Steiner ne estrae alcune note (davar, «parola» e «atto») e altre meno praticate, sempre attento a ricordarci, ad esempio, che le traduzioni di quelle frasi antiche nei moderni idiomi hanno sortito uno straordinario effetto generativo a livello linguistico generale: «le due principali costruzioni della lingua inglese sono, infatti, Shakespeare e la Bibbia di re Giacomo». A tal punto che un altro celebre traduttore inglese come William Tyndale giungeva a scrivere che «la lingua greca (biblica) si accorda più con l’inglese che col latino, e le proprietà dell’ebraico s’adattano mille volte più all’inglese che alla lingua latina» della celebre Vulgata di Girolamo. (…)

Ininterrotto è, dunque, il contrappunto che questa originalissima «introduzione» instaura tra il testo originale e la sua eco successiva, talora invertendo i percorsi per cui può essere l’oggi a gettare luce sul passo antico (Trotzkij è convocato per Geremia, i Khmer rossi per Amos, Moby Dick per Giona, e così via in una lista infinita di «inter-cessioni»).

Non per nulla l’ultima tappa di questo itinerariotestuale comincia con una considerazione scontata ma del tutto ignorata nei nostri giorni smemorati: «Quanto spoglie sarebbero le pareti dei nostri musei se private delle opere d’arte che illustrano, interpretano o fanno riferimento ai temi della Bibbia. Quanto silenzio ci sarebbe nella nostra musica occidentale, se ne espungessimo i contesti, le trasposizioni e i motivi biblici», per non parlare poi delle pagine che rimarrebbero bianche nella letteratura… La post-modernità – ammesso che sia una categoria valida e un’atmosfera oggi ancora respirabile – ha consumato ormai un divorzio col «grande codice» biblico. Anzi – è sempre Steiner a notarlo – oggi «il linguaggio stesso è in condizione di transito», come accadeva a Israele in marcia verso la Terra Promessa. La meta attesa è quella nella quale «la parola e il significato ritorneranno a essere una cosa sola, come accadeva nell’Eden, fino allo scoccare dell’ora messianica».

E qui affiora un interrogativo estremo che Steiner, collocato sulla frontiera (per altro mobile) dell’agnosticismo, lascia qua e là brillare, ma che non affronta mai di petto. Si intravede a questo livello, a mio avviso, la sua radicale differenza dal poeta e amico Thomas S. Eliot, che era invece proteso a cercare il « point of intersection » tra « time and timeless » sia nel testo biblico sia nella storia, tanto per usare il linguaggio dei Quattro quartetti. La Bibbia, infatti, si autopone come «parola di Dio» in parole umane, è «attestazione» di un Altro, come ripetono i Profeti. L’«Io-Sono» della celebre autodefinizione divina dal roveto ardente del Sinai ha in sé tutta la forza provocatrice della persona (Io) che esiste e agisce (Sono).

Steiner, di fronte a questo orizzonte misterioso del Libro, si arresta apparentemente sulla soglia del «senso comune e del positivismo» che riconosce alla Scrittura un’«eccezionale qualità e impatto», senza voler impegnarsi oltre, nella «teo-logia», col rischio che «si inizi con la nebbia e si finisca nello scisma».

Eppure, se si leggono le ultime due o tre pagine del saggio, l’autore della Lezione dei maestri traccia una linea di demarcazione («E tuttavia…») con tutto quanto fino a quel momento ha affidato ad analisi testuali. E dall’oggettivo passa al soggettivo testimoniale: «Ora parlo solo per me». E con un senso di vertigine, di cecità e di disorientamento si immedesima per un istante in Giobbe o in Qohelet, in Isaia o in un salmista, uomini e donne che pranzano, come ogni altra creatura, eppure hanno incontrato un Altro e hanno sperimentato e vissuto un Oltre: «Mi ritrovo ad annaspare», confessa Steiner, «verso una qualche nozione di “surrealismo”, un ordine di ispirazione (…) per il quale non disponiamo di alcun adeguato metro di paragone, né di alcuna spiegazione naturalistica soddisfacente».

A questa feritoia egli si affaccia, rimanendo impaurito e attonito, mentre sente echeggiare la voce del Dio di Giobbe: «Chi è costui che oscura la mia ‘esah (ossia il mio “progetto” trascendente) con parole insipienti?» (38,2). Forse aveva ragione il Kierkegaard del Timore e tremore quando affermava: «La fede è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano ad essa, ma nessuno va oltre».

Esercizi di copiatura sulle lettere di Paul Cézanne

maggio 4, 2012

Paul Cézanne

La nuova edizione della corrispondenza mette in luce gli errori compiuti da John Rewald nelle sue trascrizioni

Rinaldo Censi per “Il Manifesto”

La filologia ha ormai da molto tempo fatto i conti con una questione delicata, quanto inevitabile: esiste una situazione, o meglio, una condizione psicologica della copiatura. Dobbiamo in primis al magistero di Louis Havet e al suo Manuel de critique verbale appliquée aux textes latins (1911) le pagine più chiare e illuminanti al proposito. Senza farla lunga: chi copia un testo (ad esempio un manoscritto) incappa inevitabilmente in errori, più o meno involontari. Havet ne elenca alcuni: errori diretti e indiretti, errori di udito e/o di vista, senza dimenticare l’influenza del modello, del contesto e – aggiunge – della personalità del copista.
Il nostro copista, qui in questione, ha un nome: John Rewald. È lui che nel 1937, tra mille ricerche e un accanimento costante, pubblica i risultati di anni di lavoro dedicati al suo artista prediletto, Paul Cézanne. John, nato Gustav Rewald (Berlino, 1912; New York 1994) è con ogni probabilità lo storico dell’arte che più ha contribuito a far conoscere e a modellare – attraverso monografie, articoli, catalogues raisonnés – la figura di Cézanne, così come oggi per lo più la conosciamo. Sostiene alla Sorbona una tesi sui rapporti tra Cézanne e Zola. Nel 1937 pubblica la Correspondance, composta da 207 lettere (per i tipi di Grasset). Nel 1959 aggiunge un volume di lettere, nel frattempo rinvenute (John Rewald, Cézanne, Geffroy et Gasquet. Suivi de Souvenirs sur Cézanne de Louis Aurenche, et de lettres inédites, Quatre Chemins-Editart, Paris). Nel 1978 compatta il tutto in una nuova edizione della Correspondance, che egli dichiara «completa e definitiva».
Chi scrive non è il biografo ufficiale di Rewald; ci siamo semplicemente avvalsi delle notizie riportate da Jean-Claude Lebensztejn nella sua introduzione al prezioso Cinquante-trois lettres, L’Échoppe, 2011. Cinquantatre lettere di Cézanne, appunto, trascritte e annotate da Jean-Claude Lebensztejn; 34 apparse in precedenza sulle pagine dei Cahiers du Musée d’Art moderne, n. 111 (2010), autografi che Lebensztejn ha avuto modo di consultare (originali, microfilm tra Austin e Aix – o fotografie del fondo Vollard depositato presso il Musée d’Orsay). Le restanti 19 lettere risultano in buona parte inedite e provengono invece dal Musée des Lettres et Manuscrits di Parigi. Fanno luce sulla vita di Cézanne, e in particolare sui rapporti con Gustave Geffroy e Francisco Oller. Nulla è definitivo, dunque.
Professore emerito di storia dell’arte presso la Sorbona, Paris I, Lebensztejn ha insegnato come visiting professor in diverse università (Quebec, Berkeley, Virginia, soprattutto a Harvard). Si è principalmente occupato di teoria dell’imitazione (tra Neoclassicismo e Romanticismo) e dell’origine dell’astrattismo. In Italia è stata tradotta nel 1986 la sua trascrizione commentata (la prima filologicamente corretta) del diario del Pontormo. Di pochi anni fa è la pubblicazione del suo Dell’imitazione nelle belle arti (Solfanelli, 2008). Ma sono solo briciole. Altri libri aspettano di essere tradotti; tra questi, vale la pena ricordare almeno L’art de la tache. Introduction à la Nouvelle méthode d’Alexander Cozens (éditions du Limon, 1990), Jacopo da Pontormo (Aldines, 1992), e Études cézanniennes (Gallimard, 2006) che raccoglie una serie di saggi «cézanniani» scritti nel tempo.
Ma perché raccogliere queste 53 lettere? Proprio per i motivi che abbiamo indicato prima. Possibile che una condizione psicologica della copiatura abbia giocato brutti scherzi a Rewald? Così sembra. Lebensztejn, dal canto suo, pur sottolineando l’importanza cruciale del lavoro dello studioso, dichiara di aver scelto queste lettere proprio perché vi apparivano diversi tipologie di errori. A volte semantici (parole trascritte male o saltate). Non sfuggono a questa condizione le toccanti missive di Cézanne al figlio, qui interamente riportate, ed emendate da alcuni errori di lettura, accompagnate da note esplicative (che appaiono in calce ad ognuna delle lettere).
Sebbene Rewald sostenesse di aver copiato le lettere dai documenti originali, risulta invece chiaro il suo debito rispetto a pubblicazioni anteriori (Vollard, Geffroy, Mack), da cui ha ereditato anche una serie di imprecisioni, di errori (indiretti in questo caso). E di omissioni (a volte paragrafi interamente saltati, riguardanti personaggi ingiuriati da Cézanne, all’epoca della pubblicazione ancora in vita). Oltre a questo, la scrittura di Cézanne, la sua punteggiatura piuttosto inusuale (l’uso costante del trattino, ad esempio), è stata da Rewald «normalizzata», alterando – segnala Lebensztejn – la sua respirazione grafica, tanto che la totalità delle varianti avrebbe in questo caso appesantito assai l’apparato delle note.
Anche le cancellature e le aggiunte, salvo casi particolari, non sono state segnalate da Rewald. Eppure, di Cézanne rivelano il movimento del pensiero (nella lettera 31 – un incoraggiamento al pittore Louis Leydet – egli sostituisce «le ciel» con «les circonstances», ad esempio). Vengono poi gli errori di lettura, di cui riportiamo solo alcuni esempi: in una lettera a Pissarro del luglio 1876, Cézanne dichiara di voler passare almeno «un» mese a l’Estaque, per completare una grande tela di due metri. Lebensztejn vi legge «sei» mesi (dato che Cézanne non era il tipo da completare una grande tela in un mese; e solo da una trentina di giorni si trovava lì). In una lettera al figlio Paul scrive di vivere «un po’ come in un sogno (rêve)», e non «come in un vuoto (vide)», come vorrebbe la vulgata (Rewald, Mack). Cézanne – in molti si stupiranno (ma non Roger Fry e neppure Lebensztejn) – sognava. E poi errori di lettura che somigliano a censure: gli intellettuali del suo paese sono una «razza di rotti in culo (enculés), di cretini e di buffoni» e non una razza di ignares, cioè di «ignoranti, di cretini e di buffoni». Il carattere sanguigno di Cézanne è a tutti noto.
Appare dunque plausibile che l’edizione italiana delle Lettere, a cura di Elena Pontiggia, a sua volta basata sull’edizione Rewald del 1937, risulti inevitabilmente affetta da diversi errori indiretti. E pecchi a sua volta di qualche omissione. Un solo esempio: nell’ultima lettera al figlio Paul, Cézanne prega il figlio di ordinare due dozzine di pennelli «émeloncilo» (o «émeloncile», secondo Vollard e Rewald), cioè dallo spagnolo meloncillo: un icneumone, animale conosciuto anche con il nome di mangusta. Va da sé che sapere quale tipo di pennelli sono utilizzati da un pittore non è cosa di poco conto. Eppure il termine nella traduzione dell’edizione italiana non appare (almeno in quella che abbiamo sotto gli occhi: Paul Cézanne, Lettere, SE, 1985-1997, p. 152).
Jean-Claude Lebensztejn considera la storia dell’arte come una detective story. Egli auspica che la scelta di pubblicare queste Cinquante-trois lettres spinga qualcuno a lavorare a un’edizione critica della Correspondance. Mentre leggevo queste Cinquante-trois lettres ho immediatamente pensato a qualcosa di utopico. Ho pensato che l’esattezza è in fondo qualcosa di utopico. È ciò che sosteneva il personaggio di un libro: «La santità dell’esattezza. Il rispetto di se stesso. (…) L’utopia significa semplicemente l’esattezza! Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. Dall’uomo. Correggere bozze». Forse queste cose si sono un po’ perse. Non per Lebensztejn, credo. In ogni caso, questo sosteneva «Il Gufo» o «Il Professore», in un romanzo di George Steiner. Non so se «Il Gufo” sia davvero il ritratto alterato di Sebastiano Timpanaro. E non so neppure se sia stato il ruolo della mano, o la dettatura interiore, o la memorizzazione del testo, o gli errori di lettura ad aver portato John Rewald in errore. In ogni caso, il titolo di quel libro è Il correttore. Immagino che Jean-Claude Lebensztejn lo conosca.

Diritti Globali

Heidegger, genio razzista impenitente

maggio 4, 2012

Armando Torno per “Il Corriere della Sera

Heidegger è uno dei filosofi contemporanei di riferimento. Più di ogni altro suscita discussioni e continue prese di posizione. In Italia la traduzione degli scritti continua e un editore come Adelphi ha in catalogo una ventina dei suoi libri. Da poco sono usciti altri due titoli. Christian Marinotti ha pubblicato La storia dell’essere (pp. 206, 22), un volume che contiene pagine risalenti agli anni 1938-40; mentre Quodlibet ha appena edito la Fenomenologia dell’intuizione e dell’espressione (pp. 192, 24), vale a dire il corso del semestre estivo che il filosofo ha tenuto a Friburgo nel 1922. Ma c’è un terzo libro che riguarda Heidegger: è il volume che ha fatto discutere nel 2005 e che oggi esce tradotto anche in italiano. Si tratta del saggio di Emmanuel Faye, professore di filosofia moderna e contemporanea a Rouen, dal titoloHeidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia. Lo pubblica l’editrice «L’asino d’oro» di Roma ed è stato curato da Livia Profeti. Della prefazione al testo italiano dello stesso Emmanuel Faye (da lui scritta lo scorso marzo), di una ventina di pagine, viene qui dato uno stralcio che ben illustra il contenuto del saggio. L’autore ribadisce tra l’altro, in questo suo contributo, il razzismo del celebre pensatore nei corsi dal 1927 al 1934; dedica un paragrafo all’«apologia dello sterminio nell’autunno del 1941», analizza le responsabilità dello stesso Heidegger per la diffusione del nazismo e si sofferma sulle lettere alla futura moglie Elfride. Sin dal 1916, sottolinea Faye, ci sono prove del suo antisemitismo.

La curatrice, Livia Profeti, chiarisce nella sua nota le ragioni dell’edizione de «L’asino d’oro». Tra esse, ricorda, «si è voluto offrire ai lettori la possibilità di ritrovare facilmente quelle affermazioni razziste e pro-naziste anche nelle traduzioni italiane delle opere di Heidegger, dove spesso il loro reale significato è difficilmente riconoscibile». Nota, per esempio, che il termine Vernichtung è stato reso con annientamento; inveceZucht e Züchtung, già presenti in Nietzsche e da lui utilizzati in senso allegorico, sono stati intesi rispettivamente come ammaestramento e selezione , giacché in Heidegger «non c’è alcuna opposizione tra biologia ed educazione». Del saggio di Faye è stata tradotta la seconda edizione, uscita in Francia nel 2007. Le modifiche, per lo più riguardanti un aggiornamento inevitabile per le continue pubblicazioni di su Heidegger, sono state concordate con l’autore, che a sua volta è intervenuto tra le edizioni del libro. Quella italiana, in particolare, ha tralasciato solo due paragrafi non riguardanti direttamente il filosofo tedesco. Non mancano comunque le pagine con osservazioni puntute su Carl Schmitt, Alfred Baeumler, Erik Wolff, Ernst Jünger.

Emmanuel Faye, da “Il Corriere della Sera

Dopo la sconfitta del III Reich, una commissione di professori di Friburgo incaricata di giudicare i casi più gravi chiama Heidegger a rispondere dei «danni tremendi» causati all’università e del suo «antisemitismo». Gli sarà vietato di insegnare e di partecipare a qualsiasi attività universitaria, divieto che sarà mantenuto fino al 1951. La commissione seguì le raccomandazioni di Karl Jaspers, che aveva consigliato caldamente, visto in particolare il «modo di pensare heideggeriano non libero, dittatoriale e scarsamente comunicativo», di sospenderlo dall’insegnamento per alcuni anni, ma di favorire comunque il suo «lavoro». Ebbene, Heidegger si è molto abilmente servito di questa illusoria dissociazione tra insegnamento e «opera» per pubblicare i suoi corsi nazisti appunto per mezzo della sua «opera». Infatti, a partire dal 1953, egli ha iniziato a pubblicare i corsi e gli scritti in cui celebra il dominio e la «grandezza» del movimento nazionalsocialista. E una volta assicurata la propria fama ha programmato la pubblicazione, postuma, della sua «opera integrale» (Gesamtausgabe), includendovi i corsi più apertamente nazisti e reintegrando negli scritti degli anni 1930 e 1940 i passaggi dapprima soppressi perché giudicati troppo compromettenti. Che cosa nasconde questo doppio gioco? Qual è la sua strategia? Chi è dunque Heidegger veramente?

È necessario fare oggi piena luce su queste domande. È necessario anche rivalutare la sua responsabilità, non solo nell’adesione dei tedeschi a Hitler nel 1933, dove l’influenza dei discorsi del rettore Heidegger è accertata da lunga data, ma anche nella preparazione delle menti al processo che condurrà alla politica di espansione militare del nazismo e allo sterminio degli ebrei d’Europa (…).

Sappiamo da poco tempo con quale precocità si è espressa l’intensità del razzismo e dell’antisemitismo di Heidegger. Sin dal 1916, scrive alla fidanzata Elfride: «La giudaizzazione della nostra cultura e delle nostre università è in effetti spaventosa, e ritengo che la razza tedesca dovrebbe trovare sufficienti energie interiori per emergere». Lo stesso tema e lo stesso vocabolario si ritrovano nella penna di Hitler, che parla nel Mein Kampf delle «università giudaizzate». E le lettere di Heidegger a Elfride sono infarcite di odiose osservazioni antisemite, come ad esempio quando scrive, il 12 agosto 1920, che «gli ebrei e i profittatori sono ormai un’invasione», o quando, il 19 marzo 1933, deplora il fatto che Jaspers, un uomo «puro tedesco, con l’istinto più genuino, che sente la più alta sfida del nostro destino e individua i compiti, resti vincolato dalla moglie», che è ebrea. Prosegue poi rimproverando a Jaspers di pensare «in maniera troppo “legata all’essere umano”». Per Heidegger, dunque, essere «puro tedesco» implica rompere qualsiasi legame con gli ebrei, anche se si tratta della propria moglie, e respingere ogni riferimento all’umanità.

Tuttavia, invece che militare apertamente come Hitler alla testa di un partito, Heidegger prepara in modo sotterraneo la conquista delle menti. Sin dal 1922 predispone con la moglie Elfride il suo rifugio di Todtnauberg, in cui, dallaHütte (capanna, baita) annidata tra le alture accanto a un ostello della gioventù, invita i suoi studenti a veglie e passeggiate, delegando a Elfride – come rivela la testimonianza di Günther Anders – il compito di attirarli nei movimenti giovanili nazionalsocialisti. Nel 1930 Elfride metterà il Mein Kampf di Hitler sul tavolo della Hütte , ordinando all’allievo di Heidegger, Herman Mörchen: «Lo devi leggere!». Ed è a Todtnauberg che, nell’ottobre del 1933, il rettore Heidegger organizza il suo primo campo di indottrinamento (con marcia da Friburgo in uniforme delle SA o delle SS), dove fa tenere corsi di dottrina razziale e procede egli stesso alla selezione dei più idonei.

Nel frattempo, Heidegger ha perseguito la sua ascesa universitaria: dopo aver corteggiato il filosofo Husserl, non esita a rompere con lui due mesi dopo aver ottenuto la sua cattedra a Friburgo. Nello stesso anno 1928 tenta invano di imporre, come proprio successore all’Università di Marburgo, Alfred Baeumler, suo compagno di strada nei primi anni del nazismo. Nel maggio del 1933 quest’ultimo, insieme a Goebbels, farà da maestro di cerimonia nel grande rogo di libri a Berlino.

Varsavia 1943, la rivolta del Ghetto minuto per minuto

maggio 1, 2012

Una retata nel Ghetto di Varsavia: l’immagine, colta da un anonimo fotografo tedesco, venne mostrata al processo di Norimberga

Tradotto il resoconto scritto subito dopo la guerra dal vice comandante degli insorti Marek Edelman

Marco Belpoliti per “La Stampa

Dieci maggio 1943, ore 10 del mattino, in via Prosta, angolo via Twarda, a Varsavia, si aprono i tombini ed esce, armi in pugno, un manipolo di ebrei. Sono i sopravvissuti della Zob, la formazione armata della resistenza, che hanno ingaggiato con i tedeschi un violento conflitto armato durato quasi un mese, dal 19 aprile, e che ora, dopo aver attraversato carponi le fogne della città, immersi nel fango e nella melma, sbucano all’aperto, fuori dal Ghetto e salgono su un camion e s’allontanano. Il Ghetto brucia implacabilmente mentre gli ultimi due gruppi di combattenti resistono fino a metà giugno. Le truppe tedesche radono al suolo le case e uccidono tutti i sopravissuti. L’insurrezione del Ghetto ha mostrato a tutto il mondo che le vittoriose armate hitleriane non sono affatto tali, e che alcune centinaia di uomini possono tenere in scacco l’esercito tedesco e infliggergli consistenti perdite.

La storia di questo episodio, diventato uno dei simboli della Seconda Guerra mondiale, è raccontata, subito dopo la fine del conflitto, in un piccolo libro redatto dal vicecomandante degli insorti, Marek Edelman: Il ghetto di Varsavia lotta , uscito in Polonia nel 1946 e ora tradotto, a cura di W. Goldkorn, dalla Giuntina (pp. 113, € 12), una delle prime testimonianze sulla deportazione e lo sterminio ebraico. Come ricorda nella sua prefazione, un vero e proprio racconto sul racconto, Wlodeck Goldkorn, quando il ventiseienne resistente ebreo polacco pubblica in patria il suo resoconto non esiste neppure la parola Shoah o Olocausto, e il tema dello sterminio non ha ancora trovato i suoi studiosi e le stesse testimonianze sull’evento sono appena agli inizi. Un altro ventenne, Primo Levi, pubblicherà un anno dopo, nel 1947, il suo resoconto della deportazione ad Auschwitz-Monowitz.

Lo stile di Edelman è secco, cadenzato; il racconto, ricco di dettagli, è intessuto di orgoglio ed eroismo. La scelta del tempo presente quale tempo della narrazione mostra come Edelman, figura leggendaria della storia polacca del XX secolo, viva fino in fondo l’attualità perenne di quelle vicende, ed esprima la volontà di perpetuarne la memoria in modo attivo. Il susseguirsi dei fatti è scandito quasi minuto per minuto; lo sguardo del narratore – cronachista medievale, essenziale e puntuto – si sposta nei vari punti del Ghetto, entra nel bunker del comando in via Mila 18 (è appena ri-uscito in edizione italiana l’ampio romanzo di Leon Uris, ebreo americano, Mila 18 , ed. Gallucci, pp. 868, 19,70, il primo racconto romanzato della vicenda, del 1961), poi sale nelle soffitte, entra nelle case, attraversa le strade; afferra nomi e cognomi dei resistenti, dei feriti, dei morti, per salvarne la memoria. Veloce e istantaneo possiede il ritmo di una cavalcata, con il susseguirsi di scontri a fuoco, azioni, storie minime e minute nel grande affresco del Ghetto, che è storia comune e insieme individuale.

Edelman aveva ben identificato già nel 1946 la tecnica con cui i tedeschi avevano irretito i Consigli ebraici su cui poi s’appunterà l’attenzione problematica di Hannah Arendt nel corso del processo di Eichmann a Gerusalemme, rivelando nel resoconto della lotta il collaborazionismo di una parte degli ebrei polacchi. Scrive: «L’istinto di autoconservazione porta la psiche umana a pensare che l’importante è salvare la propria pelle, anche a costo della vita altrui». La cosa terribile, spiega, è che nessuno, anche in presenza di testimonianze – Edelman e i suoi compagni stampano giornali ciclostilati distribuiti ogni giorno -, crede che la deportazione sia la morte. La tecnica dei nazisti di dividere la popolazione in due schieramenti finisce col produrre una situazione in cui «degli ebrei porteranno altri ebrei verso la morte, pur di salvaguardare la propria vita». Parole che sono state a lungo ignorate sino a quando la Arendt, nel 1963 con La banalità del male , e poi Levi, nel 1986 conI sommersi e i salvati, hanno posto il problema della «zona grigia».

Il libro contiene inoltre una storia nella storia, quella che Goldkorn, cronista fedele di Edelman, ci racconta nell’introduzione. Il vicecomandante, eroe della resistenza, non solo verso i nazisti, ma anche contro il regime autoritario e oppressivo istituito dopo il 1945, arrestato, perseguitato fino alla caduta del regime comunista, è avvolto non solo dalla luce radiosa della lotta, ma anche da piccole ombre che Goldkorn racconta con grande delicatezza e precisione, e che finiscono col renderlo ancor più interessante e vero. Come la stessa storia della fuga dal Ghetto attraverso le fogne, con gli uomini lasciati indietro, il rifiuto di portare in salvo con sé le prostitute ebree che avevano accudito feriti e combattenti, con le versioni sempre mutevoli degli episodi.

Una storia politica, scrive il curatore, e perciò sempre in marcia assieme a noi, ma anche una storia umana dalle molte sfaccettature come quella di Wiera Gran, cantante di cabaret nel recinto chiuso di Varsavia, emblematica per quanto riguarda l’uso e la sostanza della memoria. Wiera – la cui vita è raccontata da un bellissimo e inquietante libro della scrittrice polacca Agata Tusznska, Wiera Granl’accusata, appena tradotto per Einaudi (pp. 316, € 20 ) – è una donna affascinante dalla voce meravigliosa che ammalia gli ascoltatori. Fuggita dal Ghetto, verrà inseguita tutta la vita dalla nomea di collaborazionista che le rovinerà la carriera in Israele e in Europa. Dopo aver cantato con Aznavour e Brel, Wiera, perseguitata dalle voci senza prove, finisce paranoica e folle a Parigi, dove muore nel 2007. Nessuno, neppure Edelman che sapeva, l’ha mai scagionata da quelle infamie. La memoria cambia, dice Goldkorn, e noi con lei. Per questo il suo esercizio, come ci aveva avvisati Levi, è complesso e incerto.

Se l’arte è preda di media e finanza, l’artista diventa una popstar

maggio 1, 2012

Nel libro del critico Luca Beatrice, i casi di Dalí, Warhol, Pollock, Basquiat, Koons, Hirst e Cattelan. All’insegna di scandali e popolarità

Pierluigi Panza per “Il Corriere della Sera

Le metamorfosi della figura dell’artista sono una costante. L’artista è stato innanzitutto un proletario: «Se diventerai artista – ammoniva Luciano – non sarai altro che un uomo da nulla confuso con la plebaglia». E questa figura è durata secoli. La rivendicazione dell’artista «libero professionista» è arrivata solo tra il Quattro e il Settecento; quella di genio solo nel Romanticismo. Nei secoli, gli artisti sono stati dei depressi asociali (Pontormo), dei solitari intrattabili come Michelangelo, ma anche persone ben inserite nella società come Bernini e Rubens o ricchi esibizionisti come sir Joshua Reynolds, che acquistò una carrozza con le ruote d’oro per farsi notare in città.

Oggi, dopo la lunga stagione dell’artista ricercatore d’avanguardia e dell’artista(spesso fintamente) engagé , siamo di fronte a una nuova trasformazione. La nostra età, che tratta l’arte come un hedge-fund o un future, cioè come una scommessa simbolica di valore, ha promosso un nuovo tipo di artista-mediatore. Un manipolatore dei media, capace di «bucarli» con trovate più o meno choccanti. È l’artista popstar, un po’ Lady Gaga e un po’ protagonista dei romanzi di Houellebecq (La carta e il territorio). Ma, soprattutto, conforme al sistema di marketing culturale che sostiene l’investimento finanziario del collezionista. Un tipo che sa apparire, nascondersi e creare consenso intorno a sé indipendentemente dall’opera.

All’analisi di questa figura di artista pop, il critico e curatore Luca Beatrice ha dedicato il suo nuovo divertente libro: Pop. L’invenzione dell’artista come star (Rizzoli). Beatrice prende in considerazione le vite di Dalí, Warhol, Basquiat, Koons, Hirst e Cattelan. E, prima fra tutte, quella di Jackson Pollock, che con la divulgazione di un filmato del suo dripping nel 1950 iniziò ad ottenere successo.

Questi artisti sono dei veri e propri creatori di consenso, chi attraverso opere-scandalo e chi, come Koons, anche attraverso ardite acrobazie con la moglie, la ex pornostar e parlamentare radicale Ilona Staller. Più che facitori di opere artigianali, sono pedine nelle mani di finanzieri-collezionisti (come Pinault, Abramovich, magnati cinesi o sauditi) che se li possono scambiare al pari di hedge-fund. L’invenzione dell’artista come star è l’esito di un uso dell’arte non educativo ma come chiave d’accesso al mondo apolide e radical-chic, o come brand che spiana la strada alla successiva produzione mass market. Non a caso, molti collezionisti sono stilisti di moda. E anche l’opposizione alla consumer-society, la provenienza da ghetti emarginati come in Basquiat, con il tempo finisce con l’essere fagocitata dalla stessa società dello spettacolo. Questi artisti, in definitiva, sono tutti figli di Debord. Hanno spostato l’arte nel settore delle merci, e la merce in quella dello spettacolo. Sono dei trend-setter, dei «venditori di se stessi – scrive Beatrice – divi contemporanei: artisti che hanno intuito e sfruttato il potenziale della società dello spettacolo».

Valiani, missione a Teheran

maggio 1, 2012

Il premier iraniano Mossadegh arringa la folla durante lo scontro con gli inglesi sul petrolio (Corbis)

Lavorò a un progetto finanziario bloccato dal golpe del 1953

Massimo Mucchetti per “Il Corriere della Sera

La storia segreta degli affari mancati può illuminare con riflettori maliziosi le prepotenze ottuse consumate tra i Paesi dell’Alleanza atlantica. E questo può spiegare perché possa qua e là riaffiorare, come un fiume carsico, una certa diffidenza verso le potenze anglosassoni. Nonostante l’attrazione politica verso gli Usa e il Regno Unito e le relazioni con Wall Street. Un esempio di questa storia segreta è la ricostruzione, fresca di stampa, delle missioni dell’inviato della Comit e di Mediobanca a Teheran tra l’agosto 1952 e il gennaio 1953 (Fulvio Coltorti, Leo Valiani ed Enrico Cuccia: l’Iran degli anni ’50, «Annali della Fondazione Ugo La Malfa», XXVI, 2011).

In quei sei mesi, l’ex comandante partigiano Valiani soggiornò nella capitale iraniana per conto dei due istituti di credito milanesi, allo scopo di costruire una banca per le esportazioni che aiutasse il grande Paese mediorientale a emanciparsi dalla monocultura del petrolio. Coltorti, che ha guidato per decenni l’area studi di Mediobanca, ricostruisce la vicenda sulla base della fitta corrispondenza di Valiani con i suoi referenti in Comit (Carlo Bombieri e Giuseppe Zuccoli) e in Mediobanca (un Cuccia ancora giovane). Ma il testo, sostenuto da un’ampia ricognizione negli archivi di Intesa Sanpaolo e Mediobanca, acquista un vigore particolare se si ricorda il contesto del tempo.

L’Iran era già allora uno dei più importanti esportatori di petrolio. Ad Abadan funzionava la maggiore raffineria del mondo, specializzata nella benzina avio. L’Anglo-Persian Oil Company, che dal 1935 si era premurata di sostituire l’aggettivo Persian con il più corretto Iranian, aveva detenuto per oltre mezzo secolo il monopolio dei pozzi. Questa società, che oggi tutti conoscono come Bp, era controllata dalla Corona britannica fin dal 1914, per iniziativa di Winston Churchill, primo lord dell’Ammiragliato. Grazie a contratti capestro stipulati con il Trono del Pavone, andava accumulando ingenti profitti. Ma nel 1944 gli Alleati (sovietici e inglesi avevano occupato il Paese già nel 1941 per impedire che scivolasse nell’orbita nazista) avevano favorito la formazione di istituzioni democratiche. E così, nel 1951, il Parlamento di Teheran aveva varato la nazionalizzazione del monopolio che prese il nome, tuttora valido, di National Iranian Oil Company.

La reazione britannica fu durissima. Rimpatrio dei tecnici. Blocco navale. L’occupazione militare dei campi petroliferi evitata solo perché gli Usa non volevano svilire il Point Four Program, un piano di aiuti ai Paesi poveri per fronteggiare l’influenza sovietica che proprio in Iran aveva fatto il suo esordio. La nazionalizzazione del petrolio era firmata dal Fronte nazionale di Mohammad Mossadegh, un ricchissimo giurista che voleva modernizzare la società iraniana restando dentro le nuove istituzioni. Benché la propaganda inglese lo volesse asservito ai comunisti del Tudeh, Mossadegh non era comunista né aveva assegnato alcuna concessione petrolifera ai sovietici. Ma questo non salvò l’Iran dal crollo della produzione e delle esportazioni petrolifere determinato dal richiamo dei tecnici e dei capitali e dal blocco navale. Coltorti racconta dei guai delle nostre petroliere. La «Miriella» era riuscita a eludere le navi da guerra di sua maestà e ad attraccare a Porto Marghera, ma poi la società armatrice Supor venne sopraffatta dalle cause inglesi e dovette essere ceduta all’Eni. La petroliera «Rose-Marie» del conte Della Zonca, più semplicemente, venne dirottata ad Aden dalla Royal Navy e il suo carico sequestrato. È in un tale, ferrigno contesto che Comit e Mediobanca mandano Valiani nel Paese assediato dagli inglesi per aprirne le porte all’industria italiana.

Le due banche non sono terzomondiste alla Mattei.Mediobanca era attratta da Wall Street, anche se stipulerà soltanto nel 1955 la sua prima alleanza con la Lazard di André Meyer, franco-israelita trasferito a New York, e con Lehman Brothers. La Comit, allora paragonabile a una Deutsche Bank, godeva di una forte reputazione internazionale. Valiani apparteneva al filone azionista filo-atlantico, e lo farà vedere da senatore del Pri. Ma la rottura tra Teheran e Londra aveva portato alla liquidazione della British Bank of Iran e questo fatto creava lo spazio per una banca analoga con un’ampia partecipazione di Mediobanca, quale ambasciatrice di Montecatini, Fiat, Snia, Edison e con la garanzia Comit (il Banco di Roma non aveva accettato per non litigare con l’amica Barclays). Il progetto finanziario, che si lega ad altri investimenti nella logistica dei porti di Bandar Shapur e Korramshar, viene concertato con la Banca Mellie, di fatto la banca centrale dell’Iran, le Generali e le Assicurazioni Iran. Valiani incontra Mossadegh e il responsabile americano del Point Four. E scrive a Cuccia: «L’Italia tornerebbe a essere acquirente di petrolio iraniano, raffinato e grezzo, e lo sarebbe forse ben più di prima, dacché il commercio non ne sarebbe più monopolizzato dall’Anglo-Iranian. Ma soprattutto nel campo del rinnovo degli impianti e dei mezzi di trasporto, l’autonomia conquistata dai persiani avrebbe ripercussioni straordinariamente interessanti per gli industriali di Paesi come il nostro: il macchinario, il naviglio, i mezzi di trasporto terrestri, le molteplici attrezzature sussidiarie, i beni di consumo diretti per la parte che la Persia non produce, non verrebbero più necessariamente dalla Gran Bretagna. Il campo sarebbe aperto alla concorrenza…». E chi ammazza la concorrenza? Non lo statalista Mossadegh, evidentemente. Ma i nipotini di Adam Smith che, con la benedizione del nuovo presidente americano, il repubblicano Eisenhower, danno via libera al British Secret Intelligence Service per rovesciare la fragile democrazia iraniana e riportare al potere lo scià Reza Pahlavi, che era stato costretto a lasciare il Paese. Curiosamente, dopo gli entusiasmi iniziali, la Mellie aveva cominciato a lasciar cadere ogni discorso sei mesi prima del golpe. I banchieri del Bazar avevano fiutato il vento.

L’Italia, priva di forza militare, perse quel treno.Mediobanca entrerà anni dopo, ma con l’1 per cento, in un’altra banca iraniana. L’Eni avrà le sue concessioni. Ma l’Occidente aveva dilapidato il capitale di fiducia costruito nel 1944 tra la gente iraniana. Annota Coltorti: nel dodicesimo anniversario della morte di Mossadegh, avvenuta nel 1967 dopo una vita trascorsa agli arresti domiciliari per volere dello scià, un milione di persone ne visitò la tomba. Il fondamentalismo antiamericano e antibritannico trova alimento anche nella memoria di quegli antichi soprusi. Lo ha riconosciuto la stessa Madeleine Albright, ma solo nel marzo del 2000 quando non era più segretario di Stato Usa. E allora a che servono le parole se anche in questi mesi gli ordini di vendita allo scoperto dei titoli pubblici europei, provenienti da Wall Street e da Londra, aumentano e calano in conturbante coincidenza con l’incertezza o la fermezza delle prese di posizione europee sulle sanzioni all’Iran? Da dove passa il confine tra democrazia e violenza, tra diritto e interessi?

«La Sera», il quotidiano che sfidò il Duce

aprile 30, 2012

La vita tumultuosa di Gian Luca Zanetti, che fu giornalista ed editore milanese contrario al fascismo

Arturo Colombo per “Il Corriere della Sera

Non so quanti ricordino il quotidiano «La Sera»; e quanti – meno ancora, immagino – sappiano chi fosse il suo direttore. Ha fatto, quindi, benissimo Barbara Boneschi a intitolare il suo saggio, vivace e documentato, Gian Luca Zanetti dall’avvocatura al giornalismo e all’editoria, appena uscito nella collana «Studi e ricerche di storia dell’editoria», diretta da Ada Gigli Marchetti (editore Franco Angeli, pagine 269, € 34).

Vissuto prevalentemente a Milano, dal 1872 al 1926, pur continuando a fare l’avvocato, Gian Luca Zanetti aveva avvertito subito la passione di scrivere sui giornali (tant’è vero che fin dal 1898 si trova la sua firma su «La Vita internazionale», la rivista di Ernesto Teodoro Moneta, unico italiano Premio Nobel per la pace).

Ma la stagione più impegnativa Gian Luca Zanetti l’ha vissuta fra il 1917 e il 1924: un periodo certamente assai complesso nella storia del nostro Paese.

Infatti, lo stesso anno in cui l’Italia vive il dramma di Caporetto, Gian Luca Zanetti diventa direttore (e comproprietario) de «La Sera», che usciva a Milano in edizione pomeridiana fin dal 1892. La linea da lui impressa al giornale è sin dall’inizio chiarissima: «L’indirizzo sarà di democrazia operosa e ordinata». Cioè piena indipendenza da ogni potere (politico ed economico), anche se Gian Luca Zanetti sosterrà i governi prima di Giolitti e poi di Bonomi, criticando invece Nitti – come spiega bene la Boneschi -, oltre a essere subito avversario intransigente del fascismo e di Benito Mussolini al potere. Tanto che nel 1924, prima del delitto Matteotti, Gian Luca Zanetti è costretto a lasciare la direzione e anche a cedere «La Sera».

Ha ragione Barbara Boneschi, dunque, nel seguire l’attività di Gian Luca Zanetti (anche come «professionista legato a grandi rappresentanti dell’industria milanese»), di sottolineare la sua «personalità accentratrice e risoluta», ma ponendo in luce anche quanto fosse «aperto» sul piano del rinnovamento dell’Italia.

Da qui l’interesse per i molti gravi problemi del Mezzogiorno, sui quali farà intervenire firme prestigiose, come quella di Napoleone Colajanni; e soprattutto il sostegno per «il diritto di voto alle donne», ribadito fin dal 1919 con alcuni articoli firmati da Fabio Luzzatto e Innocenza Cappa.

Ma un altro merito di Gian Luca Zanetti è stato quello di aver dato vita alla casa editrice Unitas: «Nome evocativo – precisa la Boneschi – dell’unità d’Italia e dell’unità sociale attraverso la cooperazione», che rimarranno princìpi ispiratori di Zanetti. Lo si vedrà anche negli altri periodici, creati dall’Unitas – per esempio, «La Rivista d’Italia» e «L’Industria», entrambi diretti dallo stesso Zanetti -, dove alcuni punti fermi, dalla politica per le riforme allo sviluppo economico, verranno trattati da nomi di spicco, come Einaudi o Pareto, Salvemini o Sforza, Gobetti o Calamandrei, senza dimenticare i contributi di letterati illustri, da Ada Negri a Pirandello.

Péguy, il vero progresso è nell’antiprogressismo

aprile 30, 2012

Alain Finkielkraut interpreta il grande e scomodo pensatore. Per riscoprire che non esiste ragione senza emozione

Luca Doninelli per “il Giornale

La storia della fortuna (precaria) e della sfortuna (molteplice) di Charles Péguy nel secolo che ci separa dalla sua morte – per l’esattezza, novantotto anni, essendo Péguy caduto in guerra, sulla Marna, nel 1914 – somiglia molto a un romanzo. Di esso fa parte anche il ritardo di ventun anni con cui l’Italia pubblica un saggio fondamentale sul grande poeta. Il saggio L’incontemporaneo, opera di uno dei più importanti e controversi pensatori viventi, Alain Finkielkraut, fu pubblicato infatti da Gallimard nel 1991 ed esce oggi da noi grazie all’editore Lindau (pagg. 160, euro 19).
Per ventun anni il binomio Péguy-Finkielkraut non è stato ritenuto degno di attenzione nel nostro Paese, forse perché Péguy (che da noi vanta, per fortuna, molti innamorati) era considerato autore per francesi, quindi «roba loro», o forse perché Finkielkraut, pur vantando il miglior curriculum studiorum che la Francia possa offrire, decise un giorno di non essere più un autore, diciamo così, allineato. E i non allineati sono sempre di difficile collocazione.
Charles Péguy, nonostante l’unanime riconoscimento del suo genio, è sempre stato un personaggio scomodo per tutti. Socialista, fu scomodo per i socialisti perché avverso al progressismo modernista; sostenitore dell’innocenza di Dreyfus (contro i cattolici), non rinunciò a polemizzare con il dreyfusismo; cattolico, ebbe moglie ebrea, non si sposò in chiesa e non battezzò i propri figli. Per non doversi rassegnare ad archiviarlo come autore di estrema destra o fascista (le accuse ci sino state), gli storici hanno sempre cercato di iscriverlo nel contesto culturale del suo tempo: vitalista, antimoderno, guerrafondaio. Il che ha permesso, perlomeno, di tener vivo il suo mito e quello dei suoi celebri Cahiers de la Quinzaine.
Parlare di Péguy richiederebbe centinaia di pagine, o forse nemmeno una riga. Poeta, saggista, polemista, concepì tutto il proprio lavoro come un’unica opera. Non distinse mai le sue opere in «alte» (per esempio i Mystères) e «basse» (gli articoli in rivista). Divenuto cristiano, non distinse mai i testi «prima» da quelli «dopo» la conversione. L’uscita de L’incontemporaneo è un formidabile invito a leggersi Péguy, di cui Jaca Book ha tradotto molti testi fondamentali. Ma c’è un’altra storia molto interessante, che riguarda Finkielkraut, nella cui opera L’incontemporaneo rappresenta una tappa importante. Il suo inizio è descritto in un altro testo del filosofo francese, Noi, i moderni (edito anch’esso da Lindau), precisamente quando il maestro di Finkielkraut, Roland Barthes – forse il più grande critico letterario di tutti i tempi – annota sul suo diario queste parole, il 13 agosto 1977: «D’un tratto, mi è diventato indifferente non essere un moderno».
Tra gli anni ’60 e ’70 Barthes fu il guru dell’intellighenzia francese di sinistra, il papa della modernità d’Oltralpe, colui che poteva dare e togliere a chiunque la patente di «moderno». Come i veri, grandi intellettuali, Barthes non distinse mai il proprio pensiero per così dire pubblico da una dimensione profondamente esistenziale, personale. La malattia mortale dell’adorata madre lo indusse a una revisione profonda del proprio atteggiamento culturale, e la frase citata ne è una testimonianza, come lo è tutta l’ultima parte della sua opera. Così, mentre all’alba degli anni ’80 lo strutturalismo moriva con Barthes (anche se si incistava nelle università, riducendosi a puro schema e devastando lo studio e l’amore per la letteratura), i suoi veri allievi ripensavano la modernità, offrendo negli anni seguenti libri memorabili come quelli di Antoine Compagnon (per esempio Les antimodernes, che contiene un magnifico saggio su Péguy) e come quelli di Alain Finkielkraut, per il quale lo studio di Péguy rappresentò un punto di svolta.
Il libro risente degli anni. L’opposizione di Péguy al progressismo è difficile da comprendere perché, dal 1991 a oggi, il progressismo come teoria filosofica è finito, anche se le sue conseguenze perdurano, sganciate da ogni radice di vero pensiero e quindi più dogmatiche che mai.

Su diverse conclusioni di Finkielkraut non sono d’accordo. Ma l’asse centrale è fondamentale, come tutta l’opera del filosofo ha dimostrato, anche nei testi più recenti. L’opera di Péguy ha indotto Finkielkraut a interrogarsi sul senso della parola «ragione», mettendo in dubbio quella separazione tra «ragione» ed «emozione» su cui lo scientismo moderno ha posto una delle sue basi.
«Siamo sicuri di avere ragione nel definire la ragione come assenza d’emozione? Non esistono forse molti esempi in cui a sragionare è l’insensibilità, e non l’impeto della passione? Quando, dall’alto delle nostre disillusioni ideologiche, della nostra saggezza crepuscolare e della nostra chiaroveggenza psicobiografica, noi crediamo di pensare Péguy, chissà che non sia piuttosto la sua ira a pensare noi e il nostro mondo, moderno e postmoderno?». E questa è ancora, a 21 anni di distanza, la grande questione culturale della nostra epoca, anche se in apparenza tutto, da allora, ci appare cambiato.

La difficile sfida degli eroi agli dèi tiranni dell’Olimpo

febbraio 2, 2012

Giulio Guidorizzi, «Il mito greco», collana «I Meridiani» Mondadori (pp. 688, e 30. I due volumi insieme: pp. LV-1758, e 60)

Pietro Citati per “Il Corriere della Sera

Il mito greco, a cura di Giulio Guidorizzi, è un libro bellissimo. Il primo volume, Gli dèi, è uscito nel 2010: il secondo, Gli eroi, è in uscita (I Meridiani, Mondadori). Non saprei se elogiare di più la conoscenza illimitata della letteratura greca e latina, che Guidorizzi possiede, o la sapienza nella costruzione del libro, divisa in parti mentali, o la bontà della maggior parte delle traduzioni, o la precisione delle note, o la liquidità e l’eleganza dello stile, che cercherò di imitare. Ciò che incanta i lettori è poter percorrere il libro non come un manuale, sia pure ottimo, come quello antico dello Pseudo-Apollodoro o quello moderno di Karl Kerenyi: ma come un corpo vivo, che vibra, si muove, ha echi e aloni, dove la Grecia racconta se stessa e la sua sterminata fantasia mitica.

La mitologia greca non è una costruzione sistematica:non lo è almeno nei grandi poeti, come Omero e Ovidio; se mai, lo è soltanto nei tardi (e spesso eccellenti) mitografi, che razionalizzano ciò che non dovrebbe venire razionalizzato. Non si può immaginare una costruzione più mobile e vasta. Tutti gli dèi ed eroi hanno rapporti con altri dèi ed eroi: ogni personaggio ed evento trova un’eco in una parte lontanissima della costruzione; e persino ogni figura è mobile, perché si presenta in molte forme e varianti, che posseggono tutte lo stesso grado di realtà e verità, non importa se registrate in un grande poema o in un meticolosissimo manuale come la Guida della Grecia di Pausania o in uno scolio in margine a un testo minore. Le vicende e i personaggi hanno conosciuto dapprima una lunga esistenza orale, poi una lunghissima esistenza scritta. Non sono state raccolte per essere credute (non esiste una fede negli dèi greci), ma per venire raccontate senza interruzione, con sempre nuove aggiunte e metamorfosi. Sono trascorsi più di tremila anni dalla mitologia del periodo miceneo; eppure tutto vive, muove, palpita, si agita, si esibisce, si contraddice, come nel libro di Guidorizzi che ricostruisce così fedelmente il mito greco.

Sia gli ebrei sia i cristiani hanno dedicato un culto ai primi capitoli della Genesi, che raccontano la creazione dell’universo, la separazione delle cose, la doppia creazione, spirituale e fisica, dell’uomo, quella della donna, e il peccato di Adamo ed Eva, che generò una specie di seconda creazione. Nella mitologia greca, non esiste nulla di simile alla creazione biblica originaria: esistono creazioni o ricreazioni successive, come quella di Deucalione e Pirra, mirabilmente raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Ma i rapporti tra dèi, eroi e uomini sono complicatissimi. Da un lato, la distanza tra loro resta incolmabile: dall’altra, sebbene non sia stato creato dagli dèi, l’uomo e tanto più l’eroe è una creatura nobilissima, che leva lo sguardo verso il cielo e le stelle; mentre gli dèi osservano le sue vicende, vi partecipano con passione, lo proteggono, lo guidano, lo sorreggono, lo condannano, talvolta senza ragione o per ragioni che ci restano incomprensibili.

Nei tempi più antichi, gli dèi, gli eroi e gli uomini vivevano insieme. Discendevano dalla stessa razza: conducevano un’esistenza comune; avevano comuni «le mense e i concili». Allora gli uomini vedevano gli dèi nel loro «sembiante» e nel loro «splendore». Ancora ai tempi dell’Iliadee dell’Odissea, popolazioni arcaiche, gli Etiopi e i Feaci, vivevano insieme agli dèi, banchettavano con loro, e li guardavano nel loro «sembiante». Il più famoso tra gli eroi greci, Achille, forma un caso particolare. Come dice il primo verso dell’Iliade, che è al tempo stesso il primo verso della letteratura greca, viene posseduto da una passione, la mènis, l’ira, che appartiene soltanto agli dèi: è una parola tabù che né gli dèi né gli uomini possono pronunciare. Questa passione, in Achille, esclude tutte le altre, ed egli non può trascurarla o dimenticarla un solo istante. Omero considera la mènis con un doppio sguardo. Da un lato, essa rivela lo splendore divino di Achille: la sua identità con gli dèi; e Omero, come tutti i greci, venera la rivelazione divina negli spiriti eroici e umani. D’altra parte, Omero sa che gli eroi e gli uomini non sono dèi e non possono nutrire i loro stessi sentimenti: quindi la mènis incombe su di lui come una colpa sinistra, una catastrofe.

Se dèi e uomini appartengono alla stessa razza, tanto più gli eroi sono affini alla natura umana. Non posseggono poteri soprannaturali, non sono polimorfi, non compiono nulla che un uomo non possa compiere, sia pure con le sue forze limitate. Poche generazioni separano l’eroe capostipite dai suoi discendenti, che nei tempi storici abitano la città. Dal profondo della tomba, gli eroi emanano le loro forze sotterranee: proteggono il territorio, guariscono, compiono miracoli, rendono oracoli: ma possono anche inviare malattie e punire gli empi. In primo luogo, gli eroi sono dei mediatori. Sebbene la differenza tra mondo divino e umano sussista, gli uomini entrano in rapporto con gli dèi attraverso il riflesso, il barlume, il profumo che colma il mondo eroico. Col passare del tempo, gli eroi si trasformano: i guerrieri di Omero, dominati dal senso della gloria e dell’onore, diventano, nella tragedia classica, uomini lacerati e sofferenti. Così Eracle arcaico è colui (come dice Bacchilide) che mai nessuno vide asciugarsi una lacrima: mentre l’Eracle tragico esperimenta nella propria anima i morsi del dolore, che piega l’uomo più forte e temprato.

Infine, avviene la totale separazione tra i mondi. Il sacro diventa proibito. Se qualcuno compie la follia di fissare gli dèi negli occhi si perde senza rimedio. Con l’ Odissea, gli dèi si allontanano, si ritirano, abbandonano la terra: nessuno li vede più nella loro figura, ma soltanto nella loro maschera umana. Quando appare Ulisse, l’eroico si scioglie completamente nell’umano: egli è l’ultimo degli eroi, il primo degli uomini. Non appartiene né al mondo degli dèi, come Achille con la sua mènis, né a quello per metà utopico dei Feaci. Vuole essere uomo: nient’altro che uomo: uomo effimero; sebbene il suo orizzonte sia attraversato dalle lampeggianti rivelazioni divine. Nemmeno noi uomini, che non discendiamo come lui da Ermes, possiamo rinunciarvi. La nostra vera esistenza consiste in questi bagliori, che ci giungono dall’alto.

Come racconta Angelo Brelich in un libro famoso, la luce radiosa o sinistra dell’eccezionale avvolge spesso gli eroi greci. Talvolta sono reietti: figli di amori irregolari, bambini abbandonati, rischiano di venire uccisi appena nati, oppure sono salvati e sopravvivono in modo prodigioso. Alcuni sono segnati, mutilati: zoppi o ciechi, o portano nel corpo l’impronta di una ferita, come Ulisse, o punti vulnerabili, come Achille; oppure la loro mente è visitata da una follia intermittente o continua. Non sono virtuosi. Compiono incesti o parricidi o matricidi o stupri o assassinii: o massacrano i figli. Sempre, o quasi sempre, sono vittime della hybris: si scontrano contro i limiti del destino, della natura o degli altri esseri umani; e lo scontro è così terribile, che ne vengono travolti: travolti dagli altri, ma in primo luogo dalle forze immense che portano dentro se stessi. Tutto, in loro, è eccessivo: passioni, imprese, io, destino. Cercano di realizzare l’impossibile, e talvolta, attraverso strade straordinarie, ci riescono. Così diventano i grandi colpevoli, e debbono venire purificati dagli dèi, che spesso, come Apollo, hanno conosciuto le loro stesse colpe. Nemmeno la loro morte è comune: fulminati, smembrati vivi, inghiottiti dal terreno.

Non tutti gli eroi sono guerrieri, come insegna persino l’Iliade. Tra di essi, ci sono inventori, medici, sciamani indovini, profeti; Palamede inventa le leggi scritte, le lettere, i metri e le misure, il numero, i segnali di fuoco, i dadi, gli scacchi. Alcuni, tra i più venerati, fondano città: vengono da molto lontano, fuggiaschi o esiliati, e portano con sé il ricordo di un delitto compiuto, o il presagio di sciagure nelle quali saranno coinvolti. Appena giunti sulla nuova terra, aboliscono il passato: i criminali diventano prescelti, i perseguitati indossano le vesti dei re; e la terra selvaggia e incolta riceve una legge, un ordine, un’armonia.

Tutti gli eroi greci, senza eccezione, desiderano la gloria, nella quale vedono il solo compimento e la sola giustificazione della loro esistenza terrena. In primo luogo, la ama Achille: con la stessa purezza e intensità con cui la amava Hölderlin. Come a esaudire la sua attesa, l’ultimo libro dell’Odissea gli edifica il supremo monumento. I Greci lo piangono: dal mare vengono la madre e le ninfe marine, gridando: le Nereidi gemono: le nove Muse intonano il lamento, «per diciassette giorni e diciassette notti ininterrottamente»; e la diciottesima notte i Greci lo ardono insieme a pecore e buoi. Achille viene cremato: bagnato di unguento e di miele; le sue ossa sono raccolte nel vino e chiuse in un’anfora insieme a quelle di Patroclo. Infine i Greci innalzano sopra di esse un tumulo nell’Ellesponto:
«perché da lontano fosse visibile agli uomini in mare,
a quanti vivono ora, e a quanti vivranno in futuro».

Come vuole la legge della gloria, il tempo è vinto, l’immortalità conquistata. Eppure Achille, che ama ed esalta la gloria e in apparenza non può fare a meno di lei, denigra la religione della gloria nella quale credono gli eroi greci. «Che peso hanno – dice nell’Iliade ai messi di Agamennone – la gloria, la ricchezza, lo splendore? Ciò che conta è soltanto la vita: questa cosa così fragile e leggera: dura un istante: esce così presto dalla bocca; vale così poco davanti alla forza e alla bellezza degli dèi – ma niente vale la vita. Nulla può pagarla, o sostituirla o farla dimenticare». Questo è il più sublime paradosso della civiltà eroica greca, che Giulio Guidorizzi ha così accortamente fatto rivivere.

Israele la faccia tosta fa start-up

gennaio 31, 2012

I laureati sono in Israele il 45% della popolazione (in Italia il 15%)

È il Paese con la più alta densità di nuove imprese. Un libro racconta il miracolo e ne spiega le ragioni

Irene Tinagli per “La Stampa

Se si chiede ad alcuni dei più affermati imprenditori e investitori dov’è la nuova Silicon Valley, molti risponderanno: Israele. In effetti i dati sono sorprendenti. È il Paese con la più alta densità di start-upal mondo (una ogni 1.844 cittadini), un livello di investimenti di venture capitalche, nel 2008, era due volte e mezzo più alto di quello registrato negli Stati Uniti, 30 volte maggiore del livello europeo e 80 volte di quello cinese. Ed è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per numero di imprese quotate al Nasdaq. Per rendere un’idea: un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe assieme.

Ma cosa c’è dietro il «miracolo economico» d’Israele? Alcuni economisti e studiosi stranieri lo hanno spiegato con le politiche economiche che hanno fortemente incentivato la ricerca e la nascita di aziende tecnologiche (Israele ha il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo), altri con le privatizzazioni e le liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu quando era ministro delle Finanze (e in particolare la sua riforma del sistema bancario), altri nell’enorme riserva di capitale umano del Paese, con il 45% della popolazione in possesso di istruzione universitaria (un dato invidiabile se confrontato con il 15% italiano). Ciascuno di questi fattori ha certamente svolto un ruolo importante nella crescita israeliana. Ma dipingono un quadro molto incompleto, che trascura il contesto storico e culturale di un paese che ha caratteristiche assai peculiari, elementi che ne hanno influenzato (e continuano a influenzare) la traiettoria di sviluppo. Chiunque abbia avuto modo di conoscere alcuni dei protagonisti di questa rinascita – per lo più giovani ingegneri, programmatori, imprenditori – si è certamente reso conto che il segreto del successo di queste persone non può essere semplicemente ascritto a una specifica politica industriale o economica, ma è legato a qualcosa di più profondo che pervade il loro modo di pensare e lavorare, di affrontare sfide e problemi.

Questo qualcosa è perfettamente descritto da Start-Up Nation , un libro Dan Senor e Saul Singer già pubblicato negli Stati Uniti, che ora esce in Italia, da Mondadori, con il titolo Laboratorio Israele (pp. 264, 18). Un insieme di analisi e racconti da cui emerge come le continue e enormi difficoltà che questo Paese ha dovuto affrontare abbiano forgiato il carattere e lo spirito della sua gente, e come ciascuno di questi ostacoli sia stato trasformato in punto di forza. Ed è questa prospettiva storica che ci mostra, per esempio, come un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici abbia imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccata dalle vicende militari, diventando uno dei sistemi economici più produttivi e affidabili. E come la necessità di investire così tanto in difesa e di avere un’obbligo di servizio militare dai due ai nove anni per tutti i giovani israeliani (a cui vanno aggiunti 20 anni di riserva) sia stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale e personale dei cittadini (l’esercito israeliano non solo ha tecnologie sofisticatissime, ma fa uso di sistemi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelli di Harvard o Stanford).

Persino i frequenti boicottaggi di tutte le loro merci hanno svolto una parte, stimolando gli israeliani a dedicarsi ad attività e prodotti piccoli e immateriali come i software e le tecnologie legate alle comunicazioni e a Internet. Per non parlare del ruolo della loro lunga diaspora, che li ha resi cosmopoliti, pronti ad affrontare e adattarsi a qualsiasi contesto e, soprattutto, aperti all’immigrazione. Migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele: dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Mengistu Haile Mariam agli ebrei romeni scappati dal regime di Ceausescu. Per non parlare degli 800 mila ebrei russi che vi si riversarono dopo il crollo dell’Unione Sovietica (equivalenti a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca). Eppure ognuna di queste persone ha ottenuto la cittadinanza lo stesso giorno in cui è arrivata in Israele.

Un complesso insieme di fattori che ha reso questo popolo tremendamente tenace, imprenditoriale e «problem solver». Esattamente quello che serve per competere oggi e per attrarre investimenti da ogni angolo del mondo. Può sembrare incredibile che gli investimenti stranieri in Israele siano triplicati negli stessi anni in cui sono aumentati gli attacchi terroristici. Ma come ha detto Warren Buffett quando ha investito 4,5 miliardi di dollari in un’azienda israeliana: non è importante se un missile distruggerà uno stabilimento. Lo stabilimento si ricostruisce. Quello che è importante è il talento dei lavoratori e dei manager, la loro affidabilità, la reputazione che si sono costruiti nel mondo. Ecco cosa attrae aziende come Intel, Google o Microsoft.

Le sfide per Israele non sono certo finite. Preoccupa il nuovo rallentamento dell’economia internazionale che si profila per il 2012. E preoccupano il recente apprezzamento dello shekel sul dollaro e le previsioni sull’inflazione. Ma se questo Paese riuscirà a tener vivo quello spirito che gli ha fatto trasformare ogni difficoltà in elemento di forza, è probabile che riuscirà ancora a farcela.

Miracolo, ora Gesù va bene anche agli ebrei

gennaio 31, 2012

Un libro controcorrente, scritto da Rav Shmuley Boteach, racconta un Messia patriota e molto devoto alla legge mosaica. E sui giornali di Gerusalemme scoppia la polemica

Vittorio Dan Segre per “il Giornale

Nel 1954 ebbi occasione di intervistare l’ambasciatore, accademico di Francia, Paul Claudel. Alla fine dell’incontro sapendo che venivo da Israele mi disse: «Ora che gli ebrei hanno uno stato daranno la cittadinanza a Gesù mettendo fine alla sua situazione di “apolide” tanto per gli ebrei che per i cristiani».

Mi sono ricordato di questa ormai lontana conversazione leggendo sulla stampa israeliana che un rabbino sta per pubblicare un libro dal titolo Kosher Jesus. Kosher è un termine ebraico che indica che l’uso di qualcosa – specialmente nel campo del cibo e della cucina – è religiosamente permesso.

Il rabbino in questione è tutt’altro che uno sconosciuto. Si chiama Shmuley Boteach e di lui si è parlato come possibile rabbino capo d’Inghilterra, una carica di grande prestigio che generalmente è accompagnata dalla concessione del titolo di Lord da parte del monarca britannico. Ma Boteach, oltre che grande oratore e un personaggio televisivo di successo, è famoso per i libri che ha pubblicato. Sollevano scandalo nel mondo ebraico non tanto per il loro contenuto, sempre strettamente canonico, quanto per gli argomenti scabrosi che tocca. Come un testo che ha avuto grande risonanza intitolato Kosher sex, una specie di Kamasutra ebraico.

Kosher Jesus avrà di certo una simile rinomanza ma rischia di procurargli molti guai nel mondo ortodosso ebraico dove la questione di Gesù continua a essere, per molti, un tabù anche se in merito sono stati scritti molti libri, soprattutto per smentire la responsabilità della sua morte, sino a non tantissimo tempo fa addossata dalla Chiesa al popolo ebraico.

Una delle tesi di Rav Boteach è che dal momento che i cristiani non considerano più gli ebrei come dei nemici è giunta l’ora per gli ebrei di riconoscere quello che Gesù è storicamente stato: un patriota devoto alla Legge ebraica. «I Vangeli danno una descrizione abbellita di Gesù e non si deve dimenticare che l’apostolo Paolo non l’ha mai incontrato.

D’altra parte il fatto che Gesù si sia proclamato Messia (Cristos in greco) non deve turbare gli ebrei dal momento che non c’è nulla di blasfemo in questo. Io stesso – dice – potrei farlo e ho spesso incoraggiato persone a sviluppare un senso messianico nella loro vita, un desiderio di salvare il mondo». Il libro di Boteach creerà senza dubbio molte critiche e discussioni. Ma a questo rabbino le discussioni piacciono. «Ho passato tutta la mia vita fra i critici e il Talmud dice che si impara di più dai critici che dai propri tifosi». L’idea cristiana della divinità di Gesù è secondo lui – emersa come una delle conseguenze della distruzione del Tempio di Gerusalemme per mano di Tito nell’anno ’70. Quando gli ebrei lo comprenderanno – dice – allora «potranno trarre ispirazione dagli insegnamenti etici di Gesù, in quanto devoto ebreo martirizzato per il suo sforzo di sollevare il giogo dell’oppressione romana dal suo amato popolo». I cristiani, dice ancora, sono oggi i nostri migliori amici. È necessario aprire con loro una discussione teologica. Come si può avere un relazione con un amico se non si può parlare della cosa più importante nella sua vita e del più famoso ebreo che è mai vissuto? Per lui Gesù è «un rabbino modello».

Una affermazione per la quale in America molti lo ammirano, altri lo considerano un personaggio arrogante. A lui questo non importa.

Importa invece che Papa Benedetto XVI abbia chiesto una sua fotografia autografata. Così almeno scrive in un suo libro.

Antimoderno ma illuminato: il cattolicesimo di Maritain

gennaio 31, 2012

da “il Giornale”

Nell’opera di Jacques Maritain trovò saldo approdo filosofico tutta la tensione accumulata della cultura cattolica francese ottocentesca e del primo ‘900. Già significativa è la parabola delle scelte e delle svolte del suo pensiero: socialista in gioventù, si avvicinò allo spiritualismo di Bergson, accompagnato da un Charles Péguy non ancora approdato al cristianesimo degli ultimi anni. Poi incontrò lo scrittore cattolico più furioso d’Europa, Léon Bloy, che lo convertì alla Chiesa di Roma e gli fece da padrino di battesimo. Tutte esperienze che Maritain condivise con la moglie Raissa, compagna di vita e di studi veramente complementare, dato che lei si dava alla poesia e alla mistica e lui alla scienza e alla filosofia.
Il pensiero moderno secondo Maritain (Città Nuova, pag. 266, euro 18), primo di due volumi firmati da Piero Viotto (il secondo, dedicato al pensiero moderno, uscirà in febbraio) illustra la storia della filosofia secondo questo illustre convertito. Ovviamente l’interpretazione che diede del lavoro dei suoi predecessori fu di parte, schierata, militante. In principio si proclamò «antimoderno» e rilanciò il Tomismo per rispondere alle sfide poste da umanesimo, illuminismo, idealismo, marxismo e infine nichilismo. Il pensiero di San Tommaso, quello ufficiale della Chiesa, doveva attrezzarsi per combattere senza complessi di inferiorità tutti gli «ismi» moderni. Maritain non era però un reazionario nostalgico della «cristianità sacrale» del medioevo, secondo lui occorreva semmai risvegliarne e difenderne le positività, nella piena accettazione del sistema democratico. Convintamente antifascista, teorizzò nella sua opera più famosa, Umanesimo integrale del 1936, il dialogo con i marxisti. Nella grande cristianità che ormai oltrepassava i confini della Chiesa cattolica, i comunisti guadagnarono così un posto di rilievo; soprattutto in Italia, dove il Maritain politico ha ispirato non poco Dossetti e tutta la sinistra Dc dai tempi della Costituente fino alla nascita dell’Ulivo. Sui marxisti prese un abbaglio, come fu constatato dal suo più lucido allievo italiano, Augusto Del Noce: la rivoluzione infatti finiva per suicidarsi nel nichilismo, il Pci diventava «partito radicale di massa». Nessun umanesimo integrale in vista, anzi un umanesimo disintegrato, un relativismo intrinsecamente anticristiano. Il filosofo francese tornò un po’ antimoderno in vecchiaia, quando nei panni letterari del «contadino della Garonna», criticò gli eccessi liberali del Concilio Vaticano II, al cui confronto tutta la polemica modernista dell’800 gli sembrava un «modesto raffreddore da fieno». Se tale era la situazione all’interno della Chiesa, non c’era da star tranquilli per quello che stava succedendo fuori. Trionfava infatti l’influenza di quelli che chiamò i tre «falsi riformatori»: Lutero, Cartesio e Rousseau, veri padri delle disgrazie del pensiero occidentale, dalla separazione fra anima e corpo alla statolatria.

Leibovitz: adesso fotografo reliquie

gennaio 29, 2012

Alessandra Farkas per “Il Corriere della Sera

John Lennon nudo e fragile, avviluppato a Yoko Ono vestita, (un’immagine scattata cinque ore prima della sua morte) e Whoopi Goldberg immersa in una vasca piena di latte, inquadrata dall’alto. Demi Moore incinta e senza veli, pioniera ignara di una nuova era di maternità sexy e la regina Elisabetta, colta in una rara espressione di tenera vulnerabilità.

In quarant’anni di carriera, prima per «Rolling Stone» e poi per «Vanity Fair», Annie Leibovitz ha accumulato (e perso) un’immensa fortuna immortalando attori, leader politici e rock star. Ma il suo ultimo volume di foto Annie LeibovitzPilgrimage (Random House) realizzato dopo la bancarotta che nel 2009 la gettò sul lastrico, è diverso.

Per la prima volta una sua opera non contiene ritratti di vip e celebrità ma paesaggi e oggetti la cui scelta scaturisce più da un impulso lirico che da un committente famoso e patinato. Oltre settanta fotografie, scattate tra l’aprile 2009 e il maggio 2011, che saranno in mostra allo Smithsonian American Art Museum di Washington fino al 20 maggio, prima di partire in tournée per il resto del mondo.

«Questi oggetti, dettagli e naturemorte sono talismani di vite passate», teorizza il curatore della mostra Andy Grundberg, «intimazioni alla mortalità che inaugurano una nuova direzione nell’arte di una delle fotografe americane più note». Dopo aver immortalato passioni e miti, spesso passeggeri, della baby-boomer generation, Leibovitz rivisita le icone artistico-letterarie a cavallo tra ’800 e ’900.

La mostra include il vestito di broccato bianco e madreperla di Emily Dickinson (l’unico sopravvissuto della poetessa), un paio di guanti indossati da Abramo Lincoln quando fu assassinato, il sontuoso lettino da psicoanalista di Sigmund Freud a Londra, le acque increspate del Fiume Ouse, in Sussex, dove si è suicidata Virginia Woolf, la camera da letto di Eleanor Roosevelt a Hyde Park e il ranch di Georgia O’Keefe in New Mexico.

«Per me è come se si trattasse di persone in carne ed ossa», spiega al «Corriere della Sera» Leibovitz, passeggiando tra le maestose colonne in stile classico dello Smithsonian, pantaloni e maglione a collo alto neri e scarponi militari d’ordinanza. «Ho fotografato le reliquie che questi giganti ci hanno lasciato — incalza —: oggetti destinati a scomparire e disintegrarsi. Ho cercato, a mio modo, di fermarli nel tempo».

Dopo questo «Pellegrinaggio», nulla per lei sarà più lo stesso. «Ero nel bel mezzo del disastro finanziario che mi aveva costretto a destinare tutto il mio tempo ad avvocati e contabili — riprende, ravvivandosi i lunghi capelli biondo cenere —. Le mie tre figlie erano frustrate. “Mamma, non ti vediamo mai”, si lamentava la maggiore, Sarah. Decisi così di staccare la spina: avrei portato Sarah e le sue due sorelline alle cascate del Niagara per un weekend».

Ma all’arrivo in albergo la sua carta di credito è rifiutata perché insolvente. Dopo vari tentativi, la famiglia trova alloggio in una pensioncina dove però, aprendo la finestra della camera, l’indomani mattina, l’attende un deprimente muro di mattoni e cemento. «Questo può essere solo l’inizio o la fine, mi sono detta». Più tardi, durante una passeggiata nel punto più panoramico delle cascate, davanti all’euforia delle figlie ipnotizzate dal gorgoglio delle acque, ha una rivelazione: «Ho avvertito dentro di me un incontenibile senso creativo di rinascita. Ho cominciato a scattare».

Quell’emozione prorompente è catturata dalla splendida foto che adorna la copertina di un libro che, Leibovitz non esita ad ammetterlo, «ha salvato la mia anima, regalandomi nuovi occhi».Ma Pilgrimage è soprattutto un omaggio all’adorata Susan Sontag, la celebre scrittrice, sua compagna dal 1989 fino alla morte nel 2004.

«Susan ed io avevamo pensato a The Beauty Book come titolo del nostro diario di viaggio in luoghi come la Cambogia, Sarajevo e l’Amazzonia. Susan amava viaggiare e visitare Paesi esotici», precisa. «Per il suo sessantesimo compleanno siamo andate in crociera sul Nilo. Tra i luoghi che adorava, oltre a Tokyo e Parigi, c’era l’Italia dove aveva molti amici intimi e dove aveva trascorso tanto tempo. Parlava anche la vostra lingua».

Da allora Leibovitz non ha mai abbandonato il progetto. «Quando si ama profondamente qualcuno — spiega —, la persona amata non ci abbandona mai, è dentro di noi per sempre». Il fantasma della Sontag permea l’intera opera. «Susan adorava collezionare oggetti, pietre, rocce, conchiglie. Il suo libro del 1992, The Volcano Lover testimonia proprio di questa sua passione. Amava i dettagli, lei, e non considerava mai una figura nella sua totalità. Un approccio opposto al mio».

Dopo la morte della Sontag, Leibovitz è tornata in pellegrinaggio nei luoghi di cui, quando la compagna era in vita, non aveva colto appieno la bellezza. Come la casa di Emily Dickinson («la scrittrice preferita di Susan») e quella di Virginia Woolf in Inghilterra, dove in passato aveva realizzato un reportage fotografico con Vanessa Redgrave e Nicole Kidman. «Un errore, in retrospettiva», riflette, «perché con quegli scatti ho violato lo spirito di un luogo di cui Susan aveva colto immediatamente la sacralità».

Ma in Pilgrimage emerge anche il grande amore della fotografa per la strada. Una passione che la accompagna dall’infanzia. «Ero la terza di sei figli e la mia famiglia era sempre al verde — racconta — ogni due o tre anni eravamo costretti a spostarci con la nostra station wagon per seguire papà, ufficiale d’aviazione. Durante i vari pellegrinaggi mamma, patita di storia, ci faceva fermare a visitare tutti i cippi, le targhe e i monumenti d’interesse storico lungo il cammino».

Sam e Marilyn Leibovitz, ebrei mitteleuropei in America da due generazioni, sono stati celebrati dalla figlia, prima della morte, in A Photographer’s Life: 1990-2005, il libro di foto in bianco e nero che alterna alcuni dei suoi ritratti più celebri (Bill e Hillary Clinton, Nelson Mandela, Joan Didion, Patti Smith, William Burroughs) agli intimi primi piani della sua relazione con la Sontag e all’album di famiglia del clan Leibovitz: genitori, fratelli, nipoti, cognati e le tre figlie della fotografa.

In una di queste foto, scattata nel 2001 (dieci anni esatti da quella di Demi Moore incinta sulla copertina di «Vanity Fair») l’allora cinquantaduenne Leibovitz si offre come modella, nuda e al nono mese di gravidanza, alla compagna, che il giorno dopo immortala anche la nascita della loro piccola Sarah Cameron nella sala parto di un ospedale. Quattro anni più tardi, quando le gemelle Susan Anna e Samuelle Edith, vengono al mondo grazie ad una madre surrogata, Susan non c’è più.

Leibovitz avrà altre occasioni per celebrarla. «Sto lavorando su una raccolta che possa essere una sorta di archivio per esplorare i miei quarant’ anni di carriera e far capire alle persone che cosa realmente sia il mio lavoro». In cima a questa monumentale collezione, una foto spicca più bella e luminosa di tutte le altre: quella scattata nel 1997 alla madre. «Quel tipo d’istantanea non si può realizzare con qualcuno che si incontra soltanto per 15 minuti — assicura —. È una foto che nasce dall’intensità del rapporto: mamma mi guarda come se non ci fosse il muro di una lente, regalandomi quella perfezione unica e rara che è il sogno di ogni fotografo».

‘L’impero della cocaina’ dalla Colombia alla Calabria, viaggio nel traffico dell’oro bianco

gennaio 29, 2012

L’inchiesta firmata da Andrea Amato segue la filiera di produzione dalla foglia di coca partendo dal Sudamerica fino ad arrivare a Milano, “la città più drogata dell’Unione Europea con 180mila consumatori abituali”. Passando per Platì, capitale della ‘ndrangheta che controlla il narcotraffico

Eleonora Bianchini per “Il Fatto

C’è un filo rosso che lega la Colombia alla Calabria. A tesserlo è la ‘ndrangheta, un potere criminale “feroce, ricchissimo, efficiente e ormai globalizzato” che è il partner della ‘Coca connection’ internazionale insieme ai narcos di Bogotà. “L’Impero della cocaina” (Newton Compton editori), inchiesta firmata da Andrea Amato, direttore dei contenuti di 101, è un “viaggio in presa diretta nel traffico dell’oro bianco” che segue la filiera di produzione dalla foglia di coca in Sudamerica fino a Milano, “la città più drogata dell’Unione Europea con 180mila consumatori abituali”.

Amato racconta l’assalto di una raffineria nella giungla colombiana, dove “l’ideologia marxista si è assimiliata al capitalismo del narcotraffico” a arriva fino a Platì in Aspromonte che, oltre a essere “comune con il tasso di natalità più alto d’Italia, ma anche quello con il reddito pro capite più basso”, è la culla della ‘ndrangheta. “ I momenti più rischiosi sono stati tre – ricorda l’autore – il primo nella foresta colombiana, dove ci siamo trovati nel mezzo di una una guerriglia durante un’operazione di polizia. Poi i viaggi in Calabria e infine quando ci siamo infiltrati a comprare cocaina in viale Bligny a Milano con le telecamere nascoste”. I narcos preferiscono fare affari con i calabresi perché “garantiscono impeccabilità e invisibilità, altro che siciliani e camorra”. Hanno imparato dai morti di Cosa Nostra a dosare il sangue, perché, come spiega il sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro Salvatore Curcio, la ‘ndrangheta “non ammazza mai per il gusto di farlo. Uccide solo se è funzionale al suo business” e l’assenza di pentiti rende i suoi uomini soci affidabili e discreti.

Il risultato? Miliardi di euro riciclati ogni anno in paradisi fiscali, oltre che ristoranti, strutture alberghiere ed esercizi commerciali. Eppure, puntualizza il Procuratore antimafia Piero Grassointervistato nel libro, nonostante gli immensi capitali la criminalità organizzata “guadagna e affama la sua gente” e “di quella montagna di soldi il sud non ne vede neanche le briciole”. Infatti le cosche “investono lontano da casa loro per non avere pressioni ambientali e perché i guadagni sono superiori”. Milano, ad esempio: è lì che Amato si finge cocainomane ed entra in contatto con gli spacciatori di Viale Bligny 42, uno stabile che è un “supermarket di coca”. Situato in centro città e a due passi dalla Bocconi, “rifornisce da anni clienti di tutte le età e di tutte le tipologie umane”. Perché non parliamo più di una droga elitaria, e con 70 euro si compra un grammo. “Le generazioni più giovani – spiega Amato – non si pongono il problema della filiera dietro la sniffata”. Quel che ha stupito l’autore è la “trasversalità delle generazioni e dei ceti sociali nell’uso della cocaina” che, a differenza di altre sostanze, “è una droga prestazionale e il suo consumo così diffuso evidenzia il sentimento di inadeguatezza rispetto agli standard della società di oggi che ti vuole più ricco, più veloce, più bello degli altri”.

Un mercato che in Europa trova l’incontro tra domanda e offerta visto che “circa il 3% della popolazione europea consuma cocaina abitualmente” e dove i Servizi tossicodipendenze(Sert) del capoluogo lombardo hanno una lista d’attesa di circa tre mesi perché “secondo l’Asl, un milanese su tre sniffa cocaina”. L’oro bianco arriva in Europa attraverso sommergibili non intercettabili dai radar e il 25% viaggia negli stomaci dei ‘muli’, persone che fungono da “service del traffico internazionale di cocaina” e che “riescono a ingerire fino a due chili di cocaina”.

Ma il problema va oltre l’asse tra Colombia e Mezzogiorno italiano e l’errore più grande è “pensare che la ‘ndrangheta, che opera come una multinazionale, sia un problema esclusivamente legato alla Calabria. Perché i loro uomini sono anche nelle istituzioni e dietro le scrivanie dei noti palazzi”.

Testimone volontario

gennaio 29, 2012

Gaetano Vallini per “L’Osservatore Romano

È una storia particolare quella di Denis Avey, classe 1919, testimone volontario dell’orrore della Shoah. E si fa fatica a credere fino in fondo che sia davvero accaduta. Durante l’ultimo conflitto mondiale Avey vestiva la divisa dell’esercito di sua maestà britannica. In Egitto fu catturato dai tedeschi e portato in un campo di prigionia vicino ad Auschwitz. Lì, «tormentato dal bisogno di sapere», di vedere per quanto possibile con i suoi occhi ciò che si intuiva, prese una decisione impensabile: sostituirsi a un detenuto ebreo che aveva conosciuto sul luogo del lavoro forzato che accomunava prigionieri di guerra e altri internati. Lo fece per due volte, indossando la casacca a righe con la stella gialla. Rimase nel famigerato lager solo per pochi giorni. Ma tanto gli bastò per osservare l’inferno.

Tornato libero avrebbe voluto testimoniare quanto visto, ma non ci riuscì; a guerra finita era più comodo celebrare l’eroismo piuttosto che interrogarsi sulle atrocità. «Nel 1945 nessuno aveva voluto ascoltarmi», dice oggi, a 93 anni, dopo aver deciso di scrivere le memorie di quell’incredibile avventura. Il libro è divenuto subito un bestseller in patria e in Italia — dove è uscito con il titolo Auschwitz. Ero il numero 220543 (Roma, Newton Compton, 2011, pagine 331, euro 9,90) — è già alla quindicesima edizione in due mesi, segno evidente della curiosità suscitata da una vicenda tanto inconsueta.

Il prologo del volume, scritto con il giornalista della Bbc Bob Broomby che lo aveva intervistato per la tv rendendo così nota per la prima volta la vicenda dopo sessantacinque anni, è storia recente. Parla della visita che Avey ha fatto al numero 10 di Downing Street il 22 gennaio 2010 su invito dell’allora premier Gordon Brown, colpito da quell’intervista, tanto da far inserire successivamente il nome di Denis Avey tra i ventisette inglesi «eroi dell’Olocausto».

Il racconto vero e proprio delle esperienze belliche è cronologico, iniziando dall’arruolamento volontario nel 1940, a 21 anni, nella 7ª Divisione britannica, i cosiddetti Desert Rats, e la successiva partenza a bordo di una nave dal porto di Liverpool. Da lì in poi c’è spazio per vicende di guerra più o meno ordinarie sul fronte africano, tra sanguinose battaglie e momenti di calma, tra atti eroici e paura. Fino alla cattura. Ed è da qui che i ricordi si fanno più drammatici, entrando nel vivo della tragedia della Shoah.

È il 1943 e Avey viene mandato nel campo di prigionia E715, sette chilometri da Monowitz (noto come Auschwitz III). I soldati inglesi e gli ebrei lavoravano insieme alla costruzione di una fabbrica della ig Farben, il colosso della chimica che avrebbe prodotto una gomma sintetica indispensabile alla macchina da guerra nazista. Spartivano gli stenti, il peso di undici ore di fatica al giorno, ma non le vessazioni, le torture, le esecuzioni arbitrarie, che erano riservate solo a quegli uomini ombra con l’uniforme a righe e il volto terreo.

«Molti di loro — ricorda l’anziano — ci imploravano, semmai fossimo riusciti a fare ritorno a casa, di raccontare al mondo ciò che avevamo visto. Gli uomini a righe sapevano bene quale fosse il destino in serbo per tutti loro. La prova era nel tanfo che usciva dai crematori. E sì che anche noi avevamo sentito le voci che giravano a proposito delle camere a gas e delle selezioni, ma io non potevo accontentarmi delle dicerie. Le parole “congettura” e “ipotesi” non appartengono al mio vocabolario. Se anche non avevo cognizione delle differenze tra un campo e l’altro, dovevo scoprire a tutti i costi cosa stesse trasformando quegli esseri umani in ombre».

Fu così che l’anno successivo Denis Avey decise che non poteva restare lì senza sapere che cosa accadeva realmente dietro l’altro reticolato. «Con il trascorrere delle settimane — racconta — riuscii di tanto in tanto a scambiare qualche parola con Hans (un prigioniero ebreo, ndr), e nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto». Convinse Hans, ben lieto, nonostante il rischio mortale, di poter mangiare qualche pasto decente; studiò i movimenti di prigionieri e guardie, quindi agì, corrompendo qualche kapò. E mettendo volontariamente a rischio la propria vita.

Ciò che vide non è differente da quanto testimoniato dagli ebrei sopravvissuti: il denso e ininterrotto fumo delle ciminiere dei forni crematori, i cadaveri ammassati, le brutali e immotivate violenze che non risparmiavano neppure i bambini, le terribili condizioni cui erano sottoposti i deportati. Nel ricordo c’è dunque tutto l’orrore di quella caduta nell’abisso della peggiore abiezione umana. Ma c’è chi mette in dubbio la veridicità della storia. Il «Daily Mail», insospettito da un così lungo silenzio, si è chiesto se Avey non si sia inventato tutto. Dalle pagine del giornale ex deportati e prigionieri, alcuni storici e rappresentanti di organizzazioni ebraiche mettono in dubbio il suo racconto sia perché è simile a quello già noto di un altro prigioniero all’E751, Charles Coward, sia per diverse incongruenze, come il passaggio sotto il cartello Arbeit macht frei perchè questo era all’ingresso del campo Auschwitz i e non del III dove Avey afferma di essersi introdotto. E soprattutto temono che questa vicenda, oltre che un insulto alla memoria delle vittime, possa fornire ulteriori motivi ai negazionisti. Eppoi resta il dato essenziale che non c’è nessuno oggi che possa confermare quei fatti.

Così come nessuno può avvalorare direttamente un’altra storia contenuta nel libro, meno straordinaria ma non meno significativa, anzi sicuramente meritoria visto che riguarda la salvezza di una vita umana. In quello stesso periodo Avey incontrò Ernst Lobenthal, ebreo tedesco che gli confidò di avere una sorella rifugiata a Birmingham, chiedendogli di farle avere sue notizie. L’inglese promise di farlo e riuscì in qualche modo a raggiungerla attraverso una lettera in codice inviata a sua madre. w Quest’ultima contattò la sorella di Ernst e alcuni mesi dopo attraverso la Croce Rossa Avey ricette duecento pacchetti di sigarette. Un tesoro inestimabile nel campo, dove valevano più dell’oro.

Quelle sigarette, passate con non pochi rischi una stecca alla volta, furono essenziali per mantenere in vita Ernst ad Auschwitz. Non solo. Servirono anche a procurargli il paio di scarpe che gli permise di sopravvivere alla terribile marcia tra i ghiacci cui gli ebrei ancora vivi furono costretti dai tedeschi in fuga per evacuare il campo e che fece altre migliaia di vittime. Fu lo stesso Lobenthal a raccontare questa storia in un’intervista per la Shoah Foudation, sette anni prima della sua morte negli Stati Uniti nel 2002. Ma questa testimonianza non pare sufficiente per il riconoscimento di Avey come Giusto tra le Nazioni poiché, spiegano allo Yad Vashem, non c’è nessun altro sopravvissuto per confermare la storia.

C’è tuttavia anche chi non meno autorevolmente ritiene credibile, e quindi veritiero, l’intero racconto. Come il noto storico Sir Martin Gilbert, il quale nella prefazione definisce il libro «di capitale importanza, perché ci riporta subito alla mente i pericoli che incombono sulla società quando intolleranza e razzismo riescono a mettere radici. Denis Avey ci avverte che fascismo e genocidio non sono scomparsi; anzi, come ha precisato, “potrebbero verificarsi anche qui”. E ciò potrebbe davvero succedere ovunque, e ogni volta che permettiamo alla civiltà di corrompersi, o di farsi rovinare dalla malvagità e dal desiderio di distruzione».

Pensatori sul filo dell’eresia

gennaio 29, 2012

Giovanni Santambrogio per “Il Sole 24 Ore

Scrivi Marco Vannini appare il file mistica. Senza il suo attento lavoro di riscoperta e di traduzione, iniziato più di trent’anni fa, ignoreremmo testi importanti dei maestri dello spirito come Eckhart, Taulero, Angelus Silesius. I loro nomi e le loro parole non sarebbero entrati nella nostra biblioteca e nei nostri ragionamenti. Il misticismo appartiene alla categoria del pensiero forte, tutt’altro che sentimentale e per personalità fragili. Al contrario, viaggia in bilico tra l’ortodossia e l’eresia; così come la vita solitaria e controcorrente del mistico non sempre è compresa, spesso sospettata. La passione assoluta, esclusiva e personalissima per Dio scombussola la razionalità degli altri e mette sottosopra la propria: solo a lui è concessa l’esperienza dell’estasi, della visione, della conversazione faccia a faccia, del “rapimento” in Dio.

Il mistico abbatte i confini della ragione ed entra con tutto il corpo nei territori fisici della fede. Soprattutto gli è consentito di esplorare le aree sconosciute. Il credente vive di fede, ne fa esperienza come appartenenza a una chiesa, a una comunità, prega. Pratiche rispettate con il massimo rigore dal mistico. Ma a lui viene dato un dono in più, spesso incompreso. Questa specifica peculiarità appassiona Vannini che non cessa di approfondirla. Con gli ultimi saggi – anche il controverso Prego Dio che mi liberi da Dio (Bompiani, 2010) con a tema la religione come verità e come menzogna – lo studioso rilancia il pensiero mistico nel dibattito attuale tra credenti e non credenti per suggerire piste di riflessione sul significato del credere e della contemporaneità di Dio e per affermare quanto la postmodernità stia ripescando questioni etiche e di senso che trovano riscontro nei testi da lui studiati. Dialettica della fede, saggio uscito per Le Lettere, ricostruisce il pensiero hegeliano attorno al concetto di fede per mostrare quanto pesino le opere di Eckahart nella elaborazione del filosofo tedesco. Fede come dialettica perché muove la razionalità, ne è all’origine, anima la ricerca. Il saggio si compone di quattro approfondimenti: uno sulla fede come distacco in Eckhart, uno sulla fede come “Notte oscura” (un approfondimento di san Giovanni della Croce in relazione sempre al mistico medievale) e due che esaminano il concetto hegeliano di fede. Emerge quanto l’esperienza elettiva della mistica attraverso il “distacco”, l'”abbandono”, la “visione” sia un superamento di confini che porta la razionalità nell’irrazionale per ritornare nella realtà quotidiana e nell’esercizio della ragione con una nuova intelligenza e nuove capacità interpretative. La mistica getta luce sull’esperienza quotidiana e le offre parole e concetti per esprimere con più forza la fede. Va detto, però, che quando si entra nella storia del misticismo, si incorre in un rischio: dimenticare che ciò che muove quegli uomini e quelle donne è il desiderio di Cristo per arrivare a Dio. I mistici volano alto come aquiloni, ma un filo li lega a terra, alla comunità degli uomini e della chiesa. Se il filo si spezza o si taglia, l’aquilone si perde nell’azzurro del cielo oppure si schianta al suolo.

Marco Vannini, Dialettica della fede,
Le Lettere, Firenze, pagg. 154, € 16,50

Quelle note coraggiose suonate nei lager

gennaio 28, 2012

Giovanni Gavazzeni per “il Giornale

KZ potrebbe essere la sigla asettica di un’azienda o di un prodotto. È invece la sintesi di un lungo sostantivo tedesco che indica un luogo che ancor oggi sgomenta: Konzentrazionlager, campo di concentramento. Se a questa sigla aggiungiamo l’aggettivo Musik, ecco il titolo dell’Enciclopedia della musica composta nei campi di concentramento, un’immane opera di documentazione che un musicista e studioso di Barletta, Francesco Lotoro, ha effettuato in più di vent’anni di lavoro. Parte considerevole di questo patrimonio umano e musicale è stato inciso in 24 CD dall’etichetta Musikstrasse, corredato da brevi profili dei compositori e dei luoghi di internamento dove furono scritte. Si tratta di un corpus di oltre quattromila opere, scritte da musicisti di qualsiasi nazionalità, lungo un arco di tempo di dodici anni che va dall’apertura del campo di Dachau (1933) alla capitolazione del Giappone, nell’agosto del 1945.
Ebrei e cristiani, quaccheri e geovisti, comunisti e omosessuali, semplici prigionieri civili e militari hanno composto nei più svariati generi musicali durante la prigionia, spesso in condizioni estreme, vergando le note perfino sulla carta igienica. Più spesso i musicisti-deportati erano meticolosamente organizzati dagli stessi carcerieri. L’attività musicale, infatti, aveva un effetto distensivo sugli internati e, in alcuni casi i carcerieri, per esempio i tedeschi, non avrebbero mai rinunciato al piacere della musica. I campi nazisti pullulavano di orchestre: ad Auschwitz ben sei, fra i quali una tutta al femminile); mentre nell’altrettanto famigerato lager di Dachau ottantaquattro professori ebrei allietavano la domenica musicale non solo con composizioni scritte per l’occasione ma con una dieta a base di Mozart e Beethoven. E in barba ai divieti si suonava il jazz, che i gerarchi avevano bollato come massima espressione dell’arte negroide degenerata, ma che poi ascoltavano nelle loro feste private.
Un caso a se stante fu quello del campo di Theresienstadt, dove il regime nazista deportò il fiore della borghesia e dell’intellighenzia ebraica per mostrare al mondo una città «giudea» interamente indirizzata alla cultura. Lì vi furono internati compositori che sarebbero stati di primo piano come Erwin Schulhoff e Viktor Ullmann: la tubercolosi e la camera a gas di Auschwitz li strapparono dalla vita. Ad Auschwitz fra l’acre odore dei morti si faceva cabaret. Immaginare che in quella geografia del dolore che era il sistema di prigionia e sterminio nazista ci fosse sempre musica, è qualcosa che lascia basiti. Ma fa parte del mistero stesso dell’animo tedesco, in cui barbarie e cultura erano inscindibili. Lotoro ricorda una cantante ebrea livornese, Frida Misul, deportata ad Auschwitz, specializzata in parodie canore. Una guardia le spaccò i denti con il calcio del fucile, costringendola a cantare subito Mamma son tanto felice.
L’esplosione di creatività musicale nei campi di prigionia e sterminio era una reazione disperata: «Alla morte intellettuale l’uomo non si rassegna. Non c’è più distinzione di razza o di religione, davanti alla morte la musica diventa un testamento. È qualcosa che rimane, qualcosa che si lascia per non essere dimenticati», ci rammenta Lotoro. Se così non fosse non si comprende l’immenso lascito che questa straordinaria iniziativa storico-editoriale testimonia.

E la qualità delle musiche conta relativamente. Accanto al Quatuor pour la fin du temps che Oliver Messiaen scrisse nello stalag di Goerlitz ci sono musiche che difficilmente raggiungeranno quell’altezza, ma nondimeno sono vivi documenti di un dramma umano. Primo Levi a un ufficiale che gli aveva brutalmente strappato un pezzo di ghiaccio con cui placare la sete, chiese «Perché?». «Qui non c’è un perché». E ancora oggi non c’è. Ma quelle voci ora tornano dall’abisso.

L’altro carcere di Gramsci

gennaio 28, 2012

Antonio Gramsci

Nello Ajello per “la Repubblica”

Un romanzo storico e un romanzo a tesi. Sono i “generi” che s´intrecciano nel volume di Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci, appena uscito per Donzelli. Mai come questa volta spiegare un titolo non sarà superfluo. La trama storica percorre il destino toccato all´esponente sardo che nel 1928 il Tribunale speciale fascista condannò a vent´anni di reclusione (ne avrebbe scontati sei, ovvero otto se si calcola la fase d´arresto preventivo). Ecco, invece, la tesi. Secondo l´autore, alla pena inferta a Gramsci si sarebbe aggiunta, dopo la concessione della libertà condizionata, una condanna al silenzio. La decretò, a suo danno, il partito di cui egli era stato a capo. Fu un altro carcere, metaforico, di cui Gramsci avrebbe sofferto fino alla morte, nell´aprile del ´37 (con una postilla finale in cui si avanza la tesi di un quaderno, l´ultimo, scomparso).
È in questa seconda direzione che si sviluppa la ricerca di Lo Piparo, un filosofo del linguaggio che con Gramsci si è più volte misurato. Egli illustra ogni passo degli scritti gramsciani che sorreggono l´assunto. Il quale, agli occhi di chi abbia familiarità con la figura del leader sardo, risulterà meno provocatorio di quanto prometta. È infatti lontano il tempo in cui veniva data per scontata la concordia fra i testi gramsciani e le posizioni di quel Pci che lo avrebbe assunto a proprio nume tutelare.
Ben presto il carattere strumentale dell´operazione era emerso fra gli studiosi. Non a caso un certo sentore, se non di liberalismo, certo di socialdemocrazia emergeva dagli scritti gramsciani, anche se questi erano stati revisionati da Togliatti con l´aiuto di intellettuali di comprovata ortodossia comunista. Non a caso sia Benedetto Croce a proposito delle Lettere dal carcere, sia un suo seguace indocile come Luigi Russo, avevano espresso su Gramsci un giudizio quanto meno comprensivo. Basterà, d´altronde, scorrere la bibliografia che Lo Piparo include nel suo saggio per notare la presenza di studiosi che di Gramsci hanno posto in risalto l´eterogeneità rispetto alla liturgia staliniana. Vi si trovano, per esempio, Aldo Natoli, Carlo Muscetta, Paolo Spriano e Giuseppe Fiori. Di quest´ultimo aggiungerei all´elenco di Lo Piparo la monografia Gramsci Togliatti Stalin (Laterza, 1991), in cui viene documentato quel contrasto fra l´obbedienza di partito e il dovere della verità, che nell´autore dei Quaderni fu centrale.
Nelle pagine di I due carceri (sostantivo maschilizzato nel plurale con l´autorevole consenso di Tullio De Mauro) ciò che più conta non è la tesi generale, quanto l´insieme dei personaggi. Soprattutto due: Tania, la cognata di Gramsci, e Piero Sraffa. Essi rappresentano la metà d´un quadrilatero che presiede al passaggio di impressioni, invocazioni ed ukase fra “dentro” e “fuori” il luogo di pena. I terminali del tragitto sono Gramsci e Togliatti. Tania, che può avvicinare il prigioniero e forse prova amore per lui, ne trasferisce i messaggi a Sraffa, che li trascrive per Togliatti a Mosca. La stessa trafila funziona in direzione inversa.
Le censure, sia fascista sia bolscevica, trasformano le lettere, rendendole, a tratti, esemplari nell´arte del dire e non dire. Sraffa, intellettuale raffinato, amico di Togliatti ma vigile nei rapporti con il vertice sovietico e apparentemente opaco quanto a ideologia (sarà «un comunista coperto»?), rappresenta la parte più ardua del rebus. Tania è un interrogativo in forma di donna. Della sua «vita privata», scrive Lo Piparo, «si sa pressoché niente», se non che è «la meno comunista delle sorelle Schucht» (meno di Giulia, la moglie di Antonio, donna dalla psiche delicata, legata come le sue sorelle ai servizi segreti sovietici. Meno ancora si sa di Eugenia, considerata una “bolscevica” integrale). Trascritte e commentate da Lo Piparo, molte delle lettere di Gramsci, pur sottoposte a quegli arrischiati tragitti, conservano un fascino inquieto.
Non sapremmo, costretti alla brevità, quali scegliere tra le missive. In quella datata 27 febbraio 1933, Lo Piparo mette in rilievo la dichiarazione, da parte del prigioniero, della «propria estraneità, filosofica anzitutto, al comunismo»: e infatti sarà espunta da Togliatti nell´edizione del ´47 delle Lettere dal carcere. Ce n´è una del 14 novembre 1932 in cui il prigioniero comunica la sua decisione di divorziare da Giulia, madre dei suoi figli. Segna il massimo dell´emotività epistolare, esprimendo il doppio ruolo interpretato da quella donna nell´animo del recluso: è sua moglie ma, nota Lo Piparo, «è la Russia sovietica».
L´eco di un´altra lettera aleggia nel libro. La scrisse nel 1928, durante il processo Gramsci, l´alto esponente comunista Ruggero Grieco. Indirizzata a Mosca, dove risiedeva Togliatti, e poi spedita a Gramsci nel carcere di San Vittore, s´intrattiene sui casi del comunismo nel mondo. All´intellettuale sardo non sfugge però di essere lui il protagonista di quei fogli. Vi si sottolinea il ruolo centrale che egli ha svolto nel Pci. Il giudice istruttore del processo non mancherà infatti di osservare: «Onorevole, lei ha degli amici i quali certamente desiderano che rimanga un pezzo in galera». Un «atto deplorevolissimo» Gramsci avrebbe sempre giudicato la lettera di Grieco.
Nel complesso, quella tracciata da Lo Piparo è la parabola di un comunista a sé stante, di cui il partito volle reprimere ansie e anticonformismi. Il trattamento a lui riservato dopo la morte, con l´edizione revisionata dei suoi trentatré Quaderni (in una lunga postilla finale del volume emerge la possibile esistenza di un quaderno poi scomparso, il trentaquattresimo: per mano di chi?) resta un promemoria della perfidia di Togliatti. Quegli scritti – così si sarebbe espresso il segretario del Pci il 25 aprile 1941 – «possono essere utilizzati solo dopo un´accurata elaborazione»: solo così il partito li darà alle stampe. Dopo non essersi troppo adoperato per liberare il suo ex-segretario dalle carceri fasciste, il Pci decise in ritardo di ricordarsi di lui onorandone la memoria. Ma l´interpretazione di Lo Piparo è, a questo riguardo, molto netta: un Gramsci libero, in era fascista, non avrebbe avuto lunga vita: «Un plotone di esecuzione o un attentato erano a portata di mano». Su questa linea è la conclusione dell´autore dei Due carceri di Gramsci: proprio perché opportunista, Togliatti salvò Gramsci. Al che non si sa bene che cosa replicare. A volte, in tempi politicamente atroci, c´è più verità in un paradosso che in cento professioni di fede.

Diritti Globali

Quei “compagni” alla corte di Goebbels

gennaio 28, 2012

Stenio Solinas per “il Giornale

È un libro strano e bello L’albero del mondo di Mauro Mazza (Fazi, pagg. 158, euro 16). Saggio e romanzo, è una riflessione storica sulla generazione che, per chi come l’autore e chi scrive ha superato i cinquant’anni, fu quella dei padri, e tuttavia anche un esame di coscienza per la propria, da quei padri segnata, certo, e però alla ricerca di una propria via individuale che nel rispetto e, se il caso, nel disprezzo per ciò che è stato, permetta una volta per tutte l’uscita dal tunnel delle ideologie novecentesche che così duramente segnarono quel secolo.

Il sottotitolo recita Weimar, ottobre 1942, ovvero l’autunno del disincanto per molti degli intellettuali fascisti chiamati a discutere nella cittadina tedesca sullo stato della cultura e dell’Europa, ovvero sul proprio «domani», vincitori o vinti. Dopo le conquiste sfolgoranti dei primi anni, la guerra aveva preso un’altra piega: erano scesi in campo gli Usa, la Wehrmacht si era trovata bloccata a Stalingrado, l’Italia si era rivelata l’anello di latta di un patto d’acciaio non più tale. Che fare? Come comportarsi? A chi credere? Fra gli scrittori italiani presenti a Weimar, Mazza focalizza l’interesse sulla «promessa» Giaime Pintor, germanista di valore a dispetto della giovane età (era poco più che ventenne), e sul più «anziano» Elio Vttorini, trentenne, romanziere, polemista, traduttore.

Gli altri, i Falqui, i Baldini, i Cecchi, appartengono in fondo, per gusti, abitudini, temperamenti, stili di vita, al vecchio mondo liberale che vent’anni prima il fascismo aveva politicamente spazzato via. Sono professori, studiosi di tutto rispetto, ma tutti più o meno conservatori, più o meno reazionari, più o meno codini, più o meno apolitici. Stanno sì con il Regime, ma l’impressione è che starebbero con qualsiasi regime purché venisse loro concesso di zappare il proprio orticello letterario non dando fastidio a nessuno.

Pintor e Vittorini sono generazionalmente un’altra cosa e Mazza lo racconta bene, con un intelligente uso di pubblico e privato: sentimenti e delusioni sentimentali, dichiarazioni di principio e infatuazioni letterarie. Sono nati con il fascismo e nel fascismo e se Elio, allora ragazzino, ha sognato nel ’22 di sfilare con le camicie nere, l’adolescente Giaime si è arruolato per combattere quella Seconda guerra mondiale che in patria viene presentata come uno scontro di civiltà, nazioni giovani contro nazioni vecchie, il sangue contro l’oro…

Quando un giorno ci si deciderà a fare sul serio la storia intellettuale del Ventennio, un capitolo spetterà a chi diede al fascismo molto più di quanto in cambio ricevette, e che dal fascismo si distaccò non tanto nel nome di un generico o convinto dissenso ideologico, ma più semplicemente perché si accorse che il vero «fascismo» era il loro e non quello di un regime codificatosi in una recita dove la gerarchia era una posa, la fantasia un’illusione, l’anticonformismo una colpa.

I Malaparte, i Longanesi, i Berto Ricci, i giovanissimi dei tempi della marcia su Roma come i teorici della cosiddetta «seconda ondata» rivoluzionaria, a lungo si ostinarono a pensare che i loro sforzi intellettuali, libri, riviste, convegni, polemiche, potessero contribuire a fare dell’intuizione di un singolo individuo un patrimonio nazionale. Gli rimase invece fra le mani il combinato disposto di un sistema che sempre meno tollerava la discussione, che sempre più premiava l’acquiescenza, di una dottrina che per codificarsi annullava qualsiasi eresia feconda e si accontentava di una sterile ripetizione.

La guerra si incaricò di mostrare fino a che punto una ventennale costruzione fosse stata rosa dal suo interno, lasciandola apparentemente intatta, ma in realtà priva di senso e significato. Prima e più di tutto, il loro distacco e poi il rifiuto furono il frutto di una delusione. Un anno dopo Weimar, Pintor saltò su una mina mentre faceva da ufficiale di collegamento per conto degli Alleati. Quanto a Vittorini, entrerà nella Resistenza, scriverà il suo più brutto romanzo, Uomini e no, e nel dopoguerra andrà a sbattere contro l’ortodossia comunista. «Credeva fossimo liberali, e invece, guarda un po’, eravamo solo comunisti» ironizzerà Togliatti…
Nel libro Mazza racconta il momento dell’incertezza, quando non si crede più, ma non si sa ancora in cos’altro credere e se sia ancora possibile credere… «Nulla è più difficile che crescere» fa dire al Pintor traduttore di L’infanzia del cuore di René Podbielski.

Occorre di nuovo «aderire alle cose», come il fascista francese Drieu La Rochelle, un altro dei relatori di Weimar, ama ripetere. Bisogna dare un senso, non limitarsi ad accettare ciò che viene. Mescolando testi, diari, lettere, articoli, forzando la cronologia, prestando ai suoi protagonisti pensieri e considerazioni plausibili perché frutto delle riflessioni di un autore che quel clima e quel modo di essere conosce bene, Mazza traccia le coordinate di un mondo in declino, fra dubbi, tormenti e illusioni, il cuore dell’Europa un attimo prima della resa dei conti.

Una citazione di Goebbels, «noi passeremo alla storia come i più grandi uomini di Stato di tutti i tempi o come i più grandi criminali», spiega meglio di un libro di storia Hitler, i Campi, il Bunker e una Germania rasa al suolo. Le stesse speculazioni sulla scomparsa di Ettore Majorana, rivale di Fermi affascinato dalla «necessità storica» del nazismo, che Mazza racconta con felicità espressiva unita al talento del cronista di razza, rimandano a un’epoca fluida, dove non c’è il senno di poi a spiegare le ragioni e i torti, il bene e il male.

Lavorando sui destini intrecciati di due fra i più brillanti intellettuali italiani dell’epoca e del più implacabile ministro del Reich, Mazza compie una ricognizione che va dritta al problema: il rapporto fra la cultura e il potere politico, l’idealismo e il realismo che si contrappongono, la sudditanza della prima nel suo allearsi con la seconda, il compito e il ruolo stesso dello scrittore.

A un Goebbels che chiede una letteratura d’evasione «per le donne sole in casa e per i soldati al fronte», Vittorini replicherà che «una pagina può illuminare il senso di un’epoca» e che il non scriverla, ovvero l’accettare quell’invito, fa diventare «complici di questa immane catastrofe»… Anni dopo, a un Togliatti che chiede una letteratura marxisticamente impegnata, replicherà che non ci sta «a suonare il piffero per la rivoluzione». Fra impegno e disimpegno resta lo spazio accidentato, fragile e ambiguo della libertà di pensiero, ma non sempre basta la letteratura per salvarsi l’anima.

Quando non c’era memoria ma solo trauma

gennaio 27, 2012

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Controfigure è una raccolta di racconti di Jadwiga Maurer — a cura di Laura Quercioli Mincer (Firenze, Giuntina, 2011, pagine 213, euro 14) — una scrittrice polacca che vive negli Stati Uniti e scrive in polacco, ignota ai lettori italiani perché di lei era stato finora tradotto solo un racconto.

Jadwiga nasce in Polonia, a Kielce, nel 1932, in una famiglia di intellettuali ebrei al tempo stesso molto vicini al mondo della cultura ebraica e molto identificati con la patria polacca. La sua famiglia riesce a sfuggire alla sorte che le è riservata attraverso l’uso di «documenti ariani» e, come suggerisce la curatrice del libro, anche grazie «a una rimozione quasi totale del proprio passato, all’assunzione di biografie e fedi religiose posticce».

Dopo aver passato un anno a Kasimierz, il quartiere ebraico di Cracovia già sgombrato dei suoi ebrei, nel 1944 la famiglia Maurer cerca di trovare rifugio in Ungheria, con l’aiuto dell’organizzazione clandestina Zegota. Bloccati dagli eventi in Slovacchia, riescono a nascondervisi, e Jadwiga riesce anche a frequentare la scuola in un convento di monache francescane.

Di lì, alla fine della guerra, i Maurer si trasferiscono a Monaco di Baviera. La scelta, anche se potrebbe sembrare strana, aveva una sua logica: la Polonia era assai ostile agli ebrei, tanto che nella stessa città natale di Jadwiga, Kielce, ci fu nel 1946 un sanguinoso pogrom a opera dei polacchi. Invece Monaco, nella Germania occupata dagli americani, era un luogo dove nell’immediato dopoguerra i pochi ebrei che vi si stabilirono potevano usufruire degli aiuti dell’Unrra (l’organizzazione umanitaria internazionale che si occupava degli aiuti ai profughi) e condurre una vita con una parvenza di normalità, in attesa di emigrare in Palestina o negli Stati Uniti.

I racconti sono ambientati nel convento slovacco, a Monaco, e negli Stati Uniti, dove l’autrice finisce per trasferirsi e dove insegnerà letteratura polacca in varie università. L’ambientazione, pur così legata alla sua autobiografia, non ne fa tuttavia dei testi autobiografici, ci tiene a sottolineare l’autrice. Certo, l’io narrante, nella forma prima della bambina poi della giovane studentessa, è talmente forte e caratterizzato da dare l’idea di un percorso autobiografico. Il personaggio è complesso, ironico e autoironico, profondo e distaccato, intimamente segnato dall’esperienza passata, dal nascondimento e dalla Shoah, anche se tutto ciò è espresso in un linguaggio asciutto e antiretorico, mai lamentoso.

Molte storie, molti personaggi suscitano la nostra attenzione, destano la nostra curiosità. Bellissimi i racconti sulla vita della protagonista a Monaco. In La doppia vita, la sua giornata è divisa fra la frequentazione del gruppo di giovani della mensa, ebrei per lo più polacchi, reduci dai campi, con il numero tatuato sull’avambraccio, e quella dei tedeschi suoi compagni d’università.

Destinato in quel contesto al fallimento è il tentativo di mescolare i mondi, sollecitato da un professore che vuole dedicarsi al dialogo con gli ebrei, e spera che la giovane studentessa ebrea possa farsene tramite: due studenti tedeschi, con cui la protagonista passa lunghe ore a discutere di letteratura e di filosofia, saranno invitati a un ballo dei profughi. Ma nulla ne verrà fuori, ovviamente. La sensazione è quella di una sorta di vita sospesa, sia per la protagonista che per i profughi: «Il tempo riposava, si era acquattato chissà dove, era irraggiungibile. Sembrava che si fosse esaurito insieme alla guerra e alla catastrofe, e che non fosse più responsabile per il suo scorrere. Si era inceppato, punto e basta. Cominciai a pensare che il tempo avrei dovuto spingerlo io». La sua sensazione è che i sopravvissuti abbiano oltrepassato una soglia, che la morte non possa più coglierli.

L’identificazione con la Polonia è un tema dominante del percorso della protagonista, un amore per la patria polacca di cui si sentiva parte fin da bambina e di cui continua a sentirsi parte anche negli Stati Uniti. La Polonia dei pogrom del 1945 è ormai diventata quella dell’antisemitismo dello Stato comunista. E quando un professore antisemita giunge all’università inviato dalla Repubblica Popolare Polacca, la protagonista si domanda chi sia, quale sia la sua origine, dal momento che è anche lui passato da un convento. Era, probabilmente, un altro orfano ebreo, che la sorte aveva avviato a un percorso diverso dal loro.

Molto belli anche i racconti ambientati nel convento slovacco in cui la protagonista bambina è accolta e in cui si immedesima nel mondo in cui si trova tanto da proporsi di diventare santa. Prega, legge libri di devozione, fino a capire che non vi riuscirà. La fine della guerra la proietterà nuovamente nel suo mondo.

Nelle pagine di questi racconti sfilano personaggi diversi, tutti un po’ sospesi, in quel dopoguerra in cui il destino di quanti tornano dal campo è ancora segnato non dalla memoria, che ancora non c’è che a sprazzi, ma dal trauma. E in cui gli altri stessi, i non ebrei, si muovono nel migliore dei casi un po’ a vuoto tra la buona volontà e l’incapacità di esprimerla. Un angolo visuale, quello del “dopo”, non troppo utilizzato nella letteratura sulla Shoah, ma che si rivela qui utile anche alla comprensione del “prima”. Quel prima che resta sullo sfondo, nel rumore, che la protagonista ode quotidianamente dal suo convento in Slovacchia, dei treni piombati che nel 1944 portavano gli ebrei ungheresi ad Auschwitz.

I Segreti del Gattopardo

gennaio 26, 2012

Quel distacco dal Fascismo nella rilettura dell’opera  Un saggio di Nigro sul capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Con interpretazione e documenti inediti. Secondo il critico il romanzo va messo insieme al racconto “La Sirena”

Francesco Erbani per “il Manifesto”

«Se vogliamo che tutto rimanga com´è, bisogna che tutto cambi», dice Tancredi allo zio Fabrizio, principe di Salina. La frase rimbalza nella memoria del Gattopardo. E poi, chiuso il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ancora e ancora tante altre volte, fino a diventare la leggendaria etichetta che ogni cosa dovrebbe contenere di quel libro – uno dei più clamorosi successi del Novecento, tradotto in tutto il mondo e portato al cinema e alla Palma d´oro di Cannes da Luchino Visconti. Salvatore Silvano Nigro, professore di Letteratura a Milano, quella frase l´ha però bandita nel suo Il Principe fulvo (Sellerio, pagg. 151, euro 13), un volume che propone del Gattopardo una lettura affatto diversa: «Quella frase oscura il romanzo da cinquant´anni», dice Nigro nel suo siciliano rotondo. «E anche il film di Visconti ha contribuito». Nigro – catanese, ha insegnato alla Normale di Pisa, si è occupato di Quattrocento, Cinquecento, di letteratura comica e poi di Manzoni, fino a Soldati, Bufalino, Consolo e Camilleri – utilizza lettere inedite, tira fuori dal Gattopardo tante immagini, tanti dettagli e tanti simboli «incredibilmente trascurati», tanti rimandi ad altri autori, ad altre vicende, un fiume che si ingrossa attingendo al mondo antico, all´universo mitologico. Un repertorio spesso intravisto in Tomasi di Lampedusa, ma poco indagato.

Nigro individua, per esempio, una rete di sotterranei riferimenti al fascismo, piccole tracce seminate non casualmente da Tomasi, il quale, ardente ammiratore di Mussolini, cambia radicalmente opinione dal 1938. E ricava infine l´idea di «un romanzo più fantastico che storico, persino allegorico, letterariamente densissimo che sta stretto in un´interpretazione tutta antirisorgimentale. Insieme a quell´altra di tipo aneddotico, condizionata dalla sorprendente figura del suo autore, il nobile siciliano vissuto appartato e poi, assurto da morto a gloria letteraria, diventato un personaggio sezionato in ogni aspetto, i palazzi di famiglia, la moglie psicanalista estone…». E a riprova di una memoria letteraria che produce nel romanzo forti suggestioni, Nigro cita un documento. Prima di Visconti, anche Mario Soldati lavorò a un film sul Gattopardo. Non ne fece nulla, troppo estranea la Sicilia di Tomasi, ma resta la copia sulla quale lo scrittore di America primo amore annotava le sue impressioni: Proust, Proust e ancora Proust.
Nigro porta con sé da anni quest´altro Gattopardo. Ne aveva parlato con Elvira Sellerio poco prima che lei morisse. Un romanzo fantastico e allegorico, dunque. Il principe di Salina «è una monumentale statua vivente e le statue che camminano sono un elemento dei romanzi fantastici», spiega. Egli è alto oltremisura, ha i capelli fulvi come un leone. In un´occasione compare nudo agli occhi verecondi di Padre Pirrone, il prete di famiglia. E Tomasi lo assimila a Ercole, ma non all´eroe mitologico, bensì all´Ercole Farnese, la gigantesca scultura classica entrata a fine Settecento nella collezione dei Borbone e diventata l´emblema della casa regnante. Mentre Ferdinando IV è ospite proprio dei principi di Lampedusa fra la rivoluzione giacobina (1799) e il regno murattiano (1808-1815), una copia dell´Ercole Farnese, segnala Nigro, è sistemata a Palermo nel Parco della Favorita. E nel Palazzo dei Normanni, residenza dei sovrani, viene affrescata la Sala d´Ercole.
Il principe di Salina, si è sempre detto, è un uomo ancien régime che si adatta al nuovo perché la sua classe sociale, agonizzante e impoverita, non sia spazzata via. Il principe di Salina raccontato da Nigro raccoglie in sé «i connotati simbolici e i riferimenti allegorici della defunta regalità borbonica». Lui è un borbonico disilluso, intanto dall´imbecillità degli ultimi sovrani. A loro resta legato, non per affetto, «ma per i vincoli di decenza». E all´arrivo di Garibaldi, indossata l´armatura di pietra, si avvia verso la fine.
La ricca sfumatura di simboli che avvolge don Fabrizio svanisce in una lettura che fa del Gattopardo il manifesto di un antirisorgimento aristocratico e sudista. Si perdono i riferimenti al gusto barocco del principe contro quello neoclassico della borghesia vincente. Si perdono le citazioni dantesche (la scena che chiude il romanzo, per esempio, in cui rivive l´episodio di Vanni Fucci). Evapora il corredo mitologico, laico, lucreziano che scorta don Fabrizio verso la morte. E poi che cos´è la morte se non una forma di beatitudine? Il Gattopardo, suggerisce Nigro, va letto insieme al racconto di Tomasi La sirena, in cui si immagina che un vecchio professore siciliano, navigando fra Palermo e Napoli, si faccia sedurre, appunto, da una sirena che lo trascina nei fondali garantendogli una eternità voluttuosa. Fra le fonti di questo racconto, oltre a tanta letteratura greca, Nigro colloca The Sea Lady di Herbert George Wells (le cui opere, d´altronde, figurano nella biblioteca del vecchio professore). Una misteriosa donna, bella, con i guanti di camoscio, compare anche alla stazione, dove il principe sbarca ormai consapevole che la malattia gli lascia poche ore di vita. È una Venere in abiti mondani, la stessa sirena del professore, questa la tesi di Nigro, che traduce in piacere gli spasimi della morte.
Sulla fine del principe si affollano i simboli, insiste Nigro. Eppure è sfuggito che il posto in cui Tomasi fa morire don Fabrizio, l´albergo Trinacria a Palermo, «è letterariamente e ideologicamente connotato»: qui Federico De Roberto e Giuseppe Cesare Abba collocano uno dei luoghi dell´epopea garibaldina. E Tomasi non può non saperlo.
Si diceva dei riferimenti al fascismo. Orribile è la lettera del 1925 (pubblicata in Viaggio in Europa) in cui il trentenne Tomasi annota come la “strigliata” a Giovanni Amendola lo riempia di “delicata voluttà” (per quelle bastonature Amendola sarebbe morto l´anno successivo). La scena cambia nel 1938. Nigro documenta, sulla base dell´epistolario fra Tomasi e la moglie, quanto il principe di Lampedusa si sia speso per una coppia di ebrei tedeschi rifugiati a Palermo e poi riparati a Barcellona dopo le leggi razziali. Il rovesciamento di opinioni trova spazio anche nel Gattopardo. Nigro segnala le allusioni del colonnello piemontese, nella celebre scena del ballo, alle camicie di altro colore che verranno dopo quelle rosse garibaldine. E poi le “baracconate di gale e pennacchi”, le parate di “formiche incolonnate”. Ma un particolare davvero sorprende. «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni, quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene», dice don Fabrizio. Calogero Sedàra, certo, il furbo sindaco di Donnafugata, padre di Angelica. Ma anche altro. Forzando la cronologia del romanzo, Tomasi colloca la morte del principe alla fine di luglio del 1883. Per quale motivo, visto che la morte del bisnonno, che è il modello del suo personaggio, avviene nel 1885? Il 29 luglio del 1883 nasce a Predappio, Benito Mussolini. I Gattopardi e poi gli sciacalli e le iene. «La coincidenza porta fuori dagli argini del romanzo», commenta Nigro. «È messa in sordina, come un sussurro cancellato dal fragore della fine. Non è nell´ordine della storia, la coincidenza, ma dell´allegoria».

Diritti Globali

Choc in Germania, a un giorno dal ricordo della Shoah pubblicate parti del Mein Kampf

gennaio 26, 2012

L’iniziativa dell’editore inglese Peter McGee arriva un giorno dalla giornata delle memoria. Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno in Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45

Leonardo Martinelli per “Il Fatto

Ci siamo quasi: il 27 gennaio, il giorno della memoria. Il ricordo della Shoah: per non dimenticare. Ebbene, domani, proprio il giorno che lo precede (strana coincidenza), sarà pubblicata in Germania, per la prima volta dal Dopoguerra, una serie di brani di Mein Kampf, la «bibbia» hitleriana (ai tempi l’edizione del libro aveva lo stesso formato del testo sacro). L’iniziativa, criticatissima, è dell’editore inglesePeter McGee. Ma il dibattito sul progetto, che rompe un tabù in terra teutonica, si estende anche a una scadenza non così lontana. E che riguarda il mondo intero: dal 2016 Mein Kampfsarà libero di diritti. Potrà essere utilizzato liberamente nell’era di Internet. Come procedere? Imporre solo edizioni critiche e ampiamente commentate? Introdurre limiti e autorizzazioni?

Polemiche in Germania: giusto pubblicarlo? Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno su Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45, riproposta a destinazione di ricercatori e storici. Una rivista di nicchia, ma che questa volta esce con oltre 100mila copie. McGee, l’editore, ha detto di voler mostrare che, «dietro alla bibbia diabolica, che in realtà nessuno ha letto, si nasconde un’opera di infima qualità e confusa». Da parte sua il Land della Baviera, che detiene i diritti d’autore su Mein Kampf e che ne ha sempre impedito la pubblicazione, pure di stralci, in Germania, starebbe per procedere per vie legali contro McGee.

«La mia battaglia»? Un vero best-seller – Non è, comunque, per niente sicuro che, almeno fuori dai confini tedeschi, il libro-manifesto di Hitler sia così sconosciuto. Mentre il Fuhrer era ancora vivo, del suo libro (scritto fra il 1924 e il ’25) si vendettero più di dieci milioni di copie, soprattutto in Germania e a partire dal 1933, dopo l’ascesa al potere di Hitler. Che rinunciò al suo stipendio di cancelliere, potendo vivere agiatamente con i diritti intascati grazie a «La mia battaglia». Ma il successo del libro è continuato a livello mondiale anche dopo: secondo lo storico Ian Kershaw, ne sono stati venduti almeno 70 milioni di esemplari, in sedici lingue, dalla caduta del nazismo. E per Bernard Bruneteau, professore di scienze politiche all’università di Rennes, ci sarebbe un rinnovato interesse da una ventina d’anni. «Nel libro si trattano temi come lo schock fra le civiltà e i conflitti etnici – ha sottolineato al settimanale francese Le Point -: i fantasmi di questo tipo, con il ritorno degli estremismi in Europa e le tensioni nel Medio Oriente, hanno favorito un nuovo interesse nei confronti di Mein Kampf».

Le regole di pubblicazione nel mondo in realtà variano da Paese a Paese. In Francia è autorizzata dal 1979, ma per fini storici e con una premessa esplicativa obbligatoria. In Olanda la vendita è illegale, ma non il possesso. Entrambi, invece, sono proibiti in Austria e in Israele. Il libro è liberamente venduto nel Regno Unito e negli Usa. In Italia, nel Dopoguerra, Mein Kampf è stato a lungo stampato solo dalla Kaos, mentre nel 2009 le Edizioni di Ar (di Franco Freda) lo hanno ripubblicato, commentato da Giorgio Galli. La prima edizione risale al 1934, quando la Bompiani pubblicò il testo su pressioni di Mussolini. Hitler, in un passaggio, portava ad esempio l’anti-bolscevismo del Duce. Che più tardi definì il libro «un mattone leggibile solo dalle persone più colte e intelligenti».

La scadenza del 2016: cosa fare di Mein Kampf? Al di là delle polemiche a Berlino per l’iniziativa dell’editore Peter McGee, resta un altro problema, la fine del copyright il 31 dicembre 2015, a 70 anni dalla morte dell’autore. Il testo diventerà di domino pubblico. A Parigi l’associazione Initiative de prévention de la haine chiede che si imponga, in Francia e, se possibile, anche altrove, una segnaletica particolare per il libro e l’obbligo che sia utilizzato solo se commentato e inserito nel suo contesto. Pure lo storico Marc Ferro ha sottolineato che «pubblicarlo liberamente, senza denunciarne i crimini che lì vengono istigati e senza riferimenti storici, sarebbe imprudente e molto pericoloso». In Mein Kampf Hitler polemizza, fra le altre cose, con il parlamentarismo e giustifica l’antisemitismo. Per lo studioso Bruneteau, però, «la lettura del testo mostra che Hitler è un uomo del Novecento e che il suo pensiero è estremamente datato. Timori eccessivi riguardo a Mein Kampf significherebbero sottostimare la maturità dei cittadini».

Delumeau: il paradiso sono gli altri

gennaio 26, 2012

Jean Delumeau, da “Avvenire

Paesi cristiani, una tendenza giunta dalle profondità della sensibilità ha cercato, soprattutto a partire dal XVIII secolo, di valorizzare il ricongiungimento nell’aldilà con coloro che abbiamo amato sulla terra. Questo desiderio continua ad abitarci. Anche se ormai ci mancano le immagini per dire il paradiso, è confortante situare gli esseri umani, e in particolare quelli a cui eravamo affezionati, nella vicinanza luminosa e rassicurante di un Dio d’amore. Mi pare così che esista un incontro felice fra l’essenza del discorso cristiano e una richiesta fondamentale dei nostri contemporanei. Infatti il cristianesimo ha sempre contrapposto alle incomprensioni e ai conflitti di quaggiù la speranza di un avvenire d’amore e trasparenza reciproci. Un’edizione tarda (Lovanio 1589) dell’Art de bien vivre et de bien mourir promette che gli eletti saranno «nell’invincibile letizia», non solamente «per il possesso del divino diletto», ma anche «per l’amore che avranno gli uni per gli altri; saranno uniti eternamente al loro Dio e fra sé». L’Introduzione alla vita devota di san Francesco di Sales assicura analogamente che gli eletti «perpetuamente cantano il cantico dolce dell’amore eterno: perpetuamente godono d’una costante allegrezza; si donano scambievolmente indicibili contentezze, e vivono nella consolazione d’una felice e indissolubile comunanza di vita».

Ecco la socievolezza e la comunicazione paradisiache alle quali aspira una civiltà che, come la nostra, rischia di diventare una somma di solitudini. Questa speranza si contrappone alla cupa affermazione di Jean-Paul Sartre: «L’inferno sono gli altri». All’obiezione: «Si possono conciliare visione beatifica e convivialità paradisiaca?», furono date parecchie risposte concordanti e affermative nel corso della storia cristiana. Beda il Venerabile scrisse: «I beati, oltre a riconoscere coloro che hanno conosciuto in questo mondo, riconoscono anche, come se li avessero visti e conosciuti, i buoni che non videro mai. Infatti, cosa possono ignorare in cielo, poiché tutti vi vedono in una piena luce il Dio che sa tutto?». San Bernardo confermò: «I beati sono uniti fra sé da una carità tanto più grande in quanto loro stessi sono più vicini alla carità di Dio». È ancora più esplicito il gesuita del XVII secolo Drexel nella sua Tavola delle gioie del paradiso. Trattando «di questa dolce compagnia e di questa buona intelligenza dei beati», esclama: «Com’è cosa dolce e deliziosa veder dimorare insieme fratelli che vanno d’accordo, perché è questo l’ordinario in cui Dio, che è Dio d’amore e di pace, fa piovere abbondantemente le benedizioni e i favori della vita eterna. […] Ogni beato andrà partecipando alla felicità di tutti, e tutti andranno godendo della felicità di uno solo, come se fosse la propria felicità. [In paradiso] tutti possono dire di ogni individuo: è un altro me stesso; cosicché ciascuno è così lieto della felicità del suo compagno come della propria». Nonostante queste citazioni, solo in data relativamente recente il cristianesimo ha posto in piena luce la «dimensione sociale» dell’aldilà, liberandoci da una «visione di un mondo futuro in cui tutti gli individui sarebbero in qualche modo giustapposti». Mi pare che due opere in particolare abbiano favorito la presa di coscienza di questa «dimensione sociale»: quella del domenicano Casto Innocente Ansaldi, Della Speranza e della consolazione di rivedere i cari nostri nell’altera vita (1772) e quella del gesuita François-René Blot, Au ciel, on se reconnait (1863), la seconda delle quali si basa sulla prima. Fatto significativo: il libro di Blot fu un best-seller e la Biblioteca Nazionale Francese ne conserva una ventina di esemplari che testimoniano riedizioni successive. Queste due opere permettono di stabilire un legame pedagogico fra il tema della socievolezza paradisiaca e quello del rincontrarsi privilegiato nell’aldilà con gli esseri cari di quaggiù. Ansaldi scrisse, certamente, che la visione beatifica costituisce «la più grande, la più nobile e la più sublime speranza cristiana». Ma tutto il suo libro, annuncia nell’introduzione, tenderà a mostrare che «la consolazione di rivedere gli esseri cari in cielo non sarà una distrazione dal godimento del Sommo Bene. […] Al contrario, la speranza di poter essere riuniti in cielo a coloro che ci erano più cari sulla terra deve essere un’occasione, un incitamento e una scala per nutrire il nostro desiderio di vedere Dio e di esseri uniti a lui».

Quanto al vescovo che scrisse la prefazione al libro di Blot, consapevole che occorre far capire la dimensione sociale dell’aldilà, forse insufficientemente affermata fino ad allora, egli afferma: «Se i beati non si riconoscessero vicendevolmente, che idea ci si potrebbe fare della felicità del cielo? Bisognerebbe necessariamente immaginarsi una moltitudine di esseri isolati gli uni dagli altri, senza azione né rapporti reciproci, immobili, assorti in una contemplazione immutabile, e in qualche modo materializzati; ma il loro insieme non formerebbe più né una compagnia di amici, né la famiglia spirituale, né la città di Dio. […] Il cielo diventerebbe[…] una specie di carcere diviso in celle in cui le anime, avvinte dalla felicità essenziale della visione beatifica, non saprebbero affatto ciò che avviene attorno ad esse e vivrebbero in una sorta di isolamento senza ragione». Affermazioni sorprendenti che sarebbero piaciute a Teresa di Lisieux, e in sintonia con la sensibilità moderna. Alla speranza di una perfetta comunicazione fra gli abitanti della città celeste si aggiunge oggi, in coloro che rifiutano il nichilismo escatologico, la convinzione che coloro che abbiamo amato restano vicini a noi dopo la morte. Storia e antropologia si incontrano qui.

Cavallari, primo giornalista a intervistare un Papa

gennaio 25, 2012

Alberto Cavallari

Fece conoscere i tormenti di Paolo VI e salvò il Corriere dallo scandalo P2. Raccolti in volume i suoi articoli

Alberto Papuzzi per “La Stampa

Sabato 20 giugno 1981 il Corriere della Sera si apriva con un editoriale che cominciava così: «Assumo la direzione del Corriere in una fase tempestosa della sua lunga storia. Il direttore uscente, due redattori, un collaboratore sono stati coinvolti nell’affare P2. Gli azionisti del Gruppo Editoriale che ci pubblica hanno gli stessi problemi e attraversano note difficoltà. Mi faccio quindi carico di pesanti responsabilità, dentro una crisi che non va nascosta, che non voglio nascondere…». Firmato: Alberto Cavallari, corrispondente da Parigi. Era stato il Presidente Pertini a chiedere al giornalista di prendere in mano la testata in nome della questione morale: «Lei ci deve andare. Ci vuole un galantuomo».

La direzione Cavallari durò tre anni esatti, fra i peggiori che si siano vissuti in un giornale italiano. L’editore Angelo Rizzoli e l’ad Bruno Tassan Din saranno arrestati; l’azionista Roberto Calvi finirà impiccato sotto un ponte londinese. I bilanci vanno a rotoli, mancano la carta e l’inchiostro, si perdono copie, si licenziano tipografi, si proclamano scioperi. Sotto Natale il nuovo direttore non esita a presentarsi alle banche per ottenere sulla parola i soldi per pagare le tredicesime. Subisce pressioni politiche inaudite, il Psi di Craxi lo accusa di filocomunismo. La redazione è spaccata. Il tutto nel clima livido del terrorismo, che nel 1980 aveva visto l’inviato Walter Tobagi assassinato da Prima Linea.

Ma alla fine il giornale si salva e Cavallari può scrivere (in «Commiato», 17 giugno 1984): «Ho fatto il mio dovere fino all’ultimo». Senza dubbio è l’episodio più significativo nella carriera di un grande giornalista, la cui figura riemerge grazie a una raccolta dei suoi articoli che va ora in libreria: La forza di Sisifo (ed. Aragno, pp. 258, 15), a cura di Marzio Breda, anch’egli del Corriere . Ma che tipo di giornalista e di intellettuale era Alberto Cavallari? Perché merita di essere riletto?

Nella storia della stampa italiana moderna c’è stata una stagione d’oro dei quotidiani, da metà anni 50 a metà anni 60. La concorrenza televisiva era debole, come notiziario e come consumo, né aveva preso piede il mix di notizie e intrattenimento che chiamiamo entertainment . Le élite borghesi continuavano a richiedere un’informazione di qualità, mentre una modernizzazione arrivava da novità come Il Giorno e dai «settimanali maschili»: Il Mondo , L’Europeo , L’Espresso , Panorama .

In questo contesto si formò una nuova generazione di giornalisti, affacciatisi alla professione nel clima effervescente della ricostruzione del paese. Fra loro Cavallari, nato a Piacenza nel 1927, morto a Levanto nel 1998, che sperimentò giovanissimo la scrittura giornalistica in Italia Libera , quotidiano di GL, collaborò al Politecnico di Vittorini e tradusse Breton e Mark Twain. Quindi l’assunzione a Epoca nel1950 e l’approdo al Corriere nel 1954. Inviato speciale, gira mezzo mondo, dalla rivolta di Budapest alla caduta di Krusciov, incontra grandi personaggi storici, da Moshe Dayan a Ciu En-Lai, racconta ogni genere di eventi: il matrimonio di Grace Kelly, la vittoria di Livio Berruti, le truffe del banchiere Giuffré, la sconvolgente tragedia del Vajont.

Ma il suo scoop, il caso che lo consegna alla storia del giornalismo, è il colloquio-intervista con Paolo VI ( Corriere di domenica 3 ottobre 1965), prima intervista mondiale a un Papa. Ne viene fuori tutta la fragilità di papa Montini, successore di Giovanni XXIII e interprete di una Chiesa in crisi di fronte ai cambiamenti del mondo. Perché il segreto di Cavallari era di riportare tutto, idee o eventi, alla realtà delle persone, alla loro forza o alle loro debolezze. Ecco Paolo VI confessarsi di fronte a controllo delle nascite e uso della pillola: «Il mondo chiede cosa ne pensiamo e noi ci troviamo a dare una risposta. Ma quale? Tacere non possiamo. Parlare è un bel problema. E si tratta di materia diciamo strana per gli uomini della Chiesa, anche umanamente imbarazzante».

Nel 1969 si assiste alla svolta dei direttori quarantenni, quando Ronchey, Ottone e Cavallari sono chiamati a dirigere La Stampa , Il Secolo XIX e Il Gazzettino . Il compito più duro è proprio di Cavallari, perché il giornale di Venezia è controllato dalla Dc veneta. Non serve che lui si faccia controfirmare il contratto di assunzione da Amintore Fanfani. In capo a un anno viene licenziato, perché non rinuncia alla sua indipendenza. Nel 1973 si trasferisce a Parigi come corrispondente prima della Stampa in seguito del Corriere . Dopo il salvataggioin via Solferino, passerà a Repubblica , insegnando giornalismo alla Sorbona e a Manchester e dedicando alla vecchiaia un delizioso libretto, La fuga di Tolstoj . Nel 1990 pubblica ancora un saggio sulla professione, La fabbrica del presente , ma la sua brillante stagione stava finendo anzitempo. È lui stesso a dichiararlo: «Sopravvivo a un giornalismo che non mi piace, che non so fare, che non voglio fare».

CESARE PAVESE, AMORE E INFELICITÀ

gennaio 24, 2012

Esce il carteggio che narra il difficile rapporto fra lo scrittore e Bianca Garufi

Paolo Mauri per “la Repubblica”

Tra l´ottobre e il dicembre del 1945 Cesare Pavese tornò a scrivere poesie. Si era innamorato di una ragazza siciliana che lavorava nella sede romana della Einaudi e si chiamava Bianca Garufi. Il piccolo canzoniere aveva per titolo La terra, la morte e Pavese lo pubblicò su una rivista diretta da Antonio Barolini, le Tre Venezie. Einaudi lo ripubblicò, insieme ad altre poesie, nel primo libro postumo, uscito pochi mesi dopo il suicidio (27 agosto 1950) con il titolo, scelto dall´editore e poi divenuto emblematico, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Un piccolo libro curato da Calvino e Mila che non piacque a Geno Pampaloni. Ne parlò sul Ponte. Il titolo, scriveva, è «il più profanatorio possibile, che ad un pubblico grosso può sembrare persino plateale, adatto a richiamare attorno alla memoria di Pavese proprio quelle pruriginose mosche cocchiere dello scandalo e del pettegolezzo». Ma a Bianca, che del libro era in qualche modo la protagonista, fece invece tornare in mente Pavese che scriveva “per amore e per dolore di me”.
«Ricordo: scrisse la prima sulla poltrona della mia camera da letto; io ero sul letto e dormivo. Poi mi svegliai e lui lesse: “Terra rossa ,terra nera – tu vieni dal mare – dal verde riarso dove sono parole antiche e fatica sanguigna… tu ricca come un ricordo, certa come la terra, buia come la terra, frantoio di stagioni e di sogni”. Mi piacque tanto e forse lo amai poeta per quel giorno. Io ero allora, davvero, buia come la terra. Povero Pavese, morto per Tina, per Fernanda, per Bianca, per Costanza. Quale di queste donne poteva salvarlo?». Il brano, del 13 aprile 1951, è tratto dal Diario di Bianca Garufi e lo pubblica Mariarosa Masoero nel volume intitolato Una bellissima coppia discorde che è poi il carteggio 1945-1950 tra Pavese e la Garufi, dalla Masoero curato e annotato in modo eccellente (Leo S. Olschki, pagg. 162, euro 20). Le lettere di Pavese erano già state pubblicate (ma una importante e delicata senza il nome della destinataria) mentre le lettere della Garufi sono inedite e danno trama alla storia minuta di un amore difficile che si innesta in un rapporto tra due intellettuali intenti a scrivere libri, poesie, diari e a tradurre.
Bianca che poi diventerà una psicoanalista junghiana, allieva di Ernst Bernhard, ha già avuto una storia importante con Fabrizio Onofri e un marito, Pietro Mondello, dal quale si separerà nel ´47. Onofri era un intellettuale, autore anche di romanzi, dirigente del Pci allora tra le figure di maggior spicco. Bianca confesserà più in là d´essere attratta dagli uomini che contano e Pavese è tra questi. Il carteggio è intenso: i due si attraggono e si respingono. Pavese impone: seducimi! Intanto sbrigano anche una corrispondenza amoroso-letteraria. Scriveranno infatti a quattro mani un romanzo uscito postumo nel ´59 con il titolo Fuoco grande. Una storia d´amore, ambientata nel Sud e inevitabilmente tormentata tra Giovanni e Silvia. E Pavese scriverà per lei la sua opera più dannunziana, quei Dialoghi con Leucò che vogliono andare alle radici di tutto attraverso il recupero del mito. Dalle lettere si viene a sapere che Pavese fece leggere a Bianca passi del suo segretissimo diario, Il mestiere di vivere, poi trovato tra le carte dello scrittore e pubblicato nel ´52. Non pochi passi sono dedicati alla donna, al problema di avere una donna. Il primo gennaio del ´46, Pavese scrive: «Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest´anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?».
Dopo l´intenso periodo romano, Bianca si licenzia da Einaudi. Scriverà a Pavese da Uscio, in Liguria, dove c´era quello che oggi chiameremmo un centro benessere e poi la ritroviamo a Milano. Bianca dovrebbe tradurre La nausea di Sartre per Einaudi, ma il lavoro va a rilento e alla fine le subentrerà Bruno Fonzi. Nelle lettere è possibile seguire la vicenda minuta di quel lavoro, richiesto e accettato per bisogno di soldi. Più volte Pavese la rimprovera perché non riesce a lavorare in modo coerente e continuativo. Bianca risponde mimando lo stile telegrafico: «Caro Pavese, ricevuto tua. Sei sempre lo stesso, ma amoti egualmente. Vecchia carogna…» . E Pavese di rimando, vedendo che la traduzione di Sartre non arriva. «Cara Bianca, sei veramente disgustosa. Dopo che hai promesso la Nausée per febbraio, mandi su Fonzi fresco fresco a dirci che in sostanza l´ha dovuta rifare…». Il 2 novembre del ´47, Bianca scrive a Pavese perché ha appena ricevuto una copia dei Dialoghi con Leucò.
«Caro Pavese, ho ricevuto i Dialoghetti… Li ho letti con molta commozione. Naturalmente i primi sono i più intensi… Sei l´unica persona da cui vorrei che scrivesse ancora qualcosa. Per il resto con quei nidi di ragno ecc. io veramente non ho più niente da fare. Non ce la faccio nemmeno a leggere tre pagine di seguito». L´allusione assai esplicita è al romanzo d´esordio di Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, uscito anch´esso nel ´47. Nel dialogo intitolato “La belva” dove Endimione narra ad un passante (lo straniero) il suo approccio con Artemide si parla di una magra ragazza che vive in solitudine. «Endimione, rasségnati nel tuo cuore mortale. Né dio né uomo l´ha toccata. La sua voce ch´è rauca e materna è tutto quanto la selvaggia ti può dare». Sappiamo che la donna con la voce rauca era Tina Pizzardo, ma anche Bianca. Pavese cercava l´una nell´altra, cercava sempre la stessa donna sperando che lo salvasse da se stesso.

Diritti Globali

Palestra, caffè e esplosioni: vita normale a Gerusalemme

gennaio 24, 2012

Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein dedica un libro-reportage alla «sua» Città Santa, dall’antichità agli attentati suicidi di oggi. Come il terribile attacco al Caffè Hillel del 2003

Pubblichiamo un brano tratto dal nuovo libro di Fiamma Nirenstein A Gerusalemme (Rizzoli, pagg. 216, euro 18,50; in libreria da domani). Parlamentare e giornalista esperta di problemi mediorientali, che per anni ha vissuto a Gerusalemme, l’autrice ci accompagna attraverso la città: dai luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani alla moderna e cosmopolita capitale d’Israele.

Fiamma Nirenstein, “il Giornale

L’attacco al Caffè Hillel, il 9 settembre 2003, è stato fra quelli più vicini alla mia famiglia, perché ci andavamo e ci andiamo tutti sovente. […] Molti attentati sono stati parte della mia vita più intima. Al Caffè Hillel, il giorno dopo l’attentato, la mia amica Susi Singer e io tornammo per guardare il tavolo dove eravamo sedute un paio di giorni prima. Che fine aveva fatto? Era un mucchio di schegge ammucchiato con altre schegge. Più di venti persone erano state ferite, sette erano morte. Le vetrate di cui è fatto il Caffè Hillel erano tanti coltelli: quelli che non avevano raggiunto il loro obiettivo erano ancora là. Uno dei camerieri che sgomberava le macerie mi disse che il ragazzo di guardia sulla porta, uno studente di ventitré anni, era morto, e aggiunse che era rimasta sul luogo una quantità di telefonini che squillavano tutti insieme. Vidi sotto la trasparenza dei vetri un buco perfettamente rotondo dove era penetrato un bullone lanciato dall’esplosione, uguale a quelli che adesso abitavano il corpo dei feriti e dei morti; vidi che era rimasto attaccato un poster con il calciatore David Beckham cui un chiodo, infilatosi nella carta e nel muro, aveva tolto un occhio.

Il Caffè Hillel era attaccato all’ufficio della mia amica Vera e in genere ci incontravamo sempre là, e così anche con Shlomo, il mio ex assistente, che lavora a due passi da lì. Quando guardi i resti di un attentato impari che la tua vita è un dono, oppure un caso, come la morte. I nostri appuntamenti erano spesso al Caffè Hillel: si ordinava al banco, si riceveva un numero e la cameriera portava poco dopo al tavolo il caffè o l’insalata. Anche al caffè dove va mio marito Ofer con i suoi colleghi cameramen, il Restobar, che una volta si chiamava Moment, ci fu un’altra strage di decine di giovani. Il rumore prima della bomba è diverso, al Caffè Hillel chiacchiere flautate, discussioni politiche, lieve ticchettio di computer, pagine di giornali sfogliate, leggere risate di donne che bevono il caffè; al Restobar battute spiritose che volano da una parte all’altra del locale,vassoi con birre che circolano in bilico nelle mani di cameriere giovani e scontrose, odore di cibo cotto e cameramen stanchi che tornano dal campo e si prendono in giro.

Ma il rumore dell’attentato è identico: lo scoppio, il silenzio assordante di un istante, le urla del dolore, dell’offesa, della sorpresa, della paura terribile per sé e gli altri, per chi sedeva accanto a te e non vedi nel fumo e nel dolore, per i bambini che un minuto prima mangiavano sul tavolino, con te, e adesso non senti, non tocchi.

È incredibile come dopo l’attentato, una volta che si torna a sedere nel caffè ricostruito, i gesti si rinnovano senza mutare, come nel sapore del sandwich, nell’appetito con cui lo si addenta, nella schiuma del cappuccino non resti la polvere del ricordo di chi in quello stesso identico posto è stato ucciso mentre ordinava il sandwich, il cappuccino, l’insalata. Il Caffè Hillel è sempre al suo posto, anche se ora è diviso fra bar e ristorante. La vita gerusalemitana, la mia, non vi potrebbe essere meglio disegnata. C’è sempre qualcuno che lavora al computer, da solo, con un cappuccino ormai freddo accanto ai documenti. Sempre, due amiche parlano fitto fitto dei loro guai; sempre, famiglie americane religiose e intellettuali mangiano con bambini rumorosi. Me ne ricordo uno grasso che si era girato completamente verso di me e ritto contro la spalliera della sua sedia mi scocciava con uno sguardo fisso e inevitabile.

L’attacco all’Hillel fu fra i più famosi a causa del medico David Applebaum che vi fu ucciso insieme alla figlia ventenne Nava, il cui vestito bianco da sposa rimase appeso nell’armadio: si sarebbe dovuta sposare il giorno dopo, il padre l’aveva portata a festeggiare, a scambiare un saluto speciale prima del distacco. Applebaum, la cui faccia comparve per giorni vicino a quella della bella figlia sui giornai, era un medico famosissimo a Gerusalemme, le cui mitiche abilità e disponibilità si erano particolarmente esercitate in quegli anni nel curare le vittime degli attacchi suicidi. Fino a quel momento erano stati centotré. Applebaum era il primo a estrarre bulloni, riattaccare arti, strappare i gerusalemitani feriti dal tunnel della morte. Il Caffè Hillel ebbe fra i suoi sette morti anche un arabo israeliano, Shafik Karim; fra i suoi cinquanta feriti una ragazza di venticinque anni, Tzipi Farkas, che era scampata all’attentato delle Torri Gemelle.

È incredibile quanto una città possa essere attaccata nei suoi angoli più remoti se non si è vissuti a Gerusalemme negli anni dell’Intifada.

Come restò se stessa se non con un miracolo della volontà? L’11 giugno 2003 un terrorista vestito da religioso saltò in aria su un autobus numero 14 di fronte al centro acquisti di Rekhov Yaffo, in pieno centro, uccidendo diciotto persone (un bambino fu ritrovato incolume sotto i corpi ammucchiati nel bus). Il 18 maggio era saltato il numero 6 all’incrocio con il quartiere della Collina Francese, la solita Giv’at Tzarfatit, sette morti: la maggior parte, come li vidi, erano seduti nei primi posti, eretti, solo con la testa leggermente reclinata ( uno studente sull’autobus si chinò a prendere i libri dalla borsa appoggiata sul pavimento proprio mentre le schegge di acciaio della bomba gli schizzavano sopra la testa). L’8 giugno 2003, due ragazzi vengono uccisi nella foresta di Gerusalemme, dietro l’ospedale Hadassa. Il 4 agosto 2002 un terrorista spara col fucile sull’auto della compagnia telefonica, la Bezeq, che accomoda i cavi davanti alla Città Vecchia alla Porta di Damasco, uccide due lavoratori e ferisce diciassette passanti, anche arabi. Vennero a decine gli attacchi massicci. Tutta quanta la città fu fatta a pezzi: la pizzeria Sbarro, dove fra gli altri una famiglia di cinque persone, dalla mamma al più piccino, fu sbranata dalla bomba indossata da una donna poi esaltata come grande eroina, madre e terrorista; il Caffè Moment, un luogo di estrema consuetudine; l’autobus del Gan ha- Pa‘amon, che ho visto carbonizzato con i cadaveri ciascuno nel suo sedile, davanti alla stazione di benzina, composti, uccisi dallo spostamento d’aria che aveva schiacciato loro gli organi vitali. Quell’autobus l’ho visto insieme alla mia classe di ginnastica dell’Ymca; uscimmo dalla palestra e ci precipitammo verso lo scoppio scendendo per la discesa fiorita della strada del King David, restammo ipnotizzate, poi tornammo a ginnastica e l’insegnante ci disse: « Kol ha-kavod , ragazze, complimenti, siete brave». Lo eravamo, ballavamo a ritmo della musica, le sirene gridavano fuori.

Kertész, fuga senza fine da Auschwitz

gennaio 24, 2012

Imre Kertész (AP)

La ferita del lager non si può rimarginare. La metamorfosi di un ex deportato dopo il crollo del Muro: «Io, un altro» indaga il destino incerto della modernità

Giorgio Pressburger per “Il Corriere della Sera

Bompiani pubblica Io, un altro di Imre Kertész, lo scrittore ungherese, Premio Nobel nel 2002. (Il precedente stampato dallo stesso editore si intitolava Il vessillo britannico).

Molti ricorderanno anche l’impareggiabile Essere senza destino (Feltrinelli) premiato col «Flaiano», un anno prima del Nobel. Sì, Imre Kertész è uno dei maggiori scrittori viventi e alcuni suoi libri sono all’altezza di Primo Levi, al quale si può paragonare per la somiglianza di temi e di esperienze umane fatte durante la Seconda guerra mondiale. In un’epoca in cui dominano i romanzi «rosa», o polizieschi, e pare che per altri generi non ci sia spazio, l’apparizione di questo libro piccolo, 135 pagine, vivace e dolente, ma anche umoristico, è un vero regalo. Testimonianza del fatto che esistono altre letterature, altri gusti, anche se occorre pazientemente cercarne le tracce.

Il volumetto di Kertész parla di un tema che ci porta nel sottosuolo, negli abissi dell’animo e del destino. Si tratta del vagare di un sopravvissuto ad Auschwitz nei Paesi centrali dell’Europa, negli anni dell’apertura dei confini, la caduta del muro di Berlino. Un cammino solitario, compiuto per la prima volta in libertà, su inviti di associazioni letterarie e religiose, di amici dell’Europa occidentale. Ma com’è questo viaggio, per chi si è salvato ad Auschwitz e finalmente è fuori anche dalle galere staliniane? È come vedere le cose essendo diventati completamente «altri», estranei a sé stessi e al mondo, alla propria vita precedente? È come risvegliarsi sotto l’effetto di una metamorfosi totale. Ma non è la crisalide che si trasforma nell’angelica farfalla come nella Divina Commedia di Dante, o nella poesia del giovane poeta di Gorizia Carlo Michelstaedter vissuto all’inizio del Novecento, (Il canto delle crisalidi). Non è in qualcosa di nuovo e promettente che la crisalide si trasforma qui, bensì in un essere estraneo a tutto, a tutti, a se stesso e all’intero Universo. La piaga inferta dall’orribile esperienza di Auschwitz e poi dalla dittatura staliniana non si rimarginerà più, perché anche quella del mondo nuovo, sempre più conformista e violento, indifferente, vuoto, avido, non sembra più guarire. Lo scrittore, nel suo pellegrinaggio in questo paesaggio deserto, come la Waste land di Eliot, a volte sovraffollato, luccicante, cerca con tutte le forze un appiglio alla vita, a qualche parvenza di esistenza sopportabile. Incontri fugaci, viaggi in automobile con donne mai nominate, nottate allucinanti in edifici vuoti nell’ex Germania dell’Est, costellano questo diario della metamorfosi. Sprazzi di veri sentimenti umani baluginano nell’oscurità, per un attimo si presentano anche momenti di felicità, ma tutto è rivolto verso una meta dove esistono soltanto i grandi interrogativi sullo scopo di vita e morte. L’ultima immagine del libro può rammentare una delle figurine umane di Giacometti: un uomo cammina con un piede già alzato e la testa rivolta all’indietro. Il passo condurrà alla morte ma lo sguardo è ancora affisso sulla vita.

Come tutti i libri di KertészIo, un altro è pervaso da un sentimento di acuto pessimismo, ma analogamente non è affatto distruttivo. Anzi. Vi sono molti riferimenti a celebri brani musicali e a opere di grandi narratori e poeti; qui non si tratta, come in molti libri che vogliono compiacere il lettore e il mercato, di puri elenchi di azioni e sensazioni. Si parla, in modo chiaro e semplice, anche se a volte addolorato, di smarrimenti, riflessioni, rimpianti, disperazione.

Eppure la lettura dà un certo slancio a chi la compie (in due ore al massimo), come capita soltanto con i grandi autori. Giacché di fatto si scopre un senso, in questo vuoto, in questa violenza e volgarità. In vari episodi narrati, come in quello dell’incontro con un barbone antisemita e ubriaco a Berlino, c’è una forma di umorismo tanto sottile e solare come è impossibile trovare nelle opere scritte per distrarre o intrattenere.

E a proposito di antisemiti: proprio nell’Europa centrale, dove è nato ha vissuto (e ha sofferto) Kertész, si stanno ridestando, nemmeno tanto nascosti, sprazzi di razzismo d’antico stampo. Questo libro parla anche di questi fenomeni, senza enfasi né esagerazione, ma con attonita obbiettività, come del resto in Essere senza destino. Direi che quel tono, quell’approccio alle grandi tragedie del Novecento ha trovato una voce, oltre a quella di Primo Levi e del poeta tedesco Paul Celan, soltanto nelle opere di Kertész.

La grandezza consiste soprattutto in questo: c’è molto di più della pura tragedia, c’è l’apparente considerazione dell’orrore come cosa che avviene in modo naturale, quasi logica, giustificata per la sua ineluttabilità sotto gli occhi di un ragazzo di 15 anni.

Del resto Kertész negli altri libri descrive con identico piglio le orrende angherie a cui quel ragazzo, ormai uomo di mezza età, viene sottoposto nell’Ungheria stalinista. O in quella d’oggi, nel ridestarsi di vecchi sentimenti razzisti che, all’epoca del conferimento del Nobel a Kertész, hanno fatto dire a qualche sciagurato collega che l’Ungheria non poteva vantarsene, giacché Kertész non è ungherese ma ebreo.

Oggi Imre Kertész ha scelto di vivere in Germania, a Berlino, dove ha cominciato a essere noto prima che altrove, prima della sua patria stessa. In Germania i suoi libri sono stati acquistati da un considerevole numero di lettori, discussi in conferenze, incontri e convegni. La vita in qualche modo premia chi riesce a sopportarne le prove più terribili, come è capitato a Kertész o al triestino Boris Pahor, anche lui reduce da vari lager. Il fatto che comincino a essere letti e stimati da un vasto pubblico quasi come eroi vittoriosi può essere considerato un segno incoraggiante: il lettore non è ridotto al livello di un cane da carezzare e consolare con uno zuccherino. Sopporta l’immersione nelle profondità e nella sofferenza altrui, non solo in quella esibita come oggetto di spettacolo. Kertész ha 82 anni, Pahor 99. Li conosco tutti e due, con Kertész ci si può dire amici. È un uomo solare, benigno. Non si lamenta mai. Chi come me ha vissuto da bambino o vive oggi esperienze in qualche modo simili alle loro si aggrappa al ricordo della loro vittoria, come nel Processo di Kafka chi canta in coro si aggrappa alla voce dei cantanti più vicini.

Auschwitz, il fumetto del lager

gennaio 24, 2012

Andrea Tarquini per “la Repubblica”

Restarono per oltre sessant´anni nascosti in una bottiglia, come l´ultimo appello d´aiuto d´un naufrago, quei disegni che oggi tornano alla luce e ci documentano l´Olocausto in modo drammatico e straordinario. Trentadue schizzi, Auschwitz tramandato come in un reportage, quasi col genio giornalistico che ebbe al fronte in Spagna, e poi con gli Alleati, Robert Capa, l´ebreo ungherese, esule, inventore del fotogiornalismo, ma tutto tramandato solo con una matita, senza fotocamere Leica o Zeiss con cui scattare istantanee. Trentadue disegni, eccoli qui davanti ai nostri occhi di pronipoti smemorati dell´orrore. Sono stati trovati dai curatori del Museo di Auschwitz, l´istituzione internazionale che cura la memoria là a Auschwitz-Birkenau. Era la fabbrica della morte costruita dalla Germania per ordine di Hitler nella Polonia che il Reich occupò e sognò di cancellare dal mondo. Un documento eccezionale, narra della Shoah fin nei minimi dettagli. Ci tacciono un solo particolare: chi fu mai il coraggioso che al rischio di essere eliminato nei modi più dolorosi e orrendi prese carta e matita per schizzare quelle immagini e lasciarle a noi posteri, sui semplici fogli d´un quaderno da disegno tenuti insieme da una spirale da cui uno a uno i disegni venivano strappati.
The sketchbook from Auschwitz, il libro degli schizzi di Auschwitz, si chiama questo documento eccezionale che ora il museo ha editato. Lo puoi comprare online oppure ordinandolo per telefono o per posta, basta rivolgerti al Memorial Museum Auschwitz-Birkenau (www. en. auschwitz. org). Riaprire gli occhi costa anche poco: 32 zloty, cioè circa 8 euro, è il prezzo del pamphlet curato da Agnieszka Sieradzka. Vale la pena, e ieri Spiegel online (www. spiegel. de) ha diffuso dieci delle trentadue immagini. Scorriamo i disegni dell´ignoto reporter-artista di Auschwitz, e il loro racconto. Affermare che facciano rabbrividire è poco. Nella prima vedi una folla enorme scendere dal treno merci piombato alla “Judenrampe”, la rampa di scarico degli ebrei, quella dove finiva il binario davanti all´ingresso di Auschwitz 2-Birkenau. Quasi senti la locomotiva nazista “tipo 52” sbuffare dopo l´arrivo. Vedevano già la sinistra scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Soldati delle SS, il fucile Mauser 9 o il mitra MP 38 in pugno, li spingono nella fabbrica della morte.
Sono ancora ben vestiti, dignitosi da crema della borghesia europea, gli ebrei portati là a morire nei modi più orrendi. Vedi donne in cappotti o vestiti decorosi. Un signore anziano sfoggia baffi ben curati, cappello e giacca da sartorie di qualità. Ancor più elegante è un uomo sulla quarantina, abito impeccabile, fazzolettino elegante sulla tasca della giacca, cappello da passeggio e trenchcoat al braccio. Suo figlio, un bel bimbo sui quattro o sei anni vestito alla marinara, lo tiene per mano. In un disegno successivo, il numero due ben numerato come tutti prima di venir nascosto nella bottiglia della memoria dal disegnatore-cronista sconosciuto, l´idillio apparente finisce. Arrivano le SS, strappano a forza il bimbo dalle braccia del padre. Invano il bimbo urla e piange, il disegno lo rende a perfezione. Le SS lo portano via, insieme a quel signore anziano dai baffi ben curati. È la prima selezione: vecchi, malati e bambini, inutili, perché incapaci di lavorare come forzati in condizioni disumane per la macchina bellica del Reich, vengono portati subito alle “docce”, i locali sigillati dai cui sfoghi sul tetto non si diffondeva acqua, bensì il Zyklone-B, il gas letale prodotto dalla modernissima azienda modello IG Farben gloria della Germania. Nel disegno, il camion per portarli via verso l´ultimo destino è già pronto, l´autocarro d´ordinanza Opel Blitz della Wehrmacht (copia nazista del Dodge americano), sembra avere anche il motore già acceso.
Il racconto dell´orrore prosegue, una pagina schizzata dopo l´altra. Ma chi fu mai il deportato che ricordò il talento ed ebbe il coraggio di narrare tutto con i suoi disegni? Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai, dice Jarek Mensfelt, portavoce del Museo di Auschwitz. Il disegnatore misterioso lasciò solo una fragile traccia, un abbozzo di firma: “MM”, scritto su ognuno dei disegni. Le iniziali, forse, ma vai a cercare tra i sei milioni e passa di vittime della Shoah. Il deportato “MM” non dedicò mai disegni a se stesso. Si preoccupò soltanto di nasconderli tutti insieme ben ordinati in una bottiglia, e di sotterrarla tra le fondamenta di una baracca del Lager. Forse nella sua genialità vitale e disperata ebbe un attimo di tempo per scegliere con cura il luogo del nascondiglio: la bottiglia era sotterrata proprio presso una baracca che sorgeva tra le camere a gas e i forni crematori numero 4 e numero 5. Fu scoperta per caso, nel 1947, da un altro ex deportato, Jozef Odi, che dopo la liberazione la consegnò ai custodi del museo. Odi continuò a lavorare per loro fino alla morte, adesso – tra i milioni di oggetti trovati nel territorio dell´orrore, là ad Auschwitz, o tra tutto quanto i nazisti sequestravano a chi scendeva dai treni – la bottiglia della memoria è stata riscoperta.
Il racconto continua, un disegno dopo l´altro. Vedi le SS caricare i più deboli, già magri oltre lo scheletrico, sui camion speciali dello “Haeftlingskrankenbau”, il servizio medico per i deportati: chi non serviva più per produrre veniva finito con un´iniezione letale al cuore. Scorriamo ancora l´almanacco di Auschwitz: ecco chi ha tentato la fuga, e viene impiccato alla meglio con una corda appesa al tetto d´una baracca: efficienza, produttività, taglio ai costi erano il credo della fabbrica della morte. Oppure ecco immortalati i sadici e ben nutriti Kapò che con lo stivale spaccano l´osso del collo ai detenuti. O ancora il crematorio e le camere a gas, con fuori ufficiali SS che si godono la pausa d´una sigaretta mentre i loro sottoposti gettano salme sul pianale di carico di un camion, come fossero sacchi di patate. Fino a dettagli orridi del quotidiano: il timbro a fuoco del numero e del triangolo o di altri simboli sull´avambraccio.
Il documento è adesso online in tutto il mondo, perché ricordi. Mentre in una triste coincidenza uno studio ufficiale reso pubblico ieri dal vicepresidente del Bundestag (il Parlamento tedesco) informa che anche in Germania, tanti decenni dopo, l´antisemitismo «è enormemente diffuso in vasti strati della società, attraverso i ceti e nel cuore della società», non solo nelle violente, marginali frange neonaziste. L´albo dei disegni di Auschwitz chiama a ricordare vigili, come un altro reperto del museo dell´ex Lager, quelle poche righe scritte e sotterrate vicino alla baracca della bottiglia dal deportato ebreo polacco Salmen Gradowski: «Caro scopritore futuro di queste righe, ti prego, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terreno qui dove noi fummo. Qui troverai tanti documenti, ti diranno quanto è accaduto qui, tramanda tracce di noi milioni di morti al mondo che verrà dopo».

Diritti Globali

Dino Campana. Poesia e follia nelle lettere di un buon diavolo

gennaio 20, 2012

Silvio Ramat per “il Giornale

Quando ci si addentra nell’«universo Dino Campana» (la poesia e la vita dell’autore di un unico libro, Canti Orfici, 1914) ci coglie un malessere, che deriva dall’incompiutezza dell’una e dell’altra: del suo destino di poeta e della sua esistenza, conclusasi nel 1932 in manicomio dopo 14 anni di restrizione. Tuttavia, per Campana non si può dire che il primato della Vocazione lo spinga a un totale rifiuto degli umani rapporti. Anzi, un desiderio ansioso di amicizia costituisce la nervatura della sua corrispondenza epistolare, che appare un correttivo alla solitudine diffusa nel suo libro.
Si sa che i Canti Orfici circolarono in una cerchia ristretta di cultori di poesia, suscitandovi però significativi consensi, da Boine a Cecchi a De Robertis. Ma di fatto il libro non varca i confini di un doloroso isolamento; ci vorranno un paio di generazioni prima che esso si imponga come una pietra miliare del ‘900 poetico. Oggi le Lettere di un povero diavolo (Polistampa), dove trattano esplicitamente dei Canti Orfici e della loro sorte, sembrano rassegnate all’isolamento. Malgrado una orgogliosa sottolineatura, quando in Dino prevalga l’insofferenza, del divario che intercorre fra il suo libro e il tipo di poesia che in quella stagione gode di maggior ascolto.
Gabriel Cacho Millet, il curatore del volume, ha all’attivo un’imponente mole di indagini su Campana. Infaticabile nel ricercare e collazionare documenti, è riuscito a incrementare il suo primo inventario del 1978: Le mie lettere sono fatte per essere bruciate. Cominciava così a mettere ordine in una selva aggrovigliata, nella quale acquistavano una più giusta prospettiva sia le lettere a Sibilla Aleramo, oggetto di un furioso amore nell’estate del ’16, sia le missive indirizzate ai letterati: Mario Novaro, Cecchi, Soffici, Papini. Nei loro confronti, alle ire con minaccia si alternano umili attestati di devozione; talvolta sono preghiere che Dino rivolge a chiunque possa procurargli un lavoro. Una disarmante fragilità si incrocia con la fierezza del consapevole portatore di una croce. Il «povero diavolo» ha viaggiato, nomade, dall’Europa alla Pampa, senza sprecare il seme della sua avventura; ma quale più copioso raccolto avrebbe potuto darci, solo che… O forse no, doveva andare com’è andata; la follia non ha nutrito la poesia, in colui che qualcuno chiamò sbrigativamente «il Rimbaud italiano», ma ne ha determinato la temperatura, a un grado che spesso ci vieta un’interpretazione logica o tantomeno una parafrasi del testo.

Eclissi borghese e fine del sapere

gennaio 20, 2012

Dalla nobile virtù in Thomas Mann alla crisi educativa contemporanea

Claudio Magris per “Il Corriere della Sera

Thomas Mann racconta come suo padre – il severo senatore di Lubecca prototipo di quella grande civiltà in borghese fondata su una schietta etica del lavoro, creatrice di benessere di ordine e di rispettabilità, aperta all’arte ma anche segretamente insidiata da essa, che celebrando la sua civiltà ne metteva in discussione la sicurezza aprendo così la strada alla sua decadenza – quando leggeva Nanà, romanzo scandaloso e immorale per quella decenza borghese che egli incarnava, avvolgeva il libro in una custodia, affinché i bravi cittadini di Lubecca non potessero vedere di quale opera si trattasse.

Nobiltà dello spirito, la raccolta di geniali saggi letterari di Mann, è a suo modo una custodia nella quale il grande scrittore della decadenza, della malattia e della fine dell’amata borghesia autentica – umanistica e insieme generatrice della barbarie che stava nascendo dalla sua decadenza – avvolgeva la propria stessa opera romanzesca, quasi per attutirne il carattere demonico. Nobiltà dello spirito, infatti, non è solo una raccolta di geniali saggi letterari su autori e capolavori della letteratura universale; è anche un’arca di Noè della civiltà ed un tentativo di trovare nell’umanesimo e nell’arte la mediazione di quei conflitti e di quelle contraddizioni – tra natura e spirito, ragione e inconscio, vita e morale, arte e sentimento, civiltà e barbarie – che stanno lacerando la cultura umanistica europea e che Mann, pur nutrendo la sua arte di quella lacerazione, cerca di esorcizzare e combattere.

L’umanesimo – nella sua essenza, nella centralità assegnata all’individuo e ai valori universali dell’uomo – è indubbiamente in crisi nella radicale trasformazione di ogni cosa, e dell’individuo stesso, che stiamo vivendo. È questa crisi che Rob Riemen vuole fronteggiare esplicitamente col suo libro che riprende intenzionalmente, pari pari, il titolo manniano La nobiltà di spirito. Riemen dirige l’istituto olandese Nexus, che da anni conduce – con incontri, congressi, con l’omonima rivista – una battaglia contro la crisi dei valori umanistici, della stessa civiltà europea ed occidentale. Non è forse un caso che egli provenga da una tradizione di libertà, di laicità, di pluralismo come quella del suo Paese, l’Olanda.

Riemen affronta e combatte l’eclissi dei valori individuali e liberali e dello stesso concetto di cultura europea; difende l’ideale della Bildung, cioè di una formazione armoniosa e completa dell’uomo, la dignitas hominis. Cosa si può fare concretamente – gli chiedo, incontrandolo a Trieste – per opporsi a quella perdita di valori denunciata nel libro?

RIEMEN – La perdita di valori non è una questione solo intellettuale, ma implica sempre gravi conseguenze politiche ed economiche e oggi lo vediamo più che mai. Già duemila anni fa Longino, nel suo trattato Del Sublime, aveva capito che una crisi finanziaria è sempre anche una crisi morale, in cui non si sa più cos’è la grandezza umana e si vive in una cultura kitsch. L’umanesimo europeo che il mio libro difende si fonda sulle cose che danno vita alla vita – amore, amicizia, giustizia, verità. Una vita piena di senso è quella capace di creare verità, giustizia e bellezza. Sono temi non certo nuovi. Michelstaedter, che entrambi amiamo tanto, aveva già detto che non conta ciò che si ha, ma ciò che si è. Non capisco perché tanti non comprendano questa verità così ovvia.

MAGRIS – Non c’è il pericolo di contrapporre alla trasformazione che ci investe con velocità incontenibile un superato umanesimo vecchio stampo, già ironizzato da Mann nella figura di Settembrini, nella Montagna magica? Lo «spirito» non può essere contrapposto alla materia, all’economia, alla politica, alla genetica che sta radicalmente cambiando la fisionomia dell’uomo, alla potenza: se esiste, lo spirito è la capacità di dare senso all’intera realtà, di stabilire frontiere morali. Come tale, esso non si identifica con l’arte o la letteratura più che con le altre attività e conoscenze dell’uomo. Altrimenti esso diviene un nobile ma inutile e patetico antiquariato, oggettivamente falso se non si immerge nella bruciante realtà del tempo.

RIEMEN – Nel 1921 Thomas Mann, pubblicando il saggioGoethe e Tolstoj, si chiedeva se la tradizione classico-umanistica fosse un valore eternamente umano oppure la caratteristica di un’epoca, quella borghese-liberale, destinata a morire con la fine di quest’ultima. È questa la domanda chiave cui dobbiamo rispondere. Nel mio libro cerco di spiegare e difendere la posizione di Mann, secondo il quale senza l’umanesimo europeo pure l’Europa è votata a morire e la nostra società a dissolversi in guerre tribali. Per Mann l’umanesimo non è una torre d’avorio per intellettuali che leggono Platone, bensì il riconoscimento di valori eternamente umani che dicono ciò che dovremmo essere, che insegnano ad acquistare dignità e a respingere fanatismo e oscurantismo. Non si tratta di negare la tragedia e la morte immanenti in ogni vita, ma di celebrare nonostante tutto la vita. L’essenza del fascismo, per Mann, era la negazione di valori trascendentali universali. Non ritengo che economia, tecnologia politica possano da sole dare senso all’esistenza, come molti invece sembrano credere.

MAGRIS – Nel tuo libro la letteratura ha un ruolo dominante in questa fondazione di valori. Ma George Steiner, nella sua splendida prefazione al tuo testo, ricorda – come del resto anche tu – che molti grandi poeti e pensatori si sono alleati alle barbarie (basti pensare a quanti, fra i grandi scrittori del Novecento, sono stati fascisti, nazisti, idolatri di Stalin). La letteratura e l’arte, se isolate dal contesto concreto in cui ogni uomo e dunque ogni artista è immerso e milita, sono un argine debolissimo alla barbarie. Anche nella vita di Mann ci sono elementi inquietanti dal punto di vista umano, nonostante la sua stilizzazione o autostilizzazione quale rappresentante ufficiale dell’umanesimo. La nobiltà dello spirito rischia di non essere migliore di quella di sangue e di danaro; essa può condurre gli scrittori – come diceva lo scrittore Stephen Spender, da te citato – alla presunzione di «esprimere opinioni su cose di cui non sanno niente»…

RIEMEN – Caro Claudio, vorrei ricordarti quella pagina in cui Canetti commenta la frase di un poeta sconosciuto, scritta alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: «Se fossi veramente un poeta, dovrei impedire la guerra». In un primo momento Canetti pensò che quel poeta fosse pazzo, ma poi riconobbe in quella frase l’essenza della poesia, la sua responsabilità, il suo dovere e potere dar senso alla vita, opponendosi così concretamente alla sua distruzione, più di quanto possano fare la scienza o l’economia. L’arte non può forzare nessuno, ma è un incoraggiamento sottovoce alla vita autentica. Primo Levi, ad Auschwitz, resiste anche grazie al ricordo di alcuni versi di Dante: «Fatti non foste a viver come bruti…». È un crimine che la ricca società dell’Occidente lasci perdere l’umanesimo privandosi così del futuro.

MAGRIS – Mann ha amato profondamente la grande borghesia liberale e la sua cultura e ne ha intravisto e patito senza illusioni la fine. Marx parlava di un Lumpenproletariat di un proletariato intellettualmente pezzente, buono ad essere operato per le manipolazioni più reazionarie, diversamente dal proletariato cosciente e impegnato. Oggi abbiamo una Lumpenbourgeoisie; una borghesia spesso moralmente e intellettualmente pezzente, che non ha nulla della borghesia classica, dei suoi valori, della sua cultura, del suo stile di vita e di comportamento, ma che è pronta e incline ad ogni indecenza, negando se stessa e perdendo il diritto di definirsi borghese, parola che per Mann, Croce, Einaudi e tanti altri significa tutt’altra cosa. Una borghesia che diventa anche politicamente il contrario di se stessa ossia populismo, democrazia per acclamazione di caudillos, ovvero – parafrasando il titolo e la tesi di un tuo recentissimo libro – fascismo eternamente pronto a ritornare (anche se, a mio avviso, in forme talmente diverse da non giustificare la definizione di fascista). Forse è il prezzo che dobbiamo pagare per la diffusione almeno di un certo livello di cultura fra masse sempre più vaste, per il rimescolamento – di per sé potenzialmente stimolante – delle identità culturali, per la metamorfosi che la genetica sta operando nella stessa natura dell’individuo, nella stessa vita biologica, mutando la specie dell’homo sapiens.

RIEMEN – Credo che Mann e Croce sapessero troppo bene come una democrazia di massa sia una contraddizione. Una democrazia si basa sulla libertà, libertà che implica l’impegno a liberarsi da violenze, arroganze, pregiudizi, angustie mentali, paure, odi. Ma se non si crede più a valori universali che trascendono il tempo, anziché un libero popolo si ha una massa che teme la libertà. Al posto dei valori subentrano passioni irrazionali e aggressivi risentimenti e partiti che li incentivano, che coltivano i bacilli del fascismo. Nel 1947 personalità quali Camus e Mann, indipendentemente uno dall’altro vedevano nella crescente società di massa il pericolo di un nuovo fascismo, cui opponevano l’amore per ciò che dà vita alla vita e che Mann chiama «nobiltà dello spirito».

L’iraniano eroe della Shoah

gennaio 18, 2012

Riccardo Michelucci per “Avvenire

Era il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio.

Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati Djuguten, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei.

Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli “esperti” di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca.

Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Sardari è uno dei tanti eroi rimasti a lungo nell’oblio, com’accaduto ad Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e a tanti altri. Il primo a ricostruire la sua vicenda, una decina d’anni fa, è stato suo nipote Fereydoun Hoveyda, anch’egli un noto diplomatico (partecipò tra l’altro alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948). Sono stati i suoi ricordi a innescare il lavoro di Fariborz Mokhtari, ricercatore al Centro di studi strategici sul Vicino Oriente di Washington, che è recentemente confluito nel libro Lion’s Shadow, appena uscito in inglese.

Quella di Sardari è una storia degna di un copione cinematografico: dopo l’invasione della Francia, a lui si rivolse la comunità degli ebrei iraniani che viveva a Parigi. L’Iran, ufficialmente neutrale, aveva interesse a mantenere rapporti commerciali con la Germania e i nazisti avevano dichiarato l’Iran una nazione ariana e compatibile, dal punto di vista razziale, con la Germania. Il diplomatico usò allora la sua influenza e i contatti per esentare i suoi connazionali di religione ebraica dalle leggi razziali, sostenendo che i cosiddetti Djuguten non avevano legami di sangue con gli ebrei europei.

Richiamato in patria nel 1941 dopo l’invasione anglo-sovietica dell’Iran, decise di rimanere in Francia al loro fianco, senza stipendio e senza protezione, per proseguire il suo piano e salvare centinaia di esseri umani. Come Eliane Senahi Cohanim, che aveva solo sette anni quando riuscì a scampare alla deportazione insieme alla sua famiglia, grazie ai passaporti falsi e ai documenti di viaggio forniti da Sardari.

«Mio padre ripeteva sempre che se ce l’abbiamo fatta è stata solo per merito suo», ricorda la donna, ormai quasi ottantenne. Tra le tante testimonianze e gli inediti d’archivio citati o riprodotti nel libro di Mokhtari, c’è anche la lettera con la quale Eichmann definisce la tesi di Sardari «il solito trucco degli ebrei», un documento citato anche negli atti dello storico processo all’architetto dell’Olocausto. Ciononostante, per decenni la Storia si è dimenticata di un eroe politicamente scorretto sia per gli arabi che per gli ebrei, e a lungo si è cercato di cancellarne la memoria. Nel dopoguerra Sardari non ricevette alcun riconoscimento, mentre la rivoluzione khomeinista lo spodestò della pensione e di tutte le sue proprietà, facendolo morire povero e sconosciuto a Londra, nel 1981.

«Non ho fatto nient’altro che il mio dovere, che era quello di salvare gli iraniani. Tutti, anche quelli di fede ebraica», ebbe modo di spiegare. Prima di essere celebrato in questo libro, il suo coraggio era stato ricordato nel 2004 con un riconoscimento postumo conferito dal Centro Simon Wiesenthal. Invece il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, anche a causa delle tensioni tra Israele e Teheran, non ha ancora deciso di annoverarlo tra i “Giusti dell’Islam”. Eppure la sua vicenda, figlia di una cultura millenaria del rispetto e della tolleranza, rappresenterebbe una risposta chiara e inequivocabile al negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad.

Se Jack London fa storia: è il richiamo delle immagini

gennaio 18, 2012

Jack London

In un volume istanti che fanno storia: sono fotografie scattate dal grande scrittore in un decennio di avventure e reportage in tutto il mondo. Il suo occhio vigile ritrae tutto: dai bassifondi londinesi al Messico

Stenio Solinas per “il Giornale

Cinquanta libri, 12mila foto, quarant’anni. Se si volesse riassumere una vita in cifre, quella di Jack London (1876-1916) racconterebbe una produzione sterminata in un arco di tempo brevissimo: la prima raccolta di racconti, Il figlio del lupo, è del 1900, l’ultimo romanzo, Il figlio del mare, di sedici anni dopo, quando morì, e ci sarà poi ancora spazio per i postumi Jerry delle isole e Michael… Per le immagini, il ritmo è ancora più serrato, dall’esordio nel 1902 sui bassifondi di Londra, a quello sulla rivoluzione messicana del 1914.
Se lo scrittore è universalmente conosciuto, tradotto e ormai sdoganato dal cono d’ombra della letteratura popolare, ma priva di dignità artistica, che pesò su di lui fino a tutti gli anni ’60 del ’900, il fotografo viene ora riscoperto grazie al bellissimo libro su London fotografo (39 euro) che la University of Georgia Press negli Stati Uniti e ora le edizioni Libelle in Francia hanno dato alle stampe: una selezione di 200 immagini che i curatori Jeanne Campbell Reesman e Sara S. Hodson hanno affidato alla cura tecnica di Philip Adam. Una festa per gli occhi e un incredibile tuffo nel passato.
In quel XX secolo allora agli inizi, London fu il testimone oculare del «popolo degli abissi» della capitale britannica, un mondo di miseria, abbrutimento, ingiustizia; della guerra russo-giapponese del 1904, vista sul fronte coreano; del terremoto e del successivo incendio che distrusse San Francisco nel 1906. E poi gli indigeni dei mari del Sud, l’isola dei lebbrosi di Moloka’i, l’estinzione dei polinesiani di Typee, incontrati durante la navigazione oceanica con lo Snark, il veliero da 12 metri da lui fatto costruire, l’invasione di Vera Cruz da parte statunitense durante la rivoluzione messicana.
Le immagini e le corrispondenze sulla guerra in Corea colpirono talmente l’opinione pubblica e l’immaginazione dei lettori che, ancora mezzo secolo dopo, Hugo Pratt farà dell’incontro fra Corto Maltese, London e «il soldato russo perduto» Rasputin il punto di partenza della sua saga. Il racconto londoniano Accendere una fiammata, storia di un uomo che, vittima del freddo, decide di morire con dignità, tornerà invece come un flash nella mente di un Che Guevara incalzato a Cuba dai soldati di Batista e convinto ormai della propria fine…
Il primo apparecchio professionale usato da London fu una Kodak 3° di quelle a soffietto e della grandezza, una volta chiusa, di una cartolina, nota Philip Adam. «La sua voglia di raccontare per immagini lo spinse a scoprirne le potenzialità e a cogliere tutte le occasioni per servirsene. I suoi scatti sono la testimonianza di un’acuta sensibilità mista a compassione, a rispetto e ad amore per l’umanità». Sotto questo profilo, il reportage dedicato ai diseredati che vivevano nel cuore e però ai margini dell’impero britannico, è una testimonianza unica e la spiegazione convincente del perché Karl Marx potesse concepire Il Capitale proprio a Londra e Charles Dickens ambientarvi Oliver Twist… Per tre mesi London visse come un paria fra i paria, dividendone fame e intemperie, paura e umiliazioni.
Curioso impasto di darwinismo, niccianesimo, socialismo, London scrisse la vita che andava vivendo. Martin Eden, il suo romanzo di maggior respiro, racconta di un uomo che agisce solo per se stesso, combatte solo per se stesso e muore, in fondo, solo per se stesso. Deluso da tutto, individualista coerentemente quanto totalmente avulso dai bisogni collettivi del mondo circostante, non gli resta, notava il suo autore, nulla per cui combattere e vivere. E così muore. Autobiografico sotto il profilo della lotta per imporsi a petto di un mondo sentito come ostile, Martin Eden era però l’opposto del London che, testardamente, aveva fede nell’essere umano: «Attendo con ansia il tempo in cui l’uomo compirà un progresso verso qualcosa che valga e che sia più importante dello stomaco. Continuo a credere nella nobiltà e nell’eccellenza dell’uomo. Credo che la dolcezza spirituale e la generosità conquisteranno la volgare ingordigia odierna».
Di questo sentimento generoso e infantile, l’idea di un’umanità «calorosa, fallibile, fragile, sordida, meschina, anche grottesca, eppure al tempo stesso pervasa da lampi e bagliori di qualcosa di più sottile e divino», le foto del volume danno piena testimonianza: non c’è mai compiacimento, mai ricerca dell’effetto. Visi di vecchi, bambini, malati e soldati, nudità di indigeni, stanchezze sui campi di battaglia, prigionieri di guerre che non sanno per chi e per cosa stavano combattendo: su tutto ciò London posa sempre un occhio lucido e commosso.
Dietro la naturalezza dei suoi reportages c’era comunque la volontà ferra di non farsi distrarre, non farsi fermare, che in tempi di pace e di catastrofi naturali lo portò spesso al limite delle sue stesse risorse umane, e in tempi di guerra lo vide più volte rischiare la vita, arrestato e imprigionato perché preso per una spia… Così questo libro è anche un omaggio al febbrile e fragile cantore di una libertà che fosse per tutti.

Mauthausen la “musica” di noi maiali

gennaio 18, 2012

Dal libro-testimonianza di Gianfranco Maris: una scodella di zuppa ogni due deportati, ricordo come fosse ora il rumore di quelle sorsate

Gianfranco Maris, noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.

Gianfranco Maris, da “La Stampa

E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.

Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.

Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.

Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?

Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Cosi non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di “Mützen ab! Mützen auf!”. Poi la broda in una sola gamella per due persone e la “musica” del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.

E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.

Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.

Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la “sapienza” nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.

All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.

Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.

Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.

I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.

Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.

In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.

L’altra Resistenza nei lager

gennaio 17, 2012

Le testimonianze dei deportati politici, una diversa forma di lotta

Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera”

Nei campi di concentramento tedeschi, oltre agli ebrei costretti a portare la stella gialla, furono rinchiusi migliaia di partigiani, antifascisti e resistenti civili, con la tuta a strisce e un triangolo rosso all’altezza del cuore.
Ora la storia dimenticata dei deportati politici italiani viene raccontata per la prima volta attraverso i loro scritti. Centinaia di lettere e diari, documenti quasi tutti inediti, sono stati raccolti nel libro Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (Einaudi), di Mario Avagliano e Marco Palmieri, che avevano già raccontato con le medesime toccanti modalità (il mosaico delle scritture private) le vicende degli internati militari e degli ebrei italiani perseguitati.
La memoria della deportazione politica è stata trascurata nel dopoguerra, ma il fenomeno riguardò circa 24 mila persone (1.500 donne) e quasi la metà di loro, oltre diecimila, morirono nei Konzentrationslager nazisti. A Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e nel lager femminile di Ravensbrück furono deportati, e spesso assassinati, italiani di ogni parte della penisola, antifascisti e partigiani di tutte le fedi politiche, operai colpevoli di aver scioperato e cittadini protagonisti di atti di Resistenza civile e senz’armi.
«Questa, Gemma, è la mia guerra» scrive un deportato dall’interno del campo di Bolzano. «Sopporto rassegnato: il corpo potrà soffrire, l’anima potrà soffrire, ma una cosa non muore: l’Idea. E la Patria è l’idea divina», manda a dire a casa un altro deportato.
Il saggio di Avagliano e Palmieri inizia dal momento della cattura e delle torture subite in carcere — San Vittore a Milano, Marassi a Genova, le Nuove a Torino, il Coroneo a Trieste, Regina Coeli a Roma e così via — per estorcere informazioni sui compagni di lotta. «Mi martellarono in faccia qui al carcere, poi al loro covo» scrive Luigi Ercoli da Brescia. «Siccome non volevo parlare con le buone allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi (non spaventarti). Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto). Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare», scrive alla famiglia la staffetta partigiana Jenide Russo. Mentre in uno straordinario biglietto clandestino da Regina Coeli, Enrica Filippini Lera ci fa rivivere dall’interno il momento in cui vennero prelevati centinaia di detenuti trucidati dalle SS di Herbert Kappler alle Fosse Ardeatine: «Abbiamo passato ore angosciose che non potremo mai dimenticare. Ho avuto sempre tanta forza e tanto coraggio ma in quel momento ero come distrutta. L’orrore è qualcosa che stritola che distrugge. È come se mi avessero strappato dei figli e sono qui trepidante ancora e vorrei difendere tutti».
Voci dal lager è un’emozionante antologia, ma è anche un saggio politico, incentrato su due concetti non scontati: c’è una continuità tra la repressione del regime e l’occupazione nazista; e la Resistenza non fu solo fazzoletti rossi e «Bella ciao», ma opera di militari, ebrei, donne, civili. Come osservano Mario Avagliano e Marco Palmieri, «non si è ancora riflettuto a fondo sul fil rouge che lega la soppressione delle libertà politiche e civili durante il Ventennio 1922-1943 e la successiva repressione di ogni forma di opposizione armata, politica, sindacale e civile nel tragico epilogo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca del 1943-1945».
Un dato esemplificativo: oltre il 25 per cento dei deportati fu catturato in operazioni di rastrellamento e su 716 operazioni di cui si conosce la composizione dei reparti che le eseguirono, ben 224 (il 31,3 per cento) furono condotte da unità militari o di polizia della Repubblica sociale.
Una parte della storiografia fa tuttora fatica a considerare i deportati e i prigionieri politici (nonché gli internati militari) come protagonisti a pieno titolo della Resistenza e della guerra di Liberazione, al pari dei partigiani che combatterono nelle città, sulle montagne o all’estero, nonostante il collegamento diretto tra gli uni e gli altri, che risulta evidente anche dalle lettere e dai diari proposti nel saggio di Avagliano e Palmieri. E se ciò poteva essere comprensibile nell’immediato dopoguerra, quando la Resistenza era considerata esclusivamente come una guerra militare e armata, lo è molto meno oggi, dopo gli studi che hanno analizzato e riportato in piena luce la rilevanza della Resistenza cosiddetta civile e senz’armi in tutta Europa.

Diritti Globali

Il paradiso? È a portata di mano ma non è uno spot

gennaio 17, 2012

da “il Giornale

Il paradiso cristiano sfida la ragione in maniera più violenta di quello buddista o del nulla post mortem dei materialisti. Invece di un rarefatto nirvana in cui tutte le differenze si annientano, o di un enorme buco nero che inghiotte ogni esistenza nell’oblio, la tradizione cattolica promette invece il paradosso della resurrezione dei corpi glorificati, l’eternità beata delle creature messe faccia a faccia con Dio. Chi non recepisce questa sfida tende a figurarsi il paradiso come un luogo noioso, forse preferirebbe andare all’inferno, che crede più eroico. C’è chi legge solo la prima cantica della Commedia dantesca, e ritiene tediosa la traversata dell’Empireo che chiude il poema.
Eppure il paradiso è «un orizzonte di fecondità debordante, non un sogno sterilizzante». Almeno così lo presenta Fabrice Hadjadj nel suo La Paradis à la porte (Seuil, che arriverà da noi in primavera per i tipi di Lindau). Un saggio su «una gioia che turba», che sfida appunto la nostra ragione, pretende di farci sentire il profumo dell’eterno e di farci sfiorare i corpi gloriosi dell’aldilà. Hadjadj è un filosofo cattolico, ma non si limita a citare i testi sacri o teologici. Anzi, le prefigurazioni più fulgide della gioia celeste le trova nella letteratura e nell’arte. A partite dalla «metafisica del saluto» di Beatrice che spalanca l’intero universo agli occhi e ai sensi di Dante. Ma questo oltraggio extraterrestre, più che terrestre, compare anche in Proust, Baudelaire, Kafka, nella poesia di Yves Bonnefoy e nella musica di Mozart. Perfino nell’opera di Nietzsche, dato che l’autore de L’anticristo esprime, coscientemente o meno, «una gratitudine senza riserva» che lo avvicina alla santità.
Il saggio di Hadjadj obbliga a riflettere su quanto il paradiso sia vicino: non oltre un abisso di lontananza, ma a portata di mano. Il paradiso è già qui, il mondo terrestre rinvia ai cieli, preme sul nostro mondo, è il «primo motore immobile della storia». Ecco perché può diventare «l’ultimo rifugio dell’illusione». Rifiutando il paradiso celeste si finisce per «lasciare libero corso alle sue parodie terrene, sempre pericolose», come gli ultimi due secoli hanno dimostrato con abbondanza di prove. Separare definitivamente la Gerusalemme terrestre da quella celeste produce totalitarismi liberticidi o ascetismi che umiliano la creazione. Il pretendere il paradiso qui e ora, come volevano gli slogan del ’68 ha trovato una poco nobile conclusione nel consumismo da ipermercato, nello spot pubblicitario più efficace di una provocazione surrealista. Tutto e subito possiamo permettercelo facendo shopping, ignorando che la ricchezza posta sugli scaffali del paradiso europeo è prodotta «nell’inferno cinese».

Da Camus a Andy Warhol, l’odio-amore per una città

gennaio 16, 2012

Un libro raccoglie i diari di scrittori e artisti che raccontano le impressioni e i sentimenti contrastanti provati per una metropoli unica al mondo

Antonio Monda per “la Repubblica”

Nessuna città al mondo come New York divide il giudizio tra l´entusiasmo ed il disprezzo, la seduzione e la paura, l´amore incondizionato e l´odio irreversibile. E nessuna città al mondo dà a chi la vive, la frequenta, o anche ci passa solo un giorno, l´impressione di essere di tutti, perché in realtà non è di nessuno. Ma è la sensazione di centralità che rivela in ogni dettaglio a renderla imprescindibile anche per i più fieri detrattori, oltre all´unicità di una storia il cui melting pot è qualcosa di compiuto, pieno di vitalità e perennemente mutevole. Perché chiunque ne conosca l´intimità, e superi lo snobismo romantico per cui sarebbe una realtà estranea o addirittura opposta al resto del paese, sa invece che New York è la realizzazione della promessa stessa dell´America. Da almeno quattro secoli la città è oggetto di riflessioni di politici, scrittori e artisti di ogni tipo, che ne hanno analizzato e raccontato una realtà che riesce ad essere rivoluzionaria e conservatrice, profondamente laica e sinceramente religiosa. In New York Diaries il premio Pulitzer Teresa Carpenter ha raccolto oggi i diari newyorkesi di personaggi diversissimi come Kurt Weil e Noel Coward, Alexis de Tocqueville ed Edgar Allan Poe, che l´hanno vissuta come capitale del mondo e centro di perdizione, luogo di condivisione e solitudine, di esaltante energia e inquietante decadenza. Queste sono alcune pagine dei diari, che iniziano dal 1609:
ALBERT CAMUS
22 Aprile 1942
Stanco. La mia influenza è tornata. È sulle gambe tremolanti che provo il mio primo impatto di New York. A prima vista, una città orribile e inumana…Pochi dettagli colpiscono la mia attenzione: che gli uomini della nettezza urbana indossano guanti, che il traffico si muove ordinatamente senza poliziotti agli incroci, che in questo paese nessuno ha mai degli spicci, e che tutti sembrano usciti da un film di serie B… Io sto appena uscendo da cinque anni di notte, e questa orgia di luci violente mi dà per la prima volta l´impressione di un continente. Un poster enorme, di almeno 15 metri delle Camel: un militare con la bocca spalancata dalla quale fuoriescono enormi nuvole di vero fumo. Tutto è giallo e rosso. Vado a letto ammalato nel corpo e nell´anima, sapendo tuttavia perfettamente che nello spazio di due giorni cambierò idea.
MARK TWAIN
2 Febbraio 1867
La mia esperienza è che a New York un uomo non possa andare da nessuna parte in un´ora. Le distanze sono troppo grandi – c´è sempre bisogno di un giorno in più – Se hai sei cose da fare, hai bisogno di sei giorni.
NORMAN MAILER
2 Febbraio 1955
Il Lipton (marijuana) che uso qui a New York genera molto materiale eccitante con una dose molto piccola. Mi consente di lavorare ad un ritmo tremendo, il che per un romanziere è valido da un punto di vista mistico e filosofico, ma nello stesso tempo quasi impossibile da accettare, almeno nelle mie attuali condizioni. Non potrei scrivere interi romanzi sotto i suoi effetti, ma potrei utilizzarlo quando ho il blocco dello scrittore. Il Seconal invece genera uno stato di profonda depressione. Ma ora so come gestirlo.
SIMONE DE BEAUVOIR
3 Marzo 1947
Come in tutte le grandi città, la gente a New York usa molta droga. Cocaina, oppio ed eroina hanno una clientela specializzata, ma c´è anche uno stimolante leggero che è usato comunemente, anche se è illegale: la marijuana. Quasi ovunque, specialmente ad Harlem – molti neri sono costretti dalle condizioni economiche a spacciare droga – le sigarette di marijuana sono vendute al bancone. I musicisti di jazz, che hanno bisogno di mantenere di notte un alto livello di intensità la usano continuamente (…) Sono meno interessata a provare la marijuana che trovarmi in uno di quei ritrovi dove si fuma. Qui appena esprimo un desiderio viene esaudito. La volontà americana di obbligare è inesauribile.
JOYCE CAROL OATES
16 Settembre 1985
Sono andata alla prima di Morte di un Commesso Viaggiatore allo splendido Lincoln Center. Il film era bellissimo e Dustin Hoffman magnifico. Ho parlato con lui del film e di boxe. C´era anche Angelo Dundee e Hoffman vorrebbe fare un film scritto da me sulla sua vita, ma dubito che lo farò. A New York la vita si muove così rapidamente che a malapena riesco a registrarne i confini.
WALT WHITMAN
15 Aprile 1865 (giorno dell´omicidio di Lincoln)
Tutta Broadway è nera e a lutto – sulle facciate delle case sono esposti fregi neri e producono un effetto cupo. Verso mezzogiorno anche il cielo è diventato scuro ed è cominciato a piovere. Una goccia, un´altra, un´umidità pesante ed un clima tenebroso – i negozi sono tutti chiusi – la pioggia ha allontanato le donne e sono rimasti solo gli uomini vestiti di scuro mentre nuvole nere si muovono sulle nostre teste – l´orrore, la febbre, l´incertezza, l´allarme tra la gente – Ogni ora porta una grande notizia: alle 11 il nuovo presidente ha giurato, alle 4 l´assassino è stato arrestato.
ANDY WARHOL
31 Dicembre 1978, Capodanno.
Andammo tutti allo Studio 54. Lo avevano decorato magnificamente, con lustrini d´argento sul pavimento, e c´era un tipo su un trapezio, e palloncini bianchi. Dicevano che Bobby De Niro era lì dalle 22. L´intera notte è passata perdendo e cercando, trovando e cercando ancora. John Fairchild Jr. ha una cotta per Bianca (Jagger), così noi abbiamo cercato lei, l´abbiamo persa, poi abbiamo perso lui e trovata lei. Poi mi sono perso io, e hanno cominciato a cercare me, e si è perso di nuovo lui… Io ero sobrio, avevo bevuto molte Perrier. Il luogo era ancora in pieno fervore alle sette del mattino. Sono andato fuori, faceva caldo e la gente era in fila per entrare, come se fosse solo l´una di notte. Soltanto la luce era differente.

Diritti Globali

Redenzione ebraica nella Gerusalemme russa

gennaio 15, 2012

Oddone Camerana per “L’Osservatore Romano

La traduzione del titolo di un’opera è un tema che ha fatto discutere più di una volta. Ricordo il caso del romanzo di Harper Lee il cui titolo To Kill the Mocking Bird (1960) è diventato in italiano Il buio oltre la siepe, versione preferita onde evitare il rischio di essere incompresi se si fosse restati fedeli al richiamo della mimesi contenuto nel titolo originale.

Più famoso fu il caso di The Catcher in the Rye (1951) quando, invece di adottare la traduzione suggerita da Calvino Il terzino nella grappa, fu scelta la formula Il giovane Holden. Più sfumato il caso di Wutherings Heights di Emily Bronte (1847) tradottoCime tempestose, sebbene le alture citate fossero poco più che delle colline. Stesso discorso per A Passage to India (1924) di Edward Morgan Forster tradotto Passaggio in India quando sarebbe stata più aderente alla realtà la soluzione Una via per le Indie.

Non si è discusso invece della traduzione del titolo del celebre romanzo di Bernard Malamud, autore ebreo americano. Grande successo a partire dagli anni Sessanta, detto romanzo venne pubblicato in Italia nel 1968 col titolo L’uomo di Kiev mentre quello originale The Fixer — termine ricavato dal verboto fix — poneva l’accento sull’azione di aggiustare e riparare. Da cui la qualifica generica di “tuttofare” con cui viene indicato il protagonista del libro, ma nella traduzione italiana con l’iniziale minuscola.

Ammesso che la scelta di titoli come Il riparatore oL’aggiustatore, letterariamente più fedeli all’originale, avrebbe creato dei problemi di ordine commerciale e che il titolo L’uomo di Kiev è geograficamente più evocativo, resta il fatto che con la scelta laica adottata si è evitata l’allusione evangelica contenuta nel titolo originale e presente nella tragica vicenda cui va incontro il protagonista. Una vera “passione” che si inserisce nel filone dei capri espiatori e dei pogrom medioevali e successivi di cui è ricca la letteratura dell’Europa orientale.

Proveniente da uno dei tanti villaggi ebraici o shtetl dell’Ucraina, l’ebreo Yakov approda a Kiev dove trova lavoro in una fabbrica di mattoni di proprietà di un ricco industriale del posto da cui viene assunto come ispettore in segno di gratitudine per l’aiuto prestatogli in una notte tempestosa. Abbandonato il villaggio e familiarizzatosi con il nuovo lavoro, Yakov sembra sorridere alla vita quando un giorno viene accusato della morte di un ragazzo il cui cadavere viene trovato in una grotta dissanguato a scopo rituale. Arrestato e incolpato del tremendo crimine, Yakov finisce in carcere dove patisce sofferenze atroci fino all’esito risolutivo che lo vede trascinato su un carro alla volta del probabile patibolo.

Va notato a questo punto come per quanto diversi (per ambiente, contesto storico, geografico e religioso) il capro espiatorio e il pogrom, entrambi evocati dalla vicenda di Yakov, abbiano qualcosa in comune e che questo qualcosa risieda nel meccanismo che rende le due “istituzioni” sacrificali in grado di risolvere situazioni conflittuali trasferendo la presunta colpa del conflitto stesso all’esterno.

Stando all’ipotesi sopra ventilata secondo la quale il titolo originale The Fixer nasconderebbe un’allusione cristologica alla riparazione/redenzione di Cristo, va fatto notare come l’incarcerazione inspiegabilmente prolungata di Yakov, il ritardo oltre ogni limite logico dell’atto di accusa che non arriva mai, la ripetizione ossessiva degli interrogatori e poi la mole eccessivamente dilatata delle false prove raccolte contro di lui, come l’insistita richiesta di una confessione di colpa e infine il diradarsi fino all’ultima pagina della violenza risolutiva, non siano particolari d’autore inseriti ad arte allo scopo di ottenere più suspense. Va fatto notare, invece, come siano i particolari che rappresentano la conseguenza e la prova dell’incepparsi dei meccanismi ormai logori del capro espiatorio e del pogrom per effetto della rivelazione di Gesù. Che cosa sono mai, infatti, i meccanismi del capro espiatorio e del pogrom quando si scoprono incapaci di muoversi secondo la furia della folla divinizzata o della tempesta o della bufera o di un incendio? Sono meccanismi spompati che per sopravvivere hanno bisogno di un rilancio.

Senonché questo si presenta come ogni vota più difficile stando alla presenza di Dio nella storia nella persona del Figlio, il Cristo riparatore in grado di aggiustare, smontare e rimontare i componenti del meccanismo, ma nella direzione giusta senza per questo violare la libertà del singolo. La verità e il bene vengono dopo il falso e il male. «Voi soffrite per tutti noi» dice a un certo punto del libro l’avvocato difensore di Yakov ormai allo stremo delle sofferenze.

Per L’uomo di Kiev non si tratta pertanto di una delle tante vicende che riprendono il tema del capro espiatorio nel contesto dei pogrom antigiudaici dell’epoca zarista, bensì di una vicenda che sullo sfondo di un massacro annunciato e imminente ripropone il richiamo a una redenzione possibile. In quel caso questa si manifesta nella Gerusalemme russa, come veniva chiamata la città di Kiev, sede del cristianesimo ortodosso russo e grazie alla passione a cui si sottopone l’ebreo Yakov.

Se quanto detto è plausibile, si può dire che la traduzione del titolo The Fixer in L’uomo di Kiev, invece che con un termine che indichi l’azione di riparare, per quanto comprensibile, rappresenta un’occasione mancata: quella di un’allusione a un’intesa profonda tra giudaismo e cristianesimo.